LE OMBRE DI ERTO e CASSO«Il disastro mi ha colto con questi terribili fogli in mano quando ero quasi alla fine. Da allora, per mia disgrazia, non ho avuto più tregua».
Armando Gervasoni - 34 anni, nato a Vicenza, redattore del «Gazzettino» , collaboratore del «Mondo» - aveva quasi terminato di scrivere un romanzo ambientato nel Vajont e ispirato alla sua gente, quando ci fu la tragedia di Longarone. Nel romanzo la diga, i suoi costruttori, il monopolio elettrico, la Sade, erano già tra i protagonisti, e c'era anche il terrore oscuro di un evento tragico, imminente, ineluttabile. Ma la realtà superò ogni possibile immaginazione. I «terribili fogli» ora bruciavano. Gervasoni allora ha scritto daccapo. Un libro impietoso, anche per i superstiti. Un racconto di sentimenti e del Vajont dopo. Un libro che non si può ignorare e al quale non si può non rispondere.
Da una materia tanto incandescente e vera, con persone fatti ore e luoghi anagraficamente esatti, Gervasoni, pure essendone interamente bruciato (o forse proprio per questo), è riuscito a tessere un nuovo più vero e terribile racconto, di intrinseca qualità letteraria, la cui forza narrativa fa tuttuno con gli eventi e li ripropone con rabbia, come in un allucinante gioco di specchi, alla coscienza di un intero paese.

LE OMBRE DI ERTO E CASSO


di Armando Gervasoni

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I
Al bar Venezia, già scuola elementare, l'ultimo degli edifici rimasti in piedi all'estremo limite della pietraia, giusto davanti alle nuove prefabbricate che i longaronesi non vogliono perché dicono trattarsi di un bunker. Ottime queste tagliatelle al sugo. Vorrei che ci fosse il mio amico Mattei, che è buongustaio ma che qua non vuole più venire. Mattei, con Checco Bàestràche, ovvero De Salvador, il fotografo Bepi Zanfron e qualche altro, per primo ha portato al di qua di Faè la notizia: è lui il cronista che ha dato al mondo il primo flash, l'idea di cosa in effetti è stato nella notte del 9 ottobre 1963 il disastro del Vajont.
Sono, pertanto, solo in sala da pranzo, con una donna che gira intorno spolverando. Grida e risate vengono dalla sala del biliardo, in buona parte di ubriachi.
Il conto. Milleduecento lire per un modesto pranzo - primo, secondo, vino - non è tanto, ma nemmeno poco. A Castellavazzo si spende un terzo di meno, e siamo a meno di due chilometri. Il disastro fa turismo, è evidente.
«Quanti coperti fate al giorno?» domando.
La donna mi guarda con sospetto, le domande non sono molto gradite quassù. «Dipende», dice infine. «A seconda della stagione.»
«Ha ragione», ha detto subito dopo Ruffo, quando sono tornato al tavolo. Ruffo è, adesso, al posto che fu mio quattro anni fa. «Lui fa male a reagire così, in fondo non hai detto niente, i suoi nervi tengono poco. Ma se c'è da andare fuori a mangiare, meglio andare a Santa Giustina. Cosa andiamo a fare a Longarone?»
Ruffo è un bravo ragazzo. È a Belluno solo da quindici giorni.
Intanto che parla di malavoglia, la donna sparecchia. Aspetta - è chiaro - che me ne vada, così anche lei potrà mettersi a tavola e mangiare. Il bar rigurgita di gente, nella sala del biliardo le teste emergono da nuvole di fumo. Non un cane che mi abbia riconosciuto. Mi guardano, certo, quando esco, perché un forestiero che gira chiedendo di questo o di quell'altro da queste parti desta sempre un'attenzione fredda, sospettosa. Gli occhi sono come sassi in una fionda, gli sguardi, lontani, se ti agganciano non ti mollano: quelli si fermano un attimo a guardare il colore del cappotto, passano, e ti accorgi che t'è rimasto su qualcosa, come ti stessero spogliando, ti lasciassero nudo. È proprio questo che provo, una sensazione, di morale nudità, e insieme di fastidio, mentre al bar prendo il bicchierino della buona digestione. Come se tanti arpioni mi strappassero i panni di dosso.
Il padrone è forse il solo che io conosca, ma è evidente che nemmeno lui ha alcun ricordo di me. Anche se nel suo vecchio albergo e bar, che dava proprio sulla piazza di Longarone, si sono passate alcune belle serate. Per lui non ha importanza alcuna. Fa soldi a palate, di sicuro più di prima, una grossa fetta dei sussidi e degli altri quattrini distribuiti a tutta questa gente in due anni sono finiti nelle casse del suo bar Venezia, vecchia scuola elementare. Gli uomini che gli sono intorno abbrutiscono ogni giorno di più e lui continua a fare soldi, a fumare una sigaretta dopo l'altra e a bere ombre di vino bianco. Il suo occhio è lucido, il destro. L'altro, rimpicciolito, non ha espressione.
Proprio nel suo vecchio locale polverizzato dal sinistro conobbi Guglielmo Celso. E nel suo locale un gelatiere mi prese per il bavero dopo la mia inchiesta sulle donne della valle che rinunciano a tutto, casa, famiglia, amore, per fare bagaglio e andare nelle gelaterie tedesche e svizzere. Ieri come oggi. E quando tornano vogliono vivere, godere. Per questo, prima della sciagura, Longarone, Castellavazzo, Codissago, i paesi dello Zoldano, erano mèta di molti giovani bellunesi con macchina che qui trovavano da fare, e ogni bar era una piccola balera. Ragazze che, avendo per notevole parte smarrito la fiducia nel matrimonio, pensavano a divertirsi senza preoccuparsi di noiosi problemi morali. Buone ragazze, piuttosto infelici nella loro libertà, che chiedevano a me, al tempo in cui le intervistavo, e lo facevano con qualsiasi altro, quando Lampugnani avrebbe aperto la filatura e ci sarebbe stato lavoro, così da finirla con quella vita peregrina da sepolte vive nelle gelaterie tedesche e svizzere per nove mesi all'anno; e per forza, così, quando tornavano, si lasciavano andare.
Con la mia inchiesta avevo denunciato tutto questo, scatenando un putiferio. L'ira dei gelatieri era al colmo. Essi sono più di ottocento e hanno redditi annui per oltre cinque miliardi globali, viaggiano su Mercedes, su Taunus, su Opel Rekord e Käpitan. Celso non poteva nell'intimo darmi torto, ma scuoteva il capo con disapprovazione.
«Quando potremo avere lavoro per tutti, allora il discorso tornerà buono. Ma adesso non abbiamo alternativa. Le ragazze sono affidate a se stesse, è vero, e non è detto che i gelatieri siano stinchi di santo. Per la maggior parte non è gente facile, al contrario. Ma non c'è altra alternativa. I tuoi articoli hanno fatto una mezza rivoluzione, tante ragazze non vogliono più partire. Ma partiranno lo stesso, e pagheranno, quando saranno via, perché il gelatiere è, prima di tutto un montanaro, e il montanaro non dimentica. Dibattere i problemi è sempre bene, ma a tempo giusto. E tu sei andato fuori tempo, nettamente. Hai fatto soltanto del male a quelle ragazze che ingenuamente ti hanno detto quelle cose. »
Allora proprio lì, sotto gli occhi di quest'uomo che non mi conosce più e, del resto, non gli interessa un fico di conoscermi perché nel frattempo il mondo è cambiato e questo è un altro universo, senza più tante cose che prima c'erano, fra cui sua moglie e i suoi bambini; in quello stesso bar ebbi ad accusare Celso di essere un falso socialista. Lui sorrise mostrando i denti guasti e mi guardò con quel tanto di malinconico che era sempre nei suoi occhi, a lungo, pizzicandosi il pizzo e i baffi che l'avrebbero dovuto rendere somigliante a Lenin, ma che piuttosto lo facevano simile a un Lelio Basso ringiovanito di una ventina d'anni.
«Sei giovane, beato te», disse. Poi mi portò fuori, sottobraccio, per farmi vedere il Piave e la montagna. «Tu dici che non sono socialista. E credi, se non lo fossi, che farei quello che faccio? Che spenderei la mia vita in questo modo? Sarei deputato, e di tante come me ne fregherei.»
«Ha fatto male, sa, a dire al povero Celso quelle cose», mi disse, dopo, il segretario comunale che era con noi. «Ci è rimasto male perché non se lo merita. Lo sa che Rodolfo Morandi lo stimava moltissimo e lui ha rinunciato ad andare a Roma e fare carriera politica per starsene con la sua gente di montagna e affrontare questi problemi? Sapesse lei in che condizioni siamo! Vede? Quest'acqua contiene tanto danaro, il danaro dei sovraccanoni. Ed è danaro che non ci vogliono dare. Chi? La Sade. La vera lotta è questa. Prima di pigliarcela con i gelatieri, ecco cosa c'è da affrontare. E crede sia da poco? La montagna è una vacca a cui tolgono latte e vitelli, e quando è spompata ben bene, la mandano al macello. Celso è uno dei pochi, sa, che si battono sul serio.»
Nell'enfasi la sua mano s'era volta alla diga del Vajont, giusto in faccia a noi. (L'ex segretario di Longarone è tipo vivace e facile di parola almeno quanto Celso era conciso e freddo). «È un galantuomo», aveva aggiunto subito dopo il segretario.
Non ho, adesso, qui, più grande, forte rimorso dell'avere detto quella frase all'uomo la cui immagine è, ora, davanti a me dietro il banco del negozio di tabacchi, nelle baracche di fronte al bar Venezia, dove sono entrato per comperare tabacco da pipa.
«Era un mio amico», dico al tabaccaio, pensando che così mi faccia un poco di più buona cera. Ma lui non mi guarda neanche.
«Cinquecentoventi lire», dice.
«Era un mio amico», ripeto. «Non avrebbe una copia di quel santino da darmi?
«No», dice.
«Ma ci sarà un fotografo che l'ha stampato! Non saprebbe dirmi chi è?
«No», ripete. Ed è come dire: sei ancora qua? Il tuo tabacco non l'hai forse avuto?
Porta il santino di Celso alto sopra il banco. Vuole bene, dunque, alla sua memoria, crede nelle cose in cui Celso credeva.
Perché allora mi tratta così, quest'uomo, e nei suoi gesti c'è tanta durezza, tutto questo astio? Cosa gli ho fatto io?
Sono solo andato a comprare del tabacco da lui. E per un attimo ho preteso, nominando Celso, di dividere con lui le sue disgrazie, che sono tante. Mentre mia moglie e i miei figli dormono sul loro letto a Mestre e le loro fotografie sono nel mio portafoglio senza croci sopra e bordi neri ai lati. (Capisco, una simile pretesa, per questo tabaccaio, è quasi un delitto).
II
La fuga di Mattei e il vano chiamare mio per le strette vie della piccola Belluno, male schiarate dalle luci riflesse sulla neve, mi hanno definitivamente indotto a tornare a Longarone. Lo chamavamo, il Mattei, Ezechiele Lupo. E difatti lui sparisce così, con il mantello e il cappuccio nero svolazzanti, a lunghi passi veloci e felpati. Non vuole più sentir parlare dei superstiti. Nessuno, qui a Belluno, vuole più sentir parlare dei superstiti, nemmeno il fotografo Bepi Zanfron, da che uno di essi gli ha fregato la macchina fotografica; Bepi Zanfron, che pure la notte del nove ottobre vagava sulla polvere di Longarone e Pirago come un fantasma in impermeabile bianco, a scattare fotografie senza più il rullo. Aveva esaurito tutto, ma lui continuava a scattare e invano gli gridavano di venire via dai margini della zona disastrata, se voleva avere tempo di mandare fotografie ai giornali e alle agenzie Lui continuava a scattare a vuoto per lo choc. Un anno dopo esattamente, alla cerimonia del primo anniversario, Zanfron dava in custodia per un attimo la Rollei a un superstite e questi si squagliava. «Hai visto il superstite, hai visto il superstite?» lui andava gridando. «Maledizione, centomila lire rimesse.» Il sindaco di allora, Arduini, continuava il discorso commemorativo.
«E perché sono scomodi?» domando il giorno dopo a Berna in un caffè della Mezzaterra a Belluno.
«Sono la nostra cattiva coscienza», dice Berna che è un comunista ex liberale, la casa arredata interamente con mobili di antiquariato. «Anche di noi di sinistra. Finora hanno avuto danaro da tutte le parti. Adesso cominciano a non averne più. Il momento critico è proprio questo. Abbiamo sbagliato, questo è il fatto, a battere tanto il chiodo sulla polemica Samonà. E frattanto la faccenda Sade è passata in secondo piano. Adesso ricupera, se sei capace. Vedrai che non se ne fa niente.»
Tanta rassegnazione in un uomo che è stato fra i più valorosi partigiani dell'Alto Cordevole, luogotenente addirittura del leggendario maggiore Hull, mi stupisce.
«Avete rinunciato a lottare anche voi?» domando.
Berna fa una smorfia. «No», dice. «Ma vedrai che non se ne fa niente.»
Pradella, il pittore, è anche lui un superstite, autore del Cristo di Longarone nella nuova cappella sorta al posto della vecchia chiesa. La sua casa è fra le poche in piedi, ma lui è qui a Belluno, a Longarone non abita più.
«A fare che cosa?» dice intanto che si passeggia sotto i portici di piazza Campedel. La stessa faccia, lo stesso sorriso. Ma ha dipinto il Cristo di Longarone - lui, abituato ai fiori - e per un artista, riservato e modesto, è questa una autentica esplosione. Poi, piano piano, è tornato quello di prima. Dice le cose di sempre, apparentemente non è cambiato niente della sua espressione, vuole sempre arrivare alla sintesi, adesso farà una mostra a Nuova York con quadri fatti, possibilmente, di dieci pennellate. Ha un cappotto grigio che pare un giacchettone, e sembra pieno di beatitudine.
«A fare che cosa? E finito, tutto finito. Chi spera, si illude. Chi si ubriaca ha finito di sperare. E Longarone è destinato a diventare un paese di ubriachi. È un limone da spremere e quando è bene spremuto, da buttare. E quanti, quanti spremono, spremono! Tornare per che cosa, a quale scopo? F;!irse fra quindici anni, quando la vita si rimetterà lentamente in moto. Certo che i vecchi come mia madre non si muovono, non ce la fanno a staccarsi. Ma chi ha ancora un seme di gioventù in corpo, scappa, non c'è niente da fare.»
Entrano tre superstiti nel bar dove si va a bere l'ombra della staffa. Il loro fare è pieno di ostentazione, da gente che pretende. «Sono anche questi fra gli ubriachi cronici?» dico. Pradella ride, guarda l'orologio. «Dalle undici alle undici del giorno dopo.»
E pensare, dico a me stesso, che Longarone è sempre stato un paese allegro, senz'altro il più allegro e vivo della provincia, Cortina a parte, e perfino del bravo Celso si diceva che andava a letto dopo avere accompagnato a casa l'ultimo dei suoi amministrati. Che, forse, Plattner il vecchio, donchisciottesco nella figura allampata, con baffi e pizzo grigi e dallo stravagante modo di vivere, forse che non era longaronese, lui padrone della vecchia birreria abbandonata da decenni, alta e tozza come un castello, verso Castellavazzo? Vi si aggirava dentro come un gufo, fra topi e pipistrelli, ma quando scendeva a Belluno i caffè della città prendevano vita; Plattner il vecchio girava pieno di distintivi ai risvolti della giacca e del paletot e perfino sul cappello, e fra i distintivi spiccava quello dell'UCAS, Ufficio Complicazioni Affari Semplici. E che non era, forse, longaronese Plattner il giovane, presidente della pro loco e organizzatore della mostra del gelato, un vero russo del tempo degli zar nell'aspetto, con barba curatissima, baffi spioventi nerissimi, colbacco nero, cappotto con risvolto di pelo nero, occhio fermo, senza una piega del viso? Non erano, mi dico, i Plattner longaronesi? Espressione di un mondo defintivamente morto, personaggi autentici che quando si incontravano sul listòn di Belluno si facevano tanto di cappello, padre e figlio. «Buongiorno signor Plattner, signor Plattner buongiorno». E andavano ciascuno per proprio conto, imperturbabili. Sono entrambi al cimitero di Belluno, nella tomba di famiglia. Ecco la differenza. Di ombre se ne sono consumate parecchie a Longarone. Ma allora si beveva per essere il più possibile allegri. Adesso per non esserlo più.

III
Allora è proprio vero. Intorno ai superstiti si va saldando una specie di cordone sanitario, un nuovo genere di isolamento morale. La peste oggi non c'è più, e nemmeno il colera. Ma c'è qualcosa che può essere anche peggio, a Longarone. Una morte nuova, una morte per cui il cimitero delle vittime del Vajont non è soltanto a Fortogna ma tutto intorno, e mescola insieme vivi e morti, vittime e superstiti. E se un cimitero di morti può non fare paura, un cimitero di vivi, sì.
Un cimitero da dove chi davvero ha di che vivere fugge, e invece chi non ha più nulla da vivere, rimane.
Fa impressione vedere dei morti camminare, sentirsi addosso i loro sguardi, e battere magari la spalla, sentirsi offrire un'ombra e dopo un'altra, e un'altra ancora, e dopo un cognacchino, e fra un colpo di stecca e un altro sul brillante tappeto verde di un biliardo, un'altra ombra. Se Mattei è scappato mandandomi al diavolo in cuore suo, è perché è sensibile, nessuno piangeva come lui due ore dopo il disastro, seduto su una pietra a Polpet, dove c'era il posto di blocco, con il suo cappuccio da Ezechiele Lupo tirato sulle orecchie a sventola.
Ma forse sono io che esagero, per il gusto di fare della letteratura. Qualche volta dimentico di essere un povero cronista da paese e vengo fuori con cose di questo genere.
Noi riteniamo che ci siano diversi tipi di morte, e che uno tutto vuoto dentro, e quindi morto, possa perfino bere, ridere, giuocare a carte, soffrire d'insonnia, fare quattrini. Da che faccio il cronista - e di fatti ne ho visti parecchi - nego però di avere visto un morto andare in osteria. Qualche vivo, è vero, può anche dare l'idea della morte, e se un caso può valere per tutti, nessuno è più significativo di quello del gelatiere Budoia, la cui Mercedes può apparire a qualsiasi ora della notte, indifferentemente, in una qualsiasi città del Veneto, ed anche fuori. Il gelatiere Budoia è fra i più ricchi, le sue gelaterie, in Germania, sono prospere. Ma non dorme perché è solo, e non è abituato, come potrebbe essere uno scapolo timido, al lungo e faticoso esercizio della solitudine. Si butta pertanto a corpo morto nei bar e nelle osterie a bere e a giuocare a carte, così da stordire l'insonnia e i pensieri, beve e giuoca, giuoca e beve, e, quando i compagni vanno a letto, salta su in macchina e corre più lontano che può da Belluno verso la pianura, in cerca d'altro, non importa che cosa. Sembrerebbe, ogni volta, non dover tornare più. Invece all'indomani rieccolo, e per tutto l'inverno è così, fino al tempo del ritorno in Germania, per la riapertura delle gelaterie. Madre, padre, moglie, figli: non gli è rimasto più nessuno. I suoi occupano un intiero pezzo del cimitero di Fortogna, quelli che sono stati ritrovati e riconosciuti. Lui non c'è perché ha tardato di un giorno - uno solo - a rientrare dalle gelaterie. Quando si dice la sfortuna.
Un uomo così può perfino sembrare morto, anche se dove arriva c'è subito la vita, lui sempre pieno di soldi in tasca da spendere. Ma a queste cose io non credo, l'ho detto. In realtà noi conosciamo un solo modo di essere morti, quello d'essere stesi in orizzontale dentro una bara. Dunque bisogna subito concludere che essi - i superstiti longaronesi - se anche sono morti non se ne accorgono, e non gradiscono, peraltro, di essere considerati tali.
Questo è sicuramente il caso della ragazza di Codissago, giusto al di là del Piave, sotto Casso e il Borca de Salta, con la quale ebbi un «flirt», per la verità molto platohico, al tempo delle mie inchieste sui gelatieri. La pensavo morta, perché anche la sua casa è scomparsa, polverizzata, nel greto del Piave. E mi ero così illuso di avere perduto anch'io qualche cosa qui, in questo disastro, perché quella ragazza mi piaceva proprio, bella come la ricordo, sottile e con occhi e capelli scuri, una specie di angelo del Vajont, tanto da considerare un delitto il vederla costretta alla travagliata vita delle gelaterie tedesche per un tozzo di pane, diventando, fra l'altro, preda di un padrone che l'aveva spogliata della sua virtù e che lei malediva atrocemente. Ne avevo provato ripugnanza e furore, materializzati poi nei miei articoli. E, subito dopo il disastro, il suo viso m'era parso in un'aureola romantica, quattro ore dopo, quando, giunto sulla pietraia piena di cadaveri con i chiarori antilucani a disegnare appena i crinali della frana sul Vajont, chiedevo di questo e di quello, intanto che De Grandis, mio ex capo, insisteva a dire che non era caduto il Toc, bensì il Borca De Salta dal lato di Casso, e che dunque anche quel paese era da considerare scomparso. Mentre di tutto questo si diceva, vedevo in quella ragazza l'autentica sublimazione della tragedia del Vajont.
Adesso chiedo di lei e mi dicono che è viva. Ha sposato un bottegaio e vive in paese.
È sera quando osservo, attraverso alle vetrine, dentro la bottega male rischiarata, il suo viso appesantito, le borse sotto gli occhi, i fianchi ingrossati. Sono al gelo, i piedi induriti sulla neve. Dietro al banco del negozio, già addobbato per il Natale, lei si muove assai meno leggera di quattro anni avanti, al tempo dei nostri incontri. Non mi vede, ma io non perdo una mossa, per alcuni minuti, e mi accorgo che, anziché essere lieto, provo quasi rancore, come se mi avesse preso in giro. Per due anni ho pensato a lei come alla mia vittima del Vajont, un vero e proprio ideale dunque, e lei invece si è salvata per sposare un bottegaio e finire in quella maniera dietro un banco di bottega.
Essa è morta, è chiaro, per me, mentre prima invece sarebbe stata idealmente viva per sempre. Ogni mio interesse per lei scompare di colpo. Ciò non toglie che ella continui ad esistere, e con lei tutti i superstiti, i sinistrati che hanno avuto il cattivo gusto di sopravvivere ai propri morti, i morti per davvero. E, certo, se sapesse del mio disappunto e delle mie fantasie, non proverebbe né gioia, né lusinga, né tenerezza.

IV
Colei di cui si parla è una vedova del Vajont di cinquantaquattro anni, bionda ormai più per artifizio che per dono di natura, e disinvolta come potrebbe esserlo una ventenne. È più a Belluno che a Longarone, e siede in permanenza all'angolo di un piccolo bar a conversare con chiunque voglia scambiare la parola con lei, ma di preferenza con i giovanotti della città che hanno buon tempo, i quali, per farsi gioco di lei e ingannare la noia, fingono di credere nella sua avvenenza, nella sua femminilità.
Di lei si racconta che si sia salvata perché non era sotto il tetto coniugale, intanto che la terribile ondata si portava via il marito e i figli. Abita in una delle prefabbricate che, messe insieme sul dosso sopra la statale, formano un villaggio che sembra uscito dai cartoni animati di Walt Disney. Con lei convive una parente più giovane di una ventina di anni, fidanzata ad un rappresentante di commercio. Quando siamo andati a cercare la vedova non ha risposto nessuno, ma davanti all'uscio c'era la «cinquecento» del rappresentante. Due ore dopo, medesima solfa. Lo diciamo al proprietario del bar Venezia. Lui sogghigna. «La vedova è di sicuro a Longarone. Se c'è la cinquecento davanti, gli altri due sono in casa.»
Cotesta vedova vanta grossi diritti a seguito della catastrofe. Ha avuto tre morti, mi pare, la casa sparita e altro. Tre quote, dunque, dal «Corriere della Sera» e da altri giornali, la prefabbricata gratis, aiuti della più disparata specie, il sussidio come capo famiglia. Ha nuotato per qualche tempo in una relativa abbondanza, che tutto va inteso in senso relativo, quaggiù. Ed ha potuto vivere, godere. Ma adesso anche per lei sta per giungere il tempo delle vacche magre. Pertanto la sua parlata si fa ogni giorno più grintosa e i suoi sguardi ai maschi, che scherzano con lei nel piccolo bar bellunese, sempre più aggressivi e astiosi.
«Cinque milioni, dieci milioni, dodici milioni...». Li conta sulla punta delle dita. «Se rimango ancora a Longarone?» - traccia un segno col pollice sulla fronte. - «Ma cosa c'è scritto qua? Gioconda? Alla larga! Me ne vado, me ne vado. Piciù! Lerci, lerci tutti quanti, governo, democristiani, comunisti. Tutti quanti!»
Le gambe allo scoperto non sono uno spettacolo, come del resto la scollatura sul petto vizzoso, né certo donano gli stivaletti alla «Beatles» sulle calze brune e i polpacci magri. Ma lei non se ne rende conto. Vive, dice, la seconda giovinezza. E fa progetti per l'avvenire.
«Non è vero che mi risposo. Anche se la danno come una notizia ufficiale. No, no», e incrocia le mani sul ginocchio accavallato, abbassa gli occhi con il pudore della vergine, fa un piccolo sorriso. «E un'esperienza che non voglio più fare...»
Parla come colei che, qui, chiamerò Soni, la quale ha trent'anni di meno e, al tempo in cui facevo il cronista a Belluno, era barista in un caffè del centro. Soni è stata per poco più di un mese la mia donna, i nostri rapporti si sono sempre svolti in forma assai chiara e libera, senza sottintesi. Diceva che sarebbe venuta al mio matrimonio in gramaglie. Atteggiamenti. In realtà, al tempo stesso che veniva con me, andava con altri quattro, almeno. Si esprimeva così più che altro perché così è la sua personalità notevole ed esuberante, ma in senso negativo: è il suo modo di fare quello di recitare la parte dell'amante da romanzo a fumetti.
Non è mai stata tanto bene come adesso, Soni. La intravvedo in un bar affollatissimo di Belluno e a malapena le riesce di salutarmi, chiusa com'è in un nugolo di corteggiatori. Alla fine mi fa «ciao», aspetto che mi dica qualche cosa, ma, vedendo che sono ancora là, torna a farmi «ciao» allargando la bocca grande in mezzo a un viso reso ancora più pallido da uno strato di cipria e dal contrasto con le ciglia a raggera e le sopracciglia oblunghe.
Mi domando se si prostituisca o se solo si diverta. Dal giorno della catastrofe non hanno più lavorato, né lei, né sua madre. Hanno fatto e fanno le superstiti di professione. L'ho vista il giorno stesso del disastro, Soni, a Belluno. Era disposta a tutto pure di arrivare a Erto. (E pensare che si era sempre vergognata di ammettere le origini ertane. Per molto tempo ha dato a bere anche a me di essere da Pordenone). Dal versante di Longarone, però, non era possibile salire né a Erto né a Casso, per il timore di altre cadute e per il pericolo costante che la diga crollasse sotto il peso della frana.
Non la lasciavano addirittura passare oltre Ponte nelle Alpi, al posto di blocco di Pian di Vedoja, al bivio per Soverzene. Era davvero disperata, perché riteneva sua madre morta.
«Fammi passare, trova chi mi fa passare, il mio corpo a chi mi fa passare, e tu sai cos'è il mio corpo... - si ferma, strizza l'occhio. - Tu sai cos'è il mio corpo, vero? di cosa è capace una donna di Erto...»
È riuscita a salire, non so ancora adesso come. Arrancando per i sentieri, tagliando in diagonale la montagna fra Codissago e Casso, è riuscita a giungere sulla frana con i primi saliti dal versante di Longarone. I suoi occhi grandi e lunghi da orientale sono stati fra i primi a vedere lo spettacolo della montagna caduta in fondo alla Gola del Diavolo, come era chiamata, prima della diga, la gola del Vajont.
Il giorno dopo era di nuovo a Belluno, raggiante questa volta.
«Mia madre è salva. Grazie, grazie. È a Cimolais. La casa? Sparita. Ma chi se ne frega della casa! La mamma è salva e verrà ad abitare con me.»
L'ho vista ancora dopo due mesi. Di una eleganza vistosa, con una pelle di volpe intorno al collo, almeno m'è sembrato fosse volpe.
«Abito con mia madre. Sì, per il momento ancora lassù, nel vecchio appartamentino al quinto piano, in piazza, ma presto cambio. Sto comprando dei mobili. Se lavoro ancora? No! Abbiamo il sussidio, tutte due. E ci pagano l'affitto, sai, fino a ventimila lire al mese ci danno, se riusciamo a dimostrare che abbiamo perduto la casa. E ci pagheranno anche la casa, così potremo sistemarci per sempre a Belluno. Ciao, eh? Ciao, bello.» E se ne va con due giovanotti che attendono poco lontano, a fianco di una Giulietta con il motore acceso.
Da allora non è cambiato niente di lei. Con sua madre continua a farsi pagare l'affitto, a percepire il sussidio, duemilacinquccento lire al giorno per entrambe, a due anni e mezzo quasi dal disastro. Direi che gli aspetti negativi della sua personalità si sono sensibilmente accentuati, ma senza strappi, senza crisi o capovolgimenti. È rimasta fondamentalmente quella del tempo in cui faceva l'amore con me, si diceva pazza di me e gelosissima, e al tempo stesso mi faceva le corna (si fa per dire) almeno cinque volte alla settimana. È solo peggiorata. Prima, almeno, lavorava. Adesso non tornerebbe più a fare la barista a cinquantamila lire al mese neanche se la legassero. Se le tolgono il sussidio, sono convintoche va a finir male. Se già non è sul punto di scivolare, perché è impossibile che, anche con i sussidi, le provvidenze e altro, le sia possibile condurre la vita che conduce, senza, diciamo, qualche ausilio esterno.
(Avevo, evidentemente, valutato male la personalità di Soni in quei giorni di dicembre. Appena le è stato possibile farsi assumere in un laboratorio femminile piantato a Belluno con le provvidenze del Vajont, è tornata al lavoro. Questo non significa che molte cose di lei siano mutate. Continua a vivere liberamente, in una bella casa, frequenta amicizie che vanno dal notabile locale al tenente della brigata Cadore. Ma lavora otto ore al giorno. Forse è perché Belluno non lascia margini per un certo tipo di vita. - Prostituzione, qui, non ce n'è - . E lei non è tipo da lasciare questa città).
Non molto diverso mi pare il caso della ragazza di Codissago, amica di quella sposata di cui ho già detto, che incontro al vecchio bar-balera dove già feci le mie primissime esperienze bellunesi con l'amico fotoreporter Zanfron al tempo delle inchieste sui gelatieri. Una donna, per la verità, cotesta, assai più prossima ai trenta che ai venti. Un bel pezzo di montanara che quattro anni fa ha detto chiaro e tondo (e fu pubblicato sul giornale) di volerla fare finita con i gelatieri e la vita nelle gelaterie in Germania, ed è tuttora della stessa opinione.
«Ancora da queste parti?» dice lei, sorpresa. «Come mai?»
«Così. Mi guardo intorno. Forse scriverò un libro.»
«Per prendere soldi, insomma», dice lei.
L'idea fissa di questa gente, che tutti vengano qua a speculare sulla disgrazia senza pagare la tangente. Ed è, dal tono, come dicesse: «Per prendere soldi tu, vorresti mettere nei guai me, come l'altra volta con i gelatieri, che mi hanno fatto la guerra che mi hanno fatto.»
«Non credo, è molto difficile prendere soldi scrivendo libri. Piuttosto per prendermi una soddisfazione.»
Anche lei ha il sussidio, come capo famiglia, e finché ha quello non lavora. «E, del resto, cosa dovrei fare? Lavoravo appena da sei mesi al maglificio Lampugnani. Prima avevo fatto altri sei mesi da apprendista. Sul più bello, quando ormai mi sembrava di essere a posto, ecco che casca la montagna e va tutto a bagno. Perso il lavoro, perso tutto. Ma in Germania non ci vado più, questo è sicuro.»
«E allora dove va?»
«Finché mi danno il sussidio rimango qua, aiuto il bar, qui. Dopo cercherò lavoro per l'estate a Caorle o a Jesolo, nelle spiagge, negli alberghi.»
«Se vuole lavorare sia a Caorle che a Jesolo posso aiutarla», dico. «Sono nella redazione del Gazzettino a Mestre, ho molte conoscenze da quelle parti. Potrei trovarle un buon posto, se le interessa.»
La cosa non la entusiasma gran che. Le dà, anzi chiaramente fastidio. Dice che ci penserà, eventualmente mi saprà dire. Intanto mi saluta perché due, scesi da una Peugeot 404 targata MI, la aspettano non senza impazienza al tavolo vicino.
Mi rendo perfettamente conto. Chi, dopo due anni e mezzo di ozio, torna a lavorare? Neanch'io, penso, se mi capitasse. E poi questa gente si sente in diritto, ritiene che l'umanità intiera abbia grossi debiti nei suoi confronti.
Il bar è pieno di gente, alcuni sono i classici emigranti che tornano d'inverno, o gelatieri, altri sono sinistrati con sussidio. E anche qui, dove c'era lo spazio per ballare, adesso c'è un biliardo. Rende di più, è il solo a lavorare davvero dalla mattina fino a notte.
Due giorni dopo la vedo a Belluno e lei finge di non conoscermi. È appena uscita dal parrucchiere e lascia una scia di profumo dietro di sé. Non ha alcuna voglia di parlare con me, questo l'avevo capito anche due giorni avanti. Per lei il capitolo Vajont rimarrà aperto soltanto fino a quando le daranno il sussidio. Dopo si vedrà.

