Cap. 3 - III

3 - LA PRIMA REPUBBLICA ED IL VAJONT: UNA "PRATICA" GOVERNATIVA

Il Vajont si riaccende tra '68 e Piazza Fontana
Il processo giudiziario relativo al caso Vajont fu ospitato dall'Italia dei tardi anni '60 e primi anni '70.
Il periodo in questione fu contrassegnato da un insieme di avvenimenti che evidenziarono una situazione dello scenario politico molto accesa, che può essere brevemente spiegata in queste righe :"Il vento della contestazione, partito dall'America nella prima metà degli anni Sessanta, arrivò impetuoso qualche anno dopo anche in Europa, in particolare in Italia e Francia. Ma una caratteristica fondamentale distingueva le rivendicazioni giovanili d'oltre oceano da quelle del nostro continente, e cioè il pesantissimo carico ideologico marxista-leninista che connotava il movimento studentesco di casa nostra. Va detto che l'esplosione di una qualche forma di rivolta era praticamente inevitabile e forse anche facilmente prevedibile. La società italiana era da tempo in bilico fra evoluzione e stagnazione. Troppi settori erano impreparati alle trasformazioni che il boom economico, l'evoluzione dei costumi, il progressivo allentamento della pressione conservatrice della Chiesa cattolica stavano preparando.[...]Sulla scena politica irruppero per la prima volta formazioni, gruppi e gruppuscoli espressione delle varie anime della contestazione, che si ponevano a sinistra del PCI.[...]Sul fronte opposto, si assistette alla notevole avanzata dell'estrema destra del Movimento Sociale Italiano, considerato da una fetta dell'elettorato come una credibile reazione alla marea montante.
Ma l'elemento più importante fu senza alcun dubbio il forte aumento di consenso per il Partito Comunista Italiano. Alla fine degli anni Sessanta [...] il PCI cercò al tempo stesso di porsi come interlocutore, ed in definitiva di rappresentare il movimento della contestazione, e di crearsi una credibilità come partito di governo anche agli occhi di una certa parte della borghesia italiana.[...]Innumerevoli furono gli atti di inaudita violenza che insanguinarono il nostro Paese, ma forse due possono essere presi come simbolo per le conseguenze che ebbero sulla società italiana e sulla vita politica e per i misteri veri o presunti che ancora li avvolgono e spesso avvelenano tuttora la nostra vita pubblica: la strage di Piazza Fontana ed il caso Moro.
Attorno al '75-'76 il quadro politico appariva quindi fortemente inadeguato a fronteggiare una situazione sempre più difficile. In quel biennio l'avanzata del Pci raggiunse il suo apice. Alle elezioni politiche del 1976 i comunisti sfiorarono il sorpasso ai danni della Democrazia Cristiana come partito di maggioranza relativa, posizione che la DC riuscì a conservare grazie soprattutto al fatto che buona parte del tradizionale bacino di voti dei partiti laici confluì sul partito cattolico esclusivamente in chiave anticomunista. Ma in larghi settori della Democrazia Cristiana si faceva sempre più largo l'idea che alla situazione di stallo in cui si trovava la politica, l'unica risposta valida era costituita dall'ingresso del Partito Comunista nell'area del governo. Propugnatore di questa fase politica chiamata del "compromesso storico" era in particolare Aldo Moro. Questa esigenza trovò ovviamente come attento interlocutore il Pci, ed in particolare il suo segretario Berlinguer, il quale aveva già da qualche tempo cominciato a maturare questa idea".
Per un sistema politico tripolare come quello italiano (saldamente fissato sull'esistenza di un forte polo di centro a garanzia della stabilità del sistema, e di due poli tendenzialmente contrari al sistema stesso), la situazione che si era venuta a creare fece ulteriormente aumentare la "preoccupazione comunista". Il potere governativo era mantenuto, con sempre maggiori difficoltà, nelle mani di chi lo aveva sempre gestito ed era sempre più vicina la necessità che veniva prospettandosi di aprire al "dialogo" con le forze della sinistra.
