"... per trovare la Giustizia bisogna esserLe
fedeli: essa, come le divinità, si manifesta soltanto
a chi ci crede ..... "    (Calamandrei)

   Testo delle relazioni dei sindaci di Longarone, Erto e Casso, Castellavazzo sul tema:

" LA CRISI DELLA GIUSTIZIA VISTA DALLA VALLE DEL VAJONT "

dibattito pubblico tenuto in Belluno nella giornata di commemorazione delle 2000 vittime indetta dal Comitato Unitario d'Appello per la Giustizia.

"... diffidare della Magistratura è l'inizio
della dissoluzione di una società ...."    (Balzac)

I N D I C E
ADESIONI alla MANIFESTAZIONE
 - Sindaci
 - Parlamentari
 - Magistrati
 - Scuole ed Istituti
 - Organizzazioni Sindacali
 - Comuni
 - Avvocati
 - Altre adesioni
RELAZIONI UFFICIALI DEI SINDACI
 - Dott. Gian Pietro PROTTISindaco di Longarone
 - Sig. Giovanni CORONASindaco di Erto-Casso
 - Sig. Tommaso SACCHETSindaco di Castellavazzo
INTERVENTI
 - Rag. Giovanni POLLASegr. Sez. D.C. Longarone
 - Avv. Antonio BERTOLISSIrappresentante il Senatore Ferruccio PARRI
 - Dott. Aldo DA ROLDSegreteria P.R.I.
 - Rag. Gianni GASPERINSegreteria P.S.I.
 - Dott. Mario BATTOCCHIOPresid. Prov. A.C.L.I.
 - On. Giorgio GRANZOTTODeputato Parl. P.S.I.U.P.
 - Sig. Giovanni FANTSegret. Ass. Vol. Libertà
 - Sen. Dino DINDOParlamentare P.S.U.
 - On. Dino DE POLIParlamentare D.C.
 - Sen. Umberto TERRACINIParlamentare P.C.I.
 - On. Agostino PAVANCoord. Regionale C.I.S.L.
MOZIONE FINALE
Mozione approvata dal Comitato Unitario d'Appello per la Giustizia promotore della Manifestazione
TESTO TELEGRAMMA SINDACI
Telegramma inviato dai Sindaci di Longarone, Erto-Casso e Castellavazzo a:
 Capo dello Stato, Presidente Corte di Cassazione, Presidente Consiglio dei Ministri, Ministro Grazia e Giustizia, Procuratore Generale Corte d'Appello de L'Aquila, Presidenti dei Gruppi parlamentari di Camera e Senato.
  
_____________

PAROLE PRONUNCIATE AL CIMITERO VITTIME DEL
VAJONT di FORTOGNA IL GIORNO 10 GENNAIO 1970
da SUA ECCELLENZA Mons. VESCOVO Gioacchino Muccin

" ... Parroci e Vescovo, pastori delle vostre anime, siamo venuti a rinnovare in questo sacro recinto la concelebrazione del Divin Sacrificio della nostra redenzione e l'offriamo a Dio per voi e per i vostri morti.

Vi siamo vicini come lo siamo stati in ogni vicenda e in ogni momento, specialmente nell'ora della tribolazione e ogni qual volta vi siete adunati per far presenti a Dio le vostre necessità. Quella di oggi è una di tali circostanze.

So che voi volete portare davanti alle Autorità e alla pubblica opinione i vostri pensieri e i vostri sentimenti, i quali escludono dalle vostre attese ogni scoria ed impurità, essendo oggetto della vostra civile e umana manifestazione «tutto quello che è vero, tutto quello che è giusto, tutto quello che dà buona fama ed è degno di lode» (Filippesi 4,8) e null'altro."

" ... So che vi preoccupa il fatto che la durata dell'iter procedurale possa giungere al limite invalicabile della prescrizione, il che potrebbe troncare bruscamente il cammino giudiziale della vostra causa prima che sia pronunziata la sentenza definitiva.

Ora io vi posso dire che il vostro desiderio di portare a conoscenza del pubblico questi vostri timori e intendimenti è cosa pienamente legittima. E lo fate con senso di equilibrio e di civismo.

La vostra educazione, del resto, in cui ha avuto tanta misteriosa parte il dolore, ne sono la migliore garanzia. L'Italia oggi guarda a voi, al vostro comportamento e alle vostre parole.''