V
Ecco, dunque, perché sono seduto qui, appena fuori di Castellavazzo, su una pietra pulita ben bene dalla neve, e sento voglia di piangere dalla rabbia. È peggio di due anni fa e passa, la notte del disastro. Allora c'era una specie di stordimento in tutti noi, e poi c'era troppo da fare, troppa febbre per soffermarsi a pensare in un momento in cui pensare voleva dire non raccapezzarsi più, o magari troppo, al punto da uscire stralunati, se non completamente pazzi. Adesso, invece, non ho altro da fare che pensare. E non è che il quadro sia tanto cambiato, almeno per quel tanto che la notte di luna, le luci delle case rimaste nella valle, i riverberi della neve sui crinali a piombo delle montagne, consentono di vedere. Il greto del Piave, questo è vero, è diventato, visto di qua, una specie di minipista del tipo di quelle su cui corrono le automobiline comandate a pulsante. Ci sono ponti, strade che si incrociano, tutto molto largo, asfaltato, mai visto il greto di un fiume cosl bene sistemato. L'acqua è appena un rigagnolo, fra ghiacci e nevi, su oltre mezzo chilometro di luce del fiume. Vero è anche che gli argini del Piave, appena fatti nuovi, sono saltati come vetro alla prima modesta piena. Ma sono stati rifatti subito e, in fondo, come dice l'autorità, tutto è bene quello che finisce bene. Soprattutto lungo la Sinistra Piave - la meno colpita dall'ondata - da Codissago, a Dogna, a Provagna - c'è un grande incrociarsi di strade, prima larghe poco più che una mulattiera. Ma la pietraia di Longarone è sempre quella, e l'unica sarebbe davvero che rimanesse così per sempre. L'ho sentito dire da Berna, giù a Belluno qualche giorno fa. «Il solo monumento alla catastrofe di Longarone è Longarone stessa. Longarone così com'è. Che la gente che passa veda, mediti. Longarone così com'è.»
«Il tuo libro sembra fatto dopo», m'ha detto poche ore fa la Tina Merlin, corrispondente dell'Unità, protagonista in anteprima della tragedia, nel senso che ha avuto perfino un processo per avere previsto la catastrofe, in perpetua lite con i suoi compagni di partito perché non la lasciano lavorare in libertà e in pace.
«Se me lo dici anche tu vuol proprio dire che non c'è più speranza», dico io demoralizzato. La Tina è una delle poche persone ormai in grado di credermi sulla parola. Subito dopo la tragedia non ha scritto di me sull'Unità perché l'ho pregata io. Temevo, lo confesso, il licenziamento. Avevo avuto da appena due mesi la prima bambina, Rossana.
«Ti credo, ti credo», mi assicura, ed è sincera. «Ma non saranno in tanti a crederti, non ti pare? E poi pensi che si possa ancora scrivere un romanzo sul Vajont? Che si possa, intendo dire, pubblicarlo?»
«Si potrebbe se non fosse caduta la montagna», dico «Quel mondo, i gelatieri, le donne, Erto e Casso in lotta da secoli, la diga, la paura, la crisi morale e professionale degli ingegneri, l'angoscia della gente. Queste cose le ho vissute e le stavo descrivendo. Sarebbe, forse, andato tutto liscio, se non fosse cascata la montagna.» «Ma la montagna è cascata», dice la Tina Merlin. «Ed è tutto cambiato adesso.»
«Già», dico. «Prendiamo un caffè al Bellevue? Sono passati più di due anni, Tina. E siamo ancora qua a guardarci in faccia, senza più neanche le illusioni. Tu alle prese con i tuoi, io con i miei.»
«Chi me lo fa fare», dice lei. «Sai che ho ormai quarant'anni e un figlio che fa le medie, e non ho niente in mano? Non una marchetta per la pensione, vivo alla giornata... Non mi manca niente, ma se mi ammalo... Dovrei pensare a me stessa un poco, ma è più forte di me... Quando mi chiedono di fare qualche cosa non so dire di no... Sono una comunista e credo nelle mie idee. Ma capirai, a un certo momento uno deve anche pensare a se stesso.»
«Il Vajont è una droga, per te come per me», dico. «Abbiamo gridato al deserto, non è servito a niente. Ed ora che la cosa si è fatta più grande di noi, non abbiamo più il coraggio di uscirne.»
«È proprio una cosa più grande di noi», lei dice. «Se guardo quella gente, se penso a come reagiscono, non capisco più. Non so, non so come si possa. Parlano solo di soldi, vogliono solo soldi. Ti pare concepibile?»
«È concepibile», dico. «Naturalmente bisogna guardare alla faccenda da un certo punto di vista. Ragiona. I pochi superstiti veri, quelli che hanno davvero perduto tutto e tutti, non li ricuperi più. Per carità, possono fare ancora tante cose. Ma non li ricuperi più. Gli altri buttano le travi di traverso alla strada e fanno il blocco perché vogliono i sussidi.
«Nell'economia della montagna, da quelle parti, si è inserita una nuova voce, una nuova figura. Il sinistrato del Vajont.»
«Ma no, no!». Devo invitarla alla calma, perché quasi grida in mezzo al caffè. «Non è possibile che non sentano la necessità di avere giustizia!»
«Perché, al punto in cui siamo, tu credi alla possibilità di avere giustizia? Giustizia, dico, sul serio? Probabilmente hanno perduto ogni speranza. E poi cosa vuol dire avere giustizia? Mettere in galera quei sei ingegneri? In fondo sono solo dei poveri disgraziati. Tutta gente che andava avanti a forza di scaricabarile. Non sarebbe nemmeno giusto, e in ogni caso una sentenza del genere lascerebbe tutti con l'amaro in bocca. Allora il consiglio di amministrazione della Sade? Sognatelo. A parte che non esiste più perché la Sade è diventata Montecatini e la Montecatini, Edison. Dovresti, comunque, provare una infinità di cose, anche lontane dalla faccenda del Vajont. Cose che tutti più o meno sappiamo, ma che nessuno potrà mai dimostrare. E allora cosa fa questa gente? Domanda soldi a tutti, soldi allo Stato, soldi alla Sade, e se non glieli danno buttano le travi, tutto sommato è il modo più sbrigativo e comodo di fare giustizia, non ti pare? Sì, nel senso di fare pesare di più un certo tipo di colpa e mischiando, se vuoi, il sacro al profano, d'accordo. Se non fosse la tragedia a togliermi la parola di bocca, direi l'utile al dilettevole.»
«E i due prefetti?» replica la Tina Merlin.
Avrei voglia di ridere. «Non mi vorrai dire che fare giustizia significa mettere in galera l'ex prefetto di Belluno e quello di Udine. Significherebbe dare alla cosa una dimensione grottesca. Per fare davvero giustizia, qui, bisognerebbe mettere in galera mezza Italia. Ma lo so, è come non mettere in galera nessuno. No, per me non è una questione di galera. È troppo poco, e si correrebbe il rischio di sbagliare. La storia delle responsabilità è una spirale, a mio avviso, che non si ferma mai. E più vai su, più i cerchi si allargano. Non c'è personaggio, per grosso che sia, che possa essere chiamato responsabile, un uomo solo non può comprendere in se stesso una così grande eragedia. Te lo figuri tu un uomo, un uomo solo, responsabile del disastro del Vajont? I correi, invece, possono essere migliaia. Alcuni di primo, altri di secondo, altri ancora di terzo grado. Fra questi ultimi potremmo esserci perfino noi, Tina, che pure sapendo, non abbiamo scritto, non ci siamo impegnati abbastanza. La Sade, il monopolio elettrico. Sono dei responsabili, su questo non ci piove sopra. Ma è un tipo di responsabilità... non so, che non si materializza, che stenta a identificarsi con le persone. Le persone sono troppo poco. Bisognerebbe prendersela con il sistema. Ma a parte due cose, che il monopolio elettrico è praticamente finito con la nazionalizzazione e che comunque non può essere messo in galera, la cosa ha i suoi pericoli. Si rischia di politicizzare il tutto, di arrivare al processo ideologico senza avanzare la benché minima ipotesi capace di spiegare i fatti nella loro globalità. La guerra dei principi, che porterebbe all'assoluzione di tutti, cosicché anche la speranza di una condanna morale svanirebbe del tutto. È una spirale senza fine. Purtroppo la giustizia umana può fermarsi solo ai cerchi più bassi, in questo come in molti altri casi. E il fatto di dare in danaro a ciascuno il suo, sai, in fondo è un modo come un altro di dare e avere giustizia. La differenza che passa fra la colpa e il dolo. Tanto per ettaro, tanto per appartamento, tanto per cadavere. E poi ognuno per sé e Dio per tutti. I morti sono morti, cara mia: i vivi sono vivi. »
«Così perché questo è troppo e non si può toccare, e l'altro è invece troppo poco, si dovrebbe lasciare perdere tutto», dice la Tina.
«No. Bisogna parlarne, parlarne sempre, e continuare a dire che si sapeva, che non la danno a bere i signori delle commissioni, che vorrebbero fare fesso mezzo mondo. E continuare, continuare, continuare sempre. Parlare e scrivere adesso anche per quando non si è parlato e scritto abbastanza, e questo per chi ascolta, legge e tace. Ciascuno deve essere lasciato con la propria coscienza, solo. Se si riuscirà a fare questo, a dare soltanto l'idea generale di cosa è stato davvero il disastro del Vajont, si sarà fatto davvero un notevole atto di giustizia.»

VI
La coscienza!
C'è qualcosa che grida dentro di me, qui, a Castellavazzo, rammentando il colloquio con la Tina Merlin, falso e imbecille, almeno per la parte che mi riguarda. Ai personaggi del mio romanzo devo pure rendere conto, anche se la colpa è loro, che hanno avuto la pessima idea di affidarsi a un cronista da strapazzo anziché ad uno scrittore di professione. E nel mio rendiconto mi trovo sempre in passivo.
Saba è un miscuglio di donne. La descrizione fisica è di Sabrina, resa un poco più bella e intelligente. Sabrina - occhi oblunghi da odalisca - abitava proprio nel posto da me descritto, ora cancellato letteralmente, a pochissimo dalla diga, sull'estremo limite della Valcellina. I rapporti, tuttavia, sono quelli avuti con la Miriam di Codissago al tempo dell'inchiesta sui gelatieri, mentre a dare contenuto effettivo al personaggio fu la Gabriella, una barista bellunese causa di una mia profonda crisi sentimentale.
Recher, il timido ingegnere toscano che arriva sul Vajont, sono io stesso. I suoi complessi sono i miei, così come le sue debolezze. Ma siccome talvolta riesco a superare me stesso, ecco che la figura del giornalista occhialuto e zazzeruto con camicia rossa, bestemmia facile, sempre in cerca di grane, corrisponde abbastanza bene al modo come mi sono sforzato di mascherare me stesso durante i non molti mesi di vita bellunese. Cosicché quando è di scena Recher, Saba nasconde Gabriella; quando si dice del cronista, ella diventa un misto fra Sabrina e Miriam. E quando Recher, ingegnere della diga, è alle prese con il cronista, sono, in effetti, io alle prese con me stesso.
Questo è il mio personale rapporto con la tragedia del Vajont. Perché io abbia chiamato fin da quando ebbi la prima idea, agli inizi del 1963, subito dopo il mio doloroso trasferimento, il mio libro «I corvi di Erto e Casso», non saprei dire. Precisato tutto ciò, giova aggiungere che gli altri personaggi sono autentici, da Celso al parroco di Casso, all'onorevole Resta (che è poi l'onorevole Corona), al brigadiere della giudiziaria D'Aquino alias D'Agostini, ai gelatieri, al guardiano della diga, per finire con Semenza, Dal Piaz, la sindachessa socialista di Erto, mentre l'altro ingegnere, Valli, sottintende un grosso personaggio della tragedia.
Scrivere la storia è stato per me, trasferito a Rovigo, come andare alla ricerca del tempo perduto. Il disastro mi ha colto con questi terribili fogli in mano quand'ero quasi alla fine. Da allora, per mia disgrazia, non ho avuto più tregua.
Sono perfino arrivato al punto di esaltare me stesso, intimamente lieto della preconizzazione. Un giorno, subito dopo i fatti, mi sono sorpreso addirittura in uno stato di felicità. Ne ho avuto subito orrore. L'errore mio, dopo, è stato di credere ancora in questo libro. Ben presto mi sono però dovuto accorgere che i pochi al corrente del mio lavoro al solo nominarmi toccavano ferro e facevano corna alla mia salute, come si fa per un necroforo. E stato, penso, il solo risultato da me ottenuto.
Anche volendo trascurare le ambizioni, è troppo poco, evidentemente, per i personaggi verso i quali sento di avere un certo tipo di responsabilità. A volte colmano i miei pensieri, non lasciano posto ad altro. In tali momenti di solitudine fonda, come il presente, essi si fanno vivi per giudicarmi.
«Bel discorso quello della coscienza», essi dicono. «Ciascuno alla sua coscienza, Dio per tutti. Un bel discorso per davvero. Non parliamo, poi, della spirale.»
«Cosa volete da me», dico. «Se non vi va, potevate rivolgervi a qualche altro. Questo è quanto passa il convento. Prima mi sembrava tutto chiaro, perfino elementare. Adesso non capisco più niente. Le cose semplici sono diventate di una difficoltà estrema. Hanno imbrogliato le carte in modo tale che non si distingue più il dritto dal rovescio.»
«Credi davvero a quello che dici?». Ci sono proprio tutti, Saba, Recher, Valli, Resta alias Corona, il parroco di Casso, il Cristo della processione blasfema di Erto con Caifa, Pilato, Giuda; tutti, senza distinzione. «Dobbiamo ricordarti qualche capitolo del tuo libro? Il sedicesimo della prima parte, ad esempio, da pag. 77 a pag. 86?»
«Lo conosco a memoria», dico.
«E allora? dovrai pure risponderne a noi e ai lettori del romanzo.»
«Non ci saranno lettori. Il libro non si pubblicherà. Ho sbagliato tempo, personaggi, tutto. Mi dispiace, ma non c'è niente da fare. Le mie possibilità sono troppo limitate. Andatevene e state in pace.»
«In pace!» grida una voce che mi pare quella di Saba. «Ti pare possibile dopo quello che è successo?»
«Stai zitta tu, che non esisti», grido anch'io. «Fai la morta, e invece le donne di cui tu sei impastata sono tutte vive.»
«Ma rappresento pure per te, insieme a tutti questi qua, i morti di questa vallata. Per te sono o non sono morta?»
«Questi morti non hanno bisogno di essere rappresentati da te», dico. «Si rappresentano benissimo da soli. Non c'è bisogno alcuno che voi esistiate. Non siete necessari. Guardate. Il vostro mondo è scomparso. Non rappresentate più niente.»
«Ammettiamo pure che sia vero», essi dicono. «Ma lo stesso la storia della coscienza non ci convince. Troppo comodb cavarsela così. C'è anche chi potrebbe non averla la coscienza, o non averne abbastanza. Tutti, dallo scemo del paese al sindaco, al prefetto, sapevano del pericolo. È bastato che tu vada lassù due volte per rendertene conto, tanto che non sei andato ad ambientare il tuo libro nell'Agordino o in Comelico. Ignori che il primo a parlarti del pericolo fu Pontiroli Gobbi, il direttore dell'Automobile Club? Il primo a spiegarti la storia di Semenza, della montagna che si spaccava come una noce? Dobbiamo, dunque, ricordarti proprio tutto? Allora ascolta attentamente. C'era da assistere e controllare l'evacuazione di una contrada sulla sinistra sotto la quota massima di invaso...»
«Vi ho già detto che lo so a mente quel capitolo», dico.
«E allora quando parli di risolvere tutto affidandoti alla coscienza», dicono i personaggi vivi e morti, «fattelo tornare alla mente e ripetitelo, come i canonici il breviario. E già che ci sei, ripetiti anche il quinto capitolo della seconda parte. Chissà che non ti tornino idee più chiare.»

VII
A togliermi dalla solitudine e dai pensieri arriva da Belluno Checco Bàestràche, ovvero Francesco De Salvador, tecnico di laboratorio dell'uflicio igiene e profilassi della provincia di Belluno, la qualcosa significa poco o nulla, assai meno del dire che si tratta, in effetti, di colui che ha seppellito tutti i morti di Longarone, Pirago, Codissago, Faè. Lungo com'è e relativamente magro, chissà come fa a stare dentro la 500 Abarth, ma il suo corpo si torce come un giunco, che razza d'uomo mi dico, che fenomenale personaggio. Ogni parola è come una goccia di piombo fuso. Sorride solo con l'angolo della bocca piegato leggermente in su, guarda con una sopracciglia alta e una bassa, si direbbe ironia la sua, ma allora si nota anche che i suoi occhi sono più azzurri che verdi, comunque molto chiari, sinceri come l'acqua. A renderlo inconfondibile bastano, ad ogni modo, il pizzo rosso (come i capelli pettinati a riga) tutt'uno con i baffi, alla Mazzini. La sua filosofia è quella del becchino di Shakespeare che, per scavare la fossa di Ofelia, scopre il teschio di Yorick. Gli hanno dato del monatto, del profittatore, del beccacarogne. In realtà ha lavorato come quattro bestie per alcuni mesi, e quando tutto si è concluso si è ritirato di nuovo nel suo laboratorio a Belluno senza avere una lira da nessuno, respingendo perfino la medaglia al merito sanitario conferitagli dal ministro, snobbando manifestazioni e riconoscimenti ufficiali con la scusa che nessun ministro vale una bella ragazza. Non sembra, ma De Salvador, che è a suo modo un poeta, è orgoglioso del lavoro compiuto e ne parla con un tono che fa rabbrividire. Il cimitero di Fortogna è, in un certo senso, una sua creatura, e per questo lui è ai ferri corti con l'Arcangelo, attuale custode comunale (Fortogna è una frazione in comune di Longarone), il quale ha allargato i viali, cosicché, dice De Salvador, la gente adesso mette fiori sulla terra e cammina sulle bare sepolte.
«Gli ho dato un potente pugno non più tardi di tre giorni fa», dice intanto che si va verso Codissago, dall'altra parte del Piave. «In un caffè di Fortogna paese, naturalmente aveva bevuto. E ha detto, l'Arcangelo, davanti a tante persone: "Ecco chi si è fatto le ville a diecimila lire il morto."
Allora non ci ho visto più, la mano è scattata da sola e un secondo dopo lui era bello che disteso. Diecimila lire al morto! Freddo, sonno. Il vescovo Muccin si è ricordato di noi, ci mandava il cognac tutti i giorni. Per gli altri non si esisteva. E si facevano anche duecento riconoscimenti in una giornata.»
Egli sa tutto di tutti, chi è malato, chi è sano, chi ha la TBC e chi il cancro, o la sifilide. Tutti passano per il suo laboratorio di analisi, e sovente si sorprende lui stesso a vantarsi del fatto che la cosa più pulita che lui tocca durante il lavoro è lo sputo di un tubercoloso.
Un uomo magro, trasparente da quanto pallido è, gli si fa vicino al caffè di Codissago. «Bevi qualcosa con me», gli dice. «Anche se sei stato il primo a vedere la mia morte, bevi con me lo stesso.»
Checco alza la solita sopracciglia e piega appena le labbra. «Grazie, Tano. Un'altra volta.»
«Bevi qualcosa con me», ingiunge l'altro. Allora Checco prende l'ennesima ombra di vino bianco. L'uomo ordina per sé un Gingerino e si scusa, alcool e caffè gli fanno troppo dolore alla spalla sinistra.
«Niente, neanche con il cobalto», dice quello. «Niente, chissà se arriverò a fare le feste di Natale. Almeno fossi morto anch'io la notte del Vajont.»
Checco gli sfiora appena la spalla con le dita bianche, lunghe e sottili.
«Coraggio, Tano.»
«Dici bene, tu. Ho dei momenti che giro per le osterie come uno che scappa. Almeno potessi ubriacarmi! Ma se bevo dopo sono dolori per una settimana, da urlare sul letto.»
Chi va in giro con Checco De Salvador a queste scene si deve abituare.
«Un tumore», mi soffia all'orecchio appena quello se n'è andato. «Al massimo un paio di mesi.»
Al bar Venezia il padrone parla per una conoscente malata di TBC. «Non puoi mettere negativo invece di positivo? Per te è lo stesso. E lei ha da guadagnarsi il pane lavorando...»
«Neanche per mia sorella che ho più cara di me stesso farei una cosa simile», tronca subito il Checco. L'altro capisce l'uomo e non insiste, tutto finisce in vino, siamo in tre, tre ombre più tre della staffa. Confesso di essere totalmente ubriaco.

VIII
Il cimitero di Fortogna è ordinato, pulito, bianco, con le croci tutte uguali. Sotto, dice Checco, è vano sperare ci siano i morti corrispondenti. «Vedi? Dove ci sono fiori significa che i corpi sono stati identificati e consegnati ai familiari Dove non ci sono, che si tratta di bare senza nome, come in guerra.»
E dopo qualche minuto: «Quell'ostia dell'Arcangelo ha allargato i vialetti, ha spostato tutto e adesso valli a cercare, tu, i morti. Abbiamo lavorato tanto per fare questo cimitero e lui ha spostato tutto, pagliaccio.»
Si direbbe gelosia quella di Checco De Salvador, come se il cimitero di Fortogna fosse una donna che, dopo essere stata amante sua, sia andata sposa all'Arcangelo, becchino e custode dei morti comunali. De Salvador lo ricorda come era alle origini, il suo cimitero, quando tutto era spontaneo e vergine intorno alla sciagura del Vajont.
«Oh, l'Arcangelo è gentile quando mi vede, se non è ubriaco. Anche perché, fisicamente, è giusto la metà di me. Ma se appena giro l'occhio, mi guarda subito brutto. E se vado dentro il cimitero è come se gli portassi via danaro dalle tasche. Ha spostato i vialetti, il maledetto. Ma i superstiti glielo hanno detto, sai. Non azzardarti a farlo più, lascia in pace i morti perché se no mettiamo te al loro posto.»
«Ma è proprio tanto importante?» dico.
«Sfido io. E se c'è da fare una riesumazione? Non crederai alle storie che raccontano, che tutti sono stati identificati. Ancora adesso viene gente a domandare di vedere i cadaveri. E tu devi tirarli su. Scheletri, ossa. Ma devi farlo, è la legge. Non hai idea, tu, di cosa c'era in quei giorni. Si portavano via il morto l'un l'altro, litigavano per la cassa, se li nascondevano per la paura che glieli portassimo via. Non puoi sapere, tu, che cosa hanno visto questi occhi. C'erano di quelli che andavano per i canali, a caccia di cadaveri. È il mio, è il mio! Erano tutti loro, perché erano ben pochi quelli che si potevano conoscere davvero. Credi fosse facile il riconoscimento? La cosa più difficile che uno possa immaginare. Sai cosa ci diceva il professor Misinski dell'Università di Lubiana, uno dei più grandi anatomopatologi del mondo? Anche se ci sono cinquanta probabilità su cento, se i parenti riconoscono un anello, una catenina, un neo in qualche posto particolare, dategli il morto, dateglielo, che è suo. Un lavoro bestiale. Da un'unghia incarnata, da una voglia sul culo, perfino dalla dentiera, da una capsula d'oro o d'argento.
Dateglielo, diceva Misinski, dateglielo che è il suo. Erano tutti là, in fila, e la gente che faceva lite per prendersi un morto, anche a caso. Tutti nudi come vermi, e pelati come galline bollite. Schiacciati quelli che erano in piedi al momento in cui l'acqua è piombata giù come la testa di un maglio. Rannicchiati quelli che erano seduti, con petto, testa, bacino sfondati quelli che erano a letto. E gambe, teste, braccia: si faceva tutt'uno, se ne mettevano un po' per cassa. Cosa bisognava fare? Tutti gridavano: l'epidemia, l'epidemia!
Che epidemia, diceva il professor Misinski, solo dei coglioni possono parlare così. Nessun corpo umano in putrefazione ha mai provocato epidemie. Topi, altre bestie, ma non gli uomini. Ma chi gli dava ascolto? C'era il terrore, qui. Cialtroni, dio... cialtroni! Un uomo simile viene da Lubiana con il suo assistente, il prof. Furlan. Sono autosufficienti, con il loro autofurgone, gli strumenti, i cartellini per i reperti, i sacchetti di cellofane, tutto, dio ..., tutto. Non domandano niente a nessuno, solo di fare il loro lavoro perché sanno quanto bisogno c'è, quella sì che è gente che lavora per il bene dell'umanità. Gente riverita in tutte le università del mondo, sai, Misinski mi ha mandato una cartolina dall'America dove è andato per fare conferenze, prima era in Canadà.
Ebbene, non ti trova quattro pezzenti di sanitari da paese che lo mettono alla porta? Li hanno cacciati, capisci? Perché venivano dalla Jugoslavia! Hanno cacciato Misinski, siamo sufficienti noi gli hanno detto, in questo paese di merda viviamo noi! Capisci, porco... Dopo, quando hanno visto che tutti i primari correvano ad ossequiarlo, Menozzi, Brovelli, Doglioni, allora i nostri beneamati sanitari hanno fatto marcia indietro. Che uomo Misinski. Sono stati anche ad Agadir, sai? Dappertutto dove c'è un disastro. Loro partono senza chiedere permessi a nessuno, e vanno. Questa è gente che vive davvero per il mondo. Come i Murdon, marito e moglie inglesi. La signora è un angelo. Parla a chiunque vuoi della signora inglese e sentirai cosa ti dicono qui. Non come quel disgraziato che non nomino ma che tu conosci, che quando siamo tornati Mattei, Zanfron ed io da Longarone, la notte stessa, a Polpet m'ha detto che sono stupido e non capisco niente. Allora ho detto: domandi a Mattei. E Mattei piangeva, piangeva. Il prefetto Caruso l'ha preso per lo stomaco, furibondo. Sempre voi giornalisti che create il panico, che montate le cose! ha gridato il prefetto. Inventate, sì. Se ne sono accorti dopo cosa avevamo inventato. Misinski ha detto di non avere mai visto cadaveri così sfigurati. E bada bene, è tutto dire. Tutti vogliono il morto. Allora lo diamo a qualcuno. Ma ecco che ne saltano fuori altri dieci, vogliono vederlo. E tira su casse, e scopri, e mostra teste mozze, braccia staccate, gambe avvitate, stomachi sventrati. L'avete conosciuto, adesso? No? Ma potrebbe essere quello seppellito laggiù... Allora su quell'altra cassa e ricomincia tutto daccapo. Se mi faceva impressione? Quando mi capitavano i bambini. Loro avevano meno colpa di tutti.»
«Ma, a parte i bambini, ci sarà stato qualcosa che ti ha colpito di più, orrore o pietà, non sarai sempre rimasto così freddo. Niente, proprio niente?» domando. De Salvador pensa, stretto nel cappotto di pelo rosso come la barba e i capelli. Un vento cane ci sferza di traverso e prende d'infilata la valle. Lui fa il mezzo sorriso, mostra i denti equini, s'accentua il taglio verticale dello zigomo, ha la faccia scavata penso, difficile è trovare un viso tanto espressivo.
«Sono molti i fatti, e sai, quando si è in mezzo a cose simili si finisce con il non fare più caso a niente.
«Ma se tu dovessi citarne uno, uno solo, per dare, a chi non l'ha, l'idea della catastrofe del Vajont, quale sceglieresti? insisto.
Lui pensa un poco. «C'è un fatto che mi è rimasto impresso più degli altri», dice infine.
«Qualcosa di spaventoso, di agghiacciante», dico. «Per averlo così in mente... »
«No. Cose strazianti se ne sono viste a centinaia. Ma quella no.» Si batte la fronte con il palmo. «Forse è per questo che l'ho fotografata qua.»