Nel 1970 si ebbe "[...]l'approvazione della legge che deve finanziare la costituzione delle regioni. Dopo ventidue anni di lotte democristiane per ritardarla sta dunque per entrare in vigore l'attuazione delle Regioni .Il timore per la DC (i suoi vertici) era sempre stato quello che i 'rossi' nelle loro tre regioni roccaforti gestendo il proprio territorio si sarebbero poi staccati dal potere centrale. Questo cambiamento di rotta (e sarà proprio la DC ora a votare sì) avviene per due motivi, uno perchè si sono stabiliti gli ingenti contributi finanziari per le regioni; l'altro perchè nelle tante sue correnti (siamo ora a 8) dove abbondano i nuovi faccendieri, questi anche se ribelli, diventano utili per essere inseriti dentro un 'sistemà dove si stanno creando molte competenze amministrative da gestire sul territorio.
È una 'moltiplicazione dei pani' per chi deve accontentare ex portaborse, ex funzionari, ex sindaci, ex politici[...] i nuovi rampanti e tutto quel ceto politico che sta dietro le segreterie provinciali che negli anni precedenti ha lavorato per i leader, ma che non È stato gratificato abbastanza, perchè le poltrone erano a Roma troppo poche. [...]Alcuni uomini politici che siedono nelle poltrone governative perdono infatti di vista il Paese e guardano solo al proprio territorio. Non governano più una nazione, ma la loro regione, con precisi patti clientelari in una specie di 'consorterià ".
"Ritornando a questo inizio 1970, dopo il trauma di Piazza Fontana, i politici temendo di perdere il controllo del potere, iniziano il lungo e losco periodo fatto di tante ambiguità; si accusarono a vicenda, ma mai alzando troppo la voce[...]".
"Insomma le manifestazioni, le rivolte e perfino la ridondanza degli attentati, nella DC, nel PCI, nei socialisti e nella destra, generalizzandole[...]furono dei pretesti per criminalizzare gli avversari di turno".
"L'Italia che desiderava diventare - e stava diventando diversa - da quel giorno si fermò, e cominciò a pagare a carissimo prezzo il suo legittimo desiderio di democrazia; ha infatti davanti a sè gli anni di piombo, le stragi, gli attentati, assassinio di giornalisti, magistrati, sindacalisti, o semplici innocenti cittadini, che nel muoversi nella loro quotidianità senza nessuna colpa si trovarono in un certo luogo e in una certa ora al fatale appuntamento con la morte.".

Alla luce di questo contesto storico-politico è evidente come il "sistema" non fosse ancora pronto per affrontare una "lezione" come quella portata dalla memoria del Vajont e cioè recante la denuncia delle sue disfunzioni. Era improponibile immaginare un'autocritica da parte della classe politica proprio nel momento in cui la stabilità veniva meno, anche in seguito alle recenti complicazioni portate dal decentramento amministrativo. Le nuove regioni e le loro "autonomie" finirono per esser gestite sempre dal potere centrale, ma con un gioco politico ulteriormente complicato: la gestione di queste nuove "parti" dello Stato offrì ampio spazio alle più strane alleanze con l'opposizione.
Questo decentramento statale offrì la possibilità di governare sul piano locale anche alle forze politiche di sinistra, già precedentemente in ascesa anche a livello nazionale. Il PCI, fino ad allora considerato forza politica "ostile" al sistema, finì per esserne inglobato entrando a far parte dei circuiti distorti non soltanto in qualità di oppositore, ma anche di amministratore. La classe politica aveva in questi anni finito con l'uniformarsi in modo pressochè omogeneo alle "regole" di un sistema che, dal momento che iniziava ad offrire poltrone un po' a tutti i colori dello spettro politico, diveniva sempre più difficile da abbattere attraverso una consapevole "rivoluzione" interna.

Una normale "pratica" amministrativa per il budget statale La gravità della tragedia aveva comportato da subito un forte interessamento ed una pesante mobilitazione dell'apparato statale. Quest'ultimo, una volta risolti i problemi più grossi e raggiunto il ripristino di una certa "normalità", smise di considerare il Vajont da un punto di vista "morale" ed "etico" dal quale trarre una importante lezione e si limitò principalmente ad una considerazione "economico-finanziaria" della situazione venutasi a creare.