" ... L'esigenza di giustizia e di verità che pone al vostro animo retto molti perchè cui non sapete ancora dare una risposta, tale esigenza in voi affonda le radici nel comune desiderio e nel comune bisogno di pace e di amore per i vivi e per i morti. Questo basta a dissipare il fantasma irreale di una popolazione assetata di vendetta. Non è questo il popolo di Longarone ..."


ADESIONI

Sindaci

" ..... Amministrazione Comunale et Cittadinanza si associano at significativa manifestazione et auspicano venga fatta giustizia per responsabili catastrofe che ha colpito tante vittime innocenti nei Comuni del Vajont e del Piave - stop ..."

(On. Giovanni Bottonelli, Sindaco di Marzabotto)

hanno inoltre aderito alla manifestazione:

Il Sindaco
di
FELTRE
"
"
FERRARA
"
"
BORCA di CADORE
"
"
GRUARO
"
"
TREVISO
"
"
CAGLIARI
"
"
BOLOGNA
"
"
MODENA
"
"
PARMA
"
"
FABBRICO
"
"
ZOPPÈ di CADORE
"
"
SANTHIA'
"
"
LANCIANO
"
"
CIVITAVECCHIA
"
"
SAN VITO di CADORE
"
"
CLAUT
"
"
MONFALCONE
"
"
REGGIO EMILIA
         Il Presidente della Provincia di FIRENZE
         L'Assessore ai LL.PP. di BOLOGNA
PARLAMENTARI

" ..... mia piena solidale partecipazione et espressione profonda delusione per sentenza L'Aquila che lascia aperti non solo problemi colpevolezza singoli ma lascia senza risposta ammonitrice problemi fondamentali per oggi e futuro su diritto prioritario incolumità popolazioni rispetto iniziative tecnico-industriali societ/à private aut enti pubblici stop .... " (Senat. Luigi FERRONI)

hanno inoltre aderito alla manifestazione:

  • On. Mario FIOROT (D.C.)
  • Sen. G. B. GIANQUINTO (P.C.I.)
  • Sen. Gustavo MONDINI (D.C.)
  • On. Domenico CERAVOLO (P.S.I.U.P.)
  • On. Lucio LUZZATTO (P.S.I.U.P.)
  • Sen. Fernando DE MARZI (D.C.)
MAGISTRATI

" ... Comitato Esecutivo Magistratura Democratica aderisce alla manifestazione indetta Comitato Unitario sulla crisi della Giustizia vista dalla Valle del Vajont et manifesta piena solidarietà ai Superstiti del Vajont .... "
(De Marco, Ramat, Petrella, Placco Pesce, Mastrocinque, Castriota, Venuto, Pulitano)

hanno inoltre aderito alla manifestazione:

  • Dott. Michele ACHILLI
  •   "   Marco RAMAT
  •   "   Luigi DE MARCO
  •   "   SANTONASTASO
  •   "   Roberto SCIACCHITANO
  •   "   Luigi PLACCO
  •   "   Enrico LONGOBARDI
  •   "   Mario ANDREOLI
 
SCUOLE ed ISTITUTI

" .... Comitato Studentesco dell'Istituto Professionale di Stato per il Commercio «T. Catullo» di Belluno aderisce unanime all'odierna manifestazione di solidarietà a favore dei Superstiti del Vajont, invocando piena Giustizia per loro e per i loro 2000 morti, nel ricordo dei 14 alunni dell'Istituto stesso scomparsi nella tragica notte del 9 ottobre 1963 ..."

hanno inoltre aderito:

- Presidente Regionale ACLI

- Presidente Provinciale ACLI

- Segreteria Provinciale Verona UIL

- Presidenza et Segreteria Nazionale CGIL e INCA

 

COMUNI

Hanno votato ordini del giorno i Consigli Comunali di:

  • BELLUNO
  • LONGARONE
  • ERTO e CASSO
  • CASTELLAVAZZO
  • FELTRE
  • AGORDO
  • PONTE nelle ALPI
  • VOLTAGO AGORDINO
 
AVVOCATI

" ... costretto ancora a letto dalla spaziale grido ugualmente insieme con voi Giustizia augurando di trovare grado appello Giudici disposti darla ... " (Avv. Salvatore DI PAOLO)

hanno inoltre aderito:

Avv. Luciano BAUSI

  "   Fernando GIACOMINI

  "   Fiorella GIACOMINI CARLONI

  "   Giovanni CARLONI

  "   Sandro CANESTRINI

  "   Giuseppe MAIENZA

  "   Bernardo LAZZARO

  "   Giuseppe GUARNIERI

  "   Ettore GALLO

 
ALTRE ADESIONI

Associazione Naz. Vigili del Fuoco discontinui volontari

Operai, studenti, democratici cadorini

Sezione "Morandi" P.S.I. di MILANO



SINDACO DI LONGARONE

Signori, abbiamo stamane reso un commosso tributo d'amore alle 2.000 vittime innocenti, allineate nel bianco cimitero di Fortogna.

