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Vent'anni fa... una tragedia

Comune di Erto e Casso
Biblioteca Civica di Erto e Casso
Scuola Elementare di Erto e Casso

Con il contributo della Provincia di Pordenone, 9 ottobre 2004


La notte del 9 ottobre 1963 ha segnato una svolta drammatica e indelebile nella nostra storia. Per questo ci è sembrato importante - in occasione delle iniziative commemorative per il 41° anniversario della catastrofe del Vajont - riproporre questa piccola raccolta di testimonianze. Sono infatti passati oltre vent'anni dalla prima stesura di questo lavoro, svolto dai bambini della scuola elementare di Erto sotto la guida delle loro insegnanti e molte cose sono cambiate, ma è ancora viva la memoria. I bambini di allora sono diventati adulti, ed alcune delle persone intervistate ci hanno lasciato.
Consegnamo i nostri ricordi quale pegno morale e civile per le future generazioni affinchè simili fatti non si ripetano.

Erto e Casso, 9 ottobre 2004

L'Assessore alla Cultura del Comune di Erto e Casso
Cristina Ester De Filippo

(Dal Giornalino Scolastico)

In occasione del 20° anniversario del disastro del Vajont, la Biblioteca Civica di Erto e Casso ha organizzato una mostra fotografica al fine di presentare momenti precedenti, contemporanei o seguenti alla tragedia.

Noi della scuola elementare abbiamo aderito a tale iniziativa preparando una serie di testimonianze, ricavate da un precedente giornalino scolastico «Nèrt e Sgiàs daspù la onda - Anno scolastico 1981-1982» ed arricchito con immagini significative.

Con questo nostro lavoro abbiamo voluto essere presenti sì alla ricorrenza del 20° anniversario, tuttavia il nostro maggiore intento è quello di far conoscere la tragicità di quei momenti anche a coloro che non vissero personalmente quella terribile esperienza.

Si ringraziano quanti hanno contribuito alla stesura della presente pubblicazione.

Erto e Casso, 9 ottobre 1983


La signora Maria Filippin (Maucàn) risparmiata per miracolo dall'ondata ... :

"La mia abitazione era situata nella parte bassa della frazione di San Martino e fu portata via dalla tremenda ondata del 9 ottobre 1963. Quella notte mi trovavo già a letto insieme a mia figlia Italia. Al piano sottostante dormivano mia nuora Teresa con il figlio Franco.

Mi destò improvvisamente un grande rumore, molto simile ad uno scatenarsi di un violento temporale. Minimamente pensavo che si trattasse della frana del monte Toc. Mi alzai, chiusi le persiane e poi chiamai mia nuora che si preoccupò di andare dalla sorella che abitava nella casa vicina. Nel frattempo io uscivo di casa ed ancora in camicia da notte m'incamminai in direzione della strada, pensando di essere seguita dai miei cari. Fuori il rumore pareva moltiplicarsi, il rumore ed il buio m' impedivano di vedere quanto succedeva.

Improvvisamente mi trovai scaraventata in alto fra le macerie, il fango e l'acqua; ero mal ridotta e sbigottita ma per nulla pensavo a me stessa, alle mie condizioni e mi pareva strano quel temporale.

Sentivo l'acqua ancora gorgogliare mentre si ritirava. Poi visto che la furia dell' acqua mi aveva risparmiata, mi alzai e tutta grondante di fango e acqua e tremante dal freddo, mi avviai con l'intenzione di raggiungere le prime case della borgata che l'acqua non aveva raggiunto, in cerca di aiuto e mi feci strada fra il groviglio di travi, pali della luce e sassi.

Le persone alle quali comparii in quello stato, mi guardarono senza parlare, forse per paura, come si trattasse di un fantasma. Poi finalmente mi fu prestato soccorso e trascorsi l'intera notte chiedendo continuamente dei miei cari e della mia casa, ma tutti cercavano di nascondermi la tremenda verità che solo alle prime luci dell'alba potei conoscere: avevo perso tutto. Ero disperata e fu con questo stato d'animo che raggiunsi il luogo dove sorgeva la mia casa e lì vidi mio figlio che inginocchiato tra il fango e le macerie piangeva disperatamente e invocava il nome dei suoi cari. Poi io fui portata all' ospedale di Maniago dove rimasi per venti giorni perché il mio corpo era ricoperto di ecchimosi."