Gioacchino Bratti, ex-sindaco di Longarone, offre una breve opinione circa il suo modo di intendere i rapporti tra il Comune di Longarone e le istituzioni statali: "I rapporti tra amministrazioni locali e istituzioni superiori, specie nel primo periodo dopo il disastro (e superato lo scontro che ci fu sul trasferimento dell'abitato, inizialmente ipotizzato dal Governo e respinto dalla comunità superstite) sono stati in genere positivi, anche se – dobbiamo dirlo – vengono giudicati diversamente a seconda dell'angolatura politica o partitica da cui muovevano o muovono. Successivamente, a partire dagli anni settanta, il rapporto si è burocratizzato e la vicenda "Longarone - Vajont" via via è diventata una 'praticà come altre".
Il Vajont si inserì comprensibilmente tra la miriade di problemi che ogni governo deve affrontare nell'amministrazione del complesso apparato statale. I comuni sinistrati finirono per esser considerati alla stregua di una voce del "budget" finanziario a disposizione dello Stato, al pari di una qualunque "pratica" governativa, fatta di finanziamenti da approvare, tasse da scontare, infrastrutture da costruire, ecc.: una serie di numeri, di calcoli, di dati che tolsero spazio al ben più importante "messaggio" che quella vicenda portava con sè.
Un interesse di tipo "morale" verso il Vajont non poteva manifestarsi in uno Stato che non aveva ammesso la sua "compartecipazione indiretta" allo svolgersi della tragedia; per questo motivo non sponsorizzò di certo iniziative che favorissero uno sviluppo allargato della coscienza civile nazionale verso la conoscenza dei retroscena che avevano portato ad un simile evento, al contrario proseguì nel suo intento di non pubblicizzare troppo, anzi di tener nell'oblio la vicenda.
La "memoria" del Vajont fu oscurata e trascurata al punto tale da non permettere a quell'olocausto di 2000 innocenti di essere ufficialmente riconosciuto lutto nazionale. La vicenda in questione risultava troppo collegata ad un "errore" del sistema politico che, oltre a causare quell'ingente numero di vittime, aveva dato vita a quell' "opera assassina" finanziandola con i soldi dei contribuenti, spesi nel nome del progresso e dello sviluppo.
Questo errore era troppo grande e la conservazione del "sistema" troppo importante per poter permettere un'analisi approfondita e rivolta verso una "lezione" che non poteva essere appresa senza intaccarlo nelle sue "utili" disfunzioni, specialmente quando quello stesso sistema era ancora prevalentemente immutato e non propenso a pagare le conseguenze in termini di ammissione di colpa di fronte ai cittadini.
In realtà la "memoria" del Vajont, intesa "moralmente" nel senso di sola commemorazione dei morti della tragedia, non fu del tutto dimenticata dalla classe politica, per lo più da quella locale, ma anche dalle alte cariche istituzionali che non mancarono quasi mai di presenziare in occasione della celebrazione degli anniversari importanti.
Queste presenze furono di notevole effetto, permisero alla tragedia di ricevere, anche a livello mediatico, una relativa importanza ed offrirono la possibilità di emergere ad una "memoria ad hoc". Le autorità statali che si recarono nella valle ricostruita in seguito alla tragedia, in occasione degli anniversari, ricordarono con parole addolorate la catastrofe del Vajont, ebbero parole di cordoglio per le famiglie dei caduti e parole di gratitudine per i soccorritori e tutti coloro che si erano impegnati per far rinascere queste zone. L'ottica data alla vicenda fu sempre rivolta verso la rinascita, il rifiorire dell'economia, il buon intervento dello Stato rivolto verso questi fini raggiunti. Le autorità non si interessarono mai di "chiedere scusa" per una tragedia che aveva indirettamente contribuito a creare anche lo Stato, con la sua indifferenza e brama di sviluppo e progresso.
La reale analisi dei risvolti della vicenda rimaneva per lo più nascosta dietro ad un demagogico spot politico celato dietro questa "maschera" di lutto e commozione. La sensazione, analizzata col "senno di poi" è quella di uno "spot", indipendentemente dal colore politico rappresentato, per far intendere che la presenza dello Stato era scesa in campo a commemorare le vittime insieme alle popolazioni sinistrate. Ma l'Italia della Prima Repubblica era caratterizzata dalle ideologie, dalle tante "parole", dal "politichese". Era un Paese che si basava sull'auto elogio ideologico o sullo screditamento di altri, ma mancava in realtà dei fatti veri e propri, di interventi mirati a risolvere un problema in modo concreto.