All'indomani della sentenza pronunciata il 17 dicembre 1969 dal Tribunale de L'Aquila, interpretando il sentimento unanime e spontaneo dei superstiti, ho deciso, con i miei colleghi di Erto Casso e Castellavazzo, di compiere questo rito commemorativo, quasi per dare alle vittime, in amore, quanto riteniamo sia stato loro tolto in giustizia.

La manifestazione dei nostri sentimenti ln questo momento non può essere che la continuazione ideale della no stra preghiera a Fortogna. essa perciò non è né "anti-niente" né "anti-nessuno'' e non può e non deve essere da taluno interprecata come un atto di ribellione o di irresponsabile reazione al giudizio del Tribunale Aquilano ma vuol essere ed è una manifestazione di composti sentimenti, di maturità civile delle comunità del Vajont e, ad onta di tutto, di rinnovata fiducia nell'opera della Giustizia dello Stato democratico italiano.

Nel Cimitero di Fortogna si fonde il nostro dolore di superstiti e di lì vengono a noi tutti la volontà e la Forza per reclamare, nel modo più degno e civile, un responso che plachi i nostri animi e non offenda i nostri morti. All'alba del 10 ottobre 1963 ci ritrovammo, in pochi sopravvissuti di quello che era stato un ridente paese, con 2.000 vittime irriconoscibili, sepolte, disseminate e smembrate lungo il letto del Piave e fu pietosa opera il lavare il fango dal viso di ogni fanciullo, di ogni padre, di ogni fratello per dargli un nome ed una croce; a molti dei nostri morti fu negato anche questo estremo ed affettuoso riguardo, a molti di noi il conforto di poter porre un fiore su di una tomba cara.

Non chiedemmo nulla, tanto era il nostro dolore.

Ci raggiunse la solidarietà commossa degli umili e dei pii di tutto il mondo che ci aiutò a superare i primi tristissimi attimi di sgomento. Sulle macerie delle nostre case e su quelle dei nostri animi ci fu assicurata autorevolmente giustizia: così l'On. Giovanni LEONE, nella sua qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri, il giorno 10 ottobre in Parlamento dichiarò: «Il Governo assume l'impegno di accertare le eventuali responsabilità» e «Pur non potendo esprimere al riguardo alcuna opinione» solidarizzava con i superstiti facendo pervenire il proprio commosso dolore, quello del Governo e quello ufficiale del Popolo Italiano.

Il giorno seguente visitava la nostra zona e con l'On. Mariano RUMOR, allora Ministro degli Interni ed attuale Capo del Governo, dalla pietraia che restava a testimoniare la nostra rovina, rivolgeva ai superstiti, che gli si stringevano fiduciosamente intorno, le stesse espressioni di commozione e di solidarietà.
Il 13 ottobre, il Presidente della Repubblica Antonio SEGNI, dopo una visita alle zone devastate dalla furia delle acque, parlò con tutti, capì quanti gli si rivolgevano nel bisogno di sfogare il proprio dolore, per liberarsi del peso che schiacciava il loro cuore di padri, di figli, di mariti orbati dei loro congiunti, e promise pubblicamente a voce levata: «Tutto sarà fatto secondo giustizia».

Successivamente le stesse promesse di giustizia ci venivano ribadite dall'On. PIERACCINI, Ministro dei Lavori Pubblici del tempo, il quale garantiva, il 12 gennaio 1964 che ogni giusta rivendicazione sarebbe stata accolta ed assicurava agli Ertani, si badi alla data, che sarebbero proseguite le ricerche nel lago per il recupero delle salme purtroppo in esso ancora giacenti.