Ed alcune persone del paese, intervistate dagli alunni di IV

Il nonno di Raffaele De Damiani:

"La notte del 9 ottobre 1963 mi svegliarono le voci concitate di molta gente. Una in particolare mi colpì: "L'acqua e i sassi sono arrivati fino a casa mia!!" Era la voce di Maria Melóna. Allora qualcosa era successo.
Mi vestii in fretta e corsi in strada. Incontrai subito il brigadiere dei carabinieri e diversi compaesani. Ci incamminammo verso la diga per vedere cosa era successo. Al bivio incontrammo due operai dell'Enel. Ci dissero che non si poteva passare perché era pericoloso. Avevano sentito un grande rumore ma non si erano accorti di niente. Dopo un centinaio di metri, appena passato la frana del 'Giavàt', la strada era ingombrata di materiale. Con la luce della pila ci accorgemmo che erano sassi, tavole, materassi, tutti resti di case. Ma il nostro stupore fu quando si giunse a fatica alle prime case di Patata: non c'erano più. Proprio spazzate via completamente. Pensai subito alla famiglia di Rachele che abitava molto più in basso.
In alto si udirono voci di aiuto.
Il brigadiere con altri continuarono per la frazione di Casso. Io e Patrizio, il fornaio, salimmo verso dove provenivano i richiami. Faticammo a salire fra tante macerie. Alla luce della lampada ci accorgemmo che dove erano case, strade, alberi, era un groviglio di materiale sassoso e fanghiglie. Incontrammo una casa in piedi. Era quella più in alto della frazione. I suoi abitanti erano fuggiti: erano quelli che dall'alto ora invocavano aiuto. Riconoscemmo la voce di Vittoria e suo marito e di Bepi 'Ciàna'. Li invitammo a scendere e ci raccontarono di avere udito un grande boato, una specie di terremoto e sassi ed acqua giungere in casa. Erano gli ultimi spruzzi della grande ondata che, senza più forza avevano risparmiato quella casa ed altre vittime. Li consigliammo di rimanere in casa, al caldo e di attendere l'alba per scendere in paese.
Noi due ritornammo in basso: volevo cercare i resti dell'abitazione dei parenti di Rachele, ma era impossibile individuare il posto dove sorgevano le case, con la sola luce della lampada. Così decidemmo di tornare in paese e di attendere l'alba."

Il nonno di Bernardino De Lorenzi

"La gente quella notte sentì vento, acqua e pietre scaraventati sui tetti e contro le finestre delle case. Più di una casa fu distrutta e la povera gente che si trovava dentro, fu sepolta dalle macerie. Anche le scuole furono danneggiate. La gente di Casso trascorse la notte in preda alla paura e al buio completo perché mancava la corrente elettrica. Al mattino, dopo aver preso con sé poche cose, i superstiti abbandonarono il paese e furono trasportati con l'elicottero nei paesi vicini perché c'era pericolo."

La mamma di Maria Grazia

"La notte del 9 ottobre '63 si presentava come tutte le altre notti e, finite le faccende, mi preparai per andare a letto. Mio marito, al ritorno a casa, mi svegliò e m'invitò ad uscire in cortile perché ascoltassi. Sentimmo un gran vento e un gran rumore, come quando si preannuncia un temporale ma la notte era serena. Poco dopo, udimmo le grida dei compaesani che, spaventati e seminudi erano fuggiti dal paese. Misi a letto i piccini che alcuni portavano in braccio e poi preparai qualcosa di caldo ai grandi e li invitai a raccontarmi quanto era accaduto. Alcuni dicevano di avere sentito schizzi di acqua dappertutto, altri di aver sentito tremare le case. Quando finalmente arrivò l'alba potemmo vedere la frana caduta, le case scomparse e si seppe che tante persone erano morte, strappate al sonno, dalla grande ondata che si era abbattuta sulla frazione di Pineda, le Spesse e San Martino. La disperazione nel vedere la grande tragedia s'impadronì di tutti."

