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... stanno reinventando proprio qui un vecchio-nuovo modo di stare al mondo ...
a metà strada tra campagna e città, tra campi non più campi e città non proprio città,
in un luogo che non si sa ancora se è nuova periferia industriale o residenza-verde,
o chissà; nella campagna ferita, ritagliata, usata, in coma o già morta
.

Paolo Barbaro, 'Il paese ritrovato', Venezia, 2001



  • INDICE
  • 13 Introduzione.
    Il geografo e l'ultima spiaggia

    di Francesco Vallerani e Mauro Varotto
  • 19 Parte prima.

    Geografie smarrite

  • 21 L'ANIMA DEL PAESAGGIO VENETO
    di Eugenio Turri
  • 27 C'E' DEL MARCIO IN DANIMARCA (E DELL'INFELICITà IN VENETO)
    di Francesco Jori
  • 35 NORDEST: DAL SUCCESSO ALLA DIFFICILE RICERCA DI NUOVE METE COLLETTIVE
    di Bruno Anastasia
  • 55 LE SFIDE DELL'ALTROVE IN CASA di Graziano Rotondi
  • 69 ABITARE TRA LE ISOLE DEL VENETO CENTRALE
    di Mauro Varotto
  • 115 I LITORALI DEL VENETO ORIENTALE TRA NATURALITA', EROSIONE E URBANIZZAZIONE
    di Michele Zanetti
  • 135 NON CANTA PIU' IL SECCHIO NEL POZZO
    di Graziella Andreotti
  • 149 Parte seconda.

    Racconti del disagio

  • 151 IN MARGINE A UN VECCHIO ARTICOLO
    di Andrea Zanzotto
  • 159 LA PERDITA DELLA BELLEZZA. PAESAGGIO VENETO E RACCONTI DELL'ANGOSCIA
    di Francesco Vallerani
  • 187 CARLO SGORLON E L'ARCHETIPO DISPERSO
    di Marta Bearzotti
  • 205 SGUARDI INQUIETI SUL PAESAGGIO.
    VISIONI GEOFOTOGRAFICHE DEL VENETO CONTEMPORANEO
    di Tania Rossetto
  • 249 L'OMBRA DELLA PISOLERA
    di Francesco Ferrarese
  • 259 SORRISI NASCOSTI SU FONDO GRIGIO
    di Laura Sgambaro e Abdeljabar Diraa
  • 269 SAN PIETRO DI ROSA': IL PRESIDIO RIBELLE
    di Daniele Pasinato e Lorenzo Signori
  • 291 Postfazione.
    "We have a dream..."

    di Francesco Vallerani e Mauro Varotto
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da: Il grigio oltre le siepi

Geografie smarrite e racconti del disagio in Veneto

A Marcello Zunica

a cura di

Francesco Vallerani e Mauro Varotto

università degli studi di padova - dipartimento di geografia «g. morandini»

Ed. nuova dimensione

SAN PIETRO DI ROSA': IL PRESIDIO RIBELLE

di

Daniele Pasinato e Lorenzo Signori*

* = Presidio civico San Pietro di Rosà




«Abbiamo potenziato le iniziative produttive, realizzando nuove zone artigianali e ampliando le esistenti, sempre con attenzione scrupolosa alle normative sulle attività produttive improprie e soprattutto alle esigenze e ai limiti imposti dalla struttura fisica e idrica del territorio»

(Giovanni Didoné, sindaco di Rosà, 1994-2000)




INQUADRAMENTO GEOGRAFICO

San Pietro di Rosà e un piccolo paese di poco più di mille abitanti posto in provincia di Vicenza a cavallo tra i comuni di Rosà e Tezze sul Brenta nell'alta pianura veneta tra Bassano del Grappa e Cittadella. Siamo la gente dei campi cresciuta nella tradizione dell'«albero degli zoccoli», formata nei cortili delle cascine e abituata alla semplicità, alla solidarietà reciproca, al timore di Dio e al rispetto dei vecchi e dei genitori che mai si possono offendere o deludere, traendo da loro ogni insegnamento e regola di vita; almeno così è stato fino agli anni Settanta. Non lo diciamo con rossore o vergogna, ma anzi con forza e orgoglio. La regola del bravo figlio che lavora e va a messa non è mai stata una caratteristica predominante della nostra gente, anzi, dai nostri vecchi polentoni abbiamo imparato che la vita non è proprio solo questo. Così questo paese poco conosciuto si è formato e tramandato da secoli: cultura e tradizioni che anche noi oggi, eredi di tanta saggezza, non solo non abbiamo dimenticato ma vogliamo conservare e tramandare.

Prima di raccontare i gravi fatti che sono il motivo del nostro attuale stato di prolungato disagio, è forse utile rammentare qualche aspetto del passato, in cui già era evidente la condizione di marginalità in cui era lasciata la nostra frazione. Basti solo ricordare la fatica che fece San Pietro per avere il cimitero, una scuola elementare, un campo sportivo con il centro ricreativo, insomma tutte quelle strutture necessarie alla vita di una comunità, visto che gli effetti della crescita economica si stavano diffondendo anche in questa zona. Ben più seria si rivelò la questione della distribuzione dell'acqua potabile che, proveniente dall'unico pozzo comunale posto nel centro di Rosà, non era sufficiente e già al primo piano non giungeva che nelle ore notturne.
Poiché il Comune era assai più interessato alle cave che all'acquedotto, ecco nascere nel 1981 un primo comitato che dopo peripezie, minacce, tentativi di buttarci fuori strada con l'auto (fatti accaduti direttamente al parroco e ai promotori della battaglia per l'acqua), tra sequestri e dissequestri, riuscì ad attivare il nuovo acquedotto di San Pietro, così che al suono delle campane tutti poterono usufruire dell'acqua potabile in casa e ciò, si badi bene, soltanto venti anni or sono, non a fine Ottocento. I giudici di Bassano del Grappa più volte ci sequestrarono il pozzo perché nell'area era stata autorizzata una cava di ghiaia: come se l'utile ricavato dagli inerti fosse prioritario rispetto all'acqua da bere per un intero paese!
E i giudici del TAR di Venezia ci diedero torto sostenendo che il diritto di cava era prevalente su quello dell'acqua. Ma l'ostinazione, la certezza della giusta ragione, la fede in Dio che i nostri vecchi ci hanno tramandato, ci indussero a resistere a lungo e a concludere le cause giudiziarie avviate allora (1985) solo nel 1998; tra queste la causa per il rimborso del mancato guadagno (circa 800 milioni di lire) che la ditta Ghiaia Brenta di Tellatin Antonio avrebbe ricavato dall'estrazione in via Borromea.
Insomma, un'operazione di speculazione privata vanificata dall'installazione di un acquedotto pubblico.

