Cap.4

IL RISVEGLIO DEL CASO VAJONT NELLA MEMORIA COLLETTIVA ED IL TENTATIVO DI INSEGNAR UNA "LEZIONE"

Il destino della travagliata memoria del caso Vajont non fu quello di rimanere definitivamente nell'oblio. Dopo un lungo silenzio durato per ben 34 anni, un evento mediatico ne mutò le sorti ed i futuri sviluppi.
Il 9 ottobre 1997 venne programmato in prima serata su Rai 2 un "racconto teatrale" ad opera di un attore bellunese di nome Marco Paolini. Egli "recitò" in modo passionale e coinvolgente la "reale storia" del Vajont, i suoi retroscena, i suoi protagonisti, le sue "verità" che per tanto tempo erano state nascoste. Il "racconto" fu ambientato in un suggestivo "teatro" appositamente allestito su una spianata ricavata sulla frana del Monte Toc, proprio alle spalle della diga del Vajont.
Questo "spettacolo" intrattenne "dal vivo" una platea di 1000 persone, tra le quali molti abitanti dei comuni sinistrati. Essi, per primi, restarono colpiti dal racconto di Paolini, da quella storia che li riguardava così da vicino e che faceva riemergere il doloroso destino toccato ai loro cari e le cause che lo avevano determinato. I sopravvissuti ed i loro parenti, furono in tal modo "risvegliati" dal silenzio ed acquistarono la consapevolezza dell'importanza del loro passato e dell'attualità di questo anche nel presente, e con essa la voglia di lottare per far conoscere la loro drammatica storia.
Lo spettacolo di Paolini riuscì ad intrattenere circa 4 milioni di telespettatori in tutta Italia, quelli che si sintonizzarono su Rai 2. Il risultato fu sorprendente, per un'esperienza teatrale portata in tv. Questi utenti furono incuriositi e sensibilizzati dal crudo ed emozionante racconto dell'attore bellunese verso la comprensione di una storia che, sebbene da alcuni già conosciuta, risultava comunque "nuova" sotto molteplici aspetti precedentemente oscuri. La tragedia di 2000 italiani, per la prima volta, venne proposta al pubblico di massa e lo sensibilizzò verso problemi ancora attuali ed una verità che meritava un riconoscimento più giusto.
L'evento Paolini risultò come una "scossa" che mise in moto un complicato meccanismo che riportò il Vajont all'attenzione del pubblico e delle istituzioni.
Nel 2001 la memoria del Vajont conquistò un nuovo palcoscenico importante grazie al racconto trasformato in pellicola cinematografica da Renzo Martinelli. Il film "Vajont", la cui anteprima fu proiettata nuovamente nella zona della diga, consacrò la memoria del Vajont ad un pubblico ancora più vasto.
Questo riproporsi mediatico della vicenda coincise anche con la fine dei diverbi giuridici tra E.N.E.L. - Stato e Comuni sinistrati e portò così sia l'ente statale che lo Stato stesso ad interessarsi "diversamente" di quella memoria fino ad allora "ignorata". Da quel momento le iniziative delle istituzioni si sono proiettate verso una maggior valorizzazione ed importanza della tematica.

1 - NUOVA ELABORAZIONE DELLA MEMORIA PER LA COMUNITà "RISVEGLIATA"

La "memoria" individuale cammina verso quella "comune"
Gioacchino Bratti, ex-sindaco di Longarone sostiene: "Il primo e fondamentale impegno della comunità superstite e delle amministrazioni comunali fu quello di ricostruire i paesi: dare una casa a chi l'aveva perduta, dare lavoro, creare prospettive per un futuro, realizzare insomma i presupposti - materiali e morali - perchè Longarone rinascesse, anche come dovere nei confronti degli scomparsi; così venne intesa la memoria: memoria, allora, non fu soltanto guardare indietro per ricordare, compiangere, recriminare. Ciò sarebbe stato sterile. D'altronde la memoria, se è solo ricordo e non diventa feconda e produttiva di valori, vale poco. Successivamente, soprattutto a partire dagli anni '90 si cominciò a fare 'Memorià come ricordo e commemorazione della comunità scomparsa (non dimenticando peraltro che già parecchio si era fatto in precedenza)[...]".
Nel corso degli anni la "memoria" del Vajont fu infatti continuamente coltivata a livello locale: non mancarono le iniziative delle amministrazioni comunali volte alla sua valorizzazione e sensibilizzazione diretta alla "lezione" che questa porta con sè. Eppure nessuna di queste iniziative riuscì a scuotere nè la comunità superstite, nè il resto della popolazione, verso una chiara consapevolezza dell'importanza del messaggio portato dalla "memoria" della tragedia, ottenuto anche grazie alla loro testimonianza "attiva".
I superstiti vissero questo ricordo principalmente in modo individuale, talvolta scegliendo di non parlarne neppure coi propri familiari e spesso tentando addirittura di dimenticare per riuscire a sopravvivere. Ogni "scampato" alla tragedia, infatti, portava con sè un proprio bagaglio di esperienze e di ricordi: del prima, della catastrofe e del dopo. Il proprio dolore era incommensurabile, non accomunabile a quello "differente" di ogni altro e, soprattutto, troppo straziante per essere rivissuto e messo a disposizione del "pubblico", un pubblico che per lungo tempo lo aveva "calunniato" e "offeso", scambiandolo per "ricchezza economica".
Un sopravvissuto racconta: "[...] la moralità di gente abituata a vivere del poco che la natura dava, la terra o comunque il piccolo lavoro[...], questo trovarsi dalla sera alla mattina in balia del giudizio dell'opinione pubblica, quando che i giornali ci dicevano 'e lassù si piange bene con le tasche piene di denaro' e questa era umiliazione oltre a quello che si era subito[...]e chi ha ricevuto sovvenzioni è stato in silenzio[...]ho taciuto per anni, mi vergognavo di essere un superstite[...]".
La derivante "consapevolezza" di quello che realmente una simile memoria portasse con sè rimase per anni "distante" da una vera apertura al "pubblico" da parte di chi ne era diretto testimone, e non solo per colpa dei mass-media nazionali che "evitarono" di parlarne. Molti i dati raccolti, molte le operazioni di riconoscimento di meriti per chi si prodigò nei soccorsi, ma nessuna elaborazione collettiva comune da parte dei sinistrati, i quali, per molto tempo , furono ancor principalmente occupati a chiedere giustizia e ad elaborare appunto "da soli con sè stessi" quella tragedia.
Finalmente nel 1997 ci fu la "svolta" che fece riaccendere il desiderio di comunicare una "storia" ed una lezione così importanti da parte dei superstiti prima, e di gran parte della popolazione dopo. Il 1997 fu l'anno in cui, in occasione del 34° anniversario della tragedia, ad un attore veneto di nome Marco Paolini venne concesso di "raccontare" la storia del Vajont proprio nel luogo e nel momento in cui la catastrofe si verificò anni prima, e lo fece in diretta televisiva, dinanzi ad un pubblico costituito anche da superstiti, che ascoltarono il racconto della loro esperienza, e lo fecero tutti "insieme", rivivendolo in modo comune.