Fu sempre più netta la sensazione che il tempo avesse permesso al "sistema" di cancellare le brutte ferite che aveva causato lasciando, quali elementi di analisi e discussione, solo presente e futuro ma mai il passato.a

L'interesse economico prevale ancora: non si impara la lezione
Nell'arco degli anni che vanno dal 1970 al 1985 cambiò la prospettiva mondiale. Il processo di internazionalizzazione fu rapidissimo, avanzò in termini esponenziali e modificò tutti i termini dei rapporti economico-politici. In questo periodo finì il comunismo, perchè non potè più far fronte a questo processo travolgente che in qualche modo l'economia capitalistica aveva messo in moto. Le elezioni straordinarie del '79, e quelle anticipate dell'83, videro il declino dei consensi per il PCI, che scese al 30% dei voti, della DC, ed anche del PSI, nonostante il dinamismo di Craxi. Questa situazione portò alla necessità di ritornare ad una coalizione di governo di "centro-sinistra", il cosiddetto Pentapartito, formato da DC, PSI, PRI PSDI e Partito Liberale, governato prima da Giovanni Spadolini e poi da Bettino Craxi. La perdita della Presidenza del Consiglio, da parte della DC innestò un processo di rinnovamento interno al partito. Anche il PCI si trovò di fronte alla necessità di una revisione ideologica, e di elaborare una nuova piattaforma politica.
"Quasi tutti i partiti italiani hanno cercato, in modo forse affrettato e spesso con poca fortuna nuove denominazioni e connotazioni politiche, rivedute e corrette nelle intenzioni, ma solo marginalmente rispondenti alle esigenze della società e dell'elettorato italiani che ormai trovavano scarse ragioni per legittimare la vecchia classe dirigente. E c'e da aggiungere che questo fenomeno coincide con la crescente affermazione di un potere che è sempre esistito, ma mai come in quel periodo[...]la forza condizionante della politica: il potere economico.
Crisi dell'ideologia e profondo senso di sfiducia nell'elettore (e qui mi riferisco all'elettorato di massa, all'elettore che ha sempre immaginato la politica come il risultato di litigiosi confronti fra numi tutelari e non, chiamati a decidere del suo destino, in una sorta di Olimpo simile a quello della mitologia greca). Era ormai inutile proclamarsi modernisti e riformisti". La peculiarità degli anni '80 fu certamente lo smisurato dilagare della corruzione in seno alla classe politica. Un evento principalmente individuò questo fenomeno: lo scandalo della Loggia P2, una branca della massoneria inserita nel mondo politico, nella burocrazia e nei vertici militari, che fu accusata di perseguire scopi di lucro e di carriera per i suoi associati, oltre al ben più grave scopo di ristrutturare autoritariamente lo Stato italiano. La Loggia P2 venne sciolta ufficialmente nell'81 da parte del governo Spadolini, ma nella mentalità comune restò l'idea di una connessione tra alcuni settori della classe politica, il mondo degli eversivi di destra e la malavita.
Gli anni '80 a detta di Marco Paolini furono quelli in cui «la stagione della memoria vive forse il tempo più brutto. L'Italia degli anni '80, tutta proiettata in avanti verso il sogno di entrare nell'olimpo dei paesi più potenti del mondo, non ha più tempo di guardarsi alle spalle. Insieme alla stagione della politica nelle scuole e nelle strade e a quella successiva del terrorismo seppellisce in fretta anche la stagione del suo passato contadino, ma anche di quello industriale».
La "lezione" del Vajont non fu quindi presa in considerazione, o quanto meno non lo fu in modo concreto. Il giudice Mario Fabbri diede la sua interpretazione della lezione del Vajont in un'intervista pubblicata su "Il Gazzettino" già nel 1973 ove sostenne che "[...]problemi che il Vajont ha prospettato, ad ogni livello: scientifico, giuridico, tecnico, economico e politico.[...]I problemi del dopo?[...]gli stessi che si sono riproposti con il verificarsi di successive catastrofi.[...]I problemi erano, rimasero, rimangono gli stessi ancora oggi. E si possono riassumere in due classi: prevenzione, per quanto possibile, delle catastrofi; quando queste siano ineluttabili, attenuazione del danno e del disagio delle popolazioni colpite.[...]Direi che è stata compresa da tutti (la lezione), responsabili della cosa pubblica e semplici cittadini. Ma resta ancora molto da fare e troppe cose sono affidate ad una infondata speranza che altri fatti simili non tornino a verificarsi".