2. IL PRESIDIO

Nel 1990, alla notizia che il Comune di Rosà voleva ampliare nella frazione di San Pietro la propria zona produttiva trasferendovi tutte le attività insalubri disseminate nel territorio, la nostra comunità si oppose con una petizione sottoscritta da tutti gli abitanti. Al tempo era assessore all'urbanistica e principale estensore del Piano Regolatore Generale (PRG) tale ingegnere Beniamino Didoné, ideatore dell'acquisto di 30.000 mq. di terreno sito in San Pietro da parte della "Zincheria Valbrenta" per il suo trasferimento. Nel frattempo la carica di sindaco viene affidata a Giovanni Didoné, fratello di Beniamino.
In seguito ritroveremo questi prima come progettista e poi come direttore dei lavori della medesima zincheria e dell'intero PIP 49 (Progetto di Insediamento Produttivo 49).
La popolazione di San Pietro, dopo infuocate assemblee, riusci nell'intento di dissuadere l'amministrazione sino al 1994, quando, con l'elezione a sindaco di Giovanni Didoné, gli argomenti ampliamento della zona produttiva e trasferimento delle attività insalubri ripresero vigore. Dopo accesi scontri in consiglio comunale, nonostante la presenza della cittadinanza di San Pietro e le bocciature da parte del Comitato di controllo regionale di Vicenza, con un colpo di mano la maggioranza consiliare guidata da Giovanni Didoné, con la partecipazione del consigliere regionale Mara Bizzotto, votò il 5 giugno del 1997, in seconda convocazione, la variante al PRG di ampliamento della zona produttiva con soli quattro consiglieri presenti, tutti di maggioranza. Solo tre votarono favorevolmente, mentre il quarto, disgustato dal colpo di mano che i suoi stavano operando, dopo dichiarazione a verbale uscì dall'aula. Il commento del consigliere regionale Mara Bizzotto all'uscita, di fronte alla protesta degli altri consiglieri che si erano attardati per gli ultimi accordi prima dell'inizio del consiglio e che nulla sapevano, fu: «Se non facevamo così non ce l'avremmo mai fatta!».

Quello che segue è il resoconto delle vicende vissute in prima persona da chi scrive dal 1990 a oggi. Per una cronistoria più dettagliata e circostanziata degli eventi riguardanti il Piano per insediamenti produttivi (PIP 49) e relativa documentazione, rinviamo al sito www.presidiosanpietro.org.

Un provvedimento così importante che va a incidere sulla vita e il territorio di un'intera collettività, preso da soli tre consiglieri comunali? Alla popolazione di San Pietro sembrò più che provato il fatto che l'altro lato della medaglia nascondesse un affare di notevole consistenza economica e non già d'interesse pubblico. A proprie spese gli abitanti confinanti con la nuova area di espansione, sostenuti dal Comitato circoscrizionale nella figura del suo presidente Stefano Zulian, che aveva fatto il possibile per evitare tanto degrado, ricorsero al TAR del Veneto, ma videro rigettate le loro istanze con la banale motivazione che il danno era all'epoca presunto e non concreto, mentre i legali di controparte (di Comune e Zincheria insieme) sostennero che il tutto era 'mera propagandà strumentale e politica. Per gli abitanti di San Pietro si prospettò la necessità di adottare una nuova forma di ribellione contro lo strapotere economico e affaristico-istituzionale che si paventava per gli anni a venire sotto la dominazione dei Didoné.

Di questi fatti parlavano due amici al bar, davanti a un'ombra di rosso e a un boccale di birra.
Nell'animo del più giovane era incontenibile la rabbia per una sensazione di impotenza, il non sapere come fare per smuovere le istituzioni affinché si potessero interessare del problema che egli aveva fatto proprio, che era diventato parte di sè e del suo tempo; il rancore lo avrebbe indotto ad azioni rivoluzionarie anche a proprio rischio pur di costringere qualcuno ad accorgersi di lui e della sua questione; beveva, fumava, parlava, ripeteva i concetti quasi temesse di non essere capito. L'altro ascoltava provando le medesime sensazioni, che la matura età riusciva a mimetizzare e a nascondere dietro una parvenza di tranquillità. Con modi pacati gli parlò di una contestazione permanente e democratica che non fosse di uno o di pochi: «Adesso bisogna che tutto il paese sia coinvolto». Per ottenere questo era necessario calcolare il tempo; il tempo...
«Quanto sarà lungo?».
«Sarà lungo, sarà molto lungo» rispose l'amico più anziano.