Un attore rompe il silenzio e stimola la condivisione
In realtà la "prima volta" in cui Paolini raccontò "Vajont" nei paesi della tragedia risale al 1995, quando l'attore propose il suo monologo sia a Longarone che ad Erto in coincidenza con le cerimonie commemorative. Il primo impatto dell'attore con questa gente di montagna fu quello di uno "straniero" che racconta una storia che li riguarda da vicino, ma di cui non ci si può fidare: "La prima volta che abbiamo fatto 'Vajont' ad Erto, questa diffidenza era tangibile: era proprio un muro. Di Erto erano in pochi, pochissimi. Ma poi quei pochi hanno detto agli altri: 'Ok, lui è dei nostri' ".
L'importanza di Paolini fu di raccontare una storia difficilmente comprensibile nella sua interezza e che il più degli abitanti della stessa Longarone non conoscevano nel dettaglio e per i pochi superstiti che invece l'avevano vissuta, fu un modo di ripercorrere un cammino triste e doloroso e di elaborare un lutto, fino ad ora individuale e silenzioso, in modo comune.
Questo merito venne riconosciuto all'attore veneto dallo stesso sindaco di Longarone: "Il sindaco di Longarone, che non conoscevo, all'inizio dello spettacolo si è alzato e ha detto ai cittadini «Dobbiamo ringraziare questo signore che viene a raccontarci la nostra storia, chè noi non l'abbiamo mai sentita raccontare così»".
I superstiti, attraverso questo "racconto", si resero conto dell'importanza della loro storia, del loro passato, della loro "innocenza morale" di fronte alle accuse ingiustamente ricevute dall'opinione pubblica, e di come tutto questo fosse un tragico "esempio" di quello che era necessario evitare nel futuro.

"[...] dopo Paolini son sbroccato fuori
[...]Prima di Paolini veramente eravamo relegati a un silenzio, veramente...".
Renato Migotti, presidente dell'Associazione Superstiti del Vajont, nella presentazione del libro "Vajont. L'onda lunga" di Lucia Vastano, parla in questo modo di Paolini e del suo spettacolo: "Dopo 35 anni di assoluto silenzio da parte dei superstiti e dei sopravvissuti, Marco Paolini, con la sua Orazione Civile nel 1997 è riuscito a rompere il ghiaccio e ci ha fatto rivivere in modo collettivo la nostra tragedia.[...]I superstiti non avevano mai parlato delle loro esperienze personali, neanche tra di loro".

Giovanni Danielis, consigliere comunale e responsabile del servizio "Informatori del Vajont" dice: "[...]Paolini [...] rappresenta lo spartiacque tra un periodo di mutismo da parte dei superstiti e la nascita di una nuova voglia di raccontare il proprio Vajont da parte dei superstiti. Paolini è stato dirompente, ma con estremo rispetto e sensibilità, pazienza e compassione nel senso di soffrire insieme a noi[...]."
L'importanza del ruolo avuto da Paolini per il risveglio della memoria anche nei superstiti è evidenziato anche in un altro saggio:

"Il Presidente, Renato Migotti, ricorda appunto che il gruppo di superstiti di cui fa parte ha avvertito l'esigenza di costituirsi soprattutto dopo l''orazione civilÈ di Marco Paolini. C'erano state prima altre iniziative, anche di carattere teatrale.[...]Esso - insiste Migotti - ha accelerato un ripensamento collettivo sul disastro, dopo tanti anni di 'quasi silenzio'. I superstiti, oltre a non parlare del Vajont perchè ancora troppo angosciante, erano intenti a rivendicare i propri diritti, a rifarsi una famiglia, a costruirsi una casa. Poi è scattato 'qualcosa', non solo a Longarone, ma in tutti i comuni legati al disastro, compresi dunque Castellavazzo, Erto e Casso, Vajont".
Anche un importante artista e scrittore molto famoso nel Friuli come Mauro Corona, nomina Marco Paolini per il suo importante contributo dato al risveglio della memoria del Vajont. Lo scrittore parla così dell'attore veneto: "La sua orazione civile 'Vajont', trasmessa, udite udite, dalla televisione di stato, entrò nelle case degli italiani come un colpo di vento che spalanca le finestre e fa volare tende e oggetti. Da solo, in piedi sul teatro naturale della frana, assistito da una lavagna e da un pezzetto di gesso, Paolini provocò nel pubblico l'effetto di un fulmine che cade in mezzo ad una mandria di cavalli addormentati".
Sempre Corona sottolinea l'importanza di Paolini e del suo racconto anche in un intenso articolo apparso su "La Stampa" dice: "Marco Paolini[...] e dopo di lui Renzo Martinelli con il film Vajont, hanno tolto le bende a ferite non ancora chiuse, ma altresì hanno fatto sapere all'Italia dei grandi fratelli la nostra pena, per troppi anni volutamente sepolta nell'oblio da coloro che non avevano la coscienza a posto. [...]ha svegliato un poco anche noi, gli avanzati, quelli che la morte non aveva voluto il nove ottobre. Così abbiamo iniziato ad osservare i fatti con animo diverso. Da molto tempo ci eravamo dimenticati del vecchio paese. Forse per non vederlo in agonia. Il «caso» Vajont, da poco riemerso, ha riaperto gli occhi a tutti. Anche a noi superstiti. Abbiamo visto cose che fino ad oggi avevamo trascurato per seguire il brulichio del mondo".