IX
«Sarà stato il secondo o il terzo giorno, si stava lavorando come muli, Misinski, Furlan, Brovelli, Doglioni, Menozzi, tutti. Alzo la testa e mi vedo davanti un signore anziano, alto, vestito tutto di nero fuorché la camicia di bucato, perfetto, cappello in mano, bastone: un gentiluomo. Lo saluto con un cenno della testa, lui fa altrettanto. Un conte, un marchese, non so. Rimane a guardare per una mezz'ora tutti i corpi in fila dei morti, osserva tutto con discrezione, camminando piano, quasi abbia paura di disturbare. Pare che la cosa non lo riguardi, o lo riguardi appena, alla lontana, che sia lì per un dovere. Aspetta il primo momento di calma, sì insomma, un momento in cui non c'è tutta quella gente intorno e si avvicina. Scusi, domanda, scusi tanto. Non s'è vista una signora con i capelli neri?
«Con i capelli neri, dico. La maggior parte ha perduto i capelli. E se anche fosse, non ce ne saranno meno di centocinquanta di donne con i capelli neri. Non può dirmi dell'altro, qualche altro particolare?
«Purtroppo non so come vestisse l'altra sera, lui dice. O se, magari, era a letto. Posso solo dirle che era molto bella, giovane, con i capelli molto lunghi e neri.
«Giovani, vecchi, belli, brutti, sono tutti uguali qua, dico. Guardi, si guardi intorno. Deve sforzarsi di ricordare. Mi dia qualche particolare, un neo, una voglia, una medaglia. Si sforzi, su. Era una sua parente?
Mia figlia, dice. Sposata a uno di Longarone. Io sono della provincia di Treviso. Mi dispiace, non so dirle niente altro». Mi scusi e grazie. Fa un piccolo inchino e se ne va.
«Ma il giorno dopo, più o meno alla stessa ora, è lì e domanda ancora a me e ad altri della bellissima signora dai capelli lunghi e neri. I superstiti e i familiari si contendono i cadaveri e lui rimane lì fermo, con il bastone al braccio, a seguire il lavoro nostro, quello dei vigili e dei soldati. Ogni nuovo cadavere lui lo squadra, gli basta un colpo d'occhio, poi torna a guardarci. Così il quarto, il quinto, il sesto, il settimo giorno. Finché il grosso del lavoro è esaurito, ormai si trovano soltanto dieci, quindici morti al giorno battendo le anse del fiume. E lui è sempre lì, questo signore dalla testa bianca. Arriva fin dove può con la macchina e l'autista, il resto lo fa a piedi. Rimane un paio d'ore, poi se ne va.
«Lo sai che è andato avanti così per sei mesi? Per sei mesi, pensa. Fuori dal cimitero di Fortogna, sole, pioggia, vento, neve, gelo: ogni sera lui era là. Di tanto in tanto si arrivava con il furgone, cadaveri se ne sono rinvenuti per alcuni mesi. Se non li conoscevi subito, figurati dopo settimane e settimane. Niente signore, si era costretti a dirgli quando lo si incontrava. Ci dispiace.
«Finché dopo cinque mesi e mezzo, in aprile, si rinviene un corpo di donna che, a detta di Brovelli, doveva essere stata giovane, bella e con lunghi capelli neri. Se ne sono trovati piccoli ciuffi attaccati alle membra.
«Il vecchio viene a saperlo. Mostratemela, implora. Noi ci si guarda in faccia l'un l'altro. Non ti descrivo cos'era quel corpo, non voglio farti vomitare. Senta, signore, dico, la sua figliola la ricordi com'era. È meglio, creda. Lasci perdere, sono passati quasi sei mesi. Sarà seppellita qua, ma chissà dove. Perché non vuole ricordarla com'era, bella con i capelli neri...
«Vi prego di mostrarmela, lui insiste. La sua voce è così, non so dirti come, che noi torniamo a guardarci e senza d`.re una parola si riprende a scavare. Dalla cassa tiro fuori un teschio. Teschio, teschio, nella tumulazione s'era staccato dal corpo. Il teschio e l'uomo si guardano fissi per almeno un paio di minuti. Dopo lui guarda noi. Fa appena così con la testa ed esce dal cimitero, appoggiato al bastone, mette il cappello, ho ancora nelle orécchie il rumore della macchina che si allontana. Non l'ho rivisto più.»

X
Capisco, adesso, perché De Salvador considera il cimitero di Fortogna una sua creatura. Quattro ore dopo il disastro, su Longarone scomparsa ricordo di avere raccolto una pantofolina rossa, piccola, da neonato, forse. Subito ho pensato a mia figlia Rossana di due mesi, che per fortuna era a letto con sua madre, come svegliato improvvisamente da un incubo. Ci sarà quel bambino, o bambina, nel cimitero? O sarà scomparso del tutto, polverizzato, distrutto?
«È triste dirlo», dice De Salvador: «Ma c'è stato anche, in qualche caso, l'accaparramento dei cadaveri. Purtroppo. È stato quando sono state distribuite le quote di enti, di giornali. Una quota per ogni morto in famiglia. Ma bisognava dimostrare di essere familiari, ci volevano le prove. Sei morti? Sei cadaveri. Altrimenti, con il semplice verbale di morte presunta, si rischiava di non prendere niente. Ebbene, c'era chi riconosceva il morto anche senza segni particolari, solo per avere qualcosa su cui piangere: ma c'era anche chi voleva il cadavere per non perdere la grana. Tre mesi, ti rendi conto? Tre mesi di questa vita ho fatto io. Tre mesi di questo infernale casino. A un certo momento abbiamo cominciato a seguire il volo dei corvi. Nelle anse del Piave o verso il lago di Santa Croce, dove c'è acqua stagnante o cespugli che fermano la corrente. Dopo settimane, mesi. Dove vedevi corvi volare in gran numero sul fiume, e poi calarsi, là c'era il cadavere.»
«E i corvi erano d'accordo quando andavate a portargli via il pranzo?»
«Non sono pericolosi, no. Pericolose sono le aquile, ma bisogna andare molto su per trovarle. E poi le aquile non beccano carogne. Un paio di volte ci hanno svolazzato intorno a lungo, i corvi e le poiane, prima di scappare e lasciarci fare il nostro lavoro. Abbiamo dovuto cacciarli tirando pietre, gridando, sventolando le mani.»
«La gente vi ha aiutato?»
De Salvador sorride amaro. «Alcuni sì. Ma c'era anche chi ci guardava male. Una sera, in paese a Fortogna, sono stato sul punto di buttare all'aria in un caffè tavolo e giocatori, quattro facce da stronzi, dio..., che se non era per Misinski, sai, andava a finire male. In casi come quelli, per chi si comporta in quel modo ci vorrebbe la fucilazione sul posto. Quattro disgraziati là a giocare e noi che si arriva con un carico di quarantasette morti da scaricare e allineare. Eravamo stanchi morti, non toccavamo letto da venti ore. Ho chiesto a quelli: dateci una mano a scaricare, siamo stanchi, aiutateci. Non hanno neanche risposto. Neanche risposto! Hanno continuato la partita con una alzata di spalle. Misinski mi ha trattenuto. Non importa Francesco, ha detto. Facciamo noi. Un simile uomo, e per di più anziano. Sono venuto via con il sangue che mi bolliva nelle vene. Abbiamo fatto il nostro lavoro, con i cartellini, i sacchetti con i reperti attaccati ad ogni cadavere. Guardando Misinski lavorare per tre in quel lavoro di bassa macelleria, ho capito cosa vuol dire essere al di sopra delle miserie umane. Abbiamo finito e quelli stavano ancora giuocando. La tragedia del Vajont, caro mio, è fatta, purtroppo, anche di questo.»
«E Celso, chi l'ha riconosciuto?» dico.
«Io. È stato trovato alla prima curva del Piave, laggiù. L'ho riconosciuto per un ciuffo di peli della barba, in parte, fra il collo e la mascella.»
L'ultima volta che ho visto Celso lui era in ansia, da un'ora all'altra aspettava che sua moglie desse alla luce l'ultimo dei suoi figli. Si era a California, in fondo alla vallata del Mis. Per festeggiare i vent'anni dal diploma, i licenziati del classico del '42 s'erano ritrovati, uomini e donne. (Io, naturalmente, ero lì in veste di cronista). Bravi borghesi, la maggior parte professionisti, tutti i signori sotto i quaranta di Belluno, Feltre e provincia varia. Chi più chi meno, tutti avevano fatto la loro carriera anche economicamente. Tutti tranne lui, Guglielmo Celso, rimasto socialista di professione e, pertanto, povero in canna. Perché, mi domandavo già allora, tanta tristezza in un viso pure così sorridente? Forse perché i suoi vecchi compagni di scuola si erano fatti ricchi e lui no? No, Celso era lieto di essere quello che era, il sindaco povero di un paese povero ma vivo. Sua moglie avrebbe dato alla luce, la notte dopo, una bambina. Morta anche lei, con tutti gli altri. Forse la scarpetta rossa da me raccolta la notte stessa sulla pietraia era sua, della bambina del povero Celso, che doveva avere un anno e qualche mese. Rimpiango di non averla conservata.
«Se ci fosse Celso vivo molte cose andrebbero diversamente », dico.
«Questo è poco ma sicuro», dice Checco De Salvador.
«Allora lo stimavi anche tu.»
«E chi non aveva stima del povero Memo Celso? Quando l'ho trovato, sono rimasto un momento lì. Allora, mi sono detto, per Longarone è davvero finita.»

XI
La signora Maria è una vecchia di Fortogna che Checco vuole impormi a tutti i costi per far aumentare la mia confusione. Di quelle vecchie che riempiono la montagna come i corvi e le poiane, tutte nere come sono, dal fazzolettone che fascia la testa, alle calze di lana cotonata sopra le grosse gambe abituate a macinare chilometri lungo sentieri di monte con grosse gerle di fieno e di letame sulla schiena, oppure trascinando grandi fascine di legna. Abita in una delle case vecchie a un piano poste sulla strada del cimitero. Ogni volta che passava con un nuovo carico di morti, Checco si fermava a farsi il bicchierino da lei, che lo accoglieva a braccia aperte e lo copriva di baci.
«Quanti sono questa volta?»
«Cinque, signora Maria», poteva essere la risposta di lui, o dodici, o diciassette, a seconda. E lei sempre ad allargare le braccia e a piangere, e subito dopo a stringere i pugni e a imprecare, per correre infine alla dispensa e venirne con la bottiglia della grappa.
«Dio, ancora cinque, maledetti», e faceva gesti alla diga. «C'è anche mio genero?»
«No, signora Maria.»
«Poveretto, chissà dov'è. Non lo trovano più, vero?»
«Chissà, signora Maria. Bisogna avere fede, no?»
«No, non lo trovano più. Almeno ci fosse anche lui con il "pìciol" e i miei due figlioli...»
Questo per mesi e mesi. Adesso è quasi un anno che Checco non la va a trovare. «Ci torno volentieri qui, sai», mi confida. «La gente ha capito il nostro lavoro e mi vogliono tutti bene. Anche quelli che ci gridavano assassini. Era l'amarezza più grande quella. A noi gridavano assassini. E cosa volevi fare? Tacere. Eppure, sai, ci facevano male quelle parole. Eravamo lì per loro, per dargli i loro morti e loro ci urlavano dietro assassini. Ma dopo hanno capito che anche noi si era necessari e che senza di noi adesso non potrebbero nemmeno piangere su una tomba.»
«Se non temessi il sacrilegio», mi dirà più avanti il parroco di Casso; «se non fosse bestemmiare il solo pensarlo, direi che il mistero della Santissima Trinità è più semplice del mistero del Vajont.» «In fondo anche questa è una trinità un poco meno santa », dico io. «La Sade è il padre, l'Enel il figlio, corruzione intrallazzi carenze legislative interessi e frenesie di potere che uccidono la ragione e negano l'evidenza, sono lo spirito santo. Metta tutto insieme e mescoli bene bene, e avrà il mistero del Vajont.»
Sono stanco, molto stanco. Anziché entrare nella mia testa, le cose essenziali sembrano uscirne. Ogni tentativo di arrivare alla sintesi, di toccare davvero con mano il fondo della questione si risolve, invece, in un aumento dei dubbi, delle contraddizioni, delle ansie, dei timori. Prima ero tanto sicuro di me stesso perché sapevo, o ritenevo di sapere, alcune cose. Adesso non so più niente, non capisco più niente. Confesso di avere un solo desiderio: andare a letto quanto prima.
Il caso della signora Maria mi sembra comune. Ha avuto quattro morti: un figlio scapolo, una figlia con marito e figlioletto di pochi anni. Anche se il personaggio è colorito, non lo direi tuttavia eccezionale rispetto a tutto il resto della tragedia. Quattro morti è la media quaggiù, nell'isola dei sopravvissuti alla propria stessa morte, per chi è stato davvero toccato. Lo dico a De Salvador.
«Avresti ragione se fossero morti davvero tutti della famiglia di sua figlia», lui risponde. «Ma un bambino si è salvato. È questo che rende particolare il caso della signora Maria.»
«Sono venuto ad augurarvi il buon Natale», dice il Checco. La signora Maria rimane un attimo perplessa, poi spegne subito il televisore, alza le braccia per abbracciare il lungo De Salvador e piangere con piccoli gridi e parole mozze. Che lagna, dico a me stesso. Ma no. Due minuti dopo è già rientrata in possesso di tutta la sua aggressiva fierezza.
Con lei c'è un vecchio, suo marito, il naso molto rosso, debole ormai di corpo e di mente; un vecchio che si accontenta di starsene in un angolo a fumare cicche accompagnando l'irruenta parlantina della moglie con piccole, patetiche esclamazioni. Passano i minuti e lui declina, piano piano, nel sonno. «Sei stufo, eh, povero vecchio», dice la signora Maria come parlasse a un bambinetto, lui bofonchia qualcosa che non si capisce bene. «Pensate che era già in pensione da tre anni e dopo la disgrazia ha dovuto rimettersi a lavorare.»
Ecco perché Checco De Salvador, che ha intuizioni più acute delle mie, ha voluto a tutti i costi portarmi qua. La signora Maria e suo marito stavano chiudendo il conto con la vita e, secondo il loro credo religioso, si apprestavano a rendere l'anima a Dio. Hanno dovuto riaprirlo con tutta urgenza, rimandando ad altri tempi le pratiche dello spirito. Appena passato lo choc si sono guardati intorno e si sono trovati soli con un piccolo di otto anni, figlio della loro figlia, scampato chissà come al disastro. Un nipotino con niente altro al mondo all'infuori di loro due vecchi. Cosicché lui ha ripreso il suo lavoro di stradino municipale, in Comune l'hanno preso più che altro per benevolenza, ma intanto gli tocca di trascinarsi per le strade comunali a tappare le buche e a dare di ghiaia con i piedi gonfi che faticano a reggerlo; e lei s'è armata di grinta ed ha bussato a tutte le porte per non far perdere nulla dei suoi diritti al bambino. Ha fatto code agli uffici, salito scale, pianto, pregato, minacciato, insultato. S'è fatta una cultura in materia di rendite, sussidi, pensioni, di leggi e provvidenze speciali. Ma non ha saputo impedire che al «pìciol» dessero qualche centinaio di lire al mese in più del raccomandabile, facendo eccedere, fra una cosa e l'altra, le cinquantamila lire tetto di reddito fisso annuale e perdendo automaticamente il diritto ad avere il collegio gratis.
Quando ne parla trema, e le sue grida arrivano in istrada, fanno eco per un raggio di non meno cento metri. «Se quel signore fosse il Marcello (e fissa me) gli caverei gli occhi con le unghie!» Si riferisce a Marcello Sacchet, l'assessore del comune di Longarone addetto a questo tipo di pratiche. La signora Maria ce l'ha su con il Marcello perché lo considera responsabile di molti dei suoi guai. Se il «pìciol» non ha tutto quello che dovrebbe avere, lei sostiene, è perché il Marcello non ha fatto tutto quello che avrebbe dovuto fare. Nell'attimo stesso che la figura di Sacchet attraversa la sua mente, ella ha un attimo di perplessità. «O che sia il Marcello?» dice sospettosa, calando il tono della voce, e continua a fissarmi cercando di ridare acutezza agli occhi presbiti. De Salvador si affretta a rassicurarla. «Se non è il Marcello, ... però gli somiglia.»
Paga al collegio Agosti dei salesiani trenta mila lire al mese. «Trentamila!» impreca, «un povero orfanello solo con due vecchi, di cinquantamila gliene prendono trenta, e le altre spese, e tutto il resto... E andato volentieri, sì, poverino. Oh, non volevo proprio, era come togliermi l'anima dal corpo, ma cosa fa qua con noi che si è più morti che vivi ormai, sono settanta sa, e con tutto quello che abbiamo passato. Abbiamo fatto le pratiche e allora l'ho preso in parte e gli ho detto: "Senti Roberto, adesso sei grande, devi andare in collegio a Belluno, sei contento di andare in collegio con tanti bambini?" E lui ha detto: "Sì, nonna, vado proprio volentieri". Se mi avesse detto no, neanche la morte me lo avrebbe tolto dalle mani. Ma ha detto sì e ci siamo sentiti sollevati. Verrò a trovarti tutte le domeniche, sai. E infatti tutte le domeniche io vado e gli porto tante cosette, lui è tanto contento di vedermi, il ' piciòl '! Il direttore dei salesiani dice che è tanto buono e fa benino, speriamo, perché il bambino ha visto e passato quello che nessun altro al mondo passerà. La sua mamma, eccola là, il suo papà, il fratellino più piccolo! Eccoli là! E quell'altro mio figlio, guardate che splendore di ragazzo. Vero Checco? Com'era l'altro mio figlio? Vecchio, povero vecchio!» singhiozza la signora Maria seduta con le mani piantate sulle ginocchia larghe, rivolta al marito: «Con un "pìciol" così, non andartene vecchio, resta qua che non possiamo andarcene.»
«Eh eh eh», fa lui come a dire: «Farò quello che posso, vecchia, ma non c'è più tanto da aspettarsi ormai.»
«Com'è che si è salvato il bambino?» domanda De Salvador per me che non oso aprire bocca.
«È stato portato dall'acqua e lasciato cento metri distante. Bisogna sentirlo raccontare! Ma no, no. Che mai più nessuno gli chieda cos'è successo quella notte. Guai se li sento io, guai! Nonna, lui dice, ero appena andato a letto con il fratellino, anzi io un poco dopo, perché ero rimasto con la mamma e il papà a vedere il carosello. Poi c'è stato scuro e non so, vedevo che andavo via con tutto, non so, e c'era vicino il mio fratellino che ha anche gridato, allora ho fatto per prenderlo, ma nonna non sono riuscito sai, e non l'ho più visto, l'acqua l'ha portato via con il papà e la mamma, solo io sono rimasto nel campo e ho gridato... Chissà come, chissà come, Dio, ha fatto a salvarsi il bambino. Poi non so più, lui dice, ho visto lampadine, ho sentito gridare... Non so più. »
«E stato facile trovarlo all'ospedale?»
«Un supplizio, un supplizio, signore! Sono arrivata lì, a Longarone, un'ora dopo che tutta la mia vita era perduta, che era sparito tutto e ho gridato: Perché non siamo spariti anche noi con loro? Dopo molte ore che cercavo pazza anch'io in mezzo ai pazzi, arriva la notizia che uno dei miei si era salvato, ma l'avevano portato all'ospedale di Pieve di Cadore. Come passare come arrivarci, Dio che tormento, che tormento! Insomma una camionetta di carabinieri dopo che sono passata al di là, sì, sì carabinieri; insomma mi hanno dato un passaggio. Chi mi domandavo, chi, e all'ospedale ho dovuto attendere ancora, lo stavano medicando aveva una ferita alla testa. Ma è grave, domandavo, no, non è grave. Contusione cranica, come si dice? sì, trauma, ma non è grave. Allora fatemelo vedere, dico, e me lo fanno vedere. E il 'piciol', il 'piciol' Roberto! Per ore e ore ho pianto, sa, per ore intiere, e ho avuto poi perfino la forza di ringraziare il Signore.»
A questo punto la donna smette di piangere, respira forte a denti stretti e preme le mani contro i ginocchi grossi, fasciati da calze nere di lana.
«Ce n'è uno che me la pagherà» dice. «Uno del quale non dico il nome, che si trovava la con la sua automobile, uno che era quasi un'autorità. Devo tornare, dico, lei, scusi va a Longarone? Sto cercando i miei... Vado a Cortina, dice, per non accompagnarmi con la sua macchina. A1ltra ho fatto molta strada a piedi e poi qualcuno, non so, mi ha preso su. E lui era là. Non ha voluto farmi salire sulla macchina! Vigliacco. Ma me la pagherà.»
La storia della signora Maria per noi finisce qui. Tutto il resto che lei dice è comune a ogni altro, quaggiù, colpito al pari suo. Non è stata un'ora buttata via. La storia dei due vecchi che rubano giorni alla morte per donarli al bambino che ha ora dieci anni e frequenta l'istituto Agosti, qualche cosa insegna. Quanto meno aiuta a capire perché i superstiti, quelli veri domandano soldi con tanta insistenza, e se non glieli danno starrabbiano. Perché pensano, soltanto ai soldi. Aiuta a comprendere perché sono così duri al punto da diventare odiosi a chi vuole finirla con il Vajont e tutti i problemi che ne derivano per tornare a vivere in pace. E perché si ubriacano, come farà qualche volta questo povero vecchio stradino municipale, ormai completamente rimbambito e tuttavia puntuale al lavoro tutte le mattine. Non tutto, d'accordo, può essere capito. Ma alcune cose sì. Vorrà il piccolo Roberto, quando sarà grande, tornare ad abitare a Longarone? La tragedia si identifica in lui come in nessun altro, e lui si identifica con la tragedia. Nessuna risposta è più valida e importante della sua. l'avvenire di Longarone, se mai ce ne sarà uno, è dunque legato all'avvenire del piccolo Roberto, il miracolato della catastrofe del Vajont.
PARTE SECONDA
I
Una sera che arrivo tardi all'albergo di Castellavazzo, un giovane biondo si avvicina con cautela al mio tavolo, si guarda bene intorno, in sala da pranzo non c'è nessuno - al solito invece il bar rigurgita di gente; siede e attacca, intanto che mangio, uno strano discorso.
«Io la conosco», lui dice. «L'ho vista al Napoleon un paio di mesi fa. Al Napoleon di Preganziol, sul Terraglio, fra Mestre e Treviso. Lei è un giornalista. Mi presento, permetta. Sono il cuoco dell'albergo. Le è piaciuto il pranzo? Ho fatto tutta roba apposta per lei. Se lo sa il padrone», ridacchia, «mi licenzia su due piedi. Posso farle compagnia?»
Faccio un gesto a caso con il tovagliolo in mano, che significa: «Se proprio ci tiene...»
Però, rifletto, al Napoleon, due mesi fa. Può darsi, ma di passaggio, per prendere un bicchierino. Lui, del resto, conferma. Che sono giornalista può averlo saputo dalla padrona, che ha ancora la mia tessera. Ma le sue descrizioni sono convincenti. Ero, lui dice, con due persone, uno biondo, stempiato, più anziano di me, l'altro con gli occhiali spessi, alto come me, io ho ordinato un fernet-menta, loro due un cognac... E avrebbero detto: «Giacché siamo al Napoleon, prendiamo un Napoleon.» Senz'altro, non ci sono dubbi. Due colleghi, già. Però, che memoria.
«E con questo? domando. Lui si versa del vino. È disinvolto, sicuro di sé.
«Posso offrire un caffè, un bicchierino, qualche cosa?»
«Lasci, lasci, faccio io», dico. «Ma mi dica, per piacere, che cosa vuole. »
Il giovane biondo mi racconta brevemente la sua storia. Anche al Napoleon, che è albergo e ristorante di prima categoria ricavato da una prestigiosa villa veneta del Settecento, circondato da un bellissimo parco, residenza estiva di nobili veneziani dell'epoca, a quanto ne so; anche lì lui faceva il cuoco, come appare chiaro dai certificati e dalle referenze che estrae dalla tasca della giacca (s'era già preparato, dunque). Cuoco di prima classe, ad ogni buon conto. Non c'è differenza fra il Napoleon e questa locanda di Castellavazzo: c'è un baratro, un incolmabile abisso.
Il personaggio comincia a incuriosirmi. Perché sarà finito quassù? L'avranno cacciato? No, lui afferma: non è stato cacciato. C'è stato, è vero, un cambiamento di gestione al Napoleon, ma lui avrebbe potuto seguire a Sacile, mi pare, il suo vecchio padrone, che sembra avere uno speciale talento per adattare e lanciare locande dentro antiche ville e, ancor più in antichi castelli. E stato lui a riproporre l'ormai diroccato castello dei Capuleti (o ritenuto tale) sopra Montecchio maggiore, a fianco di quello ancora più diroccato dei Montecchi, nella versione di un ristorante tipico «à la page», bissando poi l'impresa in modo ancora più suggestivo e clamoroso a Marostica, la turrita cittadella della «partita a scacchi», distante non più di sette chilometri da Bassano del Grappa. Anche sulle colline di Marostica sorge un bellissimo castello, trasformato adesso dall'intraprendente signore nel tempio dei «bìgoli co' l'anara», una delle specialità più ambite della cucina veneta. Se davvero questo giovane ha lavorato con l'uomo dei castelli e delle ville (il Napoleon è l'ultima delle sue creazioni) la sua capacità professionale non può essere nemmeno posta in discussione.
«Deve essere interessante lavorare con un padrone tanto intelligente», dico. «Una cosa che dà soddisfazione. Perché, scusi, lo ha lasciato?»
Il giovane biondo sorride con furbizia, il suo sguardo è pieno di sottintesi, domanda a se stesso se gli conviene confidare i suoi propositi o no, e per questo spia con tanto interesse la mia faccia.
«Voglio giocare la mia carta», dice infine, e rimane con gli occhi fissi ai miei, attento ad ogni mio gesto, ad ogni mia reazione.
Comincio a capire.
«E come mai proprio qua, in questa tana di albergo, in questo purgatorio di paese?» dico.
Beve d'un fiato il whisky. «Voglio mettere su un albergo a Longarone. Un bellissimo albergo, con cucina tipica, minestre regionali, piatti scelti: dovranno venire perfino dalla pianura. Ho già studiato anche il posto, di là in faccia alla diga. Ho pensato anche al nome: "Albergo alla diga del Vajont". Diga è troppo poco, il Vajont ci vuole. So quello che faccio, sa?»
Lo supponevo, ma lo stesso la cosa mi fa una certa impressione.
«Ma è proprio convinto, lei», dico con freddezza, «di non fare un buco nell'acqua? Chi vuole che venga a Longarone? Sarà sempre un posto di passaggio, un fondovalle di transito. Non avrà mai una vera e propria forza turistica, non ha sufficienti attrattive. E sulla catastrofe non conterei poi tanto...»
Le pupille si illuminano, batte il pugno forte sul tavolo, ma subito guarda intorno spaurito per timore che ci sia il padrone a osservarlo.
«Non sono mica d'accordo, sa. A parte che gli alberghi c'erano anche prima e lavoravano. Il passaggio per Cortina e il Cadore c'è, siamo all'imbocco con la vallata di Zoldo. Gelatieri che vengono e vanno, la mostra del gelato, tutte queste cose. E in quanto al disastro... Guardi quell'uomo con il maglione nero, sì, quello al banco del bar insieme a quei sette-otto... sì quello... Ma sì. È un taxista di Castellavazzo e fa una quindicina di viaggi alla settimana per portare gente che vuole vedere la diga, lassù, e la frana...»
Il taxista lo conosco. Mi ha portato la notte avanti con la sua Peugeot 404 da Codissago a Longarone e da qui a Castellavazzo, in giro per gli ambienti. Osservavo un poco qua, un poco là, tutta questa gente che non ha mai sonno, che beve e si sposta in macchina sul triangolo Longarone-Castello-Codissago come dentro un circuito chiuso, un bar dopo l'altro.
«La mia salvezza è che mi sono trasferito a Castello», mi ha detto l'autista. «Pensi un po'. Abitavo vicino alla farmacia di Longarone...»
«Non dormono», ha aggiunto intanto che si passava il ponte sul Piave. «Lei vedrà sempre gente in giro, di notte, qua. E brutto avere certe visioni davanti agli occhi e non riuscire a prendere sonno.»
Così girano di paese in paese, di bar in bar, con le macchine fiammanti, quasi tutti uomini ma anche qualche donna. Automobili comperate con i soldi dell'assistenza. Quando caffè, bar, osterie chiudono, si riversano sulla pietraia scura e abbandonata, in quella colossale scena sbakespeariana dove le croci, le porcellane ovali da cimitero, i capitelli, i cartelli sono al posto delle case, delle persone, degli uffici, dei negozi. Escono che sono spiritati la più gran parte per l'alcool ingurgitato, e gridano, schiamazzano, non di rado fanno lite. Poi tutto sprofonda nel silenzio.
C'è pochissimo lavoro», mi confida frattanto il taxista. «Oramai i superstiti la macchina ce l'hanno quasi tutti. Sì, c'è gente che si fa portare su alla diga. Lì viene fuori qualche cosa. »
«Ma come fanno con il solo sussidio a mantenere macchine, a vivere sempre in osteria? Adesso non prendono più tanto...»
«Adesso no. Ma per un certo tempo, sì. E poi c'è chi gli crede. Vanno a 'pagherò'. Non tutti, si intende, ma parecchi sì. Avanzano tutti molti soldi, sa, per danni e per l'eredità dei morti ancora in via di accertamento e di liquidazione. Dunque debiti, cambiali. In osteria? Per un pezzo gli fanno credito. Dopo? Cambiano osteria.»
«Potrei mettermi in società con lui o con qualche altro, organizzare dei veri e propri servizi», incalza il giovane. «Le cose basta saperle fare e fare bene, ho imparato dal mio vecchio padrone, io, che otteneva e ottiene sempre soldi da tutte le parti. Si lavorerebbe, ne sono sicuro, e ci sarebbe da fare soldi a palate. Che ne dice lei?»
Povero ragazzo. Ha lasciato un posto d'oro per cercare l'avventura quassù. Pende dalle mie labbra, vuole sapere se ritengo la cosa fattibile. E cosa gli dico io, cosa ne so io. Gli domando se ha mezzi, sembra non capire. Sì, quattrini, molti quattrini da investire. Lui dice di no, non ha un soldo.
«Non ha nemmeno chi la finanzi? Qualcuno disposto a rischiare danaro nell'impresa?»
Di colpo perde gran parte della sua disinvoltura, è assai meno sicuro di sé, esita a rispondere. «Non ho nessuno», dice infine, abbacchiato.
«Allora...»
«Ma danno contributi, ci sono leggi speciali, so che aiutano tutti quelli che vengono qua, danno soldi, terreni, danno tutto!» riprende con slancio, aggrappato alle illusioni.
«Non vorrei contraddirla: ma qua cercano gente che vengi a portarli i soldi. Industrie, artigianato, grossi commerci. E non li trovano. Non creda che diano poi tanto: il terreno, quando sarà lottizzato e reso efficiente il piano regolatore. Ai superstiti, sì, danno dei mutui al cinque e cinquanta per cento. Ma ai superstiti. E poi c'è ancora tutta una grande confusione. E intanto il pollaio si vuota. Chiuderanno la stalla quando saranno scappati i buoi.»
Il giovane è sempre più avvilito. «Allora, secondo lei, non c'è niente da fare.»
«Niente da fare forse no. Ma certo la cosa è più difficile di quanto lei immagina. Dovrebbe acquistare i diritti da un superstite o, quanto meno, mettersi d'accordo con uno o alcuni di questi qua. Allora potrebbe anche avere dei mutui, un certo fido. Ma ci vogliono sempre soldi, tanti soldi. Le faccio un esempio. Un artigiano ha avuto un danno valutabile grosso modo trecentomila lire. Non ne ha più voluto sapere di riprendere qua e ha venduto il suo diritto a un terreno a una industria, che ha subito manovrato la legge speciale ed è riuscita ad avere, grazie alla opzione, contributi su una fortissima somma, mi pare due, o trecento milioni. Con quei soldi è stata costruita, certo, una fabbrica: ma a Trichiana, sulla sinistra del Piave, fra Belluno e Feltre, a quaranta chilometri da qua. Perché la legge comprensoriale lascia liberi di costruire dentro ventisei comuni. Pensi un poco, ventisei comuni, mezza provincia, dal Cadore all'Alpago, a Feltre! Così tutti potranno beneficiare della legge speciale per il Vajont andando a costruire dappertutto, fuorché a Longarone.
«E, d'altra parte, chi glielo fa fare di venire a Longarone?
«A parte la Faesite, che è l'industria classica di Faè, se ne vanno anche le industrie che ci sono adesso qua. Il cementificio di Castellavazzo sta per chiudere. Lampugnani, quello del maglificio e filatura, è forse tornato? Non è tornato e finora non ha espresso alcuna intenzione di tornare. E la cartiera di Verona? Sparita, e buon tempo addio.
«Perché, scusi, dovrebbero tornare? Perché danno il terreno? Ma si è guardato bene intorno? Lo vede il materiale umano che c'è? Longarone non c'è più, non c'è più! Inutile cercarla, non c'è più. Adesso Longarone è Fortogna, Dogna, Provagna, Igne: le frazioni che non sono state spazzate via dall'ondata. Per chi la fanno la Longarone nuova? Per chi? Per i vecchi, quelli che vivono ormai soltanto del ricordo dei morti? Perché i giovani, qua, non ci restano. Li vede, lei, questi qua che giuocano a carte e al biliardo quattordici ore al giorno, li vede domani operai a settantamila lire al mese, lavorare per guadagnare assai di meno di quanto hanno guadagnato in questo frattempo senza fare niente? Ma loro, mio caro, sono superstiti del Vajont. Se tanti si sono licenziati per avere il sussidio? Eccoli là, li guardi bene. Un imprenditore queste cose le capisce, sa? Se hanno da venire qua, nel Bellunese, vanno a Ponte nelle Alpi dove sta nascendo una buona zona industriale e un altro tipo di mercato del lavoro. Vorrà dire che chi ha davvero voglia di lavorare andrà a Ponte nelle Alpi, in fondo non sono che nove chilometri, dalle mie parti gli operai per raggiungere Porto Marghera ne fanno molti di più.»
«Però dicono che costruiscono, hanno già speso miliardi per le strade e ne spenderanno altri... A qualcuno li dovranno pure dare, faranno pure qualche cosa...»
«Cosa vuole che facciano! Quello che possono fare fanno, ammesso che lo vogliano davvero. Ma non capisce che ogni giorno perduto è un giorno di speranza in meno e un giorno di rassegnazione in più? Qui, sa, si sta dando corpo alle ombre. Cominceranno con il pagare di nuovo tutto quello che di vecchio è andato perduto, e con gli interessi, naturalmente. C'erano delle belle case a Longarone, era, soprattutto, un paese civile, con piazze, fontane del Seicento, scalinate. Ma c'erano, soprattutto modestissime abitazioni, a livello di una dignitosa povertà. Ebbene, se ha occasione vada a dare un'occhiata agli elenchi dei beni perduti presentati dai superstiti. Longarone, stando alle denunce, deve essere stato un paese fatto di cristallerie di Boemia, di vasellame d'argento, di lampadari e servizi di Murano, di salotti, camere da letto in istile, di mobili d'antiquariato. E chi sono quelli che presentano le liste? Parenti, magari alla lontana, perché quelle famiglie sono scomparse per intiero. Soldi, mio caro, soldi! E più il tempo passa, più la cosa si imbroglia. Ancora un poco e lei vedrà le opzioni circolare come le azioni in borsa. Presto avranno bisogno di danaro. Cominceranno a vendere i diritti, le mappe catastali. Longarone si dissolverà allora al mercato delle opzioni barattate. Ciò che rimane della vera Longarone, intendo dire; ché un paese con delle case e una chiesa, tre botteghe e un ufficio postale, si trova sempre da combinare. C'è anche adesso, no? Vorrà dire che scenderanno a Longarone quelli delle frazioni. Ma sarà tutta un'altra cosa.»
Magari a Castellavazzo, ma via da Longarone. E la frase di un gelatiere molto giovane che per farsi la nuova casa ha scelto il poggio di Castello, in alto sul Piave, sopra il tornante della strada che porta a Codissago. «Aspettare che? No, no. Via non me ne vado. Ho qui, morti, mio padre, mia madre, i miei fratelli. Mi sono sposato e ho un figlio, se no sarei completamente solo. Sono pagliacciate, proprio pagliacciate quelle che fanno. A Castellavazzo, che è la stessa cosa. Ma a Longarone, abitarci? Mai più.»
«E lei, con questi chiari di luna, pensa al ristorante tipico?» dico. «Ma qui non ci sono ville e castelli, mio caro, qua ci sono cadaveri. E difficile mettere insieme ' bigoli in salsà e 1' 'anara al forno ripienà con i cadaveri.»
Il giovane cuoco di prima classe è palesemente giù di corda, in preda a un'improvvisa inquietudine.
«Prendiamo un altro whisky», dico. «Su, meglio berci sopra.»
Beve, ma la sua mente è lontana, all'albergo «Diga del Vajont» che deve avere ideato fin nei minimi particolari mediante un lungo e laborioso lavoro di fantasia, al limite dell'autosuggestione, ed ora distrutto, incenerito in pochissimi minuti dalle mie parole. Adesso pensa al Napoleon, al castello di Marostica, a paragone di questo buco zeppo dalla mattina alla sera di ubriachi viziosi.
«Pazienza, cercherò da qualche altra parte.» La sua voce, prima gaia e comunicativa, s'è fatta gelida, lontana. Non mi guarda più. «Mi scusi, devo tornare in cucina.»
Poco dopo lo sento ridere e scherzare con le domestiche, con chiara ostentazione, perché io senta bene mentre sono ancora in sala a leggere il giornale, e mi convinca che con le mie parole non l'ho impressionato più di tanto. Evviva la sincerità: mi sono fatto un amico.