I due amici al bar pensarono a un presidio permanente dove soggiornare notte e giorno.
Quella sera si lasciarono a tarda ora e si allontanarono dal bar ciascuno meditando su quanto detto. Poco dopo iniziò un periodo di assemblee aperte ai paesani in cui si decise una prima manifestazione popolare lungo via Pacelli, preceduta da una serie di cartelli nei quali si denunciava il prevalere degli affari sugli interessi della comunità anche dopo il rinnovo amministrativo e la fine della gestione dei Didoné. La manifestazione venne organizzata per le cinque del pomeriggio del 18 giugno 2002. La domenica della settimana precedente un volantino diffamatorio anonimo venne lasciato di notte nelle case del paese; offendeva il presidente del comitato definendolo «metallaro», «incapace», «immorale», «fallito» e altre cose non ripetibili, e all'inizio della manifestazione venne pubblicamente letto davanti alle forze dell'ordine, perché fosse subito chiara la qualità dei nostri avversari. Con megafoni, bidoni, fischietti, cartelloni, chi in bicicletta e chi a piedi, un centinaio di persone per due ore manifestò davanti all'area dove sarebbero dovute sorgere le infrastrutture per attività insalubri di prima classe.

Come esordio non era male; ma bisognava andare avanti e coinvolgere, piano piano, tutti.
Eccoci successivamente presenti al Consiglio comunale del 22 luglio in cui si doveva discutere, su richiesta dei consiglieri di minoranza, il PIP 49 e modificarne la destinazione urbanistica. Durante il consiglio, gremito di cittadini di San Pietro, il consigliere regionale Mara Bizzotto - riferendosi al sito archeologico - accusò proprio Stefano Zulian, responsabile del locale gruppo archeologico, d'essere la causa dello spostamento della zincheria a ridosso delle abitazioni; Zulian si ribellò e gridò in consiglio: «Falsa, falsa, sei solo falsa!»; il presidente del comitato venne allontànato dall'aula dalle forze dell'ordine e il consiglio proseguì fino all'intervento dell'assessore Lorenzo Guglielmi, il quale definì la cittadinanza di San Pietro in maniera poco lusinghiera scatenando un'invasione a stento frenata dalle stesse forze dell'ordine.

Per queste vicende il presidente Stefano Zulian e il vice Daniele Pasinato vennero denunciati dal consigliere regionale Mara Bizzotto (e il procedimento è tuttora in corso presso il Tribunale di Bassano del Grappa, di pari passo con le vicende giudiziarie avviate dalle denunce dei consiglieri di minoranza e della popolazione circa le irregolarità urbanistiche del Comune di Rosà).
Le forze dell'ordine ci guardarono e segnarono tutto con meticolosa cura. I giornali «Il Gazzettino» e «Il Giornale di Vicenza» scrissero di noi.
Il terreno cominciava a essere fertile; potevamo passare alla fase successiva; ancora un'assemblea dalla quale doveva scaturire la volontà di un Presidio come idea nata dal paese e fatta propria da ciascuno dei suoi abitanti: era questa la garanzia per poter continuare e formare nelle persone quella predisposizione che avrebbe fatto sì che tutti lavorassero e si assumessero le proprie responsabilità nel Presidio.
La prima domanda che tutti si posero fu: «Ma per quanto tempo dobbiamo stare qui?»
«Fino alla soluzione del problema PIP 49 e zincheria con le aziende insalubri di prima classe. Il tempo sarà lungo»
«Ciò che il Comune e gli imprenditori pensano è che noi staremo qui solo il mese di agosto perché siamo in ferie; poi quando vedranno che non ce ne andiamo diranno che con l'arrivo del primo freddo invernale scapperemo a casa; successivamente tenteranno di creare divisioni al nostro interno così che i conflitti che nasceranno facciano fallire la nostra battaglia; vedendo la nostra perseveranza diventeranno cattivi e ci intimoriranno con denunce e minacce; studieranno ogni ipotesi amministrativa per cacciarci da qui; potrebbero diventare pericolosi nei confronti dei più in vista, come 'lezione' per gli altri; e così via, in un crescendo che non sappiamo ora, ma che ci dobbiamo preparare ad affrontare».

Messa a punto l'organizzazione, bisognava senza indugio divenire operativi. I due amici del bar lanciarono l'idea di recarsi all'Azienda sanitaria locale (ASL) numero 3 di Bassano del Grappa per chiedere lumi circa le ragioni che l'avevano spinta a rilasciare parere favorevole all'insediamento per aziende insalubri a ridosso delle abitazioni, fra l'altro in tempi così rapidi rispetto alle consuete lungaggini burocratiche. Il consigliere comunale di minoranza Antonio Bernardi organizzò l'incontro al quale partecipò una folta rappresentanza del Presidio (venti persone); l'incontro ebbe luogo a Bassano del Grappa, in via Cereria, il 30 agosto 2002 alla presenza del dottor Mabilia dell'Azienda Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto (ARPAV) e del dottor Sforzi (Ufficio Prevenzione ASL numero 3).

Nell'incontro con ASL e ARPAV emerse che il Comune aveva inviato per il parere sanitario planimetrie nelle quali non erano state incluse le abitazioni, né era stata individuata la ditta Orlandi Diluenti e Solventi, censita in base alla legge 334/89, detta 'Seveso Due', per il controllo delle lavorazioni a rischio.
E comunque ci sentimmo dire che per ASL e ARPAV non era compito loro; loro dovevano solo esprimersi in merito alla salubrità dei locali (finestre, aria, igiene); il resto era compito del Comune. Venne spontaneo chiederci allora per chi era stato scritto il Testo unico delle leggi sanitarie e in particolare l'articolo 216 che prescrive per le aziende insalubri «d'essere collocate in aperta campagna e lontano dalle abitazioni», se non si teneva in debito conto la palese irregolarità del suddetto insediamento produttivo. Proseguì quindi a nostre spese l'amara constatazione che le norme e le leggi non bastavano a garantire il corretto svolgersi della vita sociale. Il disagio e una deprimente angoscia turbavano la serenità; vedevamo con preoccupazione il profilarsi di una minaccia, non troppo lontana.
Sarebbe stato considerato, l'intero susseguirsi degli illeciti che avevamo fatto subito rilevare al Comune, all'ASL, all'ARPAV, alla Soprintendenza ai Beni Archeologici e alla Procura della Repubblica di Bassano del Grappa presso la quale avevamo depositato l'intera cronologia dei fatti a partire dal 1990 fino al 2002?