Le nuove generazioni entrano in "nuovo" contatto col Vajont
Gli "anni bui" per i morti del Vajont, così come descrive Samantha Cornaviera gli anni '80, svanirono anche per chi, come gli eredi dei superstiti, grazie a Paolini ebbero molto più chiara in mente la sorte dei loro parenti ed il dolore dei loro genitori. In un articolo apparso sul "Corriere della Sera" il 9 ottobre 2003, un ragazzo di 19 anni di Longarone di nome Matteo D'Incà racconta il suo approccio al Vajont: «'La prima a parlarmi del Vajont è stata nonna Vittoria. Avevo sette anni, la mia famiglia era tornata a vivere a Longarone.[...] Fino ad allora, nessuno mi aveva mai raccontato che nonno Attilio era morto sotto la frana, mentre stava rientrando dalla fabbrica. Gli altri si erano salvati perchè abitavano a Fortogna, la frazione di Longarone risparmiata dalla tragedia[...]Già, adesso so bene che cosa fu la tragedia del Vajont. Ho ascoltato, discusso, ne ho scritto più volte nei temi scolastici.[...]'.». Il padre di Matteo, Donato D'Incà, sta nell'Associazione superstiti. «'Anche con lui ho parlato a lungo del Vajont. Devo ammettere, però, che le mie idee sono diventate più chiare quando vidi in tv il teatro dal vivo, sulla diga, di Marco Paolini. Un grande'».
Il monologo dell'attore veneto provocò un "effetto Paolini" che andò ad influire su quella parte del tessuto sociale che non aveva ancora elaborato in modo approfondito il significato della memoria di quell'evento. Una e-mail di un ragazzo longaronese, figlio di un sopravvissuto, recita: "Il caso M. Paolini e la sua rappresentazione televisiva è stata per noi un toccasana, l'Italia tutta ha saputo cose che anche gli abitanti attuali di Longarone non sapevano e ha risvegliato nei superstiti di quei momenti le vergognose attenzioni a cui sono stati sottoposti allora, e ancora oggi dopo tanto tempo stanno aspettando una giusta soluzione morale e materiale da troppi anni negata con sfacciata arroganza".
Quello che Paolini impresse nelle menti dei giovani, forse per la prima volta, fu la reale evoluzione della vicenda del Vajont che portò alla tragedia annunciata, ma non evitata. I giovani nati dopo la tragedia ascoltarono la storia delle lotte che precedettero la costruzione della diga, le ingiustizie subite dai loro parenti, il disinteresse manifestato da parte dei potenti per le sorti dei più deboli in nome del profitto. Ad un tratto il Vajont, agli occhi dei giovani, non fu più soltanto il lontano dolore dei propri genitori o nonni, non fu solo il ricordo, presente tutti i giorni, di una diga che resistette ad una gigantesca onda: esso, grazie a Paolini, divenne molto di più, divenne una "lezione" che dovevano immagazzinare e rielaborare.
Un passato lontano, per le loro giovani vite ed esperienze, un passato che non poteva ricordare loro alcuna memoria del "prima", ma una storia che, per gli abitanti di paesi "particolari" come quelli del Vajont, non poteva esser tralasciato per comprendere il significato del presente, e soprattutto del futuro.

I "bambini sopravvissuti" recuperano consapevolezza della loro storia
Lo spettacolo di Paolini "scosse" non solo i giovani, ma anche naturalmente i superstiti, e tra loro quelli che all'epoca della catastrofe erano poco più che bambini. La loro elaborazione del trauma dipese da vari fattori relativi al nuovo contesto nel quale furono inseriti. Alcuni ebbero la fortuna di conservare parte della famiglia, altri nemmeno quella. Tra coloro che persero i genitori nella tragedia, molti furono presi nelle case di altri parenti, mentre per alcuni che rimasero del tutto soli si scatenò una vera e propria gara di solidarietà per accoglierli. Purtroppo questa gara di solidarietà non portò a buoni esiti per tutti: furono numerosi i casi di adozione mirata alla speculazione economica sui piccoli eredi.
Le storie vissute in seguito da questi bambini furono molto diverse le une dalle altre, così come il loro modo di crescere affrontando il ricordo di una simile esperienza.
Un ragazzo di 16 anni all'epoca della catastrofe, Renato Migotti, così spiega la sua esperienza del dopo-Vajont «Per diversi anni, dopo il Vajont, non ho temuto la morte. Avevo in mente che morendo avrei rivisto i miei cari, mia madre, mio padre e Mario. Per me morire sarebbe stata quasi una liberazione. Ci ho messo del tempo a riacquistare il senso della vita. Ma immaginatevi che possa significare per un ragazzino andare a letto una sera, dopo una normale giornata di lavoro o di studio, ed essere risvegliati durante la notte da un grande frastuono, capire che è successo qualcosa di catastrofico, ma non riuscire nemmeno ad immaginare quanto la distruzione della propria vita possa essere così totale[...]Non è facile accettare che si sia fatta tabula rasa del proprio passato e della propria storia».
Anche un altro bambino sopravvissuto, Germano Rimini, 5 anni all'epoca della tragedia, racconta il suo impatto col Vajont e la sua ritrovata consapevolezza: «[...]sono passate due ore da quando i soccorritori mi hanno trovato. Con loro c'era anche mio papà che era arrivato di corsa dalla Faesite.[...]Sono rimasto ricoverato per tre mesi[...]Sono sempre stato un bambino allegro e gioioso. Con altri piccoli ricoverati mi sono divertito. Ma poi la notte per mesi non sono riuscito ad addormentarmi. Credo però che fu molto più difficile il dopo per chi era più grande di me, i ragazzi e gli adulti che si resero conto molto più di noi bambini quello che era successo.[...]Forse per me il peggio è stato dopo, quando ho cominciato a capire che cosa significasse non avere più una mamma. Mio padre era taciturno e parlava poco, mai di quella notte. A scuola le maestre mi chiamavano a raccontare la mia storia. Io dicevo quello che avevo vissuto quella notte. Ma tutto il resto nessuno lo ha mai voluto sapere. Per anni è stato messo tutto a tacere. Per me è stato sicuramente più drammatico vivere le ingiustizie del dopo Vajont, patire la sofferenza di mio padre che è morto di crepacuore a sessant'anni. Il monologo di Paolini mi è piaciuto molto perchè è stato lui a farmi capire davvero tante cose».
Una storia molto travagliata è quella di Micaela Coletti, bambina di soli 12 anni all'epoca della catastrofe:
«Ma non sempre le intenzioni di chi ci adottò erano buone[...]Le persone a cui il tribunale dei minori affidò la mia tutela e quella dei miei fratelli, ci videro soltanto come una fonte di rendita e di guadagno. Potevano mettere le mani sui risarcimenti per i nostri morti, sulle donazioni.[...]Io non ho avuto mai una carezza, un gesto affettuoso. Ero abbastanza grande per ricordarmi della mia vita passata, ma troppo piccola per poter fare a meno di un abbraccio, una parola di conforto.[...]A noi bambini[...]privarono del diritto di sentirci amati e protetti, di recuperare un po' di serenità dopo quello che già ci era capitato.[...]Di quella notte ho cominciato a parlarne da poco. Mia sorella Matelda non ne ha mai parlato[...].Per due mesi io e Giancarlo siamo stati ad abitare da una zia che non conoscevamo. Ma lo zio era alcolista. A volte prendeva il coltello in mano e diceva che ci voleva ammazzare tutti. Non avevamo altri parenti. Quando il viareggino Renzo Musetti si è presentato al giudice tutelare è bastato che dicesse di essere un amico di mio padre[...]si è preso tutto, soprattutto la nostra adolescenza[...]Ma io di quegli anni non ricordo assolutamente nulla. Neanche di aver sofferto. Per me era come vivere in un sogno[...].Mi sono sposata a diciotto anni[...]Un mese dopo ero incinta. Tutto per me era ancora un sogno, anche il mio sposo e la mia gravidanza. Ma il 9 ottobre del 1969, sei anni dopo l'inizio del mio incubo, sono dovuta correre al pronto soccorso. Ho perso la mia bambina di sei mesi. Questo choc mi ha risvegliato anche dall'altro. Solo allora ho capito non solo che avevo perso una figlia, ma che non avrei più sentito la voce dei miei genitori[...]Era la realtà. Sei anni erano passati senza emozioni e senza dolore[...]».