II
«Quel cuoco, purtroppo, non è il solo ad avere di questi grilli per la testa. Sono in molti a credere che Longarone sia diventata l'Alabhama e che basti venire qua per essere coperti d'oro. Quando poi arrivano e si guardano intorno, capiscono di avere sbagliato indirizzo.»
Arduini mi dice queste cose sull'uscio della sua casa sfuggita all'ondata per solo sette-otto metri. Sta andando al cimitero di Fortogna con la moglie, lo fa tutti i giorni, da due anni e passa. La televisione e i giornali hanno reso popolare la sua faccia di ex camionista prossimo ai cinquanta, l'occhio vivido, l'espressione mite, un poco patetica. Ed anche la sua croce di «sindaco del Vajont» tutti la conoscono, una croce troppo pesante per un povero cristo come lui, buona e umile spalla di Guglielmo Celso, il cui mito incombe tuttora su tutta la vallata. Lo dice lui stesso, con commovente onestà, che ci vorrebbe il povero Celso per sistemare talune cose. «So che un tizio, adesso assessore, ha detto davanti a tante persone: Celso è stato la rovina di Longarone, lui che andava a pranzo con i direttori della Sade. Io non l'ho sentito, per la verità, ed è meglio così, mi sarei compromesso. Io in galera, lui a Fortogna.»
Era il vicesindaco, subentrato appena dopo il disastro. Ora è capo dell'opposizione dopo le ultime elezioni vinte dal comitato dei superstiti, composto da suoi acerrimi nemici, e che ha funzionato, durante la sua amministrazione, da consiglio comunale ombra. Adesso ha trovato lavoro in una impresa di trasporti internazionali a Mestre. «Mia moglie no, non la togli da Longarone neanche con la forza. Ma io cosa ci resto a fare?»
Quelli che hanno delle risorse se ne vanno proprio tutti, penso.
«Torno fra un'oretta. Intanto là c'è il bar, offri al nostro amico quello che desidera», dice al geometra Franchini, anche lui consigliere di minoranza, che abita la prima prefabbricata sul dosso al di là della strada, ma che, quando non è in ufficio a Belluno, è sempre in casa da lui perché, perduti nel disastro la moglie e i due bambini, vive completamente solo. E un bellissimo uomo sui quarant'anni, Franchini, riminese, a quanto dice, ma con l'accento che ha più del toscano. Era a Cremona, in missione, la notte del nove ottobre 1963.
Da Longarone lui non se ne va. E di quelli che portano davvero la tragedia dentro e che legano con l'ambiente come una pianta capace di spezzare con le radici la roccia viva su cui cresce. E le radici della sua tragedia personale sono così profonde, che egli stesso rinuncia ad ogni tentativo di strapparle per tornare a vivere alla luce del sole. Lui vive dentro, molto dentro di sé. Avrebbe tutto ciò che vuole, se davvero volesse. E tornato scapolo, si potrebbe benissimo ricominciare, molte cose potrebbe dargli ancora la vita. Ma alla sola idea è preso dai brividi.
«Mai più», dice, con nella voce delle leggere vibrazioni, lontani, impercettibili lamenti, cose non dell'udito ma dell'anima. Dignità e pudore gli impediscono di piangere, e, d'altra parte' intelligente com'è, capisce benissimo che sono lì per le sue idee e non per le sue lagrime. «Mai più prenderò moglie, avrò dei figli. Mi piacciono, li adoro. Ma fanno troppo soffrire.»
La sua prefabbricata è signorile nell'interno, arredata con gusto, c'è tutto, la televisione, il salotto, la libreria svedese, un fornitissimo bar. Ma lo stesso è sempre in casa di Arduini, o della cognata che abita nella strada sotto.
Fumiamo e beviamo whisky, in attesa del ritorno del padrone di casa dal cimitero, in poltrona su una specie di piccola veranda, con davanti tutta la vallata e quel giuoco di strade e ponti ad angolo retto sul greto del Piave, sottile come un filo nel vasto biancore della neve e della sabbia.
«L'ondata ha battuto proprio qua sotto come un martello ed è rimbalzata via», dice Franchini. «Se invece di roccia ci fosse stata sabbia l'acqua si sarebbe accavallata fin quassù e avrebbe scaraventato le case a mezzo monte.»
«Lei ha perduto la moglie e due figli», dico. «Non le pare che con tutte queste chiacchere, questo andare da Caifa a Pilato si stiano facendo beffe del suo dolore? Crede ancora alla possibilità di avere davvero giustizia? Si sarà fatto delle idee, avrà delle convinzioni.»
Piace Franchini, è dei pochi, qui, che quando parlano guardano dritto agli occhi. Ma anche lui, come tutti, pare, quelli che hanno avuto a che vedere direttamente con la storia del Vajont, vive in quel certo stato confusionale che gli impedisce di guardare al fondo delle cose senza orrore. E per sfuggire a una morsa che l'attanaglia dentro, forse, che quando gli si chiede di arrivare alla sintesi, anziché stringere, allargano il discorso. Per questo, chissà, hanno buttato tutto nella questione Samonà, l'uomo del piano regolatore più discusso di questi anni, cavandosi l'un l'altro la settima pelle e deviando dal vero problema di fondo, il problema delle responsabilità e della giustizia. Questo non significa che esso non sia sentito con forza morbosa: ma forse non riescono essi stessi a concepire dei veri colpevoli, hanno paura di credere a delle persone fisiche completamente responsabili, perché in un simile caso non rimarrebbe ad essi, nell'esasperazione in cui si trovano, altra via del linciaggio. Partire, e dovunque essi siano, farli fuori. Ma no, è una cosa troppo grande. Mescolano, dunque, la sostanza agli accidenti, vogliono giustizia, gridano giustizia, ma le indicazioni sono vaghe, superficiali, lo stesso Franchini, che è fra i più acuti e caparbi, dice che se non c'era proprio altro da fare, bisognava almeno fare sgomberare il paese, così finisce che le responsabilità cadono su un ingegnere, due periti industriali, un paio di telefoniste poco sollecite, e, se tutto va bene, sul maresciallo dei carabinieri quando non sullo stesso Celso, reo di non avere fatto evacuare tremila persone sulla scorta di un pericolo che tutti i maggiori responsabili fino all'ultimo si sono ostinati a negare, rifiutandogli anche le più elementari informazioni con la scusa che si trattava di un socialista di sinistra.
«E perché si ostinavano a negare?» dico. «Perché erano paralizzati dal terrore, Franchini. E se erano in preda al terrore vuol dire che essi sapevano il rischio che si correva. C'erano però di mezzo venti miliardi, milione più, milione meno. La paura, il danaro. Che bella combinazione. Ma questo è solo il penultimo quadro dell'ultimo atto. La tragedia, lei lo sa benissimo, era nell'aria da mesi, da anni. Soltanto, tecnici e scienziati non se ne sono voluti rendere conto. Sono fuori da tutto, ignorano tutto ciò che di umano è intorno ad essi, e varrebbe davvero la pena di lasciarli alla loro sorte, se da essi non dipendesse il giudizio materiale che sarà dato di tutta questa storia. Quello materiale, naturalmente. Il giudizio morale è tutta un'altra cosa.»
Strano, sono venuto per sentire Franchini e provo un prepotente desiderio di parlare io, di sfogarmi, di vuotare finalmente il sacco. L'interlocutore è certamente adatto, il solo, forse, che abbia la pazienza di ascoltarmi fra tutta questa gente abituata a non vedere e cercare molto più in là dei personali convincimenti.
«Hanno negato l'evidenza, trascurato l'imponderabile, e sapevano che queste montagne sono degli scolabrodi. Adesso sentenziano l'imprevedibilità. Nel migliore dei casi siamo di fronte a un atto di superbia e di sovrano disprezzo. Nel peggior.... Bè, lasciamo perdere.»
Franchini va al bar, versa dell'altro whisky.
«Beviamoci su», dice. «Beviamoci su, alla salute, per carità. Lei, purtroppo, sta sfondando una porta aperta.»
«Non vuole che ne parliamo? Vorrei discutere con lei alcune mie ipotesi. E cosa molto vecchia, sa. Da prima che cascasse la montagna. Non un cane che mi abbia dato retta, prima. Ho tentato di scrivere sul mio giornale, non ci sono riuscito. Le mie convinzioni, adesso, non sono cambiate. Si sono solo completate.»
«Deve esserne ben certo», dice Franchini nell'atto di porgermi il bicchiere.
«Purtroppo che lo sono. Ma non servirà gran che. Vede, io sono convinto che la causa di tutto sia la nazionalizzazione dell'energia elettrica. Non mi fraintenda, scusi, mi lasci spiegare. Fosse venuta cinque anni prima, o cinque anni dopo, le cose, con ogni probabilità, sarebbero andate diversamente. Badi bene, Franchini, le mie sono soltanto ipotesi. Ma ci scommetterei su la vita. Più le cose vanno avanti e più sento in me la certezza che devono essere andate proprio così. Vuole ascoltarmi?»
«Prendo un altro whisky», dice Franchini. «Vada avanti, la prego.»
«Grazie. Primo personaggio: Carlo Semenza. Un genio, il più grande artefice del mondo in materia di edilizia idraulica. Egli non è soltanto un ingegnere di talento. E soprattutto un poeta. Insegna ai suoi allievi l'amore per le opere che essi vanno creando e per la natura che le circonda. Semenza ascolta il canto dei passeri e dei merli, segue il volo dei corvi e delle aquile. Sa quando la natura è triste e quando invece è felice.
«La diga del Vajont è la più ardita fra coteste sue creature. La diga ad arco più alta del mondo, duecentodue metri di altezza, centoquindici di corda, centoquarantadue di sviluppo, il tutto incastrato in un orrido 'canon' pieno di corvi e di serpenti, abitato da gente tenuta il più possibile lontana dal consorzio umano, le popolazioni di Erto e di Casso, in perpetua lotta fra di loro. Il 'canon' è destinato a diventare un lago tranquillo che trasformerà la natura ostile in una natura provvida per la valle stessa e per terre lontane. Lo dice il giorno della inaugurazione, Carlo Semenza, nel breve discorso durante la cerimonia. Ed è sincero. Non perde, infatti, occasione per ripeterlo ai montanari che lo fermano per la strada o nell'osteria di Ponte nelle Alpi, dove sosta di solito a bere un bicchiere di vino o a prendere il caffè. - Potranno cadere tutte le montagne delle Alpi - dice Semenza - Ma la diga resterà in piedi.
«Egli spiega che il manufatto non è un corpo rigido ma flessibile, con possibilità di oscillazioni pari a quelle eventuali della montagna. Il segreto è tutto qui. - E se la montagna oscillerà più del previsto? - domandano i montanari. - Allora vorrà significare che tutto il mondo starà oscillando più del previsto.
«Carlo Semenza ha indubbiamente tutte le ragioni di essere così fiducioso. Ma un bacino come quello del Vajont, della capacità di quasi duecento milioni di metri cubi non è soltanto una questione di edilizia idraulica: è anche (direi: soprattutto) una questione di geologia applicata. Al riguardo i primi dispiaceri Carlo Semenza li avrà proprio da suo figlio, il geologo Edoardo Semenza, il quale con il collega Giudici stende i primi rapporti dai quali si apprende che le cose nel bacino del Vajont non sono affatto chiare: analoghi rilievi sono avanzati dallo scienziato austriaco Muller. Ma a questo punto entra in scena il secondo grande personaggio: il prof. Giorgio Dal Piaz, un grande, terribile vecchio, decano dei geologi italiani, scienziato di fama internazionale, consulente della Sade, convinto assertore della agibilità del bacino del Vajont. E del suo parere sono - guarda caso - i membri della commissione di collaudo, continuamente consultati da Carlo Semenza, e in particolare il professor Penta, che fino all'ultimo minuto prima della catastrofe manifesterà coteste sue convinzioni. Contro Dal Piaz e gli altri studiosi insigni di cui si è detto, cosa può la voce isolata di un insegnante dell'Istituto di Mineralogia di Agordo, il professor Milli, il quale invano mette in guardia pubblici e privati poteri dai pericoli racchiusi nella montagna? Invano costui porta elementi, calcoli, studi. Una Cassandra, un uccello del malaugurio. Le sue argomentazioni sono tenute in non cale e respinte con un atto di vero e proprio fastidio.
«Ma appena inaugurato il manufatto, alle primissime sollecitazioni, una frana occlude le due parti del bacino, che è fatto a clessidra e viene cosl tagliato in due. Siamo ancora nel 1960 e per la prima volta Carlo Semenza è colto dal dubbio che i calcoli fatti non siano del tutto esatti. Non teme per la diga: teme per la montagna. Si consulta con Giorgio Dal Piaz, il quale tuttavia nega la possibilità di grossi errori nelle rilevazioni geologiche e geofisiche da lui stesso condotte. La frana passa come un fatto episodico, di assestamento. Basterà far passare delle condotte fra le due parti del bacino e tutto sarà sistemato.
«Fra i due vecchi non corre buon sangue. Semenza non si fida più di Giorgio Dal Piaz e tanto meno della commissione di collaudo. Ma non ha scelta. Continua l'esperimento. Però, come il livello dell'acqua si eleva, si hanno altre frane e nuovi segni premonitori. Allora non esita più. Fa sospendere la colmazione dell'invaso perché siano rifatti gli studi su tutto il bacino idrogeologico.
«Il suo dramma umano è grande. - La situazione ci sta sfuggendo di mano - scrive a un collega di Bologna. - Siamo di fronte a fenomeni più grandi di noi. - Nessuno soffre più di lui, non è nemmeno immaginabile il sentimento di angoscia che travaglia l'animo suo, l'amarezza, la passione, lo sgomento, che un simile uomo può provare di fronte al proprio fallimento. Le più grandi opere d'arte, le imprese più imponenti realizzate durante una intiera vita dedicata al culto della professione nulla contano più di fronte a quest'ultima creatura abnorme. Tale è il dispiacere, che ne muore, nell'ottobre 1961. È proprio lui, Carlo Semenza, la prima vittima della diga del Vajont.
«Ma anche Giorgio Dal Piaz non è più sicuro di se stesso. Egli non ha l'animo del poeta, ma è pure sempre uno scienziato di levatura internazionale e la sua autorità non è inferiore a quella di Semenza nei confronti del consiglio di amministrazione della Sade. Non dispera di portare a buon fine l'opera, ma riconosce che alcune opere di sostegno della parete della montagna sono indispensabili. In un colloquio a cena egli stesso dice all'onorevole Corona che è necessario uno zoccolo lungo tutta la fiancata sinistra del bacino. Uno zoccolo di calcestruzzo. Lavoro di anni, spesa di miliardi.
«Non mancano, frattanto, i segni premonitori. Alcuni mesi prima della morte del vecchio Dal Piaz, i membri della commissione di collaudo, di ritorno dalla diga, hanno un grave incidente stradale vicino a Feltre. Alcuni di essi, fra cui lo stesso Dal Piaz, ultraottantenne, rimangono seriamente feriti. Frattanto altre frane si verificano, un pezzo di montagna si apre a forcella. Nella prospiciente valle di Zoldo, a Pontesei, un pezzo di montagna crolla, l'ondata scavalca la diga, che è di modeste proporzioni, percorre i dieci chilometri fino al Piave. Per fortuna non ci sono paesi né case sulla sua strada, solo un uomo in bicicletta perde la vita.»
«Sono tutte cose abbastanza note», dice Franchini.
«Lo so. Ma è bene riepilogarle con attenzione. In aprile del 1962 muore anche Giorgio Dal Piaz, a seguito dell'incidente; in un certo senso la seconda vittima della diga del Vajont, che sembra accanirsi contro i suo ideatori, rei di avere messo in moto una così grande forza della natura. Da quel momento diga e montagna sono come orfani di padre e di madre. Né l'ingegner Biadene né il Dal Piaz figlio, che vengono dopo i due vecchi, hanno il talento, la personalità, il prestigio, l'autorità morale dei predecessori. Biadene è un arido funzionario, buon tecnico ma solo come spalla. Nel momento cruciale della questione del Vajont egli si trova di fronte a responsabilità per le quali è materialmente e spiritualmente impreparato. Fra l'altro la sua posizione personale è notevolmente più debole di quella di Carlo Semenza. Ciò che era consentito al vecchio luminare della scienza idraulica non è concesso a Biadene, o lo è in misura assai minore. Il consiglio di amministrazione della Sade aveva per il vecchio Semenza una soggezione che, a partire dallo stesso presidente Vittorio Cini, era molto prossima alla venerazione. Nel caso di Biadene il rapporto è capovolto, ed è lui ad avere soggezione del consiglio di amministrazione della 'holding' elettrica. Questo pauroso handicap psicologico e motale sarà una delle componenti di fondo della tragedia.
«Non diverso è il discorso per il giovane Dal Piaz. Giovane per modo di dire (intorno ai sessanta anni), anch'egli non è in grado di esprimere pienamente se stesso. Come per Biadene il Semenza, anche per lui il vecchio padre, con la sua statura patriarcale, ha sempre costituito un termine di paragone schiacciante. Questi due uomini, all'improvviso, si trovano nelle drammatiche condizioni di prendere decisioni che sono al di sopra delle loro forze.
«Perché, mio caro Franchini, un fatto nuovo è nel frattempo maturato. Il centro-sinistra è alle porte, Fanfani si appresta a varare il suo quarto governo con l'appoggio dei socialisti e il prezzo politico dell'operazione è costituito dalla nazionalizzazione dell'energia elettrica.
«Bisogna collaudare alla svelta. E in silenzio. Che nessuno parli di pericolo. Che nessuno si azzardi a mettere in forse la perfetta funzionalità e agibilità del bacino. Chi parla di pericolo è querelato. Commissioni di studiosi, studenti, tecnici, vengono a visitare gli impianti della diga. Ma delle difficoltà che si incontrano per il collaudo, la consegna è di non parlare. Cosicché, stranamente, dopo la morte di Semenza e Dal Piaz, i rapporti diventano positivi, tutto si va gradualmente stabilizzando. Non bisogna essere pessimisti, non bisogna destare falsi allarmi.
«Eppure, guarda caso, tutti qua ne parlano. A Longarone, a Castellavazzo, a Erto, a Casso, a Cimolais, e poi giù a Belluno, dappertutto. La storia del bacino che si colma piano piano per paura del disastro è nota a chiunque senta soltanto parlare alla lontana della gola del Vajont, della grande diga e della montagna che si sfoglia come una torta.
«Sull'altro fronte le cose precipitano. Fino all'ultimo non ci hanno creduto nemmeno alla Sade, ma oramai la nazionalizzazione è un fatto scontato. Nel febbraio del 1962 Fanfani ha già fatto il governo. Non c'è più niente da fare, bisogna collaudare al più presto. Perché? Ma è semplice. Se la diga non sarà collaudata per tempo (sei mesi dopo la nazionalizzazione, al massimo nove con il periodo di contestazione), non potranno essere liquidati i venti miliardi circa di contributo statale secondo la legge che nel maggio 1934 la buonanima del conte Giuseppe Volpi di Misurata, allora ministro dell'industria, ha fatto pro domo mea. Una legge, lei lo saprà meglio di me, che prevede l'indennizzo alla società concessionaria da parte dello Stato fino all'80 per cento della spesa sostenuta. Il collaudo è la "conditio sine qua non". Collaudare, dunque, impone il consiglio di amministrazione della Sade. Basta con gli indugi, con i cincischiamenti da vecchi arteriosclerotici. Collaudare quanto prima. Zoccolo di calcestruzzo? Macché zoccolo! Sistema A, arrangiarsi, alla boy scout. Si collaudi, intanto, e poi se la veda lo Stato.
«Con Semenza e con Giorgio Dal Piaz tanta perentorietà non sarebbe stata possibile. Ma con i successori la cosa è diversa. Fra l'altro, non sono nemmeno inamovibili. Trovino il sistema per tenere in piedi la montagna per quel tanto che basta ai tempi di collaudo. Avranno tempo dopo, come funzionari e consulenti dell'Ente di Stato, di trovare più duraturi rimedi. La diga del Vajont è trattata alla stregua di un moribondo circondato dalle mille premure dei parenti falsamente affezionati. Prima faccia il testamento e dopo crepi pure in pace.
«Comincia la gara contro il tempo. Ma nonostante tutto non si arriva al collaudo definitivo dentro i tempi della nazionalizzazione. Il secondo invaso non supera quota settecento. Tutto va bene, dicono i bollettini quindicinali. Ma la montagna si muove e le spaccature incombono. Una autentica passione. Le prove di laboratorio confermano il grado di pericolosità dell'operazione e questo ancora al tempo di Semenza e di Dal Piaz padre. Ma i tecnici, oramai in mano agli amministratori, non hanno via d'uscita. Operare in fretta per non giungere fuori tempo massimo.
«Sinistra catena di coincidenze, nell'ottobre del 1961 muore Semenza e Giorgio Dal Piaz ha il grave incidente che di fatto lo pone fuori dal giro; Fanfani comincia a muovere le acque per sostituire il governo delle convergenze parallele con il primo governo appoggiato dai socialisti; si decide di non proseguire oltre negli esperimenti sul modello idraulico realizzato per volontà di Carlo Semenza al Centro di Nove, e ciò contro il parere del direttore del centro stesso professor Ghetti, il quale sottolinea l'opportunità di estendere a valle della diga l'esperimento; e, coincidenza delle coincidenze, proprio il giorno stesso (il 16 ottobre) dell'incidente alla commissione di collaudo in cui si inizia il secondo invaso fino a quota settecento.
«In quel mese di ottobre del 1961 è la chiave che aiuta a intendere la catena di fatti nel suo reale, profondo significato.
«Una cortina di silenzio si fa intorno alle operazioni di invaso e di svaso. Non si sa più niente dei movimenti della montagna, non vengono trasmessi gli atti al genio civile per l'inoltro ai competenti uffici ministeriali, i rapportini quindicinali, del tutto pleonastici, diventano improvvisamente ottimisti. Si dà notizia di generici controlli che parlano di un rallentamento della frana. L'ingegner Beghelli, capo del Genio civile di Belluno, tenta di ficcare il naso nella faccenda, ma è tempestivamente sostituito con l'ingegner Violin che confesserà candidamente di non avere mai conosciuto il progetto esecutivo, di essere arrivato al Vajont soltanto a titolo turistico e di non avere mai dubitato della Sade, unica a conoscere le cose, e di cui tutti si fidavano: l'uomo adatto dunque per portare a termine nel più breve tempo possibile il procedimento del collaudo senza eccessivi intralci.
«Le zone d'ombra diventano buio pesto quar.do si arriva al marzo del 1963, al trapasso, cioè, dei poteri dalla Sade all'Enel per l'avvenuta nazionalizzazione. Il binomio Marin-Biadene passa all'Ente di Stato, ma la linea rimane quella seguita per tutto il tempo in cui sono stati rispettivamente direttore generale e capo dei servizi tecnici e idraulici della Sade. Lo stesso commissario Enel, Feliciano Benvenuti, è uomo molto vicino al presidente della Sade, conte Vittorio Cini
«La situazione precipita: bisogna collaudare e dare una inpressione di effficienza del bacino del Vajont al più presto, altrimenti la Sade non potrà beneficiare del contributo previsto dalla legge del 1934 e del relativo indennizzo. La diga del Vajont, infatti, figura fra quelle protestate dall'Ente elettrico e tenute a bagnomaria. E vero che la legge della nazionalizzazione fa carico all'Ente di Stato del buono e del cattivo, del bello e del brutto prima gestito dai privati. Ma soltanto per il materiale collaudato. E in ogni caso la materia si presenta così ingarbugliata che, venti miliardi più, venti meno, si finisce con il ritenere il collaudo la cosa migliore per sistemare il tutto. Ansie, timori, pericoli passano, così, in secondo piano. Si adduce un parere favorevole della commissione collaudatrice, ma è dubbio se essa si sia mai più riunita ed abbia più steso verbali dal giorno dell'incidente a Dal Piaz; si ottiene dal Servizio dighe il permesso di raggiungere quota 715. Si dice che il secondo esperimento di invaso (quello conclusosi a metà del 1962) non abbia dato eccessivi motivi di preoccupazione. Ma in effetti nulla si sa di preciso. Il figlio di Carlo, Edoardo Semenza, Giudici, Giorgio Dal Piaz, lo stesso Muller sono scomparsi dalla scena. Gli studi hanno cessato, dopo di loro, di essere a quel livello. Si sa, però, che tecnici ed esperti hanno pompato e stanno pompando la montagna come una vescica mediante formidabili iniezioni di calcestruzzo e boiaca, mentre Luigi Bortoluzzi, meglio conosciuto come Borlui, un anziano fotoreporter del Gazzettino, è sovente a bordo di un aereoplano da turismo sopra le pendici del Toc per fotografare il movimento della frana, parallelo a quello dell'acqua che sta crescendo. E il pastore che ha visto staccarsi di colpo un pezzo di roccia e un pino, e precipitare il tutto nel lago? E i boati che venivano ripetutamente dalle viscere della montagna? Tutti sapevano che il pericolo era grande, che il vuoto di conoscenze dei fenomeni non consentiva garanzia alcuna; tutti, tranne cinque geologi e due direttori generali? No, Franchini, non è possibile. C'è qualcosa di più profondo e, se vogliamo, al tempo stesso di più semplice. Bisognava collaudare. E non c'era più l'uomo capace di dire: no. I due che avrebbero potuto, Semenza e Dal Piaz, erano morti. Gli altri, che non avevano voluto condividere le responsabilità, si erano tirati in disparte. Sono rimasti soltanto i funzionari, i burocrati della scienza e della tecnica. Non è ridicolo che nel giro di un mese le stesse persone dovessero, al più alto grado di responsabilità tecnica, fare gli interessi prima della Sade e dopo dell'Enel? Ridicolo, se non fosse tragico.
«Con simile materiale umano, la catastrofe è inevitabile. Ci si accorge che la situazione precipita proprio quando si è a quota 715, quasi a pelo. La montagna si muove sempre più in fretta, si sgretola. Sarebbe il momento di sgombrare. Macché. Sono tutti paralizzati dal terrore. In una simile situazione l'ingegner Caruso, capo Enel-Sade della provincia di Belluno, non trova di meglio del raccomandare la calma. E nel tempo stesso che si raccomanda la calma, si compie l'ultimo, irreparabile errore. Ormai si sa che la montagna cascherà. E si fa a gara per abbassare il più possibile il livello del lago. È da folli, non c'è dubbio: ma la psicosi del disastro è nell'aria e si cerca di fare ogni cosa per scongiurarne gli effetti. Lassù operai e il perito industriale osservano annichiliti le spie luminose sui crinali della montagna spaccarsi ad una ad una. Danno l'ultimo allarme, rinunciando a mettersi in salvo. Inutile. La montagna, privata anche del puntello costituito dalla pressione dell'acqua contro i fianchi, cede di colpo. Un primo tonfo: poi la fine. Saranno trovati smaltati contro la roccia, un quadro da pop-art.»
La notizia è arrivata tre quarti d'ora dopo al giornale, esattamente alle undici e venti. E stato Dino Conti a venirmi a cercare. (Conti è venuto da Belluno a Venezia quando io sono stato mandato da Vicenza a Belluno).
«Pare sia cascata la diga del Vajont», dice. «Ma non so niente di preciso. Comunque tienti a disposizione del redattore capo perché potrebbe esserci da scrivere e tu sei l'unico qua dentro che conosca i precedenti.»
Poi un'altra notizia. E cascato soltanto un pezzo di montagna.
«Allora è partita Erto», dico.
«No», fa Dino Conti. «Pare che se ne sia andato un pezzo di Longarone.
«Senza che caschi la diga?»
«Pare di sì. Ma c'è una grande confusione, di preciso non si sa.»
Effettivamente i fatti erano contrari alle previsioni. Era convinzione generale che se avesse ceduto la diga sarebbero partiti Longarone, un pezzo di Castellavazzo, Codissago, Dogna, Provagna. Rivalta, una parte di Pirago, Villanova, Faè, e poi giù fino a Ponte nelle Alpi, Belluno quartieri bassi, alcune frazioni di Limana, Trichiana, Mel, Lentiai, Busche: se non avesse ceduto, a valle se la sarebbero cavata con poco, forse soltanto la contrada Vajont e la cartiera di Verona sarebbero scomparse, ma l'onda si sarebbe arrampicata sotto e sopra Erto risucchiandola tutta intiera in fondo al «canon». Di questo si parlava, io lo so, nei caffè, nelle case della montagna e della valle, nei consigli comunali. L'imprevedibilità sta tutta qui.
Rimaniamo un attimo cosl a guardarci, il bicchiere di whisky stretto fra le mani.
«Che fare?» sospira.
«Niente, Franchini. Assolutamente niente. I fatti sono inconfutabili; eppure quelle che le ho illustrato sono soltanto ipotesi. Non giova sentire dentro che sono vere con la forza di un uragano. Gli stessi fatti possono essere interpretati, con un po' di manipolazione, in modo diametralmente opposto' e far figurare Semenza e Giorgio Dal Piaz come dei mostri e la Sade come una fata benefica che, finché c'è stata lei, tutto è andato per il meglio, mentre a tradire sarà l'orco senza scrupoli e senza amore, nei panni dell'Ente di Stato, l'Enel. La Sade che si sovrappone allo Stato è un suggestivo tema politico, può diventare perfino un importante tema storico. Ma diffficilmente offre materia al magistrato. Per il magistrato queste sono sensazioni, ipotesi, appunto. La legge, invece vuole fatti, prove. E fatti sono soprattutto i rapporti della commissione parlamentare d'inchiesta e della commissione di esperti, tutte cose che non possono non avere fatto andare in bestia il giudice istruttore...»
Povero Mariolino Fabbri, che spaventosa croce pesa sulle tue spalle. Tre anni fa soltanto, eri ancora pretore di Rovigo, e amavi la caccia più di ogni altra cosa, parlavi appassionatamente di come si allevano i cani da ferma, dei tuoi cani andavi orgoglioso almeno quanto del tuo fucile a ripetizione. E in pretura i casi che tu trattavi con intelligenza e garbo erano quelli del contadino che bastona la moglie, della vecchia signora che fa lite con il vicino di casa perché le maltrattano il gatto, del piccolo furfante da paese che emette gli assegni a vuoto. Il tuo mondo era il Delta padano con le sue nebbie, le sue paludi, le canne altissime da cui spunta la canna del fucile e, pam! pam! la rosa di pallini che attraversa il volo della beccaccia o dell'anatra selvatica per farla piombare nelle acque delle valli marine. E allora due colpi daremo, la barca che taglia le canne silenziosa, e tu che raccogli il tuo trofeo di caccia. Cà Venier, Pila, Scardovari: un paradiso per un cacciatore come te.
Quei primi mesi del 1963 sono stati mesi infelici, per te e per me. Io, cronista di giudiziaria, ero stato appena trasferito da Belluno a Rovigo. Tu avevi già l'ordine di trasferimento da Rovigo a Belluno. Invano cercavo di convincerti con tutta la forza del mio amore per queste terre di montagna che quassù saresti stato meglio. Cortina, Misurina, Auronzo e Pieve di Cadore non valevano insieme la decima parte, ai tuoi occhi, delle solitudini dei canali del Basso Polesine.
«Cosa andrà a fare a Belluno?»
«Ancora non lo so: ma penso il giudice istruttore. Ai nuovi arrivati, in genere, fanno sempre fare la gavetta...»
Adesso sei arrivato giusto in tempo per sentirti scaricare addosso questa terribile storia. Tutto sulle tue povere spalle di ex pretore. Tutta la questione del Vajont. Forse, chissà: l'occasione che aspettavi. Sei giovane e preparato, hai intelligenza, onestà, coscienza. Per questo talune cose che qui vedi ti rendono furioso. E per questo ti agiti, lavori, ti dai da fare con volontà rabbiosa, nel tentativo di uscire dall'impasse. Un'esperienza che pochi uomini sono in grado di fare, anche fra i magistrati. Al punto da far sl che uno si chieda: Non è troppo per un solo uomo?
«Tutto è contro di voi superstiti, Franchini. Piano piano, tutti vi voltano la schiena.»
«Il povero sindaco Protti ha dovuto girare mezzo mondo in cerca di esperti da contrapporre alla Sade e all'Enel nelle perizie di parte. È arrivato perfino in Canadà. In Italia non un cane che abbia accettato.»
«Cane non mangia cane, mio caro Franchini.»
«Hanno paura di non trovare più lavoro. Il Vajont scotta, è una terra di fuoco. Preferiscono tutti starsene alla larga. »
«Ha mai visto un medico accusare un altro medico di avere sbagliato la diagnosi e ucciso un malato? Ma ammettiamo pure che qualcosa ci scappi, perfino qualche condanna. Tutto si fermerebbe a livello dei tecnici, che sono personaggi aridi, di per se stessi agnostici, come quel professor Penta così restìo all'evidenza fino all'ultimo minuto, o il povero Violin, o i vari Marin e Biadene. Sarebbe come, in un grosso incidente stradale, cercare la causa nel parafango che ha urtato, nel radiatore che ha fracassato, nel motore che ha spinto, e non nel guidatore che ha evitato di sterzare davanti al pericolo. Ma tutto è inutile, Franchini. Parole, parole, parole. Se dovesse essere il canovaccio di una tragedia moderna, questo del Vajont avrebbe il respiro dei testi classici. Una forza mitologica nata dalla nuda realtà. Tutto sembra regolato da una grande e perfino cosciente fatalità. Le confesso che subito dopo il disastro ho perfino sperato nell'intimo che qualcuno, non so chi, trovasse il coraggio di spararsi. Sarebbe stato il solo modo per muovere una nuova catena di fatti. Illusione, mio caro, illusione! Cosa vuole, chi vuole che si spari! Guardi, sono disposto a scommettere che tutti sono convinti della propria innocenza e buona fede, se tutto va bene si sentiranno addirittura perseguitati ingiustamente. Semenza è morto per questo, e in ogni caso non sarebbe sopravvissuto. Ma sono cose d'altri tempi, evidentemente. Del resto, con Semenza vivo, non ci sarebbe stato il disastro del Vajont.»
Beviamo dell'altro whisky. «Arduini ha fatto un pessimo affare a lasciarci soli con il bar a un passo », sorrido. Ma Franchini non ha voglia di scherzare.
«Ed io che ho perduto la moglie e due bambini», dice.
«Glieli pagheranno, Franchini. Grosso modo il valore del quinto o sesto premio della lotteria di Agnano. Del resto è questo che domandano i superstiti, no? Di soldi si parla sempre di più, di giustizia sempre di meno.»
Nella stanza accanto il nipotino di Arduini si sveglia e piange nella cuna.
«Permesso», dice Franchini. Corre a prenderlo su, ricompare un minuto dopo con il piccolo che gli sorride in braccio.
«Preferirei morire piuttosto di avere altri figli. Ma questo l'ho visto nascere e mi sono affezionato.
I suoi occhi sono umidi. «Temo anch'io che ci sia ben poco da fare ormai», dice.
Torna a giuocare con il bambino. Sfoga in tenerezza l'amaro della rassegnazione.