Purtroppo lo Stato ed i meccanismi che lo regolavano, non erano mutati di molto dopo l'esperienza Vajont, resero vana la "lezione" e le speranze che altre tragedie simili fossero evitate. Il legame tra potere politico ed interesse economico, la mancanza di adeguata sicurezza in nome del maggiore profitto, la scarsa importanza ed ascolto dato alla voce dei più deboli colpirono ancora, e non lontano, in termini geografici, dal Vajont.
Una "storia" simile si verificò nella Val di Stava, a poche centinaia di chilometri dalla diga che aveva causato la catastrofe del 1963. Il 19 luglio 1985, nella Val di Stava, in Trentino, crollarono le colline costituite dalle discariche della miniera di Prestavel facendo franare 180.000 metri cubi di fango e acqua che travolsero ed uccisero 268 persone.
Basti leggere questo passo della prefazione a "Fondazione Stava 1985" con le parole scritte dal suo presidente Graziano Lucchi:

«Il crollo delle discariche di miniera di Prestavel, avvenuto il 19 luglio 1985 in Val di Stava (Trentino), costituisce per dimensioni e numero di vittime la più grave catastrofe al mondo dovuta al collasso di rilevati arginali a servizio di miniere e rimane a tutt'oggi una delle più gravi catastrofi industriali mai verificatesi al mondo, seconda in Italia solo alla tragedia del Vajont del 1963. Una catastrofe che, stando a quanto evidenziato nelle sentenze del procedimento penale che si concluse con la condanna di dieci imputati riconosciuti colpevoli dei reati di disastro colposo e omicidio colposo plurimo, era facilmente prevedibile e sarebbe potuta essere evitata se solo i responsabili della miniera e i preposti ai controlli avessero agito con la dovuta prudenza e con l'uso dell'ordinaria perizia e diligenza, basandosi sulle conoscenze tecniche e sulla letteratura scientifica disponibili all'epoca. Nella vicenda di Stava – nota infatti il Giudice Istruttore nella sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio – si può ravvisare quella prevedibilità del crollo che sarebbe dovuta essere chiara se l'incultura degli operatori non avesse interagito con l'imperizia, la negligenza, l'imprudenza, la superficialità, l'ignoranza, l'assenza di consapevolezza, il mancato rispetto delle norme, le omissioni nei controlli.»
In un sito Internet dedicato alla Val di Fiemme, valle della tragedia di Stava si legge:
"[...]i direttori della miniera e alcuni responsabili delle società che intervennero nelle scelte circa la costruzione e la crescita del bacino superiore dal 1969 al 1985, - dei responsabili del Distretto minerario della Provincia Autonoma di Trento che omisero del tutto i controlli sulle discariche. Vennero inoltre condannate al risarcimento dei danni in veste di responsabili civili per la colpa dei loro dipendenti, - le società che nello stesso periodo ebbero in concessione la miniera di Prestavel o intervennero nelle scelte relative alle discariche: Montedison Spa, Industria marmi e graniti Imeg Spa per conto della Fluormine Spa, Snam Spa per conto della Solmine Spa, Prealpi Mineraria Spa, - la Provincia Autonoma di Trento. Al di là delle azioni ed omissioni penalmente rilevanti, concorsero al disastro di Stava una serie di comportamenti che vanno oltre la sfera giuridica e si caratterizzano principalmente nell'aver anteposto alla sicurezza dei terzi la redditività economica degli impianti sia da parte delle società concessionarie che degli Enti pubblici istituzionalmente preposti alla tutela del territorio e della sicurezza delle popolazioni".
Il problema della Valle di Stava dimostrò come la "lezione" del Vajont non fosse stata appresa: l'argomento tornò di prima rilevanza intorno agli inizi degli anni '90 quando si affacciarono ipotesi circa il riutilizzo del bacino del Vajont.
L'E.N.E.L., proprietaria dell'impianto, prospettò l'idea di un riutilizzo del bacino residuo del Vajont garantendo con certezza scientifica e tecnologica la totale sicurezza dell'impianto e l'assoluta non pericolosità dell'uso delle acque rimaste nel serbatoio.