Un'ultima storia di una bambina orfana per colpa della tragedia del Vajont, che non ha vissuto però personalmente, è quella di Viviana Vazza, autrice del libro "Le scarpette di vernice nera". Viviana aveva 16 anni all'epoca della tragedia e si trovava a Belluno in collegio per motivi di studio. Anche la sua esperienza fu traumatica, andò personalmente sulla spianata bianca in cerca dei suoi familiari e dovette realizzare che era rimasta sola. Dopo quel trauma terribile, però, ebbe la fortuna di essere ospitata in casa di parenti che furono affettuosi con lei, e cercarono di infonderle serenità. Il suo percorso fu altrettanto difficile: «' Viviana cerca di essere allegra e tranquilla, vedrai che andrà tutto bene!'. Cercavo con quelle parole d'allontanare il turbamento che spesso mi prendeva. Quante volte l'avevo dovuto combattere! Ogni partenza, ogni abbandono mi faceva star male. 'E se dovesse succedere loro qualcosa?'. Quest'idea m'accompagnava spesso e quasi in tutti i viaggi che facevo: paura di rimanere ancora una volta sola, terrore di perdere tutto quello che mi era di più caro.[...]Mi proiettavo nel passato. Ero sempre alla ricerca di qualche cosa. Qualche cosa che mi aiutasse a trovare l'identità che in quel momento mi mancava. Cercavo di pensare alla mia famiglia, alle sue tradizioni ed usanze, ma l'impatto con questi ricordi era molto doloroso, così li fuggivo, cercando altre strade. Facevo del male a me stessa sovrapponendo altre sensazioni negative.[...] 'Sai, sono morti', mi disse la mia psicoterapeuta[...]Questa terapia mi diede l'opportunità di rivivere tutto quel tragitto, di portare a galla anche quei ricordi che volevo per sempre cancellare».
Questi sono solo alcuni esempi di come la tragedia, nelle "giovani" generazioni dell'epoca, ebbe modo di essere vissuta e differentemente elaborata. Fattori come il contesto familiare, il tipo di vita precedente e conseguente la catastrofe, le possibilità economiche, i torti o ingiustizie subite e molti altri fattori diedero origine ad un diverso modo di intendere il Vajont per questi "bambini" oramai grandi.
Paolini, col suo "racconto", diede la possibilità a questa generazione (che forse più di ogni altra era restata fino ad allora in silenzio, vedendo spegnersi anche gli adulti, in alcuni casi maggiormente provati dalla tragedia), di "sfogarsi" finalmente, di essere ascoltati con interesse da chi li aveva ignorati ed abbandonati fino a quel momento: un Paese che aveva dimenticato quei 2000 morti, la lezione che essi portavano con sè e la dignità che meritavano attraverso la ricerca di una giustizia e di una esatta memoria di quello che avevano subito.

Una dignità da recuperare agli occhi del Paese
La "verità" raccontata dall' "Orazione Civile", ed anche il meccanismo mediatico che ha rigenerato dell'interesse per la vicenda, hanno permesso ad alcuni risvolti della tragedia di essere rispolverati e messi a disposizione, sotto una nuova luce, alla conoscenza dei longaronesi, ma anche della popolazione del Paese, dando la possibilità a chi visse quella terribile esperienza di riscattare la propria dignità.
Come una miccia accesa da anni che ad un tratto fa esplodere una bomba, il racconto di Paolini e l'interesse che suscitò negli ascoltatori diedero ai superstiti la forza e soprattutto una ritrovata "voglia e speranza" di essere ascoltati, compresi e giudicati diversamente da come lo erano stati molti anni prima: ingiustamente accusati di essere stati ricoperti da una pioggia di denaro. Finalmente fu offerta loro la possibilità di far conoscere la loro "vera" storia, i risvolti oscuri di questa, le ingiustizie subite, le verità "mancate", ma soprattutto la possibilità di essere ascoltati dal Paese, e non messi a tacere come molti anni prima.
Grazie a questo "risveglio" dell'interesse, l'impegno per il mantenimento della memoria a livello nazionale, e non più solo locale, ha ritrovato un senso di essere. L'eco raggiunta dal proprio messaggio ha un raggio ora molto più ampio e necessita anche di una organizzazione maggiore per cercare di diffondere il proprio messaggio quanto più lontano possibile.
Il principale momento per il "ricordo" della tragedia, e per l'invio di un messaggio riguardante questa, che fino a non molto tempo fa era costituito dalle cerimonie commemorative, ora si espande all'organizzazione di convegni, di manifestazioni, di incontri, tutti diretti verso la diffusione di una memoria, ma una memoria che non voglia solo ricordare in modo sterile una tragedia avvenuta, bensì che tenda verso una lezione da imparare. Solo in questo modo, così come molti sopravvissuti lo intendono, grazie ad una giustizia anche "morale" oltre che penale, sarà recuperata la dignità di quei 2000 morti, che hanno dato la loro vita per colpa del disinteresse altrui e dell'interesse economico.
L'importanza di questa memoria va coltivata e non solo in occasione degli anniversari, soprattutto alla luce del fatto che: "È vero che si sa qualcosa di più rispetto a prima di Paolini però c'è ancora tanta ignoranza - nel senso di ignorare - basti pensare che anche fior fiore di giornalisti della tele, in occasione di programmi dedicati al 40° ed anche prima, hanno detto che la diga si era rotta![...]".