Il 23 marzo 1966, in occasione della visita del Presidente della Repubblica al Cimitero delle Vittime del Vajont, riproponemmo le nostre esigenze dl giustizia, dicendogli "Desideriamo in primo luogo esprimere a Lei, primo Magistrato della Repubblica il ringraziamerto ammirato e devoto per quel rappresentante della Giustizia che conduce una indagine istruttoria fra mille intuiblli difficoltà conoscitive e mille ostacoli. Noi la dobbiamo pregare, signor Presidente, affinchè questo Giudice alla cui serenità ed obiettività non sarà mai attribuito sufficiente ed adeguato riconoscimento, vengano dati tutti quegli strumenti materiali affinchè egli possa abbreviare i tempi del lavoro e depositare quella sentenza che la storia attende come primo suggello alla catastrofe. Noi intendiamo collaborare con ogni mezzo che la Legge e la forza dello spirito ci danno, nel perseguimento della Giustizia, perchè siano individuate, denunciate e punite quel le responsabilità che stanno all'or’gine della sciagura ed il cui accertamento costituisce il tessuto primo di ogni ordinamento civile che tutela la vita stessa dei cittadini".
La risposta del Presidente della Repubblica fu: "Nessun dubbio che la Magistratura, investita della responsabilità del grave caso, meriti l'assoluta fiducia di tutti".

A breve distanza di tempo lo stesso Presidente SARAGAT, ritornando dopo l'alluvione del 1966 tra le genti venete ancora una volta duramente colpite testualmente diceva a noi che in quella circostanza vedemmo sparire gli amici nostri migliori ed i più validi sostenitori, quali ìl Dott. Trevisan, dei primi soccorsi: «Non c'è sforzo che non si affronterà per una gente tanto degna di rispetto». Tali parole ci fecero pensare che rispetto meritassimo veramente, e con noi i nostri morti.

Sono passati 6 anni: lunga, paziente, fiduciosa, civilissima è stata l'attesa, rinvigorita nei nostri cuori dal lavoro infaticabile e tenace dei Magistrati Istruttori.

Un cammino, il nostro, disseminato di insidiose difficoltà, fatte talvolta di incomprensione, di resistenze, di interessi organizzati e coalizzati che, per certi aspetti, come risulta dalla parte terminale della sentenza istruttoria, tesero a vanifőcare perfino l'opera dei Magistrati: quanto io responsabilmente qui affermo non è sterile atteggiamento polemico ma risulta da fatti indubitabili: così, come risulta dai verbali del Consiglio di Amministrazione della SADE del 30 ottobre 1963, il Presidente dell'Ente nazionalizzato Avv. Vitantonio DI CAGNO, denunziava alla Società espropriata i vizi del funesto bacino idroelettrico e, nei giorni che seguirono, lungi dal persistere nel dissociare le proprie responsabilità da quelle della SADE, affiancandosi com'era suo preciso dovere ai superstiti nella ricerca della verità, sostenne, in una memoria del difensore che si era scelto - proprio l'On. Giovanni LEONE - che "l'evento della frana del Monte Toc deve ritenersi un avvenimento straordinario ed accezionale e pertanto del tutto imprevedibile", sposando così l'ipocrita tesi propria degli imputati.

Così ancora non possono essere taciute le inchieste dell'ENEL e del Parlamento che pervennero a conclusioni assolutorie ignorando perfino lo scambio dei telegrammi di cui ho fatto cenno tra l'ENEL e la SADE e occultando quindi una parte di verità cui successivamente solo il Magistrato è pervenuto.

Così infine non possiamo non ricordare che le porte delle Università Italiane furono chiuse ai superstiti di Longarone, specie dopo la prima perizia sicchè dovemmo questuare pareri a pochi uomini onesti, soprattutto stranieri, che avevano saputo resistere ad ogni lusinga. Poi la sentenza istruttoria: uno sforzo morale, come dissi in altra occasione, e intellettuale di eccezionale rilievo nella nostra storia giudiziaria, sforzo che si addice alla grandiosità dell'evento, alla drammatica vastità dell'olocausto è nondimeno degno del più alto elogio, del più incondizionato riconoscimento per l'impegno, la fatica, la intuizione, il sacrificio dimostrati dal Magistrato Istruttore al quale siamo grati non per avere sostenuto una tesi accusatoria, ma solo per avere indagato sulla verità dei fatti ai fini di giustizia, offrendo ai giudicanti la possibilita di giudicare compiutamente su quanto è accaduto al Vajont e sulle premesse che hanno determinato la catastrofe.

Sereni attendevamo il giudizio ed operavamo per ricostruire sulle macerie di un paese distrutto la nostra vita e le nostre attività quando inattesa e mortificante giunse la decisione della suprema Corte che annullava la parte di sentenza relativa all'emissione dei mandati di cattura e quella ancor più avvilente per la nostra civile gente, che per legittima suspicione demandava al Tribunale de L'Aquila il giudizio per il disastro del Vajont.