L'opposizione dei comuni sinistrati fu netta e l'argomento momentaneamente fu abbandonato, ma l'ombra del rinnovato profitto economico stava già bussando alla porta del Vajont, infischiandosene della memoria che aveva dimenticato.
Lo Stato, sollecitato nuovamente all'analisi della situazione del Vajont, sebbene per questa via indiretta, non spinse il suo interessamento ad una valutazione approfondita delle motivazioni di netto rifiuto dei comuni sinistrati. L'analisi si limitò al calcolo della potenza energetica generata, alle competenze di autorità in questione ed al limite morale imposto dalla popolazione residente. Nessun accenno al passato, agli errori commessi.

L'arrivo della Seconda Repubblica e le "coincidenze" derivatene
La fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 comportarono una serie di eventi che cambiarono in modo massiccio il contesto storico-politico internazionale e si rifletterono anche all'interno di quel "sistema politico italiano" che aveva retto il Paese fino ad allora in modo indisturbato.
"[...]due fenomeni ben precisi che si sono verificati tra la metà degli anni Ottanta e la metà dei Novanta. È in questo periodo che la società italiana e conseguentemente la politica italiana hanno vissuto un difficile periodo di transizione tra la fine di un ciclo e uno nuovo, di incerte basi, che stenta ad avviarsi. Di solito si definisce 'transizione' un periodo di vuoto politico, di incertezza, di smarrimento. Questo fenomeno, secondo il mio parere, ha avuto origine in quella che definirei 'crisi dell' ideologia in senso storico'. Da tempo molti italiani non erano più disposti ad orientare il loro consenso verso quei partiti, particolarmente i due maggiori, che, pur su posizioni opposte, a quel tipo di ideologie si ispiravano. E mi riferisco ad una crisi senza distinzioni fra ideologie di destra o di sinistra. Questo anche in parte dovuto al mutamento sostanziale della società, al progresso e alla tecnologia in continua evoluzione".
Nel 1985 il nuovo Presidente U.R.S.S., Michael Gorbaciov, diede vita alla "perestroika": un programma di ristrutturazione politica, economica e sociale che smantellò ciò che aveva impiegato almeno tre quarti di secolo per essere eretto, e cioè il totalitarismo del sistema marxista–leninista-stalinista dell'Unione Sovietica, attraverso un allargamento del potere e delle responsabilità alle repubbliche che la formavano. Una delle due principali potenze mondiali, nonchè il maggior esponente del comunismo nel mondo, vide cambiare proprio quel sistema di cui era stato fino ad allora la bandiera ed inevitabilmente diede inizio al crollo dei regimi comunisti europei che su di esso si basavano.
Nel 1989, sull'onda della perestroika e dei cambiamenti, cadde il muro di Berlino ed insieme ad esso il sistema italiano perse la sua principale fonte di legittimazione interna ed internazionale alla lotta contro il comunismo.
"Dopo il crollo del muro, seguendo l'esempio del Partito Comunista Ungherese, che decise da allora di chiamarsi Partito Socialista, il PCI scompare, o meglio gli viene data una nuova connotazione: PDS. Per restare in tema, l'altro grande partito italiano, la Democrazia Cristiana con la sua strategia attendista, risultata poi inutile e dannosa, vede frantumarsi il solido piedistallo sul quale si era retta durante quaranta e più anni di potere, e grazie al quale aveva a stento tenuto sotto controllo le varie correnti ad essa interne.
Sono proprio le correnti democristiane di un tempo che ne determineranno la frantumazione, dando vita a nuove formazioni autonome". Negli anni Novanta apparì un nuovo termine, quello di "globalizzazione". Le vecchie categorie di destra e di sinistra, progressista e regressista, furono rimesse in discussione.
"Globalizzazione" sembrò equivalere ad "americanizzazione", e corrispondere alle linee ideologiche - di stampo "liberista" - che punta al mercato quale unico spazio possibile delle forze sociali. "Le elezioni politiche del '92 vedono un crollo della Dc e dell'area post-comunista (Pds+Rc) [...]. Gli equilibri politici vengono sconvolti dall'esplodere di Tangentopoli, inchiesta che pone in evidenza un diffuso meccanismo di corruzione. Numerosi esponenti politici vengono raggiunti da avvisi di garanzia e tra questi vi sono diversi socialisti vicini a Bettino Craxi, il leader del Psi 'candidato' alla presidenza del Consiglio. Nel frattempo il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga rassegna le dimissioni (25 aprile 1992), rendendo ancora più profonda la crisi istituzionale."