III
Comunico ad Arduini, tornato con la moglie dal cimitero di Fortogna, la mia intenzione di scrivere un libro impietoso.
«Le sembra cosa facile?» dice.
«No. Ma mi ci proverò lo stesso. Troppa retorica, troppa falsità incombe su questa gente. È tempo di essere un poco sinceri. Il compianto è d'obbligo, qui. Bisogna finirla.»
Ardaini annuisce gravemente.
«È passato il tempo della pietà a tutti i costi. Con i longaronesi adesso bisogna essere cattivi come con un malato che rifiuta la medicina e fa i capricci. Come dice il proverbio? Il medico pietoso...»
Dico dell'impressione che si ha, della repulsione sempre più marcata che a Belluno e circondario si prova, in genere, per i superstiti del Vajont.
«Ogni bel ballo stanca», dico. «I superstiti stancano. Finisce che hanno torto anche quando hanno ragione. Bevono e non lavorano. Una simile comunità fa paura. Le vittime per un poco commuovono. Dopo infastidiscono. So che non è bello, ma il mondo è fatto così.»
Arduini e Franchini si guardano negli occhi, faccia a faccia.
«Fra questi ci siamo anche noi», sorride amaramente l'ex sindaco. «È vero, si berrà qualche bicchierino di whisky in casa. Ma all'etilismo non siamo ancora arrivati. Oppure sì, Franchini? Qualche volta, dico la verità, dubito perfino della mia salute mentale. Le cose che accadono intorno qua sono tali per cui uno dice: O sono pazzo io, o sta andando tutto in un fascio. Ci vorrebbero degli psichiatri che li visitassero tutti, io per primo, e tracciassero tante schede segnaletiche.»
Ha perduto un figlio. È poco, un figlio. Assai meno della media. E c'è chi aggiunge' malignamente: - Ha avuto, l'Arduini, fretta di farsi fare la prefabbricata al bar della stazione. - (Di quel bar lui era titolare prima del nove ottobre 1963).
A questo punto arriva a Longarone l'avversione fra le parti: un'avversione, in taluni casi, assai vicina all'odio. I termini con cui reciprocamente ci si accusa, si controbatte e si polemizza non si misurano quaggiù. All'attuale sindaco, l'indipendente Protti, non fanno forse carico di essere sempre stato di ispirazione liberale? - Con gli assassini dei nostri morti! - gridano da sinistra, dimenticando che il Protti è sì proprietario della Faesite, la sola industria rimasta in piedi nella valle, ma ha anche perduto padre, madre, moglie, figli.
I cadaveri, del resto, erano ancora caldi, l'acqua dell'ondata non era ancora completamente defluita nell'Adriatico, e già i democristiani Pioggia e Marcello Sacchet, l'uno capo dell'Azione cattolica, l'altro direttore dell'Istituto autonomo case popolari di Belluno, nella loro qualità di consiglieri di minoranza, piombavano addosso all'Ardaini domandando lo scioglimento del consiglio comunale per la mancanza del numero legale di consiglieri. «Più della metà dei consiglieri sono morti a cominciare dal sindaco», essi dicono: «Il consiglio comunale è decaduto.»
Soprattutto il piccolo, penetrante, vivace Marcello Sacchet, sempre all'opposizione di Guglielmo Celso, furoreggia. Ma Arduini sa dove vogliono arrivare. Disturba, è evidente, che proprio in una delle province più democristiane d'Italia, il «sindaco del Vajont» sia un socialista. Dalla elezione di Celso, il comune di Longarone è stato per i democristiani bellunesi una spina in un fianco. Era questa, con Ponte nelle Alpi, la capitale provinciale delle forze di sinistra, fatto indisponente perché sia Longarone che Ponte nelle Alpi erano centri attivi e vitali, i più vitali della provincia, dove le industrie venivano e prosperavano, al contrario di altri comuni dove, pure imbottite di ogni sorta di provvidenze, fallivano sistematicamente lasciando penosi, imbarazzanti strascici di debiti e pendenze giudiziarie. Longarone era addirittura chiamata la «Piccola Milano delle Dolomiti». Definizione eccessiva, ma non del tutto impropria. Faesite, maglificio e filatura Lampugnani, cartiera di Verona, occhialerie, ofEcine minori, industrie del legno: per fare tanto, bisognava mettere insieme le industrie di mezza provincia.
Arduini respingeva con sdegno la richiesta. «Giusto giusto, ma il numero legale c'è. E anche se non ci fosse, qua siamo e qua restiamo. Che mai più si parli in questo modo! La nostra gente, noi stessi abbiamo ben altro da pensare che alle elezioni. »
Adesso le riunioni del consiglio comunale, con la partecipazione dei superstiti urlanti, sono tempeste la cui eco arriva dappertutto tramite le colonne dei giornali nazionali; ma quella prima seduta nel municipio devastato, a luci basse, sembra un lugubre convegno di trapassati, una scena vista dall'occhio di un neuropatico appena uscito dall'elettrochoc. Di per sé, si sarebbe detta muta. Ma ogni tanto suoni gutturali, voci stralunate tagliavano l'aria pesante e il fumo come grida di uccelli neri di traverso al cielo gonfio di nuvoloni. Il trauma psichico teneva ancora sospesi gli animi congelando il dolore e lasciandolo sciogliere poco a poco.
La prima eplosione si doveva avere durante la visita del Presidente della Repubblica, Segni, quando Arduini urla, puntando l'indice alla diga del Vajont: «Assassini! »
Da allora sarà tutto un grido. Lo spavento che incutono i superstiti, l'incubo che essi costituiscono per le genti della vallata, ha inizio lì.
Ma lì ha inizio anche qualcos'altro. Quel primo gesto di Pioggia e di Marcello Sacchet non sarà isolato. La frattura fra i longaronesi è prossima. Contro il piano regolatore del demiurgo socialista Samonà si scatenerà presto il comitato dei superstiti, autentico consiglio comunale ombra. Ben presto le lotte intestine daranno abbastanza da fare ai longaronesi.
«A badare a tutti ci vorrebbero altrettanti Longarone per quanta gente è rimasta qui», si va dicendo sempre più insistentemente.
Arduini combatte la sua battaglia di socialista in favore di Samonà. Rifiuta la proposta dei democristiani bellunesi di capeggiare, alle amministrative, una lista di larga concentrazione. «Sarei stato un sindaco prigioniero», dice. E sempre stato, Arduini, meno a sinistra di Celso, tanto che, al momento della scissione del 196§, rimane nel Psi, Celso sarebbe quasi sicuramente passato al Psiup. Ma l'ostilità che avverte per i democristiani della provincia è però identica a quella del sindaco scomparso, tale, cioè, da non consentirgli di scendere a compromesso alcuno. Arduini combatte fino in fondo la sua battaglia e la perde per una manciata di voti. La ragione c'è. La scomparsa di Longarone centro e dei suoi abitanti ha privato i socialisti della loro roccaforte elettorale. Nelle frazioni, infatti, i democristiani sono sempre stati maggioranza. Determinante è sempre stato il centro.
Il comitato dei superstiti, con la sua lista anti-Samonà e anti-Arduini, si impone. Fra gli eletti c'è gente di ogni taglia politica, ma coloro che tengono il banco a fianco dell'indipendente Protti, sono proprio Pioggia e Marcello Sacchet, che è come dire Orsini, il presidente dell'amministrazione provinciale e capo effettivo della democrazia cristiana bellunese, la sola, in Italia, a presentarsi al congresso del 1962 con una lista dichiarata di "centro-destra".
Oggi tutto ciò che è stato fatto dall'amministrazione Arduini in odio al comitato dei superstiti, il comitato dei superstiti, diventato maggioranza consiliare, disfà per odio ad Arduini. Il giuoco è così eccitante che i protagonisti sembrano perfino provarci gusto. Finché arriva, come una bomba, il rapporto della commissione parlamentare e, dopo qualche mese, quello della commissione di esperti nominata dal giudice istruttore, Mario Fabbri. La catastrofe era imprevedibile, dicono i rapporti. Può esserci stata della trascuratezza; ma mai abbastanza da fare colpa a qualcuno.
Per un attimo i longaronesi cessano di litigare, alzano la testa e si guardano sbigottiti. Una simile doccia fredda proprio non se l'aspettavano. Amarezza, scoramento. Ma ben presto la lotta si riaccende. La nuova amministrazione comunale ritira la causa civile avanzata dalla precedente per un risarcimento di cinque miliardi da parte della Sade. Si fa, dice Protti, per puntare tutto sul procedimento penale mediante la costituzione del comune di Longarone quale parte civile. Il procedimento civile verrà dopo.
Arduini e la Tina Merlin replicano sull'Unità con violenza, accusando la maggioranza di connivenza con la Sade. Si arriva alla querela. Il sindaco di prima contro il sindaco di adesso. Intanto la gente reclama, vuole soldi. Tutto ha ormai una cifra, dei coeffficienti precisi, non c'è cosa che non abbia il suo prezzo, ben catalogato. Ubriachi vengono in consiglio comunale a urlare, a rinfacciare i morti non più per domandare giustizia, ma per i soldi del risarcimento. Altra gente si leva per zittire.
«Taci tu, che hai avuto tutta la famiglia salva mentre io... E a te hanno dato quello che hanno dato, a me niente...»
«Tacere io? E la stalla, le vacche, i mobili, i campi, il lavoro...»
«Chi meno ha avuto, più ha avuto...
«Adesso basta! è ora che paghino...»
Pioggia e Sacchet da una parte, Arduini e Franchini dall'altra, si guardano con l'occhio torvo dai banchi della maggioranza e dell'opposizione intanto che i superstiti urlano, bestemmiano.
Si arriva all'occupazione del municipio. Il prefetto deve correre alla svelta per impedire che salgano ad occupare gli impianti del Vajont.
Il quadro si completa quando scendono quelli di Erto. Se la prendono con il governo che non manda avanti la legge, con la prefettura che non istruisce alla svelta le pratiche di risarcimento. Ma se la pigliano soprattutto fra di loro.
Gli ardori si spengono, poi a sera, nelle osterie e nei bar. La lite in istrada e nei caffè, come appendice ai fermenti della giornata, è sempre una conclusione probabile quando l'ora si fa calda e gli animi tornano ad essere eccitati per l'alcool ingurgitato. Cronisti anche troppo pietosi qualche volta hanno sorvolato: ma Longarone è davvero diventata il focolaio di una infezione sociale che minaccia di allargarsi.
Adesso Arduini molla. Il bar della stazione rimane al figlio e lui se ne va a lavorare a Mestre. Che differenza dal giorno in cui lanciò il terribile grido: - Assassini! - diventando d'un colpo l'espressione del sentimento di lotta e di rivolta della popolazione longaronese. Come la sua gente, allora, lui era straziato dal dolore, annichilito dallo sbigottimento. Ciò nonostante era un uomo vivo per il bruciore delle sue ferite interne, con in corpo il fuoco sacrosanto della vendetta. Adesso lo è molto di meno.
«Ci siamo fatti lo sgambetto l'un l'altro», ammette. Si riferisce, amareggiato, agli intralci di ogni specie frapposti dal comitato dei superstiti, quando lui era sindaco, alla realizzazione del piano Samonà. Ma analoga accusa gli muove, adesso, Protti. E lui stesso non sa fare altro che rendere la pariglia, più che a Protti, ai suoi scudieri Pioggia e Marcello Sacchet, ponendo ostacoli sopra ostacoli, obiezioni sopra obiezioni. Le sue convinzioni, in questi due anni, si sono profondamente modificate.
«Quando Longarone potrà essere ricostruita per davvero? Chissà; forse in venti anni ce la facciamo. Quando i longaronesi si saranno mescolati ben bene ad altre comunità, e altra gente sarà venuta qua. L'unico modo di fare qualche cosa è rimescolare ben bene le carte.»
«E questo sarebbe l'uomo che si è battuto con tanto accanimento perché la ricostruzione di Longarone fosse rapida, perché sorgesse qui un paese moderno e funzionale?» dico.
Arduini fa un sorriso gonfio di sarcasmo.
«Sono proprio io», dice. «Bell'illuso, vero? a pensare che la gente, dopo questo po' po' d'affare ci avrebbe dato davvero una mano, a cominciare dal governo. Invece non hanno trovato di meglio che darci dei soldi. Ci hanno fatto la carità, che è il modo più facile per scaricarsi la coscienza. Guai a dire grazie a chi ha portato soldi qua. È come mettere il creosoto nel dente cariato. Spacca il dente e non fa passare il dolore. »

IV
Al Bellevue di Belluno, Fiorello Zangrando mi confida il desiderio di lasciare questa città che non gli offre prospettive. Lo capisco perfettamente, è capitato anche a me. Ha una laurea in legge, è procuratore da quattro anni, è fra i migliori giornalisti del Gazzettino, intelligente, non privo di ambizioni. Tutti abbiamo avuto il medesimo desiderio quando eravamo qui. Salvo, poi, rimpiangere amaramente i bei giorni quassù trascorsi e venirci con l'animo sospeso e il cuore lieto ogni volta che l'occasione si ripresenta.
«Tu vuoi venire via», dico «ed io sogno queste terre tutte le notti.»
«Però non ci torni», lui ribatte puntando e agitando l'indice e con la risatina di sempre, espressione dell'intimo sarcasmo, gli occhi accesi dietro le spesse lenti e i baffetti a virgola fra le narici e le gote color cabernet. «Dillo, dillo Armandino, neanche se te lo proponessero torneresti, se ti stendessero un tappeto lungo da Venezia a piazza Campedel...»
Alle faccende del Vajont ha fatto un callo alto cinque dita, il serafico Fiorello. Nessuno più di lui è addentro alle segrete cose. La questione, lui, l'ha seguita dal primo giorno ad oggi. Sospira.
«Avere tutto davanti agli occhi e dover fare gli indiani! C'è da sentirsi inutili. Che desolazione. È proprio vero, qualche volta molto meglio l'ignoranza.»
Anche se inquietudine e amarezza emergono dalle battute, Fiorello non dà mai l'impressione dell'uomo triste. Sa trattare con distacco le proprie disavventure, anche quelle professionali, parla più volentieri di queste che dei successi, facendo un poco la caricatura di se stesso, come del resto traspare dal suo portamento di personaggio disneyano, tanto che lo si chiamava Orazio. Che tempi, che allegria.
Continua, il Fiorello, ad essere spiritoso. Confidenze e malinconie con lui hanno vita breve. Un'ombretta, due ombrette e tutto è come quattro anni fa.
«Samonà? Due Bolla per piacere! Samonà, dici? Ah, ah! E vuoi che non lo conosca? Ma se sono due anni che vivo di pane e Samonà.»
«E cosa ne pensi? Cosa salterà fuori da tutta questa storia?»
«Che gli scoppi non si faranno.»
«Gli scoppi
«Non sai cosa sono gli scoppi?» Fiorello ride a piene ganasce. «Non sa cosa sono gli scoppi! Aggiornati, mio caro. Interessante, sai, interessante. La statale qua. L'autostrada di Alemagna, sì, la grande autostrada, la cosiddetta Venezia Monaco, quella la mettiamo di là. Corsa libera. Pam! Uno scoppio. Faè. Avanti. Pam! Un altro scoppio. Longarone. Scoppi, capisci? Scoppi.» Fiorello fa così con le mani, le apre e le chiude a pugno con le braccia tese come un vigile a un incrocio o uno che faccia ginnastlca.
«Cosa vuol dire chiedi? Di preciso non lo so. È un linguaggio, il linguaggio degli urbanisti. Non ritengo, comunque, la cosa importante, dal momento che non se ne farà niente.»
«Ma il piano regolatore è stato approvato dal consiglio comunale.
«E adesso approvano gli emendamenti. Alla fine, del piano regolatore, quello Samonà intendo, non resterà niente, o quasi. Naturalmente il costo, il progetto, il lavoro sono stati pagati. Samonà ha avuto il suo, e non ci saranno tragedie. Ma addio città del futuro.»
Fiorello Zangrando sa essere incisivo, caustico, ironico, faceto: ma al fondo i suoi ragionamenti sono sempre estremamenti seri e le sue intuizioni difficilmente fanno cilecca.
«Hai fretta di sapere cos'è il progetto Samonà? Così, a scottadito? Te lo dico subito. Il progetto Samonà è il centro sinistra.»
«Vuoi sempre condensare tutto in una battuta», dico. «Vivi di impressioni.»
«No, no. So bene quello che dico. Mica per criticare. Non ho niente, proprio niente io contro il centro sinistra. Figurati che sono cattolico, democristiano addirittura. Non ho niente neanche contro Samonà. Ho sentito, anzi, dire che di per sé il suo è un eccellente progetto. E da gente che se ne intende. Fatto su un poco in fretta, con delle improvvisazioni, ma buono. E poi, sai, io non ho niente contro nessuno. Sono un povero cronista, osservo più che posso, scrivo quello che c'è da scrivere, il resto lo tengo per me, nel gozzo. No, no. Il discorso è serio. Quando è nato il primo governo con i socia istl'»
«Bah, un paio di anni fa.»
«Proprio così. Nell'ottobre del 1963. Dopo centodue anni i socialisti al potere, trombe a destra e a sinistra. Occorre l'occasione per dimostrare che le cose sono cambiate, che lo Stato, con i socialisti al potere, è un altro. Un esempio da dare alla nazione, una prova di efficienza, di tempestività. Mi segui?»
«Ti seguo», dico.
«Bada bene che non parlo a vanvera. Ma riprendiamo. La catastrofe di Longarone è fresca, di pochi giorni. Il fermento è grande, l'impressione dell'opinione pubblica enorme, spaventosa. È inutile che stia qui a ricordarlo proprio a te.»
«Continua», gli ingiungo.
«Altri due Bolla, per favore! Bene. L'occasione è a portata di mano e il caso è tutto a favore del nuovo corso. Il ministro dei Lavori Pubblici è il socialista Pieraccini. Il ministro della Sanità, che nel caso specifico è anche più importante, il socialista Mancini. Il ministro del Bilancio, il socialista Giolitti. Il sindaco in carica è il socialista Arduini. Estensore del piano regolatore, lo capisci, vero? non può essere altri che il socialista Samonà, rettore dell'Istituto di Architettura di Venezia.»
«Naturalmente bisogna fare presto. Dalla rapidità dei tempi di esecuzione, dalla brillantezza delle opere si misurerà l'efficienza della partecipazione socialista al governo. Tempo due mesi e Samonà ha già bello e pronto il suo piano regolatore. Approvarlo alla svelta, renderlo esecutivo. Tu capisci quale successo sarebbe per gente al governo dopo più di un secolo di opposizione. Da una parte fiumi di lagrime, dall'altra fermento di idee, frenesia di progetti, attivismo ed entusiasmo giovanili.
«Tu dovevi proprio vederlo, il vecchio Samonà aggirarsi fra le macerie, con davanti agli occhi la città del domani, a vedere scoppi, intanto che si andavano ancora cercando i morti lungo il fiume, lui e i discepoli che annotavano le sue folgorazioni. Controllava di persona, sai, gli appunti. La valle si è prima colmata di acqua, dopo di fango e di cadaveri, e adesso è piena delle sue visioni. Rilevazioni rapide, s'intende, magari sommarie, da rivedere e correggere, ma sempre illuminanti. Ogni tanto il vecchio puntava l'indice e gli apostoli a precipitarsi con il taccuino in mano, come pulcini dietro la chioccia.
«Pareva che tutto dovesse essere fatto in quattro più quattro otto. Il disastro aveva risolto il primo grave problema urbanistico, quello del passaggio dell'autostrada di Alemagna, che altrimenti chissà come si sarebbe potuto imbudellare dentro Longarone. Tutta la luce non coperta dal greto del Piave era bloccata dal paese, un vero e proprio muro fra il monte e il fiume.
«Risolto, dunque, il primo problema. Adesso lo spazio c'è.
«Secondo problema: la sicurezza. Per mesi e mesi si è rimasti in ansia, sai. Il bacino è ancora pieno di acqua. Un'altra frana, e si va a bagno di nuovo. Spostare, dunque, il paese a monte, primo punto: ripartire stando al concetto della città radiosa - zona industriale, zona a verde, centro abitato, attrezzature sportive e sociali - , secondo punto.
«Brasilia, insomma. In mezzo alle nostre vallate, figurati, dove paesi e contrade sono vecchi di secoli, di millenni! Ecco, di punto in bianco ci metti Brasilia. Uno scoppio qua, un altro là. Scoppio vuol dire contrasto con l'ambiente, apertura, rinnovamento, non fare il mona, dai, che lo capisci benissimo. Longarone, figurati un poco, il più classico e tradizionale dei nostri fondovalle, alle soglie del Cadore. Un altro bicchiere?»
«Guarda che qua si finisce ubriachi», dico.
«Tanto meglio, alla salute dei vecchi tempi.»
«Quando eravamo scapoli? Pensa, Fiorello. Pare ieri. Adesso abbiamo moglie e figli. La mia più grande ha quasi due anni e mezzo, il piccolo dieci mesi.»
«Il mio Alessandro ha presto due anni. Abbiamo fatto lo scoppio anche noi, come Samonà.»
«Senti», dico. «Mi sembra che la tua impostazione regga solo a metà. Il centro sinistra è fatto essenzialmente da democristiani e socialisti. Ma la giunta Arduini era frontista, i democristiani erano sull'altra sponda. Guarda il Pioggia, guarda il nostro corrispondente da Longarone Marcello Sacchet, che ha preso il posto del povero Coletti. Un'altra cosa: come giustifichi il favore dei comunisti al piano regolatore Samonà? I comunisti non sono molto teneri con il centro sinistra.»
Usciamo dal Bellevue, camminiamo per la piazza, entriamo in un altro caffè, questa volta due Redipuglia, vino del Carso.
«I comunisti non sono mai stati entusiasti di Samonà. Adesso si mordono le dita: ma allora non avevano scelta. Fra Arduini e i democristiani, meglio Arduini, pur sempre capo di una giunta con essi dentro. O attaccarsi al carro e farsi rimorchiare o spezzare la giunta e dare Longarone in mano a un commissario, vale a dire a Orsini e compagnia cantante. Hanno così approvato Samonà, ma lo stesso, anziché al carro, si sono attaccati al tram.»
«Ha ragione Berna a dire che finché si litigava pro o contro Samonà, Sade ed Enel hanno tagliato l'angolo, e adesso corri loro dietro se sei capace.»
«Berna ha il dono dell'intelligenza», dice Fiorello. «Per questo i suoi lo tengono in un cantone. Tutto il mondo è paese, Armandino, e questo è più paese degli altri. Anzi, più parrocchia delle altre. Lo sai bene, no?»
«Comunque la questione del Vajont e soprattutto quella del piano regolatore tu non la spieghi con le forze politiche locali. Il Vajont è un vero e proprio affare di Stato e sono stati proprio i ministri socialisti a impossessarsi subito della faccenda. Il Pieraccini, soprattutto. Per un pezzo è stato più qui che altrove, andava a spasso a braccetto dei superstiti, ha dato a tutti il suo numero di telefono personale, s'è sorbito lunghe tiritere come farebbe un prete nel confessionale. Una pazienza, caro mio, che non ti dico. È a questa gente, dunque, che devi guardare con attenzione, perché qui nasce il piano Samonà, a questo livello, l'opera del regime, come lo chiamano qui, dove la destra impera e i socialisti non sono visti di buona voglia come forza di governo.
«Bene. Il progetto è pronto. Si aspettano gli applausi. Invece, tò! I superstiti guardano il plastico, tastano qua e là, si guardano interrogativamente in faccia, confrontano il vecchio paese con il nuovo, e giù improperi, urli, bestemmie. E questa sarebbe Longarone? gridano in tutte le salse. Al coro si uniscono quelli di Castellavazzo, perché il piano regolatore si estende a quel centro e ne vincola l'attività edilizia. Vedessi che scene! No, signore, la mia casa non era qua. La mia casa era là. E Samonà a spiegare che dov'era la casa prima, ci sarà il verde' o lo svincolo dell'autostrada, oppure non so, il campo sportivo, o la zona industriale. Pazienza bisogna avere, pazienza e fiducia, tutti hanno da guadagnarci, nessuno da rimetterci, (Fiorello imita elegantemente il verso dell'urbanista), la casa ha da sorgere qua e non là perché va bene così, per il bene di tutti, il piano è congegnato apposta per conciliare l'interesse degli individui a quello della comunità. Niente da fare, niente. La mia casa era là, e là deve tornare ad essere. Ci sono i miei morti, per dio, che sono più importanti del piano.
«Samonà è fuori dei gangheri. Lui lavora per la storia e quattro poveracci, la cui disgrazia merita rispetto e compassione, ma che per congenita ignoranza non hanno sufficienti proprietà per capire le cose, tirano in ballo la stalla, il cortile, la strada, il maiale, l'orto, la vacca. Frattanto tutto questo zelo socialista dà fastidio alla democrazia cristiana. Cosa vogliono dimostrare questi? Che con loro al governo tutto cambia, che solo loro sono bravi e svelti mentre quelli che c'erano prima sono talpe piene di muffa? L'istintivo malessere circolante fra i superstiti, perché la cosa effettivamente non piace e non convince, arriva a dire che a Ponte nelle Alpi, tò, dove c'è largo finché se ne vuole, là sì sarebbe stata anche una bella idea, ma in mezzo alle montagne, insomma, dove siamo! Questo malcontento prende corpo e piede nel comitato dei superstiti, alle cui spalle c'è la democrazia cristiana.
«I socialisti tengono duro, insistono, fanno approvare il piano: ma non c'è nessuna volontà da parte degli altri di dargli corda. Cost fai tu che disfo io, siamo arrivati al presente. Samonà fa la scuola nuova, e i longaronesi la rifiutano. Certo, ci vuole un bel coraggio per fare un edificio così quassù. Lo chiamano il bunker. Piatto, a scatolone. Non gli va proprio a genio. Quello sì che è uno scoppio! Un pugno in un occhio.
«Conclusione: abbiamo un piano regolatore che non si attuerà, delle leggi speciali che non servono, e della gente che, se continua così, presto fa saltare la strada e la ferrovia. Ti va il quadro?»
«Un bel quadro, senza dubbio. E Samonà?»
«Dapprima ha fatto la coda. Dopo si è dovuto rassegnare e ha fatto buon viso a cattivo giuoco. Del resto, sai, il compromesso è stato perfetto. L'hanno trattato nel modo suddetto a Longarone, ma si è rifatto abbondantemente a Erto e Casso. Quelli li ha addirittura squartati in quattro. Un migliaio a Maniago, duccento a Ponte nelle Alpi, altrettanti ad Erto, spostati però a monte, e quelli che vogliono restarsene lassù a Casso... fatti loro. Me ne frego, sai», dice il mio collega e amico. «Sono un cronista e basta, a un certo punto s'arrangino. Gli avversari insinuano persino che "Quello che non ha disfatto la Sade, sta disfando Samonà".»
Ha ragione Fiorellone Zangrando. Non tornerei quassù a fare il cronista per tutto l'oro del mondo.
«Beviamo il Redipuglia della staffa», dico.
Stavolta è lui a farmi osservazione.
«Adesso sì che ci si ubriaca sul serio.»
«E cosa vuol dire? Siamo in argomento, restiamoci fino in fondo. Alla salute, Fiorello.»
«Alla salute.»