La nonna di Corona Serena

"Le case tremavano, sbattevano le finestre, si sentiva vento e l'acqua che sbatteva di qua e di là e un grande boato: era la frana del monte Toc che cadeva nel lago. Avevamo paura perché era buio e non potevamo vedere niente di quanto succedeva e si sentivano grida di aiuto e gente disperata che correva di qua e di là... Questo è quanto mi raccontarono mia sorella con la famiglia ed altri paesani che quella notte si rifugiarono a casa mia in Valcassana. "

Lo zio di Bonifacio Martinelli

"Quella notte, alle 22,40 crollò la frana del monte Toc provocando la fuoriuscita dell'acqua del lago che era molto alto. Furono distrutte le borgate di Pineda, le Spesse, San Martino ed anche molti paesi del versante Veneto. Questi sono i tristi ricordi di quella grande tragedia."

La nonna di Morena Carrara

"Quella notte tutti erano presi dalla paura e gridavano aiuto. Mia nonna si trovava in Pineda e la sua casa si è salvata per miracolo perché l'acqua è passata più lontano. Al mattino dovette salire sull'elicottero per raggiungere il paese perché la strada era interrotta. Dall'alto vedeva il lago torbido, travi, tronchi che galleggiavano sull'acqua e gente che cercava disperatamente i suoi cari."

La vicina di casa di Antonella Pezzin

"Era il mese di ottobre dell'anno 1963 e il paese di Erto era bellissimo con il grande lago. Io abitavo in Pineda. Ad un tratto ecco che il Monte Toc franò e l'acqua distrusse tutto. Era una notte serena e la gente stanca della giornata perché era la stagione dei raccolti, si ritirò in casa presto perché cominciava a far freddo. Quella notte dapprima arrivò un grande boato che sembrava vento. Fu una notte terribile e qua e là si accesero fuochi perché c'erano feriti. Così passò la notte e quando venne il mattino, col chiaro si poté vedere quanto era accaduto. Furono momenti di grande disperazione. Il lago era pieno di travi, tronchi e ovunque sassi e fango. Non c'era più traccia delle case. Nella mattinata giunsero i primi soccorsi. I soldati trasportarono con le poche barche i superstiti delle borgate oltre il lago, poi con gli elicotteri tutta la gente fu portata negli alberghi e nelle colonie dei paesi vicini. C'era grande disperazione nell'animo della gente e anche se sono passati 19 anni da quella notte, è rimasta ancora la paura di quel lontano 9 ottobre 1963."

(Classe terza)

Franca de Segàt

"Ero al bar con Iàcon che aspettava che chiudessi. Nel frattempo arrivò Tomè con mio fratello Cìce, bevvero qualcosa e parlavamo che la montagna franava lentamente e non c'era pericolo, solito discorso dei dirigenti. Cìce andò a letto e Tomè in Prada a cenare perché doveva tornare al lavoro. Io scopai e pulii il bar poi come al solito chiusi la porta e controllai se la luce esterna era spenta, sentii un gran vento, come se fosse in arrivo un temporale. Chiudendo la porta posteriore, vidi i rami di un albero di prugne che si piegava fino a terra. Guardai verso l'alto ma il cielo era sereno. Mentre chiamavo Iàcon, sentii un gran boato, sassi che rotolavano e gocce d'acqua bagnarmi il viso.