Tutto vano.
Inoltre, con profondo rammarico, scoprimmo che l'incaricato delle indagini per conto della Procura altri non era che un agente del Corpo forestale dello Stato che, laureato in Giurisprudenza, faceva praticantato presso lo studio legale del difensore della controparte, Zincheria Valbrenta, e cioè l'avvocato Dani Lago del foro di Bassano del Grappa. Non ci restò altro da fare che segnalare il tutto al Procuratore il quale, sorpreso e imbarazzato, riaprì l'indagine.

Intanto il nostro paesaggio veniva drammaticamente e irreversibilmente distrutto senza che nessuno intervenisse a fermare tanto degrado: ruspe, betoniere, prefabbricati per creare una struttura, la zincheria, smisurata: cioè più alta di quanto consentito dalla legge urbanistica. Le siepi presso cui eravamo soliti ripararci dalla calura estiva e gli antichi corsi d'acqua scomparvero nonostante tale patrimonio ambientale fosse tutelato dalla normativa del PRG sulla 'Civiltà delle Rogge'; l'antica viabilità lasciò infatti spazio all'asfalto e si procedette a rettifica e cementificazione dei canali tracciati ai tempi della Serenissima e sopravvissuti alle vicende storiche locali. Il tutto scomparve a favore di capannoni non già eretti per necessità di sviluppo aziendale bensì come investimenti immobiliari. Addirittura, in un capannone invenduto e sfitto, fu realizzata una pista di go-kart.

L'area in cui ci troviamo è classificata come di «elevata vulnerabilità» da parte della stessa Regione del Veneto, ma già da tempo era divenuta, via via, una grande pattumiera di sostanze inquinanti, mentre il ghiaione naturale veniva asportato e venduto, sostituito da centinaia di camion carichi di materiale di fonderia scaricato quale sottofondo della zincheria più grande d'Italia. Il sindaco, sapendo bene che ciò che segnalavamo corrispondeva al vero, ricorse di volta in volta alla convocazione di fantasiose riunioni, dichiarando che tutto era sotto controllo, che non si doveva temere nulla e che le nostre erano solo allarmistiche dichiarazioni.
Colpisce che tali rassicurazioni fossero "coscienziosamente" diffuse da Walter Formenton, assessore all'Ambiente della provincia di Vicenza, il quale dal 1978 al 1988 aveva esercitato l'incarico di chimico per il prelievo e l'analisi dei campioni relativi alla ditta Tricom, di Tezze sul Brenta. Formenton ha dichiarato sempre che "tutto era in regola", mentre invece quasi tutti gli addetti ai bagni di cromo sono deceduti: nove morti per diagnosticati 'tumori professionali'. Ci vorrebbe Erin Brokovic.
La Tricom è infatti l'azienda galvanica ora sotto processo presso il Tribunale di Cittadella (provincia di Padova) per scarichi abusivi di cromo esavalente che hanno provocato l'inquinamento della falda freatica e la conseguente chiusura dei pozzi dell'alto padovano, inquinamento durato trent'anni e di cui il Tribunale di Bassano del Grappa s'era interessato già nel 1983 con il rinvio a giudizio dell'allora direttore della Tricom Rocco Battistella, che altri non era, in quello stesso periodo, che il sindaco di Tezze sul Brenta. Un esempio quasi didascalico di conflitto d'interesse: in qualità di direttore, Battistella inviava al Comune la richiesta di autorizzazione agli scarichi, e poi da sindaco se la rilasciava infischiandosene della falda freatica e delle conseguenze.
Oggi sia Battistella che Formenton sono responsabili alla Provincia di Vicenza delle sorti del nostro ambiente e del nostro paesaggio.
Il sito archeologico fu prima violato, nonostante i cartelli del Ministero dei Beni Culturali che ne vietavano l'accesso e lo scavo, poi disperso e sepolto, con l'asporto del materiale di interesse archeologico, nascosto e fatto scomparire in cantieri vicini al Brenta.

Il paesaggio ereditato dall'età palladiana, tanto amato, formato da siepi e rogge che ricamavano la nostra campagna non c'è piu; gli alberi di gelso sui quali da ragazzi ci arrampicavamo curiosi per vedere i nidi sono scomparsi; il profumo dei fiori delle robinie non inebria piu l'aria, né le fragranze dei tigli invadono più le stanze di casa. Un'intera comunità ha visto stravolto l'ambiente in cui ha sempre vissuto per un'imposizione calata dall'alto, senza aver potuto partecipare alle decisioni; il tutto per il solo tornaconto dei soliti egoisti che hanno creduto di poter colonizzare il nostro territorio con la connivenza delle istituzioni. Addio passeggiate lungo l'antica via de Fontaniva, addio percorsi in bicicletta tra le capezzagne e carrarecce che formavano la viabilità interpoderale; sembra siano passati da noi i lanzichenecchi; viviamo in una società che passerà alla storia con il medesimo giudizio che noi oggi diamo al periodo della decadenza dell'impero romano. La rabbia che la gente cova nell'animo è indescrivibile e si trasforma in momenti di profondo stato depressivo; momenti nei quali, se non frenata, commetterebbe qualunque crimine per contrastare tanta barbarie, oppressa dalle sensazioni di impotenza e rassegnazione.