Da questo momento cominciammo a conoscere l'esistenza del problema della crisi della Giustizia Italiana, che significava crisi di valori, crisi di civiltà ed è la preoccupante anticamera della tomba della libertà. Tale crisi io ed i Sindaci dei Comuni sinistrati, abbiamo posto ad oggetto della commemorazione odierna, a monito per l'intera Nazione perchè conosca e mediti le nostre vicende giudiziarie e sappia trarne gli opportuni insegnamenti.

La mia esposizione tutt'altro che cattedratica, ma ciò nonostante sinceramente drammatica perchè vissuta, sarà limitata ad alcuni cenni sulla remissione del procedimento, mentre i miei colleghi si cacuperanno del processo e della sentenza del tribunale del''Aquila e del pericolo che la prescrizione dei reati ci impedisca di avere ancora fiducia nello Stato Democratico, negli uomini che lo reggono e nella giustizia.

Mi sia permesso, pertanto, soffermarmi qualche minuto su questo provvedimento che ha confuso il processo del Vajont con il processo alla mafia.

L'averci privati del diritto costituzionale di veder giudicare dal Tribunale di Belluno gli uomini presunti responsabili adducendo motivazioni quali "la ristrettezza della città del Piave, i blocchi stradali e considerando tali fatti degni di legittimo sospetto, ha impedito che il giudice naturale, e questo solo, decidesse sulla entità delle singole responsabilità umane.

Mi si permetta di richiamare alcuni squarci del ricorso del Procuratore Generale della Corte d'Appello di Venezia caldeggiante la remissione del procedimento, a lui richiesta il 23 marzo 1968, dai difensori degli imputati, di quegli imputati che mai subirono da parte nostra pressione o violenza alcuna e sia sufficiente per tutto ricordare come gli stessi furono interrogati dagli istruttori di Belluno senza che un solo carabiniere fosse necessario per tutelare la loro incolumità, pur essendo a noi tutti nota la loro presenza in Belluno.

Le colpe che il Procuratore Generale ci ha ascritto consistono anche e soprattutto nel fatto che gruppi, comitati, partiti politici, enti, molto spesso, senza distinzione di colore o di parte e senza consultare i superstiti del Vajont, per spontanea adesione alla loro lunga e travagliata sofferenza, hanno richiesto

"a tutti gli uomini pensosi delle sorti della comunità di aderire ad un comitato unitario per suscitare un vasto movimento popolare a sostegno dei sacrosanti diritti di giustizia di tanti cittadini della Provincia di Belluno e di isolare i responsabili e gli assertori di una politica iniqua di confortare con fermo e sereno consenso l'opera del Magistrato perchè fino in fondo sia percorsa la strada maestra alla verità, contro una precisa volontà politica di bloccare il meccanismo della giustizia''.
Quale conseguenza di remissione del nostro processo per legittimo sospetto ad un giudice diverso da quello naturale, abbiamo avuto la sentenza del 17 dicembre 1969 del Tribunale de L'Aquila, con i commenti ad essa della stampa italiana la quale rappresenta l'opinione di quel popolo italiano in nome del quale la sentenza stessa è stata pronunciata.

Ciò Vi ho detto, signori, perchè la nobiltà delle genti venete deve essere affermata e pubblicamente riscattata e, soprattutto perchè la norma penale che consente la remissione dei procedimenti ad un giudice diverso da quello naturale, deve essere cancellata dal nostro Codice, rappresentando un residuo di diritto autoritario o di stato di polizia che ha autorizzato nel passato regime la giustizia all'ingiustizia, ed ha offeso la dignità di ogni popolo degno di chiamarsi civile.



SINDACO DI ERTO-CASSO

Signori, anche tra le popolazioni ertane e cassanesi del versante friulano della valle del Vajort, la sentenza del Tribunale dell'Aquila ha aperto vaste aree di delusione ed ha profondamente scosso la loro fiducia nella giustizia degli uomini.

È una sfiducia vasta che trova la sua motivazione non solo e non tanto nelle numerose assoluzioni elargite dal Tribunale Aquilano; meno ancora nella mitezza e nella incomprensibile sproporzione delle pene inflitte. Non in questi fatti, né in altri risiede la fonte dello sconforto e della sfiducia nella giustizia, che codesta sentenza ha scavata nei cuori dei superstiti del Vajont, poiche mai essi, rispettosi per tradizione e per educazione delle leggi e delle stituzioni, mai, dico, nemmeno all'indomani della catastrofe, formularono o avanzarono istanze di vendetta, ma fermamente, fiduciosamente, credettero in quella giustizia che era stata loro solennemente e ripetutamente promessa.