"L'organizzazione" della memoria unisce o divide?
Per decenni, il principale scopo dell'unico comitato organizzato esistente, il Comitato Superstiti Vajont, presieduto attualmente da Guglielmo Cornaviera, era stato la lotta per la giustizia e per l'ottenimento dei risarcimenti "dovuti" alla popolazione sinistrata.
Nel corso degli anni si sono conclusi i dispendiosi procedimenti giudiziari intentati dai pochi sinistrati che decisero di non firmare le transazioni proposte dall'E.N.E.L. inseguendo il riconoscimento dei propri diritti di risarcimento.
Infine, dopo la condanna della Montedison - Enel al risarcimento dei danni patrimoniali e morali arrecati al Comune di Longarone nel 1997, un decreto firmato nel Luglio 2000 dal Presidente del Consiglio Giuliano Amato ha chiuso definitivamente la spinosa questione con un versamento di 77 miliardi di lire al comune sinistrato.
Una volta ricostruiti i paesi distrutti dalla furia dell'acqua ed ottenuti i risarcimenti da parte dei colpevoli, il tema del "risarcimento" ha potuto scemare dietro a quello ben più importante della "memoria" di quanto accaduto.
Paolini per primo ha "investito" su questo tema "nuovo", quello della "memoria" diffusa. Per un tessuto sociale "variegato" come quello Longaronese, composto da superstiti e non, l'arrivo di queste quantità di denaro (inserito nel clima di "risveglio" della comunità sinistrata) hanno stimolato ulteriormente idee circa le possibilità del suo impiego in vari progetti per il benessere della popolazione, e naturalmente verso la valorizzazione della memoria dell'evento per cui erano stati devoluti.
Questa situazione ha purtroppo generato ulteriori novità, conflitti e divisioni: i sopravvissuti, così come le amministrazioni comunali, hanno creato nuove organizzazioni per tutelare interessi divenuti per loro importanti in maniera "diversa", primo tra tutti la valorizzazione della memoria.
Perchè una memoria che dovrebbe accomunare i superstiti, e che li ha da sempre fatti sentire "diversi" da coloro che non hanno provato quell'esperienza, ora invece finisce, in un certo senso, col "dividerli"?

Giovanni Danielis si esprime in questo modo circa la "divisione" creata dalla memoria:

"La Memoria del Vajont per qualcuno rappresenta un marchio distintivo, un modo di sentirsi diversi dagli altri, forse migliori, per aver sofferto più degli altri ed aver subito uno shock indiscutibile, che a distanza di quarant'anni non accenna a rimarginarsi. È questo il caso di quelle (poche) persone di cui le accennavo in passato, che non riesco a condividere perchè forse non vogliono li si condivida.
Ma la Memoria del Vajont è anche un collante, che avvicina tutte le persone sensibili che si trovano a contatto per svariate motivazioni con questa realtà, ed il cui fine è 'non dimenticare' . Sono perfettamente d'accordo che non tutti i 'nuovi' longaronesi condividono l'interesse alla storia del proprio paese, non ne sarebbero interessati neanche altrove, presi da altri impegni o passioni. Ma per vivere in un paese bisogna vivere il paese, la sua storia e qui in special modo, perchè Longarone ha bisogno di ricostruire le sue radici e non è qualcosa che si può fare in qualche anno".
Lo stesso Danielis è un esempio di questo modo di "sentire" il Vajont anche non essendo uno scampato alla tragedia. La sua è la storia di un "bambino non sopravvissuto", ma esponente di una "categoria" di persone che, sebbene non direttamente toccate dalla tragedia, hanno finito con il venirne fortemente sensibilizzati e resi partecipi, sentendosi spesso "testimoni" di essa quasi al pari dei veri superstiti.
La storia che segue è quella di Giovanni Danielis, consigliere comunale e responsabile del servizio Informatori del Vajont:
"Pur non essendo un superstite nel senso stretto della parola, Le posso raccontare la mia esperienza: nato nel '64 ed in pratica vissuta tutta l'infanzia ed adolescenza tra Castellavazzo e soprattutto Longarone, mi sono sempre sentito uno 'straniero' , probabilmente qualcuno mi faceva sentire così. I miei genitori non erano di qua e, come qualcuno Le ha riferito meglio di me, nei primi anni Longarone viveva il Vajont e la sua tragedia solo a livello ufficiale (politica e giustizia) ed in maniera intima per quanto riguardava i superstiti.
Come altri ragazzi della mia generazione, appena ho potuto ho cercato lavoro altrove, nel mio caso ad Udine dove sono nato e dove ho parenti, fuggendo da un paese che ero arrivato quasi a detestare: ricordo che i primi anni facevo fatica a tornare a trovare i miei. Solo dopo dieci anni ho sentito il cosiddetto 'richiamo della forestà ed ho preso armi e bagagli per tornare ad abitare a Longarone: per coincidenza era la primavera '97 (ho avuto la fortuna di esserci, ad ottobre '97 presso la diga, a vedere Paolini).
Qualcosa dentro mi stava maturando dentro al punto da lasciarmi coinvolgere nella vita pubblica e politico-amministrativa del paese fino al punto di occuparmi della Memoria del Vajont: passo passo ho scoperto che anche i miei, anche se non lo andavano sbandierando in giro, potevano collocarsi in qualche modo tra i "superstiti". Questo perchè avevano abitato fino a pochi mesi prima della tragedia in quella casa di fronte al municipio di Longarone che si vede tagliata a metà nelle prime foto. Si erano trasferiti poi a Forno di Zoldo perchè mio padre, capocantiere della Italdecos di Udine, stava ricostruendo la strada tra Longarone e Zoldo. Quella tragica notte mio padre fu uno dei primi ad essere svegliati perchè c'era l'idea che fosse crollata proprio quella strada: partito con escavatori e camion alla volta di Longarone, non era rientrato a casa che la sera dopo, preso con i suoi collaboratori all'opera di ripristino delle vie di comunicazione e di recupero delle salme. E solo lo scorso anno, per una coincidenza dato che come consigliere comunale ho accesso a qualche archivio, ho trovato forse l'unica foto in cui mio padre appare tra i soccorritori: non l'aveva mai vista nemmeno lui!
Da quanto ho scritto può capire perchè ho tanto a cuore la Memoria, e perchè non la considero una cosa elitaria. Chi va in giro a declamare la differenza fra sopravvissuti e superstiti (che dovrebbero essere sinonimi) vuole egoisticamente affermare la propria unicità, ma i giovani alpini di leva o gli scout che si sono ritrovati per la prima volta di fronte ad una realtà cruda e tragica della vita, subendone shock inguaribili, non sono meno superstiti di quanti abitavano qui".
Nel 2000 è sorta la nuova "Associazione dei Superstiti del Vajont", affiancatasi al meno recente Comitato Sopravvissuti. Essa "[...]nasce da un sentimento di dolorosa comunanza fra i superstiti di una delle più gravi catastrofi dell'età contemporanea, ne esprime e rappresenta la vocazione di solidarietà e memoria.[...]".
"Costituiscono finalità dell'Associazione:
a) Lo svolgimento di attività volte a:
- mantenere viva la memoria del Vajont, attraverso iniziative che esaltino i valori morali, civili, sociali e ambientali che la tragedia richiama, con particolare attenzione verso studi, ricerche, testimonianze, divulgazioni e proposte progettuali, di riconosciuto valore morale e simbolico;
- rappresentare le finalità e le istanze dell'Associazione dei superstiti nelle comunità e presso le istituzioni competenti, in particolare esprimere pareri e proposte, nonchè formulare programmi e progetti, di propria iniziativa o su richiesta, ai Comuni o ad altri Enti, in ordine ad argomenti o problemi relativi al disastro del Vajont;
- promuovere rapporti di collaborazione e di solidarietà tra i superstiti, anche attraverso il sostegno a situazioni e problematiche legate alla tragedia;
- intrattenere rapporti di scambio e di collaborazione con Enti ed Associazioni aventi analoghe finalità;

b) La formulazione dell'elenco dei superstiti del Vajont".