Ecco che un altro grande evento destabilizza ulteriormente il sistema politico italiano: la politica, la finanza ed il mondo dell'imprenditoria furono infatti sconvolte da "Tangentopoli" e da "Mani Pulite", operazione giuridica di pulizia politica-economica che nel giro di 25 mesi fece sperimentare il carcere a migliaia di personaggi, inviò altrettante migliaia di avvisi di garanzia provocando anche 10 suicidi di personaggi eccellenti e coinvolgendo centinaia di uomini politici.
Questi avvenimenti segnarono l'inizio di una nuova fase della vita del nostro Paese: tutto ciò che per 40 anni si era verificato regolarmente all'interno di un sistema che teneva gli occhi ben chiusi, ora venne perseguito, provato e soprattutto punito, gettando nuove speranze per il futuro con l'arrivo della "Seconda Repubblica".
Molti personaggi politici che erano stati al potere per anni scomparvero dalla scena e la nuova classe politica, subentrata a quella "corrotta", ebbe da subito una importante missione da svolgere: dimostrare la fine degli ideologismi e l'inizio di una politica basata su interventi concreti. Non ci si batteva più "contro qualcuno", ma "per qualcosa".
"Nella generale corsa al rinnovamento e nell'ansiosa ricerca di una "identità" che fosse, più che legittima, accettabile, la parola d'ordine era: compromesso. In altre parole, non aveva più tanto senso schierarsi a destra o a sinistra o rimanere su posizioni centriste che ormai male e poco pagavano. Occorreva schierarsi dalla parte... dell'elettore, della gente, con programmi precisi e adeguati".
La "caduta" del vecchio sistema, la sua "pulizia" e conseguente rinnovamento consentì al passato politico-istituzionale di essere finalmente analizzato in chiave critica. La nuova classe politica dirigente, che non aveva fatto parte del precedente sistema, si sentì libera di ripensare al passato affrontandolo con una "coscienza pulita". Addirittura gli errori precedentemente commessi "da altri", furono "funzionali" in termini di paragone cui confrontarsi per prender le distanze dal passato in nome di un futuro "migliore".

In tema Vajont ecco che, oramai liberi da collegamenti diretti con quel sistema ricco di "disfunzioni" e "corruzione", tutto può tornare allo scoperto perchè non porta più ad accuse dirette e presenti. Questa potrebbe essere la funzionalità della "cartina di tornasole" del caso Vajont: un perfetto esempio di come le cose non andavano prima e come il miglioramento portato dalla Seconda Repubblica cercava di cambiare il tutto in meglio.
Probabilmente una serie di coincidenze fece sì che nel 1993, proprio in concomitanza del processo di "mani pulite", dopo anni di oblio si ripubblicò per una seconda edizione il libro di Tina Merlin, che aveva denunciato una "tangentopoli" primordiale, e che per anni aveva faticato a trovare un primo editore fino alla prima edizione del 1983.
In un passo della prefazione all'edizione del 1993 del libro della Merlin, Pansa scrive: "Ecco, 'Sulla pelle vivà è proprio questo: un libro sul potere come arbitrio e sui mostri che può generare. In fondo è la storia di Tangentopoli, no? L'arroganza di troppi poteri forti. L'assenza di controlli. La ricerca del profitto a tutti i costi. La complicità di tanti organi dello Stato. I silenzi della stampa. L'umiliazione dei semplici. La ricerca vana di una giustizia. Il crollo della fiducia in una repubblica dei giusti[...]sta in questo la modernità bruciante del suo libro".
Sempre nei primi anni '90 l'attore Marco Paolini presentò in giro per l'Italia il suo spettacolo di analisi e denuncia dei retroscena della vicenda del Vajont. Dopo i successi ottenuti, lo stesso spettacolo fu proposto in una diretta proprio su una rete Rai nel 1997, in un momento in cui l'Italia era governata da un governo di centro sinistra in crisi, con a capo Romano Prodi, che sarebbe caduto proprio quel 9 ottobre 1997.

[Cap. 4]

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