Perchè dunque il nostro sconforto?

Perchè, pur non disponendo della motivazione che chiarisca il dispositivo della sentenza del 17 dicembre 1969, pronunciata all'Aquila, ci sembra di poter dedurre che tutte le colpe della catastrofe del 9 ottobre 1963 sono state fatte risalire al Monte Toc, fragile finchè si vuole nella sua struttura geologica, ma tranquillo fino al giorno in cui gli uomini non presero a molestarlo e a torturarlo oltre ogni limite di sua sopportazione.

Non possiamo credere che il Toc, i cui pascoli ci diedero per secoli il pane, ai sia improvvisamente tramutato in mostruoso e crudele démone, capace di uccidere la nostra gente senza ragione. Perchè nell'apprendere la notizia della sentenza, nel leggerne il commento sulla stampa di ogni tendenza e opinione alla nostra modesta logica guidata col buonsenso, rimane inafferabile ed incomprensibile la ragione per cui i nostri morti sono finiti in fondo al lago e giacciono perennemente sepolti sotto il freddo cumolo della frana, se è vero come afferma la sentenza aquilana che la frana e l'inondazione non costituiscono reato.

Perchè inoltre riteniamo che la giustizia adempie compiutamente alla propria funzione solo quando ottiene la pacificazione degl’ animi e soddisfa alle esigenze del giusto e del vero che salgono dalle comunità verso chi chiamato al terrib’le compito di giudicare.

Perchè, infine, non riusciamo a darci ragione, al lume sempre del buon senso, dello stridente disaccordo che esiste fra le carte del processo, da un lato, quali la requisitoria, la sentenza istruttoria, le perizie, le inchieste e i documenti; e dall'altro, la decisione del Tribunale d'Abruzzo.

Leggendo il dispositivo della sentenza dell'Aquila, il pensiero di quanti sono fortunatamente sfuggiti alla strage è rivolto ai nostri duemila fratelli che dormono nel Cimitero di Fortogna o giacciono insepolti nel profondo del lago e chiedono a noi superstitì di conoscere, sapere perchè sono morti.
È con profonda amarezza che non sappiamo rispondere e dire loro su quale altare le esigenze del nostro vivere li hanno sacrificati.

Leggendo il dispositivo di quella sentenza abbiamo sentito di poterli solo amare, di un amore ancora più intenso, di poter soltanto dir loro che altri li potranno dimenticare, noi mai, impegnandoci, in loro nome a vincere amarezza e sconforto di quest'ora per trarre, dal loro sacrificio, nuovo vigore per percorrere il cammino ancora lungo ed aspro, ìn fondo al quale vediamo brillare la luce della giustizia.

Sia ben chiaro che non siamo quì per ergerci a giudici dei giudici ma solo per non vedere ostacolato il nostro diritto a ricercare e raggiungere la verità.

Questa celebrazione, per il fine commemorativo che si propone, non è e non deve suonare affronto alla Magistratura Italiana, ma un atto di ferma collaborazione con essa. È infatti alla Magistratura della Repubblica che ci rivolgiamo, nel convincimento profondo di essere noi nella verità, e i giudici del Tribunale dell'Aquila nell'errore; confortandoci, in questo nostro convincimento, l'appello proposto sia dal P.M. dr. TROISE sia dal Procuratore Generale.

A nessuno, io penso, è lecito formulare contro questa nostra manifestazione la comoda accusa di indebita interferenza nelle libere ed autonome decisioni della magistratura,- Siamo parti lese e nessuno può sentirsi offero se affermiamo la nostra insoddisfazione nei riguardi di una decisione che tocca la sfera più saora dei valori o degli interessi delle nostre comunità.

Chiediamo, quindi, di essere aiutati da tutti coloro che, aldilà e al di sopra di ogni diversità politica e ideologica credono ancora nell'autorità dei Tribunali, perchè la verifica della sentenza del 17 dicembre si compia presto e serenamente. Presto, ho detto, per evitare che la prescrizione affossi nuovamente i NOSTRI MORTI.

Presto, perchè venga cancellata dalla storia giudiziaria italiana una decisione che abilita alcuni uomini a ripetere impunemente, in altre valli e sempre sotto l'ipocrita pretesto del progresso economico, ciò che già si è consumato a nostro danno.