La memoria però rievoca un'esperienza individuale, non più portatrice di interessi unitariamente "comuni". I problemi che questo "risveglio" del tessuto sociale comporta sono legati anche all'elaborazione della tragedia, avvenuta ed interpretata in modi differenti.
La risoluzione dei bisogni non può più giustificare una presa di decisione "comune", accordata sulla base di necessità materialmente impellenti. Il contesto è ora ben differente da quello che aveva caratterizzato l'unità dei superstiti in seguito alla catastrofe. Allora ogni decisione era importantissima e doveva essere presa subito. Non tutti naturalmente erano totalmente d'accordo, ma il desiderio di rinascita era sufficientemente forte per accomunare gli scampati ed abbattere le divergenze in nome di una rapida ripresa.
Sono passati 40 anni ed il paese è stato ricostruito nelle case e nella popolazione. Non c'è più quell'urgenza, nè questa comunanza tesa verso la "rinascita": la situazione è tornata tendenzialmente "normale". Quello che non è cambiato è naturalmente il passato, il ricordo, la memoria appunto.
In un paese ove i superstiti sono sempre meno, ma continuano ad essere quelli più legati e più sensibili, come è ovvio, alla memoria della tragedia, le differenti esperienze vissute sono strettamente legate a quelli che sono considerati i bisogni presenti e futuri e sono sentiti in modo diverso da alcuni superstiti rispetto ad altri. Ognuno ha una sua visione, derivante anche dall'esperienza vissuta sulla propria pelle.
Anche questo ha contribuito alla nascita di due associazioni dei superstiti, le quali non sono in "lotta" tra di loro, ma semplicemente rispecchiano modi differenti di voler raccontare il proprio passato, la propria esperienza e di considerare il futuro del paese secondo le proprie esigenze.
La memoria del Vajont diventa così un terreno di polemica anche "morale" sul modo di essere interpretata, valorizzata e finanziata, così come i problemi che da essa derivano sono differenti e richiedono soluzioni differenti. Sulla scia di questa motivazione, nel 2001 è nato un nuovo comitato: il «'Comitato per i sopravvissuti del Vajont', con lo scopo di solidarietà e sostegno morale e psicologico alle persone sopravvissute alla tragedia del Vajont, nonchè il fine di diffondere la conoscenza e conservare la memoria dei fatti accaduti[...]».
Da molti è ritenuto un comitato "troppo polemico" verso l'amministrazione comunale, da altri invece il comitato più "vivo, passionale e viscerale".

Nello statuto del Comitato è riportato, all'articolo 3, il seguente testo:

"a) Il Comitato non persegue fini di lucro.
 b) Esso persegue il fine della solidarietà e del sostegno morale e psicologico alle persone sopravvissute alla tragedia del Vajont, nonchè il fine di diffondere la conoscenza e conservare la memoria dei fatti accaduti.
A mero titolo esemplificativo, il Comitato potrà organizzare manifestazioni, mostre, convegni, dibattiti, incontri, anche presso le scuole; promuovere studi, ricerche, iniziative editoriali; farsi promotore di iniziative presso gli enti pubblici".
Micaela Coletti, presidentessa del Comitato Sopravvissuti per il Vajont, in una mail inviatami spiega:
"[...] il primo comitato in assoluto è il 'Comitato per i superstiti', che aveva come motivazione la commorienza di 600 vittime, quelle totalmente sparite, ma non è sortito nessun effetto ed oggi, anche se esiste ancora, in realtà non lavora più.
La motivazione della nascita del nostro comitato è che ci siamo resi conto che nessuna amministrazione, nessun politico, ha mai lavorato o favorito nessuna delle nostre problematiche per cui, se volevamo che qualcuno si accollasse la nostra situazione e portasse a termine le nostre speranze di una giustizia, non potevamo che essere noi stessi.
Sicuramente l'«effetto Paolini» tra le varie cose, ha anche risvegliato un'anima ed una coscienza addormentata ma, e parlo almeno per noi, niente c'entra il risarcimento dalla Montedison anche perchè i 'famosi' 77 miliardi erano esclusivamente per il Comune come 'perdita delle 2000 vittime'! Questi soldi sono stati e continuano ad essere gestiti soltanto dal sindaco e dalla amministrazione comunale di Longarone".
Le due associazioni nate hanno dato vita a quella che è la "distinzione" tra i "superstiti" (Associazione Superstiti) ed i "sopravvissuti" (Comitato Sopravvissuti), da molti considerati "alla pari", ma da alcuni intesi in modo differente per i motivi che sono di seguito enunciati:
"[...]È una cosa che è fondamentale.
Sembra che sia una cosa di poco conto, mentre... generalmente uno dice "ok superstiti e sopravvissuti, sì sì è la stessa cosa... " è una differenza che è fondamentale. Allora: il 'superstite' è quello che comunque era al di fuori della cittadina, del posto, è ritornato e non ha ritrovato più niente. Poteva essere fuori per 1000 motivi, per lavoro, per non lavoro, insomma: non ha nessuna importanza. Quello che comunque si è trovato senza un paese, che però 'fisicamente' in quel momento non c'era.

Il sopravvissuto, come noi, invece era nel posto in quel momento ed è stato estratto proprio dalle macerie, da sotto terra, per cui 'sopravvissuto' vuol dire 'sopravvivere', vivere 'al di fuori', nonostante tutto. Per cui la distinzione penso proprio che sia determinante[...] L'opinione comune è quella che 'sono tutti uguali'. Allora siamo tutti superstiti, perchè comunque siamo 'sopravvissuti' a un 'qualcosa'.
Poi, ci sono i superstiti che sono superstiti ed i 'superstiti che sono anche sopravvissuti', perchè anche noi abbiamo 'perso tutto'."

La "memoria" quindi, tornata a galla, ha creato una condizione apparentemente "assurda": proprio quell'elemento sulla base del quale una "non comunità" come quella longaronese aveva tentato, in precedenza, di fondare una identità collettiva comune, ora è divenuta un terreno di "scontro" o almeno di "difficile" incontro per gli stessi membri dell'ormai ridottissima "comunità superstite".
Soprattutto per chi non è partecipe diretto della realtà longaronese, l'impressione immediata che può darsi ai due "schieramenti" è quella di due opposte fazioni delle quali una (Associazione Superstiti) a favore del "governo" ed una (Comitato Sopravvissuti) contraria, nel senso che una collabora regolarmente con l'amministrazione comunale, l'altra è spesso in polemica ed opposizione, ognuna con i suoi buoni motivi.