Al ritorno in famiglia ecco attenderci discussioni: «Sei sempre al Presidio! Ci sono un sacco di cose da fare e tu ti preoccupi per quelli e non aiuti in casa; ci mancava solo che dormiste lì; stai attento che un giorno o l'altro vi capitano lì e vi danno una scarica di botte; mi trascuri con tutto il tuo interesse per il Presidio; sembra che non pensi ad altro che a quella storia...» e così via. Sommando stress a depressione, rabbia a delusione, euforia a timore, impotenza a odio, la sensazione d'essere cambiati dentro si fa notare: proviamo emozioni e sensazioni che fino a tre anni fa ci sarebbero parse impossibili (a me capita di provare la voglia matta di farmi giustizia da solo). Ma tanto più il fuoco della rabbia arde dentro di noi, tanto più elaboriamo strategie per ottenere giustizia; sì, perché noi vogliamo giustizia, perché ciò che chiediamo non lo abbiamo inventato noi, è scritto nelle leggi.
In giro per l'Italla ci sono volontari che si aggregano in comitati e associazioni che per la quasi totalità si definiscono di volta in volta: per la salvaguardia del territorio, per la difesa delle acque, contro le cave, contro insediamenti produttivi insalubri, per il parco, eccetera.. Se fosse vero che in Italia le amministrazioni pubbliche operano sempre per l'interesse collettivo e onestamente, che senso avrebbero queste associazioni?

Evidentemente le cose non stanno propriamente come gli amministratori di turno cercano di farcele passare! Anzi il nostro attuale sindaco Manuela Lanzarin senza mezzi termini ha liquidato un incontro con «se non vi va bene fate una denuncia», manifestando così non solo la sua distanza dall'interesse pubblico tanto celebrato, ma anche la sua limitata sensibilità e cultura civica. L'amministrazione comunale, al fine di far credere che ha fatto tutto il possibile e che agisce con correttezza, convoca nei momenti di maggiore sua difficoltà incontri e commissioni: ora, per le attività a rischio rilevante di cui alla legge 334/89 (la Seveso Due) con ASL, ARPAV, "esperti" occasionali che si dimostrano essere poi spesso collegati con le attività medesime, concludendo che noi siamo sempre i soliti che sollevano problemi inesistenti; fatta salva poi la comunicazione da parte del prefetto che conferma le nostre ragioni.
Questa situazione ci sta procurando l'ulcera dalla rabbia. Il labirinto legislativo s'infittisce sempre più e al suo interno si svolgono vischiose dinamiche che ci costringono a costose spese legali; i "bravi" di manzoniana memoria del Comune e della zincheria sanno che un presidio è un comitato di volontari che hanno disponibilità economiche limitate; così non potendoci fermare con le idee tentano di fermarci per "impoverimento"; ma sappiamo che quando si hanno le carte vincenti bisogna sempre giocare lealmente, così ribattiamo colpo su colpo e là dove nel penale nulla si muove se non contro di noi, nell'amministrativo vinciamo mettendo sempre piu in difficoltà il Comune e la stessa zincheria, che gioca al ricatto verso il Comune, quasi dicendo "Se mi fermi mi paghi i danni".

Non occorre che andiamo oltre nel narrare le nostre vicende per capire i gravi motivi che ci hanno condotto al pesante disagio che stiamo vivendo, per non parlare del senso di angoscia nel vedere l'installarsi abusivo di una nuova minaccia ambientale in un'area già compromessa, da cui e partito l'avvelenamento delle falde in territori ben più ampi dei nostri ristretti confini. È proprio brutta la perdita della serenità quotidiana, non pensavamo fosse così vicina alla disperazione.

All'ignaro lettore sia dunque ben chiaro che, sotto la brillante facciata del benessere, nel Nordest si nascondono molte altre tristi storie come questa, in cui si dimostra ancora una volta che vendere la propria anima e i valori più sacri al dio Denaro ha sempre terribili conseguenze che ricadono su chi non ha colpa.

3. LA VOCE DI DANIELE

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** Non si tratta di illazioni o di accuse pregiudiziali, ma di riferimenti precisi a casi ampiamente documentati da processi e condanne della magistratura, da inchieste giornalistiche e accademiche: si legga a proposito "Il grigio oltre le siepi" di F. Vallerani, o "Ecomafie" di A.Cianciullo e E. Fontana.

Inoltre si consiglia anche la lettura ben diversa, ma altrettanto chiara, di "Nordest" di Massimo Carlotto e Marco Videtta.



APPROFONDIMENTI:
www.pattomutuosoccorso.org

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Staffetta Udine-Erto-Roma 2007

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Presidio... Presidio... Presidio... questa parola, che scrivo sempre in maiuscolo, il suo suono così speciale e le reazioni da essa generate, provocano in me un sentimento quasi di commozione. E per questo che volutamente ho sempre evitato momenti di riflessione al riguardo; questa e la prima volta che metto per iscritto i miei affollati pensieri. Negli ultimi tre anni mai un momento di sfogo; l'unica spalla su cui a volte mi appoggiavo era il bancone di un locale qualsiasi... dovevo sempre essere freddo e razionale come un computer, ma il Presidio diventava, piano piano, parte integrante della mia vita, della mia persona.