V
«Marcello!», grido dall'alto delle scale del municipio di Longarone. Sacchet, giù nell'atrio, infagottato nel paletot, con intorno almeno sette superstiti, alza gli occhi lucidi e con voce da aspirina dice l'immancabile: «Tò, chi si vede.»
«Hai l'influenza, vai a letto, Marcello», dice un superstite. «Dovresti sposarti, Marcello», fa un altro.
Sacchet si schermisce. L'uomo gode di vaste simpatie e profonde antipatie, più che per se stesso per la radicalizzazione delle posizioni politiche, portata qui, a Longarone, alle ultime conseguenze. Potrà, pertanto, piacere o non piacere: ma è attivo, dinamico, non si discute. Ha sempre fretta, misura i minuti per tutto.
«Prima i poveri», dice tenendomi la mano, rivolto a quelli che domandano. Li sistema alla svelta, come solo lui sa fare. È direttore provinciale dell'Istituto autonomo case popolari, l'esperienza non gli manca. Parla sempre lui, è come una mitragliatrice. Si fa le domande e si risponde, la sua arma dialettica è il sillogismo, ed è sempre categorico, deciso, dotato di ferma e solida determinazione.
«Vieni, vieni.» Mi trascina, quasi, all'Adelfia, il caffè in faccia al palazzo comunale. «Che vento ti porta? Sono anni che non ti si vede. Cosa prendi? No, aspetta. Faccio io. Un aleatico. Ti piace, vero, l'aleatico? Un aleatico per il signore. Io niente. Sono a pezzi, ho l'influenza. Neanche latte, niente. Un bicchiere d'acqua, che prendo una aspirina. Allora? Cosa dici? I superstiti? Cosa, ubriachi? Alcoolismo? Tu li vedi così? No, no. Non darei, io' questa impostazione. Imposterei tutta la questione in modo completamente diverso. Non credere alle fiabe, i longaronesi sono gente normale. Dammi qua.»
Mi strappa di mano il taccuino e comincia a tracciare segni.
«Dunque: primo: sconvolgimento di una economia. Cosa ne deriva? Secondo: disoccupazione e disorientamento. Lungo periodo di disoccupazione, sempre maggiore disorientamento. È comprensibile. Terzo punto: rieducazione. Chi è rieducabile, chi non lo è. I rieducabili? Praticamente tutti. Tutti i longaronesi sono rieducabili, ad eccezione di alcuni vecchi, cosa vuoi farci, per quelli ci sarà o c'è già la pensione. Tutto dipende, come vedi, dal riassetto dell'economia. Dare occasioni concrete e non chiacchere. Ridare le industrie alla città, le industrie che ha perduto. Cos'è che ci frena, cosa ci rovina? Le incertezze della burocrazia. Qui bisogna fare presto, agire in fretta, e loro girano, menano, non si decidono mai. La burocrazia è la piaga di Longarone. I sussidi? Non parlare dei sussidi, per piacere. Soltanto il diciassette per cento dei sussidi va ai longaronesi. Dati alla mano, sai. Il rimanente a chi va, a chi è andato finora? A gente che forse, sottolineo il forse, ha visto la tragedia.»
Riesco a malapena a inserirmi con una domanda fra le maglie fitte della sua esposizione per chiedere che ne sarà del piano Samonà, intanto che i fogli del mio taccuino, nelle sue mani, si infittiscono di segni, triangoli, rettangoli, segmenti, come a una lezione di segnaletica stradale. E fra un cerchio e un quadrato, annotazioni poco comprensibili, tracciate con calligrafia minuta.
«Il piano Samonà? La carnevalata è durata anche troppo. Adesso si fanno le cose che si possono fare. Non è mica tutto da buttare via il piano Samonà. Ma qua non siamo sulla luna. Siamo a Longarone. Dobbiamo restare con i piedi su Longarone, e ci resteremo. Le cose si sistemeranno quando l'economia riprenderà il suo corso naturale. Alcune cose resteranno, come la sopraelevata, non tutto è peste. Le poche cose valide. Guarda la scuola. Hai visto? Sembra un residuato bellico.
«Non c'è speranza invece per quelli di Casso e di Erto, che saranno confinati nel ghetto di Ponte nelle Alpi. Perché dico ghetto? Perché sì. Non se ne accorgono di hnire in un lazzaretto. Lo stesso capiterà a quelli che andranno a Maniago. Cosa altro vuoi sapere?»
«Marcello, stai dicendo molte cose interessanti e importanti, ma non rispondi alla mia prima domanda. Perché a Belluno vi guardano con tanto sospetto? Vi considerano degli sbandati. degli squilibrati ancora in preda allo choc. Per questo si avanzano dubbi sulla opportunità di ricostituire una comunità fatta soltanto di longaronesi. Il progetto Samonà ritengo avesse lo scopo di mescolare i longaronesi ad altra gente, per questo forse anche nelle strutture urbanistiche è stato adottato il concetto di radicale rottura con l'ambiente, per togliere, estirpare del tutto i segni esterni della tragedia, sostituendo al concetto di morte totale, quello della risurrezione, della rinascita. Giusto o no che sia, tutto questo muove stati d'animo negativi nei vostri confronti. Cosa hai da dire in proposito?»
Sacchet riprende a tracciare segni sul taccuino.
«Allora capovolgiamo il discorso. Perché i bellunesi ci guardano male? È semplice. I longaronesi sono tutti morti, sono zero. Quei pochi che non sono morti, non fanno niente. I longaronesi non fanno niente e chiedono. I longaronesi chiedono? I longaronesi sono squilibrati. È facile, però, caro mio, dire che i longaronesi sono squilibrati. Facile e troppo comodo. Ma i longaronesi non sono tutti morti. I morti sono meno di millecinquecento. Quasi duemila i vivi. E non è vero che non fanno niente. Quelli che possono, lavorano. È perché non c'è più lavoro. Come vedi, se si vuole, il problema è semplice. Ridate a Longarone la sua economià e tutto si sistemerà. Sono stati i piani a complicare le cose. Adesso è il mornento di fare quello che è necessario. E ora di finirla, tutti stanno mangiando sul nostro fil della schiena, si specula sulle nostre disgrazie. Quando si avrà il via? Ma appena si decideranno ad approvare la legge sui risarcimenti e sugli espropri. D'altra parte, guarda che i bellunesi ce l'hanno sempre avuta con i longaronesi perché sono più attivi di loro, perché a Longarone si viveva meglio che non a Belluno!»
Quello che dice Marcello Sacchet è vero. Le industrie di Longarone, Belluno se le è sempre sognate. E, come nella favola di Fedro che parla della volpe e l'uva, si sono sempre consolati, i bellunesi, snobbando la cittadina del fondovalle zoldano. Ho sentito dire da un notabile cittadino che, fatti i conti, è meglio che le industrie non vengano a Belluno. «Vogliamo riempire di fumo la valle?» diceva il tanghero: «per rovinare il turismo? E per fare la fine di Longarone e Ponte nelle Alpi, in mano a socialisti e comunisti?»
«Non temi», dico, «che la maggior parte della gente, appena avrà in mano i soldi e la mappa catastale del terreno regalato, si affretterà a vendere tutto e ad andarsene?»
«Se lo vogliono fare non glielo puoi mica impedire. C'è libertà, hanno diritto di fare quello che vogliono, di andare dove vogliono. Ma io ho molta fede, vedrai che resteranno. Adesso me ne vado perché ho gente che mi aspetta in municipio e ho anche la febbre. Ciao caro. L'aleatico lo pago io, qua signora, sessanta, vero? No? Cinquanta? Piacere di averti rivisto, ciao.»
Esce di furia e infila sgomitando il municipio. Nell'atrio molta gente aspetta lui. Prendere o lasciare: l'imprevedibile Marcello Sacchet, l'uomo più discusso della nuova Longarone, è fatto così.

VI
L'onorevole Corona, originario di Erto, sembra condividere talune teorie di Marcello Sacchet: ma con diverso spirito.
«Il compagno Corona», dice il Terenzio Arduini all'osteria-trattoria del partito comunista e della Camera del lavoro, giù in Mezzaterra, a Belluno. Ed io a precisargli che non mi sono riferito al ministro socialista al turismo e spettacolo, bensì al democristiano Giacomo Corona, quasi un paesano per lui.
«Lui, lui», conferma Arduini. «Il compagno Giacomo Corona. L'avessi visto piangere a casa mia come l'ho visto io. Giacomo, gli ho detto, fammi un piacere, non voglio vederti in questo stato. Non ho mai pianto, neanche quando c'era tanto da piangere, non farmi piangere adesso tu. Mi vergogno, lui diceva, mi vergogno di essere in mezzo a questa gente, di condividerne le responsabilità. Poveretto. Da quando ha perduto il figlio in quel modo, un anno fa, non è più lo stesso. Anch'io ho perduto un figlio. Ma delle due, meglio così, che come lo ha tristemente perduto lui.»
L'uomo è in preda a una crisi devastatrice. Corona, vedovo e malato, non si è più riavuto. E pensare al fine umorista che, durante una sua non lieve malattia, amava prendersi giuoco di quanti, fra i democristiani, vivevano giorni di ansia al pensiero del suo cadreghino di deputato vacante.
«Dicono rosari», e strizzava l'occhio allegro. «Non sanno di che tempra è fatto un alpino di Ertocasso. »
Gli ertani lo dicevano originario di Erto, i cassani originario di Casso. Lui a quelle dispute faceva risatine brevi alzando e arrotondando una guancia più dell'altra e rirnpicciolendo ancora di più l'occhio difettato con nell'espressione del volto una sagacia un tempo destinata a ben altre questioni ed ora limitata alla difesa del suo piccolo patrimonio elettorale.
Quelle risatine, quell'ammiccare bonario, quei gesti e quelle alzatine di spalla non scioglievano il dilemma. A chi glielo chiedeva scopertamente, con inflessione ertana nel dialetto veneto rispondeva garbatamente che sua madre (di Ertocasso) l'aveva concepito a Milano ancora prima della grande guerra. E coglieva occasioni per rivendicare, lui, avvocato oltre che deputato, le origini popolane e la fedeltà sempre mantenuta a quelle origini.
Ma non soltanto a Erto e a Casso si disputava intorno all'onorevole Corona. A Belluno, sulla destra e sulla sinistra del Piave, in Alpago, in Zoldo, in Cadore, in una non trascurabile parte dell'Agordino, a Cimolais, a Claut; dovunque lui attingeva voti c'era da dire sul suo conto, in bene o in male; il suo nome aveva il potere di scatenare polemiche a non finire.
A Belluno numerosi erano coloro che gli rinfacciavano la sua indolenza. Cosa importa la sua intelligenza, che pro ci fanno il suo spirito e le sue trovate se devono servire solo a prenderci in giro, dato che non si occupa di niente e per niente, e tutto quello che fa è stringere la mano e bere mezzi litri coi parroci e i sindaci della circoscrizione? Ma ecco allora levarsene altri a sostenere il contrario, o quasi. Sì, non si discute, Corona non è uno sgobbone, è - anzi - un uomo che ha bisogno di un estro particolare per dedicarsi con impegno a determinate cose, quasi un artista della politica. Ma questo cosa fa, a cosa porta? A una differenza di classe e di fondo rispetto ai suoi colleghi deputati bellunesi. Le cose da lui fatte non sono tante, ma tutte di stampo egregio, come la legge 1953 sui sovracanoni ai comuni di montagna...
Ma è un beone, un crapulone, l'«onorevole ombra», dinanzi a un buon bicchiere è sempre incapace a dire no. Possibile che Belluno debba essere rappresentata in Parlamento da un così accanito bevitore?
Corona è un uomo delle Alpi e beve il vino, replicavano gli altri. Anche in questo è montanaro autentico' figlio della sua terra e della sua gente. L'attaccamento alla montagna, e solo quello, gli hanno precluso la via verso una carriera ministeriale. Gridare che va a cena con i deputati sindacalisti veneti non è offendere, ma rendere omaggio alla sua schiettezza di uomo e di popolano.
I comunisti dicevano che è democristiano. I democristiani di destra che, prima di diventare democristiano, aveva militato nelle brigate partigiane socialcomuniste. I suoi amici lo difendevano, difendendo il suo passato di comandante partigiano e la coerenza dei suoi atti politici fin dal 1952 quando per primo, alla Camera e in sede di gruppo parlamentare democristiano, aveva parlato della necessità dell'apertura a sinistra, bruciandosi immediatamente il cadreghino di sottosegretario prima ancora di sedervici sopra. E vantavano, quelli che peroravano la causa della sua onestà politica e privata, il costante impegno per la nazionalizzazione delle aziende elettriche; impegno che i destri bellunesi del suo stesso partito gli riconoscevano, ma con sgomento e aperta disapprovazione.
Ecco, dunque, che le dispute pro o contro Corona (tolte le ombre di vino e la politica di parrocchia e di sagrestia) diventavano dispute pro o contro la Sade, con protagonisti più o meno sorridenti, più o meno velati, lui stesso e il suo contraltare parlamentare bellunese, amico fraterno dei «sadici» vari, come erano chiamati dai «sinistri» gli alti papaveri dell'Adriatica di Elettricità.
E l'imperturbabile Corona da anni ormai faceva tutto come se il caso non fosse il suo. Si trastollava con il suo personaggio come un grande attore. La polemica non gli recava disturbo o danno. Il suo stile si alimentava di sottofondi ironici quasi non avesse altro divertimento che la satira di se stesso. La piega delle labbra carnose sotto un filo di baffi e il sanguigno arrotondarsi della mascella davano colore e forza alla battuta che solo nel sarcasmo, tuttavia, pescava accenti vivi di sincerità.
Tuonava Corona ancora otto anni fa: l'autostrada di Alemagna, la Venezia-Monaco, ha da essere fatta perché la gente di montagna non può essere abbandonata, perché così si valorizzano zone stupende ora depresse, eccetera eccetera - ed era lui il primo a non credere nella realizzazione. Agli amici stretti lo diceva. Siamo troppo deboli e male rappresentati, non abbiamo un ministro, un cane di sottosegretario disposto a darci davvero una mano... Non si tratta mica di mille lire, si parla di centotrenta miliardi... Se ne fregano, questa è la verità, se ne fregano...
Ma nel momento stesso che negava possibilità di successo alle sue tesi, Corona insuperbiva. E tanto maggiore impegno poneva nella dimostrazione. «Dice un sacco di vaccate, però che intelligenza», dovevano convenire gli stessi avversari politici, e lo stesso ex deputato comunista Bettiol, che gli era stato compagno di lotta partigiana, si era sorpresO più di una volta a mandarlo a quel paese battendogli le mani.
Guitto, istrione, beone: ma cosa sarebbe stata Belluno senza l'onorevole Corona? I suoi stessi nemici si rifiutavano di pensarlo, tanto che quand'era tempo lo votavano e lo facevano votare. Tutto questo, naturalmente, prima della tragedia del Vajont.
Adesso non ride più della propria morte. Non pensa più ai concorrenti che aspettano. Prima il Vajont, dopo suo figlio, gli hanno strappato l'ironia dal cuore. La sua voce si è fatta profonda come i rintocchi della campana grande. L'esperienza fatta dal suo amico Nane Fant, che con lui regge le fila di ciò che esiste e resiste della sinistra democrisciana a Belluno, l'ha fatto cauto. Nane Fant è stato sospeso dal partito e deferito ai probiviri per avere criticato pubblicamente i membri democristiani della commissione parlamentare d'inchiesta sul Vajont, i quali con il loro rapporto sulla imprevedibilità hanno vibrato un colpo mortale alla generale speranza di arrivare a un processo clamoroso, buttando altresì a Sade ed Enel una insperata ciambella di salvataggio. L'esperienza ha fatto cauto l'onorevole Corona. In pubblico non parla quasi più. Ma a tu per tu sente il bisogno di dire le cose come stanno e come lui le sente. Con il buon Arduini, ad esempio, e adesso con me, che gli sono amico da sette anni.
«Tu mi dici delle impressioni: ma io ti dico di più. Noi stiamo diventando tutti responsabili di genocidio. Ho dati, sai, percentuali che non vengono pubblicati per carità di patria. Tu dici Longarone: io rispondo Erto e Casso. Dati su donne che esercitano un certo tipo di prostituzione, su uomini ormai distrutti dal vino, dalla grappa, presi dalla cirrosi, ormai preda del delirium tremens, al limite del parossismo. Tu non hai idea di quale delitto si stia compiendo lassù. Quelli di Casso ancora no. Sì, decadono nell'indolenza, sprofondano negli abissi dell'alcoolismo. Ma si mantengono ancora abbastanza uniti. E poi bisogna tenere conto che la piaga esisteva anche prima, tu stesso hai fatto degli articoli, la tragedia l'ha solo resa più acuta. Credo addirittura che quelli che si trasferiranno a Madonna di Vedana, alle porte di Ponte nelle Alpi potranno, a mano a mano, inserirsi. Fra l'altro realizzano così una antica aspirazione: staccarsi da Erto e dalla provincia di Udine e venire sotto Belluno. Il dramma è, invece, nell'avvenire degli ertani che andranno ad abitare a Maniago, verso Pordenone. Povera gente! Vedo torbido nel loro domani. Dove vanno? Cosa faranno? Abbandonano una terra triste e disperata per una che sarà resa ad essi ancora più triste e amara. Già dal Friuli masse di emigranti ascendono a Milano, a Torino, o vanno all'estero. Maniago non è certamente una eccezione. Andranno, gli ertani, ad occupare il posto di altri che partono, visti con sospetto, avversione e astio da quelli che restano. Pensaci un poco. Una comunità ormai minata, sradicata, che prospettive può avere? Tieni presente un fatto: a Longarone, qualsiasi cosa si dica, sono quasi tutti morti, parlo dei longaronesi veri, quelli che abitavano in centro, non quelli delle frazioni. A Erto e Casso sono quasi tutti vivi. »
Corona mi dice tutto questo intanto che lo accompagno a casa, come facevo spesso quando ero a Belluno. Mi stringe il braccio e sento il tremito forte della sua mano poco sopra il gomito. Anche la voce trema. Il suo mondo si disintegra ogni giorno di più.
«E le responsabilità, onorevole?»
Deve tornargli a mente l'amico Fant perché tace, si fanno quas; cento metri prima che si decida a rispondere. Oppure l'argomento è troppo doloroso per lui? Ricordo la frase detta ad Arduini: «Mi vergogno di essere in mezzo a certa gente.»
«Hai visto la relazione degli esperti? È chiara. Dicono che la velocità di caduta non era prevedibile. In altre parole che non si poteva pensare alla caduta compatta di un pezzo di montagna di quella mole. Se fosse caduta a pezzi, non avrebbe sollevato un'ondata simile. Non si poteva prevedere, dicono. Adesso si può prevedere. Ne terranno conto per le altre dighe che faranno. Ma allora non c'era niente da fare.»
C'è silenzio, bisogna fare attenzione per non scivolare sui lastroni di ghiaccio che coprono il marciapiede.
«O no?» dice Corona, trovando d'un colpo uno sprazzo dell'arguzia che fino a qualche tempo fa era il prodotto naturale della sua intelligenza.
«No», dico semplicemente.
«E allora, amico mio, pazienza.»
«Pazienza», dico. «La minestra dei becchi. E va bene, becchi. Ma anche contenti, poi, questo no.»
«E quello che dico anch'io», dice Corona. «Infatti, ti pare che io abbia la faccia dell'uomo contento? Soltanto che non serve a niente. Mettiamoci il cuore in pace.»