Nelle presentazioni del libro di Lucia Vastano intitolato "Vajont. L'onda lunga" i presidenti di queste due associazioni esprimono il loro pensiero. Ecco che cosa pensa Renato Migotti, presidente dell'Associazione Superstiti del Vajont:

"[...]A volte però è difficile far capire a chi viene da fuori che la tragedia non si è consumata in una notte soltanto, ma ha esteso i suoi effetti nel tempo. La tragedia del Vajont deve diventare una grande lezione per tutti. Dal Vajont si potrebbe imparare molti, in diversi campi[...]Il disastro del Vajont non riguarda solo l'esiguo gruppo di superstiti che hanno vissuto in prima persona quelle dolorose vicende, ma fa parte di una storia collettiva che racconta di gravi errori dell'uomo perpetuati negli anni, del sacrificio di migliaia di innocenti, di sofferenze indicibili. È quindi doveroso investire nella memoria, affinchè l'uomo rispetti la natura anzichè sfruttarla per meschini interessi materiali.
Che il Vajont sia un monito anche per le future generazioni".
La presidentessa del Comitato per i Superstiti del Vajont, Micaela Coletti, a sua volta dà la sua impressione:
"Per la gente che non ha vissuto il dramma di quella frana, il 9 ottobre è un giorno qualsiasi che viene tutti gli anni. Noi che abbiamo ferite non ancora rimarginate, il Vajont lo riviviamo tutti i giorni.
Qualcuno ha detto che molti di noi fanno di professione i superstiti. Ma essere superstiti non è una scelta, non è neanche qualcosa che ti puoi lasciare alle spalle[...]Per decenni molti di noi sono stati zitti, ci sono ancora superstiti che non hanno mai parlato di quello che è successo a loro e alle loro famiglie, nemmeno con i loro figli. Nessuno ha mai sentito come un dovere civico andare a farsi raccontare la loro storia, per aiutarli a buttare fuori quello che hanno dentro, ricordi marciti che fanno solo male se tenuti inespressi, ma anche per raccogliere pagine importanti della storia del nostro Paese.[...]Longarone è un luogo speciale, con problemi speciali, gente speciale. Molti di noi superstiti non sono persone facili da trattare. Di questo me ne rendo conto perfettamente. Ma siamo noi il Vajont.
Ci sono silenzi che fanno molto comodo.
Io vorrei che prima che tutti noi si muoia, si raccogliessero le testimonianze anche di chi non ha mai parlato perchè anche il loro dolore, è "Vajont". E poi, e poi c'è davvero il "dopo Vajont" da raccontare. Una seconda strage perchè per vari motivi, di Vajont si muore ancora: un po' alla volta, per un tumore o un infarto, a causa dell'inquinamento ambientale, per una crisi depressiva, o per solitudine.
Che cosa significa essere superstite di una tragedia voluta dall'uomo? Proprio questo, essere soli: prima, durante e dopo. Purtroppo questa pena non è toccata soltanto a noi, vittime della diga".
La spaccatura tra "superstiti" e "sopravissuti" di cui si parla, analizzata più approfonditamente recandosi sul luogo, porta ad una comprensione più precisa del modo di considerare la "memoria" da parte dei superstiti la quale, nonostante le polemiche, continua ad accomunare le opposte "fazioni" ed i suoi rappresentanti.
Distaccatisi per un solo attimo dalla congiunzione tra la memoria e le problematiche locali interne, essi si reputano tutti "tasselli di uno stesso grande mosaico che è la vicenda del Vajont, con tutte le sue differenti sfaccettature umane".

Opinioni contrastanti: casi di speculazione "mediatica"?
La memoria del Vajont è l'obiettivo principale delle associazioni dei superstiti, che la promuovono e ne progettano l'evoluzione in svariati modi. Così come l'esperienza è del tutto individuale, altrettanto anche il modo di elaborarla e di progettarne ora la diffusione nel modo ritenuto migliore.
Eppure, dopo anni di silenzio e di buio totale sulla vicenda, oggi si verifica un paradosso: coloro che ripetutamente compaiono in video e raccontano del Vajont in qualità di superstiti vengono accusati di "speculazione mediatica".
La "rinascita dell'interesse" nei riguardi del Vajont ha naturalmente spinto verso una mobilitazione mediatica molto più massiccia verso questo tema: sono stati molteplici i servizi e le programmazioni dedicate alla vicenda ed andate in onda su tutti i canali nazionali.
Ma come formulare un'accusa di speculazione mediatica?

Il "problema" deriva dal fatto che alcuni superstiti sono stati principalmente attivi nel partecipare a queste trasmissioni tv, finendo con l'esser etichettati da molti quali "mostri" televisivi, o anche "superstiti di professione", i quali sfruttano la loro immagine nel teleschermo per fare polemica e alimentare la tensione su alcune divergenze di opinione e modi di azione riguardanti una realtà difficile come quella della Valle del Vajont. A parlare di questo fenomeno è un superstite stesso, Mauro Corona, in un articolo apparso sul quotidiano locale "Corriere delle Alpi" in data 10 aprile 2003:

"Sono molto intristito dall'atteggiamento con cui al giorno d'oggi molti ricordano questo episodio. Si sta perdendo l'abilità di rievocare il dolore attraverso una memoria pacata e serena, mentre qualcuno vuole invece inventarsi la professione di superstite. Dopo lo spettacolo di Marco Paolini abbiamo capito che siamo al centro dell'attenzione, ma stiamo cavalcando la notorietà in una maniera non bella. [...]L'anniversario è solo una data, dobbiamo smetterla di andare per i salotti televisivi a parlarne, perchè il mondo sa già cosa è successo: non mi sembra dignitoso inscenare dei casi personali affinchè la gente abbia qualcosa su cui piangere. I quarant'anni del disastro non sono un traguardo, bensì solo un'occasione per ricordare un quadro di cattiva gestione statale ed amministrativa. Disastri come quello del Vajont avvengono ogni giorno in tutto il mondo, basta stare ad ascoltare quello che dicono i telegiornali".
Sempre Corona incalza con questa teoria su "La Stampa" di Torino affermando:
"Pare che dopo questo interesse nazionale per il Vajont, dalle nostre parti sia nata una nuova professione, quella di superstite. Professione gratuita, sia chiaro, niente soldi, solo pietà. Vi sono personaggi che vanno ogni domenica alla diga, quando c'è folla, a dire che loro hanno perso tutto, che sono rimasti soli, che di qua, che di là. E non hanno perduto nemmeno un cerino. Vendono il loro dolore a recita per cogliere l'obolo della pietà. Hanno bisogno di essere pietati. Ma non basta. Ho visto forme di formaggio prodotto nella bassa friulana marchiate «Vajont», con tanto di diga stampigliata. E dalle pagine di un giornale la pubblicità di un purgante recita: «Rompi la diga del tuo intestino e liberati». È il prezzo della notorietà, che fa quasi sempre rima con imbecillità. La storia, che altro non è se non ciò che di bene e di male è successo nel tempo, va avanti senza insegnare nè ricordare, ripetendosi continuamente".
Non è il solo a pensarla in questo modo, anche Giovanni Danielis è dello stesso avviso:
"[...]ci sono persone che sfruttano il Vajont per fini personali, e mi dispiace notare che poi sono i primi a 'raggiungere' l'opinione pubblica e creano così degli 'scoop' su veleni e falsità".
In un'altra mail, sempre Danielis, richiamato dalle mie domande sull'argomento, prosegue dicendo che :
"[...]qualcuno sta 'usando' il Vajont a proprio tornaconto. Per tornaconto non intendo strettamente quello economico, ma i media hanno creato in qualche caso dei 'mostri', o come qualcuno ha detto in passato dei 'superstiti di professione' ".
Tra le persone considerate parte degli "speculatori mediatici" la presidentessa del "Comitato dei Sopravvissuti del Vajont", Micaela Coletti, accusata di presenziare 'in tutti i programmi televisivi' e di "speculare" di eccessiva apparizione sul video per fare una "battaglia" riguardante i "problemi" di Longarone, al fine di ottenere sostegno per quelle che sono le sue tesi.
Dal canto suo la Coletti sente questo desiderio di raccontare il "suo" Vajont, soprattutto quei risvolti che non sono stati affrontati. Il desiderio di render partecipi gli altri di esperienze traumatiche che hanno afflitto lei, ed altri come lei non appare ampiamente biasimabile. Come la memoria va analizzata secondo il soggettivo modo di viverla di ognuno di noi, così allo stesso modo è "naturale" che ci siano opinioni contrastanti e modi di comportarsi contrastanti. La signora Coletti sostiene:
"[...]Nessuna amministrazione, nessun politico, ha mai lavorato o favorito nessuna delle nostre problematiche per cui se volevamo che qualcuno si accollasse la nostra situazione e portasse a termine le nostre speranze di una giustizia, non potevamo che essere noi stessi"
e ancora
"Penso che la memoria del Vajont dovrebbe essere portata avanti soprattutto da chi l'ha vissuta sulla propria pelle mentre non è così. Esempio? A Trieste al teatro Miela, in varie date , si sono tenute varie manifestazioni sul dopo Vajont alle quali sono intervenuti personaggi come: Bepi Zanfron - fotografo; Mauro Corona scrittore, scultore; Renzo Martinelli - regista; Balestrieri - regista; Vastano, giornalista e scrittrice. Di tutti questi, nessuno - dico, nessuno - ha vissuto in prima persona il disastro del Vajont. Cosa possono sapere di quello che abbiamo passato noi? Soltanto perchè ci hanno fatto parlare, chi per i libri, chi per i film, ma chi di loro ci ha dato una mano nell'affrontare i nostri problemi?".
In una intervista rilasciata dalla signora Coletti in occasione di un lavoro redatto ad opera di una associazione culturale denominata "La giacca" in tema Vajont, la presidentessa afferma:
"[...]Sono passati quarant'anni, le strutture ci sono, ci sono persone valide, perchè non approfittarne, perchè non far qualcosa, perchè volere a tutti i costi dimenticare queste persone?[...]È logico pensare al futuro, ma vogliamo un po' pensare a quello che noi abbiamo ancora dentro? Come facciamo ad avere un futuro diverso se dentro non abbiamo ancora elaborato il lutto che ci portiamo dietro?[...]".
Sempre la signora Coletti, interrogata da me riguardo le accuse di essere parte del gruppo dei "superstiti di professione" ha così risposto:
"Caro Claudio, prima di tutto vorrei davvero conoscere coloro che dicono che io sia una sopravvissuta di professione. A costoro dico che SONO una sopravvissuta, all'incontrario di loro, e lo sono non per libera scelta ma per l'ingordigia del potere, per l'indifferenza del medesimo, per l'indifferenza e per il non rispetto dell'altrui persona!!! Perchè abbiamo dovuto sopportare l'insopportabile allora e, a detta di costoro, a quanto pare!!, anche ora!! Perchè non devo raccontare il vuoto che la perdita dei miei parenti mi ha lasciato?
Perchè non devo raccontare dell'indifferenza dello stato??
Perchè non vogliono ascoltare? Perchè ritengono che "sia meglio " il silenzio? Mica racconto la loro storia, racconto la mia di storia, il mio vuoto, le mie mancanze!! Ma perchè costoro non vanno al cimitero a vedere lo scempio che è stato fatto!! Certo è più facile criticare, che fare qualcosa ed esporsi con delle proprie idee!
Ma poi a chi interessa se costoro parlano a sproposito? a me no davvero.
Come mai, comunque, che mai nessuno ha smentito nemmeno una parola di quello che sono andata a raccontare in televisione!!
Non è strano tutto ciò? oppure vogliono essere gli unici depositari della 'storia del Vajont' in modo da gestirla come meglio crede!!
Per me non è un introito, sicuramente, all'incontrario di chi comunque si è fatto conoscere perchè 'abbinato' al Vajont quando con esso ha poco a che vedere. Si ripagano da soli con la stessa moneta, costoro!! Non vale nemmeno la pena di dar loro l'importanza di una risposta. Comunque rispondo sempre a tutti, chissà che anche costoro prima o dopo trovino il coraggio di rivolgersi direttamente a me, ammesso che parlino espressamente della sottoscritta, e che evitino di parlare alle spalle! Non fanno sicuramente bella figura, o provano vergogna della loro stessa bassezza!!??
Ciao, Micaela".
Anche queste idee della signora Coletti, come quelle di Corona e di Danielis, non possono essere considerate giuste o sbagliate in assoluto, ma solo opinioni contrastanti circa una stessa tematica e la sua analisi. Ascoltate ed analizzate con attenzione, entrambe le posizioni sono parzialmente valide, esse affrontano analoghe tematiche secondo un'ottica ed un punto di vista diametralmente opposti, che vedono in un certo senso: da un lato il superamento della differenza tra superstiti e non, tesa verso l'evoluzione futura "comune" del paese nel rispetto naturale della memoria;
dall'altro l'impossibilità, per i non sopravvissuti, di "capire" fino in fondo l'esperienza passata da questi ultimi e le sue ripercussioni anche nel presente, che non possono essere dimenticate in alcun modo quando si prendono decisioni in una realtà particolare come quella longaronese.

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