«Presidio» non è solamente un luogo o un tendone; è sopratutto esperienza di vita, è disagio sociale per la perdita dei luoghi, per la mancanza di tutela, ed è anche una storia di coraggio, fratellanza e resistenza. Parole forti queste, ma sicuramente appropriate. Il paese di San Pietro è diventato geografia e paesaggio dell'angoscia; il territorio inteso come ambiente in cui vivere e il nostro sito archeologico, cioè la storia di tutti, sono stati per sempre distrutti con spregio assoluto per i semplici cittadini e per qualsiasi forma di vincolo o di legge che potesse intralciare lo sporco affare. All'inizio il sentimento che regnava in paese era l'incredulità verso tanta arroganza di politici e industriali, anche verso l'opportunismo e la cecità di molti artigiani. Nasceva poi un sentimento di profonda indignazione nel sentirsi definire a tutti gli effetti «famiglie invisibili», famiglie che non c'erano, che non sono mai esistite in quel territorio, alle quali quindi la zincheria più grande d'ltalla non poteva certo dar fastidio. Nessuno di noi immaginava neppure lontanamente lo scempio ambientale e lo sfascio civico a cui saremmo andati incontro, e le cui conseguenze porteremo sempre con noi. La continua mancanza di risposte e di controlli da parte delle istituzioni preposte non ha però generato il crollo della fiducia, non a San Pietro, anzi... Un gruppetto di "tenaci" in paese c'era già: in testa Stefano Zulian, presidente del Comitato circoscrizionale, e nessuno della combriccola aveva la minima intenzione di starsene a subire passivamente. Così, lavorando assieme, siamo riusciti a trascinare il paese in una contestazione popolare permanente, che dura dall'8 agosto 2002.

Oltre alle offese a mezzo stampa, riceviamo anche qualcos'altro: il sindaco ci risponde in faccia, e ce lo ripete molte volte, che se così non ci va bene, siamo liberi di fare una denuncia; un assessore afferma invece che con la Zincheria Valbrenta il Comune non può fare nulla perché ci sono "grossi interessi" e "giochi pericolosi".
Grossi interessi... giochi pericolosi... ma cosa significa se non "mafia"?
Strano e anomalo, ma ancor più irritante e oltraggioso è scoprire negli sportelli delle istituzioni documenti falsi, approvazioni illegittime, denunce archiviate senza motivo, pratiche legali sparite nel nulla, conflitti d'interesse da parte di chi segue le indagini. Lo dice la stessa Direzione investigativa antimafia (DIA) con l'associazione "Libera", che da vent'anni a questa parte gli interessi mafiosi si sono spostati dal Sud al Nordest, e principalmente nel Veneto; iniziando con le discariche a cielo aperto, per finire con i megacantieri che si appaltano le grandi opere. Certo, in questo caso noi abbiamo a che fare con la zincheria più all'avanguardia d'Italia, alla quale, a detta degli industriali stessi, si affideranno tutte le "grandi opere". Proprietario, per il 41%, è un noto istituto di credito.
Vent'anni fa, proprio a Rosà venivano arrestati i fratelli Agizza, dirigenti del clan Nuvoletta, tra i protagonisti della camorra dopo la caduta di Raffaele Cutolo. Dopo queste notizie, conosciamo meglio il nostro nemico, e ci sentiamo un po' schiacciare, ci rendiamo conto che forse siamo stati un po' incoscienti; ma noi siamo sempre un gruppo di tenaci, e ci comporteremo come tali. Su nostra segnalazione, una notte i Carabinieri intervengono nel cantiere abusivo per fermare i lavori almeno in quelle ore, ma una grossa auto di lusso e le parole del suo conducente fanno allontànare la pattuglia e rimettere in moto i lavori. La notte stessa, alle successive telefonate del Presidio, il centralinista della caserma risponde di non poter fare niente, e sbatte giù il telefono. Sto parlando dell'autunno 2003, un periodo particolarmente amaro per il Presidio; la tensione è altissima e palpabile nell'aria, e siamo solo noi con le nostre auto, di fronte al cantiere, che, puntando i fari e suonando il clacson, riusciamo per breve durata a interrompere i lavori. A niente servono le sentenze dei tribunali amministrativi che bloccano il cantiere in costruzione della zincheria, non c'è nessuno che le faccia applicare; i lavori continuano giorno e notte, sabato e domenica, ed è in questo periodo che inizia il riporto di sostanze tossiche nelle fondamenta e sotto il piazzale.

Novembre 2003: il Comune sequestra il terreno sopra il quale è installato il Presidio.
Motivo: "abuso edilizio", lo spargimento di una palettata di ghiaia per non impantanarsi i piedi. Dall'altra parte della strada, nessun provvedimento contro un cantiere riconosciuto in difformità edilizia da tutti i tribunali. È l'ennesima arroganza, e un'altra nuova offesa da sopportare.