VII
De Grandis passa al Corriere. Un altro galantuomo se ne va. Sarebbe rimasto se gli avessero concesso di lavorare in pace. Innamorato com'è delle montagne qua intorno, pure essendo veneziano schietto, per niente al mondo partirebbe, io penso, se solo gli fosse lasciato il minimo della tranquillità. Ma è così amareggiato, tanto viva deve essere in lui la miseria di tutte queste cose, e avvilente, che alla fine ha deciso di mollare.
Non gli sono mancate le soddisfazioni. All'ufficio interni del Corriere della Sera difficilmente sarà come qui, nel piccolo mondo di provincia che ti consente ancora di averé un nome e un cognome. A Milano sarà tutto molto diverso. Per noi veneti, poi, è ancora più dura quando ci strappano alle nostre terre. Siamo i classici pesci fuori d'acqua. Ma ci sono angolature oltre le quali, se uno è uomo, non piega il fil della schiena. E De Grandis, pure così taciturno e poco comunicativo, è sempre stato ben eretto sul busto, alto quasi due metri, vagamente malinconico, ma fermo e sicuro di sé.
La notte del Vajont era lì da poco quando sono arrivato da Venezia.
«Sono tutti qua sotto?» ho chiesto, ancora incredulo, intanto che cominciava ad albeggiare sul Borca de Salta. «Tutti», ha risposto semplicemente, e mi ha guardato citandone alcuni - i Plattner, Coletti, non so altro chi - con gli occhi di un bambino che si domanda il perché di qualche cosa senza darsene ragione. Mi guardava, e le labbra tremavano. Mattei sembrava di pietra, una statua nera con cappuccio e tabarro alla Montgomery, in quella vallata piena di vento. Zanfron scattava foto su foto, senza più il rullo nella Rolleiflex.
Adesso siamo qua, per questo commiato. Ci siamo proprio tutti, ex e non ex, meno Giancarlo Graziosi venuto per un anno al mio posto dopo la mia partenza, ed ora ricoverato all'ospedale di Vicenza. Mattei beve, ride, canta; c'è Fiorello Zangrando, candidato alla successione; quindi il direttore dell'Enal Bruno Contiero, l'amico mio migliore, compagno, quassù, di tante e tante serate allegre e anche di qualche momento triste; c'è Ruffo che viene da Verona e non si adatta all'ambiente, giovane com'è e pieno di inquietudini, ma volonteroso e tenace, ne uscirà di certo un buon cronista; ed ecco il vecchio leone Bottari, della concorrenza, capo della redazione bellunese del «Carlino», anche lui amico di tempi lontani quando si era a Padova e a Rovigo, buono da ombre come pochi e rabicondo che pare un bravo curato di monte, ma tutt'altro che prete, s'intende, e allegro, anche se sul lavoro va tenuto d'occhio perché esperto e volpone. Poi Zanfròn, o Zànfron, come noi lo chiamiamo, l'uomo dal «flash» facile, scatterà almeno cento volte, forse anche duecento. Con il capo De Grandis s'è fatto una posizione, prima d'essere fotografo del giornale era niente' adesso è il primo fotografo della provincia, è entrato perfino nel giro ostico e chiuso di Cortina. Deve tutto al capo, e Zanfron non è tipo da dimenticare queste cose. Non vuole perdere un attimo, non una immagine di questa serata da Buzzatti a Bribano. Ci sono, infine, amici vari, i corrispondenti della provincia, Sommacal di Feltre, Belli di Cortina, De Sandre di Calalzo, Sorge di Alleghe, De Francesco di Pieve di Cadore, e perfino un superstite del Vajont, il Fiorin che ha perduto tUtti mentre lui era in Francia, ed è lui che ha organizzato l'occupazione del municipio, minacciando anche l'occupazione degli impianti del Vajont.
Buttiamo tutto in vino e in canti della montagna. Allegria e rimpianto per la partenza del capo sono mescolati al gusto di trovarci ancora tutti per poco insieme, occasioni che in avvenire saranno sempre più rare fino a scomparire.
«...Su vieni avanti se hai del coraggio - e se la 'buffà ti lascia il passaggio - noialtri alpini fermarti saprem... », intona Fiorello Zangrando con quel suo fare da satiro; ma fanno subito eco quelli che vogliono la cantata seria, e fra questi il Bottari, che sente riaffiorare, grazie al vino, il vecchio alpino e partigiano, tre ore e mezza di tortura sui tavoli della banda Carità, neanche una parola uscita dalle labbra chiuse a tenaglia.
«Sul ponte di Perati - bandiera nèraa...», salta pertanto fuori, quando non (ed è peggio che andar di notte) «Steluttis alpinis», che, con un coro di gente sbronza a questo modo, è cosa da non dire. Dove, invece, si può cantare a gola spiegata è in: «Non ti ricordi quel mese di aprile - quel lungo treno varcava il confine - e trasportava migliaia degli alpiniii...» 0ppure: «Sul ponte di Bassano - noi ci darem la mano - noi ci darem la mano - e un bacin d'amor...»
Si fa tardi, i canti si spengono nelle ultime isolate stonature, è il momento dei saluti.
«Al Nevegal, al Nevegal!» si grida fuori, davanti alle macchine.
«Io non vengo», mi fa De Grandis con una stretta di mano dolorosa per la forza che ci mette. «Ciao.» Lui è ancora lucido (non beve mai), m'avvedo della sua tristezza, che è anche la mia, perché mi ricorda il modo come sono stato cacciato di qua, e le ragioni.
«Ciao, Lucio.»
«Sai, domani è l'ultima domenica che sto con la mia famiglia.»
«Hai ragione, Lucio. Auguri.»
«Auguri, sì. E grazie.»
«Grazie di tutto, anche a te.»
Se non viene De Grandis, cosa andiamo a fare al Nevegal? La serata è bella, siamo sulla mezzanotte, splende la luna sul Visintin e il Serva, coperto di neve, riluce dall'altra banda, come il gruppo dello Schiara; ma non abbiamo donne e, chi più chi meno, ci portiamo dietro una sbronza che metà potrebbe anche bastare. Già dentro le macchine, si decide di concludere a Belluno la serata dopo il bicchiere o il bicchierino della staffa.
C'è gente che trova da sistemarsi tramite il Mattei che incoccia in alcune giocatrici di pallacanestro di ritorno in seicento da una trasferta. Altri vanno a casa, mi ritrovo pertanto con il solo Contiero, l'ennesima ombra di rosso davanti agli occhi, a ricordare i bei tempi andati, quand'io ero scapolo, lui aveva la famiglia a Venezia, e pertanto si viveva insieme all'alberghetto giù al Ponte della Vittoria, millecinquecento lire al giorno vitto e alloggio.
Non fossi sbronzo sarebbe un'altra cosa. Ma Contiero dice: «Andiamo, dai, giù al Bortoluzzi prima che chiudano.»
«Stasera c'è la Gabriella di chiusura», aggiunge con tono pieno di sottintesi.
«Allora, se c'è la Gabriella di chiusura, andiamo a prendere l'ultimo Stravecchio», dico. Sarà il vino' o la tristezza, o il desiderio di ritrovare un poco del mio passato, o tutte queste cose insieme: ma la ragazza dietro al banco del bar mi pare perfino più bella, più donna certamente di quattro anni fa.
I secondi si staccano come foglie da un ramo. Non importa quello che si dice, nemmeno lo so, poche parole comunque, e tutte banali, assolutamente lontane dallo spirito della cosa. E forse, ancora, ce ne andremmo verso la piazza al momento di chiusura del bar, se Contiero non giuocasse l'ultimo tiro della serata.
«Vi saluto, vado a letto. Buonanotte.»
«Vieni, ti do un passaggio», dice Gabriella. «Ho la Bianchina qui fuori.»
«E pensare che non ti ho mai avuto», penso. «Bel pezzo di cretino.»
Il mio albergo è a duecento metri, ma si corre un poco per la città alla ricerca di un bar aperto. Invano, a quest'ora. Allora ci fermiamo un poco qua, un poco là, ci salutiamo sempre, ma poi andiamo ancora avanti, lei non mi guarda io la guardo, la mia pupilla è certo dilatata ma la sua immagine è nitida, al punto che mi pare di muovermi in un sogno, o di essere fra i personaggi del mio romanzo, o addirittura di precipitare da una roccia, e tutto sommato sono felice perché più mi rodo dentro e più contento sono.
«Sono passati quattro anni, Gabriella. E pare ieri.»
Fa un gesto come per allontanare qualcosa.
«Pare proprio ieri.»
Silenzio.
«Non sarei qua se non fossi ubriaco», dico.
Sorride. «Lo so.»
«Sono qua per caso, Gabriella. Ma è un caso che si fa aspettare da troppo tempo.» Tace. Fruga in quella maledetta borsetta. Cosa cerchi proprio non so. Ma forse vuole solo non alzare gli occhi.
Le parole di Silvio Guarnieri. La sua figura nel salotto della bella casa di Feltre, a sorseggiare una tazza di tè, il giorno in cui sono andato pieno di deferenza e di timore per il giudizio letterario sul mio romanzo. Serene, chiare, garbate parole, com'è nello stile dell'uomo; eppure così crudeli.
«La sua storia se l'è tenuta dentro di sé. Agli altri vorrebbe raccontare un'altra storia, che non è la sua e nemmeno quella del Vajont. Se è vero che di uno ha fatto due personaggi, allora vuol dire che non ha avuto abbastanza coraggio.»
E stato proprio crudele Silvio Guarnieri a stroncare il libro con il quale volevo dire e al tempo stesso non dire. Ma adesso, qui, pure intontito, mi rendo conto che aveva ragione.
«Bisogna proprio essere ubriachi per essere sinceri», dico.
Adesso lei mi guarda. Quando lei mi guardava così non era caduto il Toc, non avevo in mente di scrivere il libro che ho poi scritto e non ero padre di due bambini. Tutto intorno è nebbia e ronzii.
«Io non sono ubriaca», dice.
È strano. Parla come se avesse sempre saputo che prima o dopo sarebbe venuto un momento del genere. Queste battute non hanno niente di improvvisato. Si direbbero maturate da lungo tempo, da sempre quasi, e cullate, accarezzate dentro.
Ancora, distante, la voce di Guarnieri. «La sua sconfitta è la sconfitta di quella gente.»
Ma costè, in realtà, la mia sconfitta? Il non avere pubblicato un libro? Non averlo ultimato due mesi prima che crollasse la montagna? Possibile? E, in ogni caso, cosa c'entra il Vajont?
Non capivo. Adesso capisco. La risposta è nel trauma che porto dentro di me. Nelle cicatrici che mi impediscono di chiudere con il passato. Ecco perché sono tornato, perché ho commissionato a me stesso questa indagine senza senso né scopo. Sono fermo anch'io, pietrificato. Questo incontro non poteva non avvenire.
Guarnieri: «La sua è una storia d'amore. Il Vajont viene dopo. Molto dopo. C'è e non c'è. Da buon vittoriniano, ha rifiutato questa impostazione, tipica del romanzo.
«Non se n'è accorto?»
Se me ne sono accorto. E anche se non me ne fossi accorto, me ne accorgerei ora, qui, oppure no. Non,è una storia d'amore. E la storia di un rimorso profondo come quello di non essere riuscito a scrivere prima, e denunciare prima, quando, pure, si sapeva. Molte cose, molte inquietudini, forme sciocche di pudore, volontà di rivivere e, insieme, di seppellire il tempo perduto, di riaccenderne e, al tempo medesimo, di cancellarne la memoria; tutto questo è valso a confondere e a rimestare volutamente una verità tanto semplice. Sono, però, bastati un occhio acuto, una intelligenza lucida, una mente serena, per riportare tutto a galla, per mettere tutto allo scoperto. E pensare che ritenevo di essermi mimetizzato tanto bene...
Ma adesso, almeno, so chi è Saba, chi è Shèherazàde. Adesso tutto è tranquillo. Si fa per dire, tranquillo. Riprendono con forza nuova la sofferenza, il dubbio, l'ansia, di alcuni anni fa. Ma almeno c'è chiarezza. Tutta la strada che ho creduto di fare in tutto questo tempo mi ha ricondotto esattamente al punto di partenza.
«Sono stanco, Gabriella.»
«Sei soltanto deluso. Vorresti cambiare il mondo e non puoi. Ti capisco. Capita anche a me, qualche volta. Figurati, una barista. Ma ho avuto anch'io di questi pensieri. Dopo, però, passa. Vedrai che domani mattina starai già meglio.»
«Hai ragione. Quattro anni, sembra ieri. Ma perché credi che io sia qui. Ma perché sono fermo, il Vajont ha fatto scendere una barriera fra me e il tempo della mia giovinezza. E più si allontana, più cresce il desiderio di riviverlo. Quel libro, Gabriella, l'ho scritto per questo. Per tornare almeno idealmente fra la mia gente, fra le mie montagne. Ma ecco, una sera, una telefonata: ed ecco duemila cadaveri, una montagna intiera piombare fra te e il tuo passato. E ti ritrovi quattro giorni dopo con due rughe e mille capelli bianchi di più.»
Lei, che non sa niente di queste cose, mi guarda sbalordita, deve pensare sia tutto effetto dell'alcool.
«Un libro sbagliato», dico forte. «Una grande sbronza come la mia di adesso, con la lagrima finale. Ciao, Gabriella. Vado in albergo. Buona fortuna a te.»
Impugna la «cloche» e parte verso Mussoi, dove abita. Ed io vorrei essere con mia moglie. Il suo viso bello, pulito, sereno, tranquillo. I suoi occhi verdi, che sono anche gli occhi dei due bambini. Una moglie, due bambini. Adesso io lo so, mentre sto qui, appoggiato a un platano di via Fantuzzi con la sigaretta fra le dita che tremano. Lo so, sono tutti nel mio letto, è sempre così quando non ci sono. Non ho diritto di chiedere il santino di Celso al tabaccaio di Longarone. Non ho diritto di tormentare tutta questa gente solo perché faccio questo mestiere. Le strade, di notte, sono un poco più grandi ed anche un poco più tristi, canto. Tutte le strade, meno quella che conduce a casa. Una casa, un guscio che ci protegga, degli affetti, come l'unguento sulle piaghe. Sarebbe così facile E invece ecco Celso, ecco Plattner, ecco Shèherazàde Ecco la giovane donna dai lunghi capelli neri fatta teschio, figlia del nobile trevigiano. E se fosse mia moglie? E se fosse mia figlia? Non ci sarebbe più strada, più vita. Sono fuochi che quanto più sembrano sopiti, tanto più si riaccendono, dalle ceneri sconvolte della rassegnazione. Chi me lo fa fare di bruciare a questo modo.
Ma è inutile. Mi attende l'albergo, e una notte che dovrò pure decidermi ad affrontare, non potendo restare fino all'alba appoggiato ai platani di via Fantuzzi. Solo, con tutti questi ronzii intorno. Una notte senza riposo, resa più dura dal fatto che invano frugo e rifrugo nelle tasche. Ho finito tutte le sigarette.

PARTE TERZA
I
Anche don Carlo Onorini, il parroco di Casso, è un sinistrato del Vajont. La sua parrocchia è spaccata in tre; Cimolais, Casso, Ponte nelle Alpi. Abita in un civile appartamento al terzo piano di una casa nuova a Pian di Vedoia, dove sorge la zona industriale, all'imbocco della vallata del Piave che mena al Cadore. Fa la spola in attesa che qualche cosa si sistemi.
Tutte le domeniche di buon'ora attraversa la frana e va a dire messa al paese per quelli che ad ogni costo hanno voluto tornare, un centinaio in tutto. Fa sciogliere alle nuvole, alle nevi, al vento della Valcellina il suono delle campane che rindonda giù, fino a Longarone e a Castellavazzo. I cassani lo aspettano sul piazzale da cui si diramano in salita le viottole buie del paese, alla cui estremità c'è il sagrato della chiesa e la chiesa stessa, a non più di quattrocento metri dal baratro scavato dall'ondata che ha lambito il paese. Fanno messa insieme, poi si lasciano. Tornerà fra una settimana, se avrà l'occasione. Altrimenti la domenica successiva.
Per arrivare a lui devo promettergli telefonicamente di non toccare un certo argomento.
«Non sarà mica per quella vecchia faccenda ...», lui mi domanda subito con una certa preoccupazione nella voce.
«No, don Carlo. È acqua passata, ormai. Sono qui per il Vajont.»
«Allora va bene. Venga a casa mia dopo le nove di stasera. »
Don Carlo sa che sono agnostico. I nostri rapporti sono stati sempre molto strani. Ci siamo dati una mano a vicenda, ma c'è stato un momento di acuta crisi fra di noi. Egli custodisce un grave segreto. Una quindicina di anni fa, ad Auronzo, è stato commesso un omicidio. Un boscaiolo di Casso è stato ucciso con una coltellata al cuore. Questioni familiari? Si è anche detto suicidio: è stato rifatto anche un processo con delle assoluzioni per insufficienza di prove. Non si è potuto mai dimostrare niente per l'omertà della gente che, da queste parti, preferisce regolare i conti da sé.
Per anni si è andati avanti a suon di teste rotte fra questa e quella famiglia del paese. Ogni tanto qualcuno si trascinava a casa massacrato di botte. Giorni dopo, un altro. Difficilmente però si arrivava ai carabinieri, che erano informati (e nemmeno sempre) soltanto per via indiretta.
Il parroco di Casso dovrebbe conoscere l'assassino. Avrebbe saputo tutto in confessione e non può perciò parlare. La solita storia. Con D'Agostini (brigadiere della polizia giudiziaria di Belluno) sono stato per mesi sulle tracce dell'omicida, purtroppo invano. Una notte a Casso abbiamo pure passato i guai nostri. Si era oramai ai ferri corti con don Carlo, che non voleva parlare. Poi sono stato trasferito, ed anche D'Agostini. Il Vajont ha posto definitivamente fine alla faccenda. L'assassino è ancora libero. Ci resterà per sempre.

II
Ottobre, 1963. Sono tornato a Casso a distanza di tre mesi. Volevo controllare alcune voci corse a Belluno e per la spianata deserta che oggi è Longarone. A Casso, si diceva, c'erano stati quarantacinque morti. Il paese mezzo sparito. Non potevo crederci. A Erto, a Codissago, a Castellavazzo, a Fortogna, a Ponte nelle Alpi, perfino nei quartieri bassi di Belluno: ma non a Casso. Perché questo fosse avvenuto, sarebbe stato necessario che i massi fermi da secoli lungo la china selvaggia del Borca de Salta si fossero messi improvvisamente in moto e, rotolando a valle giù dalla diga, avessero travolto le case del paese. Ma questo non è avvenuto. I massi sono ancora là, fermi, incombenti sulle bicocche affastellate, su chiesa e campanile compressi questi ultimi tra la parete rocciosa e il confluire al piccolo sagrato dei vicoli stretti, tortuosi, cosparsi di letame. Non era dunque possibile che a Casso a quell'ora - le undici di sera, quando il paese pare un cimitero - ci fossero stati quarantacinque morti per una frana colossale, certo, ma piombata dall'altro versante del profondo «canon» del Diavolo sullo specchio ormai colmo del serbatoio del Vajont, alzando colonne d'acqua che come teste di maglio, scavalcando la diga ad arco, sarebbero cadute su Longarone e Pirago polverizzandoli, al punto che per ricostituire topograficamente le varie parti dei paesi è stato necessario allestire la grande scena shakespeariana, con i cartelli al posto delle piazze, delle vie, degli uffici, degli alberghi, delle chiese.
Casso non aveva molto da temere, almeno nell'opinio ne della sua gente. Dall'alto dei suoi novecentocinquanta metri, arroccato come un nido di aquila, poteva quasi irridere perfino alla colonna d'acqua balzata alta - si presume - oltre centocinquanta metri, che lo ha sfiorato lungo i bordi bassi del paese. Vi sono sì stati dei morti nelle case poco sotto quella quota. Altri cassani sono stati spazzati via mentre stavano tornando dalla valle. Ma in Casso - insistevo a dire - morti non ce ne possono essere stati, in polemica con altra gente anche della vallata del Piave, che cost parlando dimostrava di non rendersi conto bene della esatta ubicazione clella diga e della gola del Vajont.
La cosa, del resto, si spiega. Pochi erano stati ad Erto prima: quasi nessuno a Casso. Era capitato anche a me un ar.no e mezzo avanti, quando era venuto a trovarmi nel mio uffficio a Belluno un giovane prete rosso e lentigginoso, fortemente miope con un grosso cappello calcato fin sulle orecchie. Si presenta con umiltà poco comune ai parroci di montagna e di campagna del Veneto e mi porge un pacchetto di piccole fotografie.
«Sono il parroco di Casso», dice. Io rimango esterrefatto a guardarlo, per via del nome del paese, pensando a una stranissima presa in giro.
E sì che avrei dovuto conoscere Casso come conoscevo Alleghe, Caprile, Forno di Zoldo, il Comelico, l'Alpago. Casso, dice il prete, è sopra qui, e in provincia di Udine, come Erto: ma da Udine dista centodieci chilometri e da Belluno soltanto ventidue. Ed è un piccolo paese via da questa terra, sostiene sempre quel prete dalle scarpe di montanaro e dalla tonaca rattoppata. Un paese affidato soltanto agli umori e alla misericordia di Dio.
I nomi, soprattutto, colpiscono. Casso, Erto, Toc, Vajont, Borca de Salta, gola del Diavolo: qualche cosa di inquietante' di estremamente lontano. E le fotografie delle strade che non sono strade, delle stalle, dei letamai accatastati a ridosso delle porte delle case confermano questa mia prima impressione.
Chiedo e ottengo dalla redazione di Udine il permesso di estendere a quel lembo di territorio la mia inchiesta sui problemi della montagna. In città cerco informazioni su quanto il prete era andato dicendomi formulando accuse anche gravi.
«Ci vogliono vedere morti», aveva detto: «Ci vogliono tUtti morti. Speriamo che almeno Dio non si dimentichi di noi...»
La maggior parte degli amici non sa che dirmi, se non che si tratta di gente che è meglio perdere che trovare. Cristo, mi dice un giovane avvocato, parafrasando Carlo Levi, Cristo si è fermato a Longarone. Più su, nelle pieghe di quei recessi montani che chiudono il «canon del Diavolo», fra l'altissima diga del Vajont e il passo di Sant'Osvaldo, l'umanità apre una parentesi. Dentro questa parentesi troviamo Erto, Casso, i cantieri della diga, il serbatoio a clessidra e i fianchi aspri e spioventi della montagna. «Alla larga da Erto» - questo è il luogo comune a Belluno. E più ancora da Casso. Un generale sentimento di irritazione, di rancore, di ostilità e di sottile paura, quasi che al di là delle gallerie di Sant'Antonio cessassero il vivere civile e le garanzie di tutela fisica e morale che esso comporta.
Altre notizie mi sono date da un professore di scuola media, assiduo studioso di storia di tutta la vallata del Piave. «Hanno pochissimo a che vedere con il nostro gruppo etnico », egli sostiene. «Basta osservare i volti dallo zigomo tagliente e il crepitìo secco del dialetto che non trova riscontro né in Cadore né in Friuli. Sono di origine eterogenea, greci, arabi, turchi, egiziani. Secoli fa i veneziani spedivano lassù i loro prigionieri. Erto, Casso, tutta la gola del Diavolo era terra di confino, una specie di colonia penale, di Ustica di quei templ...»
«La processione di Erto? Una cosa pornografica, un sacrilegio.» Così si esprime un dirigente dei maestri cattolici della provincia, nostro corrispondente di non ricordo quale comune. Ma altri giovanotti bellunesi, gaudenti alla «Calle Maior», ne parlano con spasso. «La processione di Erto? Quella delle bestemmie? È tutta da vedere, la più bella cosa del mondo! »
Costoro si riferivano - dai rispettivi punti di vista - alla processione del venerdì santo, scomunicata dalla Chiesa ma non proibita dalle autorità per motivi di ordine pubblico. Proibirla voleva dire rivoluzione.
Me ne aveva parlato Mattei. «Figurati che vengono da Pordenone, da Udine, da Venezia, per non dire da Belluno e paesi intorno. Calcola pure che cinquemila vengano da fuori. Gli ertani tornano perfino dalla Francia, ma alla processione non mancano.»
La questione era tutta nelle bestemmie, che nella massa degli ertani sono un intercalare d'obbligo nel discorso. Ragion per cui chi fa la parte di Gesù e poi risponde agli ármigeri e ai sacerdoti che, nel Getsemani, domandano del Nazareno, «So' iò, ' rc ' diò», finisce con il non essere molto in armonia con il Vangelo. Aneddoti del genere, del resto, ne ho poi sentito a diecine. Assurdità, penso. Ma sulla bocca di tutti. Come quando (e sarebbe stato veramente il colmo), Gesù sulla croce, coperto dallo straccetto che funge grosso modo da «slip», ha ai suoi piedi la Maddalena in lagrime, un pezzo di ertana formato esportazione. In tunica di seta azzurra, la giovane lascia intravvedere parte della coscia e del seno, della spalla e della schiena su cui spiovono i lunghi capelli corvini. Le tre croci e la Maddalena ai piedi del Cristo su un colle a un chilometro dal paese riproducente il Golgota. Tutta la scena è illuminata dai riflettori, la gente che fa massa intorno come in un naturale anfiteatro vive attimi di suggestione; ma la Maddalena è troppo bella e discinta, gli occhi di taglio orientale che denunciano le remote origini (le ertane sono, in genere, donne di una bellezza eccitante) hanno una carica di sensualità compiaciuta; il vero motivo di attrazione, in breve, diventa lei stessa, e questo non soltanto per la gente, ma anche per i ladroni e il Cristo, il quale, poi, dall'alto della croce, reclinando morente il capo, si trova sotto gli occhi panorami ancora più scoperti e inquietanti. Lo straccetto - ahilui! - per reazione fisiologica minaccia di non essere più suffficiente a coprire le intimità di quello che figura essere il corpo sacro, o corpo mistico. E la Maddalena, che di tanto si avvede, tenta di porre rimedio alzando la mano a coprire le parti che lo straccio non nasconde più per intiero.
«Tire vìe chel mèn», reagisce l'uomo in croce. «Lèss stèr, orc' diò, che csì te fe pèdo... »
L'opinione mia era che si dovesse quanto meno concedere alle voci il beneficio dell'inventario. Né meno inconcepibile, nonostante le assicurazioni avute, era ad esempio il pensare che effettivamente gli amici del Cristo di Erto si scaglionassero lungo l'unica via del paese parallela alla gola e aspettassero il passaggio della via Crucis per certi pesanti scherzi da coscritti alle... sfere intime e che quegli si rivoltasse contro di essi, pronti alla fuga per i vicoli laterali, minacciandoli con i quaranta chili di croce incombenti sulla sua spina dorsale.
Assurdo, inconcepibile: però c'era un fatto. La processione era stata effettivamente proibita e soltanto per evitare guai si era giunti al compromesso dell'autorizzazione senza la partecipazione ecclesiastica. Anzi, con il veto e la esplicita condanna del clero.
Era dunque una parodia, una presa in giro? C'era da pensarlo, ma guai a farsi sentire dagli ertani. Ricordo cosa mi avrebbe detto, più tardi, Soni. «La nostra processione è la più bella del mondo e i preti non la vogliono perché sono pieni di rabbia. Ma noi ce ne freghiamo dei preti, perché chi tocca la processione muore.»
Non era, no, una parodia, era una cosa molto seria per quella gente che non distingueva fra la bestemmia e il padre nostro. Lo dimostrava la soluzione tacita a cui si era arrivati. Prima usciva il prete con la sua processione sfilando per Erto come si fa la sera del venerdì santo in tutti i paesi e in tutte le parrocchie. In alcune case si accendevano lumi, ma in molte altre si tenevano porte e finestre ostentatamente chiuse. Poi il prete e quei fedeli si ritiravano in chiesa: e allora dal poggio delle scuole elementari ecco snodarsi l'altra processione. quella scomunicata.
Il segnale viene dal paese. Il parroco ha finito, si paò cominciare. Sacerdoti, guerrieri, flagellatori, popolo, suonatori di tamburo, spettatori a migliaia: ecco la passione di Gesù e dei ladroni. Si spengono allora i lumi nelle case dei più devoti, scompaiono i drappi e ne compaiono altri, con altri lumi, nelle case prima rimaste sprangate. La gente, così, si divideva in tre partiti, i tre veri partiti di Erto: quello di quanti andavano alla processione del parroco; di quanti andavano alla processione condannata dal parroco; di quanti prima andavano alla processione del parroco e dopo a quella condannata dal parroco.
Decidiamo, dunque, per un mattino di domenica. Siamo di febbraio ma la neve è scarsa nelle valli del Bellunese, e in via di sciogliersi al calore di un precoce sole primaverile. Vado in macchina con il fotoreporter Bepi Zanfron, che conosce Erto, ma non Casso. Come tutti, anche lui.
La vallata del Piave fino a Longarone è larga, il fiume si snoda a piccoli rivi da una parte all'altra del vasto greto. Non così l'altra. La strada, che si inerpica su per la fiancata sopra Codissago, lascia di colpo il Longaronese per i costoni dirupati della Valcellina. Essa è interrotta per lavori, seguiamo dunque una specie di mulattiera che, passando per una cava abbandonata, ci porta ai cantieri Sade a mezzo monte e di qui, per la statale larga e asfaltata, alle gallerie e al bar della diga, sul ciglio dello sbarramento.
E questa la prima volta che vedo il Vajont. L'impressione è forte, fieramente contrastante con l'insieme della natura che ci circonda, della quale si paò dire che non si sa se sia più il bianco della neve o il verde fortemente cupo dei pini e delle betolle, il bianco delle nuvole o l'azzurro della stretta porzione di cielo. Una enorme parete concava di cemento e ghiaccio sprofonda verso la valle e il fiume, al di là del quale si distendono Longarone e Castellavazzo. Un gran numero di corvi dal volo basso e teso e dal lugubre gracchiare intermittente. Per il resto, un grandissimo silenzio, un vento forte, un freddo sano.
Questo era, dunque, il Vajont, una spaccatura profonda e vulvosa con in fondo, appena accennato, il biancore della quota d'invaso. Ricordo benissimo: domando a Zanfron perché non si colmasse. Ma Zanfron non ne sa niente, non ci facciamo gran caso e saliamo a Casso che è sopra le nostre teste ma che non si vede per lo spiovere dei crinali. Così si va avanti per un paio di chilometri lungo la statale in direzione di Erto per quindi piegare bruscamente all'indietro e salire,, imprecando al piantarsi delle ruote nel fango misto a neve, con il pericolo di restare bloccati.
«Speriamo che il parroco ci venga incontro», dico.
Il parroco, invece, sta dicendo messa, e per arrivare alla chiesa è necessario passare tutto il paese. Che razza di paese! Comincia con uno spiazzo pantanoso e finisce con la chiesa dietro alla quale il Borca de Salta pare schiantarsi da un momento all'altro. Le viottole ripide (due vacche non avrebbero potuto incrociarsi) danno un senso di penombra di primo mattino; sul ghiaccio delle viottole scorre il liquame delle stalle e dei cessi. Fra una porta e l'altra olezzano i letamai. Fra stalla e cucina sovente viene prima la stalla.
Non c'è un cane in giro, tranne una vecchia con l'eczema in faccia che pare lebbra, la vecchia spara un crepitìo intraducibile di parole, fa cenni a una finestra, poi scompare. Sono tutti a messa, li sentiamo cantare, uomini e donne, sentiamo le campanelle del sanctus e don Onorini scandire il «Confiteor Dei onnipotenti». Così avvertiamo da che parte andare, Zanfron gira per vicoli scattando fotografie e maledicendo al pari di me quel liquame misto al ghiaccio sul quale è necessario compiere miracoli di equilibrio per evitare la conseguente ignobile francobollatura. A un tratto lo sento cacciare un urlo. Una vacca uscita di corsa dalla stalla e tirata per la coda da un montanaro lo investe e lo catapulta contro un muro proprio mentre la sta fotografando e lui, che è riuscito non so come a mantenersi in piedi, bestemmia come non gli era mai capitato in vita sua.
All'uscita delle circa duecento persone dalla chiesa osservo gesti, sguardi, volti. Siamo a nostra volta guardati con curiosità e stupore, tutti si domandano cosa facciano mai due della valle lassù. L'attenzione maggiore è per Zanfron e la sua Rolleiflex. Finalmente il buon don Carlo si fa largo, ci colma di sorrisi e ringraziamenti, a voce spiegata ci presenta a tutto il paese. Le reazioni sono varie. Chi ride (e sono i vecchi), chi arrossisce (le tre, quattro ragazze rimaste in paese prossime a partire anch'esse con i gelatieri), chi alza le spalle e borbotta lanciando sguardi sospetti.
«E se sono mandati da Erto?» sento bisbigliare.
«Non sono mandati da Erto!» grida don Carlo. «Sono giornalisti di Belluno e li ho chiamati io.»
Quel giovane prete rosso e miope sarà anche goffo, ma ha davvero in pugno il paese. La sua parola, che è come un belato, ha il potere di fare il silenzio, di spegnere ogni voce rude e gutturale.
«Entriamo in canonica», ingiunge ai capi famiglia. Quelli lo seguono come pecore mentre ragazze, giovanotti, donne e vecchi, tutti con le suole delle scarpe munite di grossi spuntoni per via del letame sul ghiaccio, scendono dal piccolo sagrato e vanno alle case o all'osteria.
Per oltre due ore Zanfron ed io siamo dovuti sottostare al fuoco di fila di invettive indirizzate da quella gente a Erto, agli ertani, a tutta la provincia di Udine. Davanti a noi il cosiddetto comitato di agitazione per la separazione di Casso da Erto sfoga ire e malumori di cui nessuno al di là della diga aveva probabilmente sentito parlare, fatti salvi forse i politici locali e certamente il comando dei carabinieri. Se questo giù in valle è considerato l'inferno, questa, penso, è la rivolta dei dannati. Cose da non dire la sequenza di denunce, di suppliche, di invocazioni, di minacce, e l'incredibile è che il parroco, anziché frenare, dà impulso a quella valanga di voci esagitate. Parlano delle strade, della luce, della fognatura, dello stradino che non spala la neve, del becchino che non sotterra i morti se non dopo giorni e giorni, delle stalle infette, del letame che fermenta ad ogni angolo del paese, della dissenteria che colpisce uomini e bestie, delle case che cascano, del pericolo per i bambini di malattie infettive, del riscaldamento nelle scuole che non c'è: Niente, urlano, non una lira spende il comune per noi! E noi non paghebemo più tasse, cacceremo con la forca tutti quelli che verranno ancora a farci promesse...
Protestano, urlano, sbraitano. Il parroco li lascia fare.
«Guai se non si sfogano una volta tanto», mi dice dopo. «Forse lei penserà che molti di questi problemi esistono anche in tanti altri paesi di montagna. Ma qua c'è qualche cosa di più. Questo paese è chiuso, soffocato. La lotta con Erto dura da sempre, l'odio è mortale. Vengono in chiesa, certo, sono anche molto devoti. E nello stesso tempo bestemmiano, fanno l'amore come meglio capita, si sposano fra parenti, vede quei due? Sono fratello e sorella ma è come se fossero marito e moglie...»
Il parroco si allontana allargando le braccia, calcando il cappello, con quel suo incedere sul letame alla Charlot. Povero prete, dove ti hanno mandato, penso. Ma subito mi sovviene una frase, ancora al tempo della sua visita in redazione. «Casso è la mia vita. Qua posso fare qualche cosa. Via di qua sarei più di peso che di utilità.»
Dunque perfino Casso ha un suo fascino. Me ne rendo perfettamente conto, tanto che altre volte, poi, sono tornato. Quella lotta per rompere il cerchio di astio e di paura dentro a cui la società li ha relegati è una cosa notevole, forte, suggestiva. Di chi la colpa? Mi domando. Di quelli di Casso che reclamano il diritto alla vita, oppure degli altri che vivono senza avere mai toccato una realtà senza paragoni, in questo ambito almeno, a contatto di gomito come si è di Cortina e del Cadore, edulcorati dalla industria turistica? Di chi ha creato il lazzaretto o di chi ci vive dentro, isolato a viva forza? Non poter corteggiare la ragazza di Longarone o di Erto perché si è di Casso, non disporre di uno straccio di corriera perché la corriera non può arrivare a Casso, dovere evitare tutto e tutti per non sentirsi dire che si è di Casso: ecco il motivo di quelle esplosioni di odio e di rancore simili ai boati che scuotono di tanto in tanto i fianchi della valle squarciando il silenzio, quasi a testimonianza che anche la montagna - contrariamente a quanto dicono i proverbi - vive e si muove.
«Con la parte di sovraccanoni che ci spetta ci staccheremo da Erto e da Udine. Longarone ci farà ponti d'oro.»
Già. I sovraccanoni. Casso è sopra la diga, per legge le spetta una grossa fetta del gettito spettante al comune di Erto per l'impianto del Vajont.
«Ma perché non si colma il bacino?» domando. Un cassano alza l'indice alla montagna di là della gola.
«Si è spaccata. Hanno paura che crolli.»
E vero, caspita! Vedo nettamente una grossa fetta di monte incombere sulla gola. Ma il cassano non pare eccitato, parla tranquillo, quasi che il fatto non riguardasse lui e la sua gente. Cascasse la montagna intiera, Casso, lassù, non avrebbe avuto gran che da temere.