Presto, infine, per evitare alla giustizia italiana e a coloro che sono chiamati ad amministrarla, l'onta di dover riconoscere l'impotenza delle nostre istituzioni a giudicare di catastrofici eventi, quale quello che ci ha straziato, cui guarda con trepida attesa l'opinione pubblica d'Italia e del mondo.

Grazie.



SINDACO DI CASTELLAVAZZO

Signori, aggiungo il mo ringraziamento e quello dei cittadini di Castellavazzo per quanti hanno voluto presenziare e aderire a questa commemorazione.

Le preoccupazioni degli amministratori di Erto Casso sono anche le nostre preoccupazioni. Infatti, nella seduta straordinaria del 6 gennaio u.s. il Consiglio Comunale di Castellavazzo, all'unanimità ha approvato il seguente ordine del giorno:

« Il Consiglio Comunale.

Preso in esame il dispositivo della sentenza del Tribunale de L'Aquila con la quale vengono assolti ben cinque imputati dal reato di frana e dal reato di inondazione, affermando in tal modo l'imprevedibilità del disastro;

Ritenuto di far proprie le denunce elevate dalle organizzazioni politiche e sindacali e le espressioni di profondo dissenso delle popolazioni superstiti RIBADISCE che, nel nome di duemila morti le genti del Vajant non ’ntendono rinunciare a quella giustizia cui hanno diritto; a voti unanimi espressi per alzata di mano

Delibera

- di chiedere solennemente che il giudizio di appello e l'eventuale successivo giudizio di cassazione e comunque tutti gli incombenti procedurali siano espletati nel più breve termine, onde impedire il maturarsi della prescrizione che si verificherà, qualora resti ferma la sentenza del Tribunale dell'Aquila, il 24.05.1971;

- di continuare l'azione intrapresa in nome di tante vittime, il cui sacrificio deve servire a costruire un mondo migliore e di incaricare il Sindaco di far pervenire il presente ordine del giorno al Presidente della Repubblica, anche nella sua veste di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, e di renderlo noto alle personalità politiche, governative e parlamentari.»

Ma al di là della volontà mia e di quella della Giunta e del Consiglio - e lo si avverte di giorno in giorno sfogliando gli organi di informazione - sta la preoccupazione dell'intera opinione pubblica nazionale: è per questo che io, Sindaco di una piccola comunità preposta, non certo con il concorso del suo volere, alla responsabllità di gravi momenti, awerto in pieno il significato delle espressioni con le quali intendo richiamare gli organi principali dello Stato sul problema giudiziario del Vajont.

Non è mio intendimento cercare qui oggi il processo alla giustizia, perchè non è questa la sede e non ritengo di averne la competenza. Tuttavia chiedendo che lo Stato, con i poteri conferitigli dalla legge, contribuisca a rendere alle popolazioni colpite, quella giustizia alla quale esse hanno diritto, così come la gravità dei fatti, la vastità delle distruzioni e le enormità dei lutti impongono, so pienamente di chiedere allo Stato democratico di vigilare perchè non sia tradito uno dei cardini sui quali esso è fondato: la legge eguale per tutti.

È per questo, che nella forma più umile e più democratica, io chiedo che il corso giudiziario del processo per il disastro del Vajont si compia in tutti i gradi di giurisdizione, anticipando il termine della prescrizione dei reati che ci vieterebbe di sapere, in modo definitivo e irreversibile, perchè i nostri morti sono stati sacrificati, perchè le nostre case sono state distrutte, perchè i nostri averi sono stati dispersi; insomma, il perchè della nostra sofferenza.

A questo fine io non possono non richiamare l'attenzione di tutti sulla esiguità del tempo che residua al maturare della prescrizione, che, come ho detto, si compirà con lo spirare del 24 maggio 1971, data questa che sinistramente si profila come lama pronta a recidere gli ultimi legami che connettono le popolazioni sinistrate alla speranza di conseguire giustizia.

24 maggio 1971! data - per altro verso - cara al cuore di tutti gli Italiani ed in particolar modo delle popolazioni rivierasche del Piave sul quale si versò il sangue dei nostri padri che intesero consegnare, finalmente, un'Italia giusta a noi, loro figli. Con l'inutile spirare di tale termine si sarà consumata la più grande atrocità che la storia degli Stati civili e moderni possa annoverare tra le proprie colpe.

Se è vero che il tempo redisuo è ormai breve, tut ti sappiano che non ignoriamo che esso è tuttavia più che sufficiente per le attività processuali necessarie al compimento dell'iter giudiziario ed e bastevole per lo ~volgi mento sia del giudizio ii appello che dell'eventuale giudizio di Cassazione.