Gli ultimi giorni di novembre iniziano in modo fantastico, ma terminano in un incubo orribile.
Da paesaggio dell'angoscia diventiamo vero e proprio paesaggio del terrore. Dopo due memorabili manifestazioni consecutive, il 21 novembre arriva il tanto atteso sequestro del cantiere; doveva essere una festa grandissima, ma soltanto dopo pochi giorni tutto si trasforma in tragedia. Non ci hanno lasciato nemmeno una settimana; qualcuno, e non è più tanto un mistero, ha cercato di uccidere Stefano Zulian. Bastardi, bastardi maledetti, perché l'episodio ha particolari agghiaccianti.
È una brutta serata di pioggia quando Stefano è inseguito in auto e poi, vicino a delle case, viene selvaggiamente picchiato alla testa con delle spranghe di ferro. È un tentato omicidio, e un chiaro messaggio di terrore che si vuole dare al paese. È un grave attentato alla sicurezza del vivere civile, che non si era mai verificato dalle nostre parti. Non ci sentiamo protetti.
Nessuno si preoccupa di questi soprusi e allora si instaura sul territorio il controllo dei poteri forti; questo significa che chi protesta contro di essi è in serio pericolo, e soprattutto è solo. Il tempo non passa mai, e l'orologio è sempre lì fermo, come Stefano nel suo letto, in coma. Ogni giorno una complicazione e il risveglio è sempre rinviato.
Quando e come si risveglierà Stefano? Viviamo quei giorni con occhi rossi e gonfi, e il pianto che ci soffoca il fiato, ma un alito di voce ci scappa e gridiamo con rabbia: «Basta! Basta ingiustizie, non dobbiamo più sopportare nient'altro!». Il giorno dopo l'infame atto criminoso, l'Amministrazione comunale di Rosà ha un'unica preoccupazione e ci manda subito, senza perder tempo, una persona di fiducia, a riferire queste testuali parole: «La soluzione migliore è trattare con l'Amministrazione comunale; sono disposti a ritirare tutte le denunce contro di voi e a restituirvi il terreno; tutto questo se farete silenzio e non collegherete l'episodio di Stefano con la faccenda Presidio-Zincheria».

In paese c'è un clima di guerra civile; tuttavia, solo per rispetto dei familiari di Stefano manteniamo la calma, e ora come ora me ne pento. Per gli investigatori il Comune di Rosà intendeva tutelarsi da una propaganda politica, e l'unica ipotesi su cui insistere è incolpare dell'aggressione un gruppo di bikers. Giornali e piccole TV locali si dimenticano dell'impegno di Stefano nel comitato, e parlano anch'essi esclusivamente di bikers; solo pochissimi raccontano la storia al completo. Qualcuno a San Pietro vuole "fare scuola", e insegnare che contro i grossi interessi nulla si può e nulla si deve.
Ma Stefano dopo un mese di coma torna a casa, e il paese è di nuovo unito come un pugno chiuso. Noi gruppetto di tenaci giuriamo che non saremo noi a sparire, ma la scheletrica struttura d'acciaio a ridosso delle nostre case, assieme alle carriere di un onorevole, un ingegnere e un architetto. Con il ritorno di Stefano, nulla ci può più scoraggiare.

0 Nel frattempo il cantiere viene dissequestrato dal tribunale per gravi omissioni e vizi di forma operati dal Comune. Si programma una grande manifestazione, una fiaccolata di fronte alle abitazioni dei fratelli Didoné; tante le cose da gridare, prima fra tutte che non abbiamo paura delle minacce dell'onorevole. Un solo cartello: «Un Paese contro la Mafia!», ma nessun giornale ha il coraggio di riportare quanto avvenuto realmente quella sera; questo ad esempio il titolo su «Il Giornale di Vicenza»: San Pietro sfila per l'ambiente.
Solo una TV locale, Canale 68, a proprio rischio e pericolo, ha sempre fatto cronaca senza mai passare sotto silenzio nessun fatto grave e importante; anzi, sottolineando invece proprio gli aspetti più inquietanti dell'intera vicenda. Non solamente i politici si dimenticano che esiste il Presidio, nonostante i nostri appelli; ma anche i nostri avvocati, che non discutono e non commentano nemmeno con una parola i nostri ricorsi al TAR. Altri avvocati, più onesti e sinceri, rifiutano l'incarico perchˇ, a dir loro, si tratta di mafia e hanno paura per le loro famiglie. Gli esponenti del Presidio che più si sono esposti sono pluridenunciati da industriali e politici rosatesi, e il comandante della stazione dei Carabinieri di Rosà li classifica come «artefici di disegni criminosi».

Queste però sono tutte querele stupide, dirette solo contro l'esposizione degli striscioni di protesta, e studiate appositamente per sfiancare economicamente il Presidio. Stranamente non arriva mai nessuna querela quando parliamo di mafia, o quando accusiamo gravemente le solite istituzioni e i soliti politici; già, perché non sarebbero in grado di dimostrare la loro "buona fede". Che la giustizia bassanese sia velocissima contro il Presidio lo sappiamo già, ma non abbiamo mai provato un senso di nausea e ribrezzo così grande come quando vediamo agenti del Commissariato, e il sindaco di Rosà, testimoniare di fronte al giudice "cose non vere" contro di noi.
Specifichiamo anche che lo studio legale della controparte è lo studio Ghedini.

Se all'inizio il nostro sentimento è di indignazione, cosa possiamo provare dopo, se non un grandissimo miscuglio di odio, schifo e abbattimento? Quando siamo giù di morale allora guardiamo Stefano, grande e grosso, coraggioso, lui è uno che non molla mai, proprio mai, sembra incredibile la sua resistenza; oppure guardiamo Lorenzo, il pilastro e trascinatore del Presidio, sempre ottimista, che con le sue battute, la parola giusta al momento giusto, riesce a far miracoli. Saremo sempre grati e riconoscenti a queste grandi persone, ma nei miei ricordi tutto il Presidio è fatto di gente speciale.