III
Don Carlo mi aspetta sull'uscio della casa nuova a quattro piani isolata in mezzo ai campi e al fango misto a neve e ghiaccio, staffetta del piano regolatore Samonà nella piana fra Polpet e la Madonna di Vedana. Lui abita al quarto piano. E contento di vedermi dopo tutto questo tempo. Anch'io sono contento di vederlo. Ha un aspetto molto più civile, non si riconosce più in lui il parroco di montagna, con cappellone ben calcato sulle orecchie, che faceva la strada da Casso a Longarone a piedi o con l'autostop, domandando passaggi con i montacarichi agli addetti della diga del Vajont.
«Ho qui ancora i suoi articoli su Casso», dice da dietro la scrivania del suo studio mostrandomi un quaderno con incollati i ritagli. Ha delle belle poltrone, dei bei mobili, una discreta biblioteca. «Li ricorda quei tre che gridavano tanto, i tre capi naturali, sa quei soggetti che si trovano in ogni comunità. Uno è morto, abitava nella contrada a mezzo monte. Un altro si è sistemato con la famiglia a Vittorio Veneto, il terzo a Pordenone.»
«Hanno abbandonato la loro gente, il loro paese», dico. «Come mai?»
Don Carlo ha gesti di mestizia. «Chi ha qualche risorsa non rimane. Hanno capito che non gli avrebbero più ridato il paese. Allora se ne sono andati.»
«Ma tanti sono tornati lo stesso.»
«Sì. E sa a cosa hanno pensato per primo? Alle campane. Sono corsi al campanile e hanno voluto sentir suonare le campane. Strano, vero? A pensarci, come è fatta la gente.»
«Ma perché hanno voluto tornare a tutti i costi, don Carlo?»
«Quelli che tornano è perché assolutamente non possono restare lontani. Più che per amore, per una vera e propria esigenza di uomini. Via da Casso sono come perduti, capisce? Non è neanche una questione di affetto, di attaccamento. Diventa una questione di sopravvivenza. Chi è sempre vissuto a Casso trova fatica ad ambientarsi altrove. Si sente isolato, maltrattato. Dappertutto, fuorché nel suo paese. I cento che sono tornati lassù sono proprio quelli che non ce la facevano più a vivere altrove.»
«Ma come càmpano? Ogni forma di vita organizzata è scomparsa, lassù. Secondo il piano Samonà, Casso deve sparire, è già sparita come comunità viva. Cosa fanno lassù? Come vivono? »
«Come vivono?» Don Carlo pensa un poco, poi ride. «Meglio di come hanno sempre vissuto. La miseria, in montagna, è un luogo comune spesso male inteso. Paesi come Casso, isolati a quel modo, vivono del consumo di quel che si produce. Hanno la gallina, le uova, il porco, la vacca, la latteria che è un poema, l'ha vista, no? formaggio, burro, fieno, patate, l'orto per le verdure; il costo della vita è vicino allo zero. Tutto l'altro, rimesse degli emigranti, lavoro saltuario di manovalanza, taglio della legna, serve per il vino o viene messo da parte. C'è gente che aveva soldi già al momento del disastro. Dopo, con tutta quella valanga di sussidi, di provvidenze, si figuri.»
Questo prete è il solo, con un carabiniere, ad avere assistito alla caduta della montagna e ad essere contemporaneamente rimasto vivo.
«Ero alla finestra. La montagna stava brontolando da un poco, sapevo, per il movimento insolito di gente che c'era da un paio di giorni alla diga, che le cose non andavano per il loro verso. I corvi parevano impazzire. Di colpo si è udito uno schianto, la luce è mancata, nello stesso tempo una grande ombra ha coperto il cielo, le stelle, i fianchi delle montagne. La gente ha cominciato a urlare. Sono corso fuori per mantenere un poco di calma. Nel piazzale, in fondo al paese, ci siamo fermati tutti come davanti al nulla, senza il coraggio di guardare cento passi avanti. Era come se tutto intorno fosse finito di esistere, eravamo solo pieni di presentimenti ma senza la precisa coscienza dell'accaduto. A poco a poco si è fatto chiaro e abbiamo visto. Allora c'è stato un momento di panico. Frattanto le torce hanno preso a vagare, gente a chiamare, a gridare, a chiedere se c'era gente viva. Quando abbiamo potuto vedere bene, ci siamo un poco resi conto. Se il paese fosse stato più sotto, saremmo morti tutti.»
Lo guardo attentamente. Soprattutto gli occhi acquosi dietro le lenti fortissime, come se qualcosa si stesse lentamente disfacendo, liquefando in lui. Quest'uomo, penso, non starà perdendo la fede? Egli ha appena detto la frase: «Se non fosse sacrilegio, direi che il mistero del Vajont è più profondo di quello della santissima Trinità.»
«Ma è sacrilegio», dico con ironia che don Carlo però non avverte, o finge di non avvertire.
«Sì. Sono cose che si dicono e non si pensano, naturalmente.»
Se dubita, se beve, se non riesce più a capire perché talune cose accadono, sono, comunque, affari suoi, intimi problemi che don Carlo riesce a mascherare assai bene, essendo l'onestà di prete e di uomo fuori discussione. Il suo «Eco dei nostri monti», bollettino parrocchiale di Casso, ne è una sobria testimonianza.
«Molti cassani», vi si legge fra l'altro, «dopo il 9 ottobre 1963, vivono fuori paese, seminati in vari centri del Veneto.
«L'attesa fiduciosa di ieri è diventata oggi pesante; dopo due anni, la burocrazia ha frenato ogni promessa di un domani migliore fatta nel periodo successivo alla sciagura.
«Molti forse, di coloro che hanno fatto delle promesse e i preposti alla ricostruzione, non hanno più davanti ai loro occhi lo spettacolo della mattina del 10 ottobre ed il disagio morale di quei giorni. Al disagio di ieri segue ancor oggi ben marcato (anche se nascosto alle volte nel cuore) il disastro morale del Vajont che non può essere soffocato da una burocrazia, e... le varie promesse (da qualsiasi fonte esse provengano) spingono ancor più gli animi alla difEdenza e alla esasperazione quando queste non si vedono attuate.
«In questi ultimi tempi si è pure attuato un referendum per la scelta del luogo per la ricostruzione delle case (Maniago, Polpet, Erto, ecc.). Ci auguriamo che tale lavoro venga benevolmente accolto dalle Autorità competenti ed attuato e non si risolva in una solenne 'presa in giro e buffonata', come si usa dire.
«La libertà dell'individuo nella libera e cosciente scelta da ognuno fatta è e rimane sacra.»
Anche se, come giornalista non farà mai concorrenza a Indro Montanelli, come capo di un paese a cui è stata tolta la primitiva felicità che perfino in un inferno come Casso si paò trovare, don Carlo non ha certo fallito. È lui il comune denominatore fra quelli che andranno a Maniago ad abitare con gli odiati ertani, quelli che si sistemeranno a Polpet, quelli che resteranno lassù. Non credo abbia perduto la fede o dubiti, comunque, di se stesso. Dubiterà degli uomini, della loro giustizia. Ma questo era in lui anche prima, forse più prima di adesso. Soffre parecchio, è comprensibile. Deve essere ancora sotto choc. Come tutti, del resto, qui, da due anni a questa parte.
«Lei vuole sapere cosa è successo dopo, quando siamo andati tutti a Cimolais», dice don Carlo. «Cosa è successo. Brutte cose. Brutte. Non saprei neanche cosa dire. Sono un prete. Se ci sono state liti fra ertani e cassani? No, subito no. Era tutto un miscuglio, una baraonda. Cosa vuole che avessero tempo di pensare a queste cose! No, no. Direi, piuttosto, che hanno cominciato a disgregarsi, a disperdersi. Sì, bevevano, litigavano. Perché non avevano altro sfogo. I miei di meno, sa, a dire il vero si sono conservati più uniti almeno in apparenza. Ma quelli di Erto... A Cimolais a Claut. Ben presto la gente di quei paesi ha ripreso a distanziarli, a isolarli moralmente, come avevano sempre fatto prima. L'odio, la malfidenza, circondavano i sinistrati del Vajont che avevano soldi e potevano campare con macchine e altro senza fare niente dalla mattina alla sera, mentre per i paesani era sempre quaresima. Erano bene accetti soltanto nelle osterie perché, sa, in questi due anni osti e albergatori di quei paesi si sono fatti milionari, hanno fatto di guadagno più di quanto erano usi in tutta la loro vita durante questi due anni. Ne sono successe, sì. Sono riprese le baruffe, gli scontri con gli ertani, finché la membrana che li teneva insieme si è rotta. I miei si sono sentiti allora sempre più isolati. Hanno capito che lì sarebbero stati più disgraziati perfino che al loro paese: e hanno piano piano ripreso la strada di Casso.»
«Ma le pare ragionevole, contro tutto, contro tutti?»
Don Carlo non risponde subito.
«Perché, le sembra che ci sia qualche cosa di ragionevole in tutta questa storia? »
«No, ma non è un buon motivo per buttare tutto alle ortiche. E se uno si ammala? Se c'è bisogno di un intervento, se una donna ha da partorire?»
«Partorisce o muore, né più né meno di come accadeva due anni fa.»
«Però alcuni non sono tornati», dico.
«Sì. Qua ne ho una cinquantina. Due famiglie sono a Cimolais. Si sono spezzate le famiglie, questo è vero. Anche quelli che andavano prima in miniera o nelle imprese si sono licenziati. A fare che, dicono, se ci danno il sussidio? Per tornare silicotici o storpi? Così gente abituata ad alzarsi alle sei del mattino, adesso si alza alle undici. Da magri si sono fatti tanto grassi che i calzoni non gli vanno più bene e devono abbottonarsi solo all'ultimo bottone perché altrimenti SCQppianO. Perché, sa, c'è anche questo. Molti comperano l'automobile piuttosto che un vestito nuovo.»
«Forse accennava a questo nel suo bollettino quando scriveva di riavviare il motorino.»
Don Carlo annuisce a piccoli cenni.
«Sì. D'altra parte, sa, parliamo chiaro. Si va in macchina come prima si andava in slitta o a dorso di mulo. Il problema delle strade che non si vogliono sistemare con lo spazzaneve non riguarda più i carri, ma le automobili che possono salire soltanto durante le ore del giorno, quando la neve sgela un poco e il fondo è meno ghiacciato. I vecchi vogliono restare, i giovani andarsene. Qualcosa si è spezzato e non potrà più essere messo assieme.»

IV
Checco Bàestràche, ovvero Francesco De Salvador, ferma la Cinquecento Abarth davanti alla rampa improvvisa che lascia Codissago per le incognite della diga, di Erto e di Casso.
«E un anno secco che non salgo di qua», borbotta. «Non vorrei che restassimo bloccati.»
Un cartello, infatti, fa divieto di transito ai veicoli non autorizzati. Ma è una formalità, garantiscono alcuni del paese. In pratica tutte le vetture, eccezione fatta per i camion e le corriere, possono passare per Erto e il passo di Sant'Osvaldo, e raggiungere per la via più breve la piana di Cimolais, Maniago, la pianura friulana.
In effetti la strada è migliore di quanto non fosse quattro anni fa, quando nelle curve a fortissima pendenza c'era il rischio di «andare in barca» e perdere il controllo della guida per i lastroni di ghiaccio che rendevano obbligatorio l'uso delle catene. Adesso, invece, si sale bene, l'Abarth, poi, rugge e morde nervosamente il ghiaccio e l'asfalto fresco misto a neve, sale a balzi e scarti come un capriolo. Così per la vecchia cava abbandonata, che è stata scavalcata netta dall'ondata e, pertanto, si presenta tale e quale quattro anni avanti, con le rotaie, i carrelli arrugginiti, come le vecchie miniere che si vedono nei film del West. E cost al piccolissimo villaggio dell'Enel, fatto di baraccamenti, giusto ai piedi della diga che non si vede ma che si avverte sopra le nostre teste, al di là delle gallerie di Sant'Antonio, vecchia strada verso la vallata del Piave, per la gola del Diavolo, o del Vajont, ormai del tutto inutilizzata.
Si sale ancora per tre chilometri spezzati in due rettifili uniti a gomito da un tornante, prima di arrivare alle gallerie che precedono lo sbarramento e che sono l'inizio della profonda vallata di Erto e di Casso, verso il culmine del passo di Sant'Osvaldo delimitante il singolare mondo, l'impervia natura.
Davanti a noi, la macchina del cambio. Le guardie della diga lasciano le prefabbricate e vanno a sostituire quelle del turno precedente. La loro postazione è a mezzo delle gallerie che portano ancora i segni micidiali dell'ondata, squarciate come sono ai fianchi e chiuse per lunghi tratti dalla rete metallica, mentre la strada torna ad essere sconnessa, appena transitabile dalle auto, che devono procedere a ridottissima andatura, fra un'infinità di sobbalzi.
Arriviamo in tempo per assistere al cambio della guardia, che è semplice. Quelli che smontano tornano alle prefabbricate di mezzo monte, gli altri prendono posizione davanti alle spie luminose che disegnano il crinale della montagna e delineano il contorno della frana. Tutto è fermo, tutto deve restare fermo. Un movimento per quanto minimo, una semplice impressione, possono provocare tutta una serie di allarmi, a catena.
Erto è parecchio avanti. Un tempo si sarebbero viste, di qui, le file di luci, un vero e proprio collare appeso fra il vuoto della gola e le tozze forme del Duranno e del Borca de Salta. Adesso, invece, a togliere la vista c'è la mole scura e massiccia della frana, che in molti tratti sovrasta il ciglio stradale, e addirittura, qua e là, la strada monta su di essa.
Altre luci, quelle delle spie, si distinguono, la gola del Diavolo è scomparsa, il pezzo di monte precipitato l'ha colmata per buona parte del tratto fra la diga e il centro di Erto.
Sono le nove di sera e la nostra mèta è un paese morto Non c'è traccia di presenza umana lungo tutto il tratto di valle, eppure noi sappiamo che qui vive della gente, fuori della legge e, pertanto, nascosta, perché non è possibile restake qua dopo le sei di sera, dato il pericolo permanente. Chi rimane ad Erto lo fa a proprio rischio. Ma lo stesso potrebbero essere cacciati in ogni momento della notte.
Ciò preoccupa Checco, che gira intorno l'occhio vivo.
«E se ci prendono per guardie sanitarie?» dice. «Fra l'altro io sono guardia sanitaria, e se mi riconoscono (cosa tutt'altro che improbabile) vagli a spiegare, tu, che non siamo qua per cacciarli, ma soltanto per vedere che effetto fa la luna di notte sulle case di Ertocasso. In ogni caso possono pensare che siamo qua per fare le spie, stendere rapporti.» Checco De Salvador ha un attimo di perplessità durante il quale perfino l'Abarth rallenta la corsa. «E se ci prendono per ladri?»
«Ladri?»
«Sì, non farti tante meraviglie. Tutte le case del paese sono chiuse. Ma buona parte della roba è ancora dentro.»
«Guarda come lasciano la strada per Casso», dico al bivio, dove ci si ferma a orinare, giusto addosso alla frana, che è lì a un passo da noi, in dispregio al Toc e a chi l'ha fatto cadere.
«Non farti venire l'idea di andare lassù», mi previene Bàestràche De Salvador. «Se ci piantiamo non torniamo più a casa. E se la macchina si imbarca, si ruzzola giù per tutto il monte.»
«E proprio una guerra», dico. «Vogliono isolarli lassù per costringerli ad andarsene.»
«Hanno trovato gente dura però. C'è un solo modo di risolvere la questione. Aspettare che crepino tutti.»
Viste da una certa distanza, le luci di Erto si confondono a quelle delle spie che punteggiano la montagna. La sola strada del paese parallela alla gola, (l'altra, la circonvallazione, taglia fuori le case, e le traverse sono vicoli pantanosi) sprofonda nel silenzio dell'abbandono generale. Le porte sono sprangate, bar e negozi sono chiusi, non c'è altro rumore all'infuori del miagolìo dei gatti in amore, simile al lamento di neonati. Mai visto niente di simile in vita mia.
«Che non ci sia proprio nessuno?» dico. E sento crescere l'orgasmo ricordando ciò che avevo visto e sentito dire di questo paese, del venerdì santo, della sua gente di origine orientale, delle sue stupende donne dagli occhi verdi e oblunghi di odalisca, di cui Soni era stata ed è soltanto un modesto esempio.
«Ci sono», dice Checco.. «Pochi, ma ci sono.»
«Sì, ma dove?»
«Guardati un poco in giro...»
Già. Abituato l'occhio all'oscurità, frugando con lo sguardo nelle pieghe buie del vecchio paese, ecco qualche pallido lume che non è quello delle lampadine dell'illuminazione pubblica, così rade e sbiade, ma che viene dalle fessure di un balcone sprangato, o da sotto la porta di una casa che, altrimenti, si sarebbe detta deserta, e perfino quattro o cinque finestre illuminate. Ce le indichiamo l'un l'altro, guarda qua, dico io, guarda un'altra là, dice Checco. A distanza, naturalmente7 talvolta anche a centinaia di metri. Ed ecco il senso della vita rinascere piano intorno, una sensazione molto vaga, è ovvio, un turbamento sottile. Non c'è ombra d'uomo per le strade, è gente tornata alle case di nascosto, perché non dovrebbe, almeno a quest'ora. Sono dei veri e propri fuorilegge che male sopportano i curiosi, soprattutto a queste ore e quando non sanno cosa essi vogliono. Fuorilegge sono gli abitanti di Erto tornati quassù a dispetto di tutti, più degli abitanti di Casso, perché a Casso non c'è pericolo mentre qua sl, e lo dimostrano le cento spie luminose sulla montagna, i rilievi piezometrici. Andatevene di qua, gridano tutti: e loro invece tornano. Pochi, meno di cento forse, su oltre mille. Ma tornano. Gli portano il latte e il pane con il camioncino perché non ci sono botteghe e bottegai, e il vino devono andarselo a comperare a Cimolais.
«Per quelli che proprio non se ne vanno faranno case a monte», dice Checco. «Erto, in ogni caso, è destinata a restare una tomba. Come i villaggi romani che scoprono, sai? Passerai di qua e non ci sarà più nessuno. C'è più senso della morte qua, dove sono rimasti quasi tutti vivi, che giù a Longarone.»
Camminiamo in su e in giù senza manco sapere che cosa andiamo cercando, guai probabilmente, e Bàestràche continua a dire «che roba, che roba», tormentandosi la barba rossa e bestemmiando, ma senza il tono aspro che ha quando parla dell'Arcangelo e del cimitero di Fortogna, bensì come semplice intercalare del discorso.
«Guarda, mi pare che il bar in fondo al paese sia aperto », dico.
«Andiamo.»
E aperto, sì, ma non c'è nessuno, e l'interno è semibuio, arrivano solo i riflessi fiochi della lampada in strada.
«Ostia», dice Checco. «Ci prendono per ladri sul serio.»
Non è più un bar questo. E una grande stanza volta al bacino del Vajont, io lo so per esserci stato ai tempi della processione a bere con amici. Una grande stanza con il banco nudo, le scansìe per le bottiglie di liquori vuote, gli specchi con su un dito di polvere, le sedie rovesciate sui tavoli.
«Ei!» grida Checco avanzando piano e accendendo fiammiferi.
Non risponde nessuno. Finché ci avviciniamo a una porticina aperta verso una scala a chiocciola, che intravvediamo al chiarore effimero dell'ennesimo cerino.
«Ei signora!» continuiamo a gridare. Finché, al piano di sopra, una porta si apre, si odono delle voci maschili e femminili, finalmente l'ombra di una donna compare, appena distinguibile nel riquadro della porta. Avrà, ritengo, una cinquantina d'anni e domanda che si vuole.
Checco ed io ci guardiamo. Già, cosa vogliamo?
«C'è tanta gente qua, signora?» dice Checco. «In paese voglio dire.»
La donna esita prima di rispondere. Dall'interno si odono rumori e voci, come di gente allarmata.
«Perché? Chi siete? Cosa siete venuti a fare ad Erto a quest'ora?»
«Vogliamo solo sapere se c'è tanta gente in paese, signora!»
«Ce n'è quanto basta. Siete carabinieri? Volete mandarci via?»
«No, signora. Siamo del giornale. Vogliamo sapere cosa fate, come vivete, perché restate qua.»
«Perché è casa nostra», risponde la donna.
«E il pericolo? Non avete paura che la montagna caschi ancora?»
«La montagna non casca più. Dovevano pensarci prima. Adesso che non casca più vogliono cacciarci. Ma questa è casa nostra e non ce ne andiamo. Mio marito mi chiama, devo entrare. Buonasera.»
«Buonasera, signora.»
Soltanto adesso mi accorgo del freddo che fa quassù.
«Non c'è neanche da bere una grappa, porco...», impreca Checco stretto nel bavero peloso intanto che si va verso la macchina. «Non ti pare di essere fra i sepolti vivi?»
«Già.»
Fa freddo, eppure camminiamo piano fumando una sigaretta dopo l'altra, come in attesa di qualche cosa, quasi non avessimo fatto tutto il nostro lavoro, non avessimo, cioè, accumulato abbastanza impressioni, sensazioni, emozioni. Siarno oramai a cinquanta metri dall'Abarth, quand'ecco un rumore di passi appena accennato, sufficiente però per darci un sobbalzo. Un uomo leggermente barcollante sbuca da una viottola e quasi si scontra con noi.
«Buonasera», si dice all'ertano. Lui risponde solo con un cenno di capo e passa avanti, barba lunga, occhi luccicanti. Cinque metri più in là si ferma e si volge a mezzo. Non una parola, sta lì, come una pietra, a guardarci. Senza stupore, senza curiosità, semplicemente, per un paio di minuti. Poi riprende la strada stancamente. Ciabatta via finché scompare in fondo alla strada.
«L'alcool lo ha distrutto», dice Checco.
Adesso questo silenzio mi opprime. Le spie luminose sulla frana e lungo il fianco del Toc sono occhi che mi fissano con insistenza ossessiva. Afferro Checco per un braccio, quasi lo trascino.
«Andiamo via», dico.
«Certo», fa lui sorpreso. «Un secondo, faccio una cosa urgente.»
«Sbrigati», gli ingiungo quasi. All'improvviso tutti quegli occhi addosso. E quel silenzio, quella donna sulla scala, quell'uomo muto per la strada.
«Dài, andiamo.»
«Prima tanta fretta di venire, adesso tanta fretta di andartene.»
Le spie, le luci. Sì, sono occhi, ma occhi di chi? E perché guardano proprio me? Forse sono spaventato, allucinato, forse mi prende il panico? Oppure sono semplicemente scarico, esaurito, deluso, sfiduciato, depresso, e la fuga da un mondo che mi tiene prigioniero dal tempo del mio trasferimento a Rovigo diventa così il solo gesto di rottura, il solo tentativo di liberazione di cui io sia ancora capace?
Non lo so. E quello che vedo non mi aiuta. Non mi aiutano a concentrarmi e a capire quelle tante piccole croci luminose con ciascuna un nome di cui è fatto il tempietto un chilometro dopo Erto verso la diga, laddove c'era una frazione e adesso c'è un pezzo di frana; né il sorgere della luna dalle gobbe del Duranno, o le bestemmie che l'amico De Salvador mastica fra i denti pilotando l'Abarth, non si capisce bene a chi indirizzate, mentre la mulattiera per Casso, ignobile sentiero che sale verso le tenebre, mi riconduce per un attimo con il pensiero alle sorgenti della mia avventura ertocassana, quando, salendo lassù in quel mattino di domenica del febbraio 1962, ebbi ad apprendere quello che sarebbe stato bene, per la pace dei miei giorni, avessi ignorato per sempre. Così come non riesco a dare un senso preciso al mio più profondo rammarico per gli articoli scritti e mai comparsi su di un foglio stampato; all'impotenza mia di ieri e di oggi, al mio fallimento di giornalista e di uomo, a questo rivolgimento improvviso che mi induce a una fuga altrettanto improvvisa dopo avere tanto cercato e sofferto l'ora del ritorno.
E così quelle luci cessano di colpo d'essere occhi anonimi e diventano gli occhi dei personaggi del mio libro sbagliato, eccoli lì sulla frana, silenziosi come i voli dei corvi, Saba ovvero Shehèrazàde o Gabriella, Recher, Valli, Resta alias Corona, Celso, e via via tutti gli altri, il parroco di Casso, il Cristo della processione ertana con Giuda, Caifa, Pilato, tutti. Questa volta non parlano, seguono la corsa dell'Abarth che lascia la valle e sono lì sempre più vicini, come in processione sul bacino ricolmo di terra e acqua e su per il Toc, non so se siano tristi, o rassegnati, o addirittura contenti della liberazione, anch'essi come me che non so, certo è che questa è l'ultima volta che li vedo e che ho a che vedere con loro, e per questo non perdo un attimo dei loro sguardi, non batto ciglio anch'io, finché l'Abarth imbocca la prima delle tre o quattro gallerie e scompare alla vista della valle di Erto, di Casso e del Vajont.

Post-scriptum (Belluno, agosto 1966)


Il giudice Fabbri ha nominato una seconda commissione tecnica per una superperizia. L'uomo è coraggioso, sa andare contro corrente e, per il momento, si tiene bene a galla. Ma il tempo lavora contro di lui. Ci vorranno ancora due anni prima di arrivare al processo. A quel tempo il Vajont avrà cessato di essere una cosa interessante.
Greco e Penta, due dei possibili imputati, sono morti. Scomparso Penta, viene meno il personaggio di maggiore peso di tutta la storia, almeno fra quelli chiamati a rispondere, in istruttoria, del disastro. Nessuno crede più alla possibilità, sia pure minima, che possa essere fatta davvero giustizia.
A Longarone è stato costituito un comitato per la liquidazione ai superstiti delle quote in danaro per i morti avuti. Tanto al morto per quanto poteva valere da vivo. L'Enel (vale a dire lo Stato) si è offerto di pagare anche per la Sade (vale a dire i privati) scomparsa anch'essa nelle more del processo istruttorio, fagocitata dalla Montecatini.
Le scene che seguono sono inenarrabili. I morti sono esibiti come scampoli al mercato. E c'è quello che, essendo giovane, gelatiere, con un congruo guadagno al momento del disastro, è richiesto per tanto, mentre l'Enel offre tanto meno tanto. La novantenne, invece, non può essere gabellata per una giovinetta da marito che alla Lampugnani o altrove avrebbe avuto anni di lavoro e di salario, o avrebbe potuto diplomarsi ragioniera, o studiare all'università; e pertanto, necessariamente, vale assai di meno.
La causa civile è stata ritirata dal comune di Longarone. Ciascuno sarà liquidato separatamente. Liti a coltello fra i morti, magari di secondo o di terzo grado. Una nuova valanga di danaro sta per sommergere la vallata di Longarone.
«È ripugnante», dico alla Tina Merlin. Lei conviene.
«Anche voi, come partito, mi pare abbiate mollato parecchio sulla questione del Vajont», aggiungo.
Tina sorride, piena di amarezza, poi mi guarda fisso.
«E cosa dovremmo fare secondo te?»
«Non lo so. Qualcosa. Se l'Enel liquida tutti sull'unghia, puoi considerare morta e seppellita tutta la faccenda.»
«Certo. E, d'altra parte, te la sentiresti, tu, di prendere posizione contro l'Enel che paga e contro i superstiti che riscuotono i quattrini? Così almeno vengono a casa con i soldi. Ma se gli fai la campagna contro e poi il processo - se si farà - dovesse finire con delle assoluzioni? Perderebbero tutto, anche i quattrini. E allora salvati, tu. Le parole sono belle cose. Ma la realtà è quella che è»
Sono in villeggiatura con la famiglia a Castion, un verde paese fra Belluno e il Nevegal, come a dire fra la valle e la montagna. Mussoi è dall'altra parte, oltre la città che è giusto qui sotto, fra i primi contrafforti del gruppo dello Schiara e la striscia bianca a sghimbescio del Piave.
Brevi, violentissimi temporali sferzano la costa e si alternano a ore meravigliose di sole sulla corona di montagne intorno. Uno di essi si trasforma in una vera tempesta, prima di sera. Spezza rami, sradica piante: ma dura soltanto pochi minuti. Poi le nobi accavallate si spaccano in due, tre, cinque parti e ne escono strisce di cielo sempre più larghe, echi di sole su tutta la facciata dello Schiara, pioggia di luce su Belluno, mentre qua, a Castion, è ancora tempesta, tuona sul Nevegal, e due archi intieri d'arcobaleno tagliano tutto, luce e ombra, pioggia e sole.
Il nero delle nuvole staccartoccia a oriente e l'azzurro si fa compatto su tutta l'altra metà del cielo. Guarda, mi dico: com'è caldo, com'è morbido e tenero questo azzurro, mentre qui siamo ancora sferzati dagli ultimi piovaschi. È bello, fra le cose più belle che io abbia visto mai. Ed è destinato a morire presto. La sua vita e la sua bellezza durano l'arco di alcuni minuti perché già i monti sono rossi e presto sarà notte.
Peccato. Si potrebbe stare qui non dico sempre, ma almeno qualche ora, in silenzio, a godere di ciò e a pensare. Invece niente. Pochi attimi, appena qualche minuto. Peccato che tutto debba sempre finire così.
Fiorello Zangrando è stato fatto capo servizio. Lucio De Grandis è già da un pezzo al Corriere della Sera.
Ci si vede quasi tutti i giorni giù a Belluno con lui, Ruffo, Mattei. Si beve l'ombra, si parla del più e del meno. Una sera che si dovrebbe andare tutti a cena con altri amici, in omaggio ai bei tempi andati, Fiorello si schernisce. Ha un precedente impegno.
«Mi ha invitato Fiorin, non posso non andarci...»
«Fiorin?» dico. «Il superstite?»
«Già. Ha preso un po' di soldi, qualche milioncino, per la casa distrutta a Longarone. Adesso si fa un appartamento a Belluno e allora si fa festa un poco...»
«Ma scusa, Fiorin non era quello che voleva occupare gli impianti della diga, che ha organizzato l'occupazione del municipio di Longarone...»
«Sì, sì. Proprio lui.»
«E si fa l'appartamento a Belluno?»
Fiorello fa quel suo sorriso, rotto da una risatina breve, che è un capolavoro d'ironia rivolta a tutti, non escluso se stesso. «Proprio così, Armandino caro.»
Adesso ho proprio capito. Fiorin era stato a suo tempo l'uomo del «dov'era, com'era». Longarone, s'intende. Fine, pertanto, del motto: «Longarone a Longarone». Fine di tutto. Qualunque altra cosa possa succedere, non sarà più una cosa importante.


FINITO DI STAMPARE NEL MESE Dl APRILE 1967 DALL'OFFICINA TIPOGRAFICA GIORDANO - MILANO