L'attuale giustizia è sempre un dovere cui i Giudici non possono sottrarsi. Attuare giustizia in questo caso è un dovere, oltreché giuridico, morale, sociale, istituzionale.

Correlativamente, nell'ipotesi in cui tutti i nostri sforzi per arrivare a conoscere il volto della crudele verità che dilania le nostre case e i nostri affetti rimanessero vani tentativi, e nell'ipotesi in cui dallo Stato non ottenessimo ciò che esso è tenuto a darci per precetto costituzionale, dovremmo affermare che ciò si equivale all'elevare l'ingiustizia a regola di costume, la prepotenza a legge, l'iniquità a patrimonio di pochi in danno di molti.

Su queste premesse credo di poter solennemente chiedere, con il consenso di quanti intendono la legge come patrimonio e presidio comuni a tutti i cittadini, che il maggior organo di Governo della Magistratura Italiana, il Consiglio 5uperiore, al cui vertice siede lo stesso Presidente della Repubblica, vigili attentamente ma con costanza perchè la nostra richiesta non venga vanificata.

In ciò siamo confortati dalla lunga milizia in difesa dei valori di libertà e di eguaglianza, dell'On/le Giuseppe SARAGAT che - con la sensibilità che sempre lo ha distinto nei lunghi anni di lotta politica per l'affermazione dei principi di democrazia - non mancherà di assolvere al suo alto compito di primo Magistrato d'Italia.

Chiedo inoltre che il Tribunale dell'Aquila, che ha reso la sentenza del 17 dicembre, verso la quale mi astengo da ogni qualificazione, avverta l'imprescindibile necessità di dare, nel termine più breve posslbile e in ogni caso con pieno rispetto delle leggi, conto delle ragioni della decisione.

Chiedo ancora che la Corte dell'Aquila, già investita, anche per nostro impulso, del Giudizio di appello, provveda alla fissazione del dibattimento di secondo grado con la maggiore celerità e, soprattutto, provveda a consentire lo svolgimento del processo anche nel periodo delle ferie estive, in considerazione della imminenza della prescrizione e della gravità intrinseca del procedimento.

Chiedo infine la solidarietà unitaria dell'intero popolo italiano perchè esso veda, come ritengo sia nella realtà delle cose, nel nostro processo il suo processo; nelle nostre aspirazioni ad una giustizia effettiva, la sua giustizia e perchè ci aiuti a respingere ogni attentato, inteso a deformare il vero volto di tale giustizia.

Questi sono gli aspetti della crisi che travaglia uno dei fondamentali poteri dello stato, che noi siamo stati in grado di cogliere e che proponiamo all'attenzione e alla meditazione di tutti, fiduciosi che ad ogn periodo di crisi - come è regola per ogni corpo vitale - succeda una stagione di rinnovamento e di rivalutazione dei principi essenziali che sono la solida base di ogni Stato democraticamente organizzato. Per la nostra Repubblica le basi sono: la Resistenza e la Carta Costituzionale. È per questo che riteniamo ben riposta la nostra fiducia ed essa ci impedisce di temere che, in forza di avventure diverse, possano per qualcuno essere dimenticati i princìpi che garantiscono il diritto e la libertà di ogni cittadino.
Consentitemi, signori, di chludere queste mie brevi parole rivolgendo un ringraziamento al Pubblico Ministero presso il Tribunale dell'Aquila dott. Troise, nonchè al Procuratore Generale presso quella Corte d'Appello, per la proposizione di impugnazione della sentenza del 17 dicembre.

Mi sia consentito inoltre di rivolgere un deferente indirizzo di ossequio ai Magistrati della Corte d'Appello dell'Aquila che oggi rappresentano, per i sopravissuti del Vajont, l'organo di giustizia al quale fiduciosamente essi si rivolgono.

E mi auguro che, al di là dei confini delle aule giudiziarie, i circoli culturali e di studio del nostro paese, le associazioni e le organizzazioni del mondo del lavoro, i movimenti dei giovani e degli studenti e quanti si ritengono interessati, discutano della catastrofe che si è abbattuta sulle nostre valli e traggano dalla nostra tragedia ogni insegnamento di natura giuridica, politica, morale, sociale, utile al fine di costruire un mondo migliore.

Vi ringrazio.



INTERVENTI NEL PUBBLICO DIBATTITO
(NOTA mia: sono attualmente in trascrizione ...)

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