Nella primavera del 2004, la Zincheria Valbrenta dà prova di essere una vera e propria istituzione, e riesce a denunciare e a portare in tribunale anche Canale 68. Il clima di illegalità continua. In questo periodo facciamo analizzare alcuni campioni di materiale non naturale depositato nelle fondamenta del cantiere. Le analisi confermano i nostri timori... sostanze tossiche. La ragazza che va a ritirare i risultati in certi laboratori ha anche qualche difficoltà e nota comportamenti anomali. La vera anomalla però deve ancora succedere...
Qualche giorno dopo, la stessa ragazza di notte viene inseguita in auto, e io mi ritrovo dietro, come ultima auto, ad assistere alla scena. Dopo un vero e proprio inseguimento per qualche chilometro, minaccioso, incalzante come un macabro autoscontro da baraccone, il pirata cambia strada, ma ormai è stato riconosciuto; si tratta di un assessore del Comune di Rosà e per di più nostro compaesano.
Il Presidio, che ne ha passate di cotte e di crude, è comunque molto scosso, indignato e irritato; ma sono gli anziani i più arrabbiati. La nostra amica non è di San Pietro, ma fa parte del Presidio, è una di noi. I nostri nonni conoscono e stimano la sua famiglia, oltre a lei naturalmente, per questo la loro reazione è quella di trasformarsi in leoni e se potessero farebbero polpette del nostro compaesano. Anche questo episodio è insignificante per la giustizia di Bassano, che si muove invece stavolta contro dei personaggi recidivi, il vicepresidente del comitato, cioè chi sta scrivendo, e Lorenzo Signori.

È così che assieme al mio amico mi trovo a essere condannato a tre mesi di carcere, per cose che non ho fatto, e senza essere stato processato; ma per il giudice per le indagini preliminari ci sono prove sufficienti per pronunciare la sentenza di condanna! Chiediamo il processo e finalmente discuteremo in tribunale tutto quello che la procura ha archiviato. La Procura di Bassano archivia senza comunicarcelo anche il caso "sostanze tossiche" e l'ARPAV rassicura la gente accusando il comitato di creare inutile allarmismo; ma come si fa a rassicurare la gente con risultati fuori tabella?

Intanto, come nel film 'Blob', dai pavimenti della zincheria sta fuoriuscendo una strana gelatina; è ufficiale e accertato dalla ditta stessa che si tratta di poliacrilammide, una sostanza classificata dalla «Gazzetta Ufficiale» come cancerogena, mutagena, teratogena e tossica solo all'inalazione. È il frutto di quanto scaricato illegalmente sotto i pavimenti, ma il cantiere rimane aperto e i lavori continuano. È una vergogna! È scandaloso! È pericoloso! Come possiamo pensare che questa procura che sa ben archiviare, ma non sa rendere giustizia, faccia luce sul tentato omicidio di Stefano?

Dai giornali apprendiamo che il Governo, con degli emendamenti alla finanziaria, sta cercando di far sparire il concetto di "vincolo archeologico", e di legalizzare i rifiuti di origine "ferrosa". Queste proposte verranno sicuramente bocciate, ma dimostrano assieme ad altri avvenimenti più grandi che la politica oramai fa solo il gioco della finanza, e che l'unico problema della maggior parte dei politici è quello di gestire la propria immagine. I cittadini servono solo per garantire la poltrona all'onorevole di turno, ma dovrebbe essere il contrario: dovrebbe essere la politica, cioè, a garantire i diritti civili ai cittadini.

Aveva proprio ragione la grande Tina Merlin nel dire in modo schietto e pulito che gli uomini della politica e dell'economia vanno a braccetto con quelli della mafia, per sostenersi. A che cosa serve una giustizia forte con i deboli e debole con i forti, e che cosa facciamo delle sentenze oltre che delle leggi, se nessuno le applica? Ecco che cos'è il POTERE, quella parola che prima per noi era senza senso; adesso lo vediamo, lo sentiamo, lo sappiamo riconoscere anche quando si nasconde in maniera subdola, e questo perché abbiamo subìto la sua violenza sulla nostra pelle. Il potere si è specializzato nel rovinare, cancellare e far degenerare ogni diritto e ci porta a non credere più a niente; per questo è necessario ribellarsi al sistema, per dare nuova consistenza alla democrazia. Ogni menzogna degli uomini di potere uccide una parte di mondo.

Giorno dopo giorno ho visto crescere la rabbia e la tristezza nella gente di San Pietro, e non c'è, non ci sarà mai un tempo capace di cancellare in me questo ricordo. Purtroppo o per fortuna ho avuto questa esperienza; "per fortuna" perché mi ha aperto gli occhi, e "purtroppo" perché non è un bel vivere. Le regole della nostra vita sono cambiate, e ora è una cosa normale andare dentro e fuori dai tribunali, dagli studi legali, non avere assolutamente più orari regolari. Anche guardare sempre lo specchietto retrovisore quando siamo in auto da soli è diventata una cosa normale. Prima era strano anche assistere a un consiglio comunale. La vita per molti è solo famiglia, lavoro, hobby e non capiscono che l'indifferenza delle istituzioni, l'inquinamento e la mancanza di tutela e di controlli sono problemi anche loro. Il mondo in cui viviamo non è perfetto e lamentarsi al bar non serve a niente; per vincere contro i grossi interessi bisogna imparare la solidarietà fra di noi e il rispetto per l'ambiente.

Di questi tempi chi è sempre positivo vive nel mondo delle favole, a volte bisogna arrabbiarsi; io arrabbiato lo sono quasi sempre, perché politici e mafiosi stanno rubando il mio avvenire e cancellando il mio passato. Non abbandoniamoci al qualunquismo! Sembra di vivere in tempi oscuri, di decadenza...

Nel nostro paese vogliamo solamente una cosa: il ritorno della legalità. La gente di San Pietro e le vicende del Presidio saranno per me, per molti, un ricordo sempre vivo, una ferita sempre aperta fino all'ultimo respiro. Nel nostro paese vogliamo solamente una cosa: il ritorno della legalità. La gente di San Pietro e le vicende del Presidio saranno per me, per molti, un ricordo sempre vivo, una ferita sempre aperta fino all'ultimo respiro.





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pagg. 6-7: gli scheletri metallici della Zincheria Valbrenta: un nuovo orizzonte verso l'altopiano di Asiago

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