Dissi a Iàcon: " caduto il Toc, và a prendere la moto e andiamo a vedere di mio padre." Intanto si alzò anche Cìce, svegliò mia madre. Cìce e Iàcon si avviarono in macchina per accertarsi e vedere ciò che era successo. Quando furono a San Martino non poterono più continuare perché la strada era interrotta, c'erano alberi, e fili di corrente elettrica, e fango. Quando tornarono, Iàcon andò da sua sorella Maria e io, mia mamma e Cìce ci avviammo a piedi per raggiungere la località Cèva. Quando fummo a San Martino incontrammo il dottor Gallo e Iacomìn de Milào e ci sconsigliarono di proseguire e di ritornare indietro. Sentivamo urla di una persona ferita: seppi dopo che si trattava di Maucàn. In paese la gente era tutta fuori, andai da Giòta con altre persone e bevemmo una china. Poi ci avviammo verso i prati più in alto con Pierina e Iacomìn de Milào, e loro chiamavano Ferruccia e Bepi. Al mattino, Iacomin mi disse che avevano guardato Marzàna e la casa di mio padre era ancora in piedi, ma si era confuso, perché non si vedeva ancora bene. Quando venne chiaro e guardammo, tutto era cambiato: non c'erano più né prati né case, capii che anche mio padre era stato travolto dall'onda. A galla, nel lago si vedevano tanti tipi di oggetti: legni, bambole, materassi...

Per due o tre giorni restammo nel paese poi dormimmo nei Forscès da Maréndi. Venivo a Erto per prendere i viveri; dopo alcuni giorni ci portarono a Cimolais. Alberghi e colonie erano pieni, così andai in una casa con una sola camera e una cucina. L'Enel ci offrì un appartamento a Conegliano. Cìce e la sua famiglia accettarono, io mi trasferii a Claut al Miramonti. Quando venivo a Erto, dovevo partire molto presto, verso le tre, le quattro del mattino o andare per i boschi perché non si poteva passare. Verso Natale andammo anche noi a Conegliano fino in marzo che tornammo a Claut, in una casa e poi ancora un anno a Cimolais. Tornai a Erto nel 1967, non era aperto nessun bar e nessun negozio, mancava la luce ma noi eravamo molto contenti perché finalmente eravamo tornati nel nostro paese."

(Classe terza)

Racconto di Cesarina De Filippo

"Alla sera del 9 ottobre 1963, verso le dieci e trenta, il mio paese fu sconvolto da una grave sciagura. Una grossa frana del monte Toc precipitò nel lago che in quel periodo era pieno. Già da molto tempo a Erto succedevano strane cose che avrebbero dovuto essere un segnale di avvertimento per i tecnici della diga.

Si sentivano delle specie di terremoti, ci furono degli abbassamenti del suolo ed in molte zone anche delle crepe. Quella sera la gente era quasi tutta a casa molti erano a letto perché allora la televisione non c'era. Ad un certo punto si udì un boato spaventoso e tutti uscirono di casa per vedere cosa fosse successo. Non tutti capirono perché era buio, si sentivano dei forti rumori dell'acqua, c'era vento provocato dallo spostamento dell'aria, si sentivano grida di gente che invocava aiuto, chiamava il Signore e la Madonna.

Tutti compresero che doveva essere successo qualcosa di grave nel lago ed istintivamente tutta la gente cercò di mettersi in salvo fuggendo verso le zone più alte del paese. Al buio cercarono poche cose per coprirsi, svegliarono i bambini, trascinarono e portarono via i vecchi. La notte passò e quando alla prima luce del giorno si poterono distinguere le cose, si presentò uno spettacolo che nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere. Le frazioni di Prada, Marzàna, Pineda, Spesse e San Martino non esistevano più, non c'erano più case, né prati né strade, c'era soltanto fango. Il lago aveva un colore caffelatte e vi galleggiavano legni, porte e molti tipi di oggetti. Si sentivano volare gli elicotteri che venivano a portare i soccorsi e a controllare la situazione perché le strade a lunghi tratti mancavano.

La gente che aveva parenti nelle frazioni cominciò a disperarsi. La nonna di mia mamma (cioè la bisnonna) che aveva 30 anni l'avevano portata nei "Forscés". Tutta la notte pensò alle sue figlie che erano in Prada (Svalda e Tina), la persuasero che sarebbero arrivate la mattina seguente. Quando il giorno dopo poté vedere Prada, capì subito cos'era successo a loro.
Cominciarono ad arrivare i primi soccorritori: vigili del fuoco, militari, arrivavano con elicotteri e cercavano di aiutare subito i feriti e gli ammalati. Tutta l'altra gente fu portata via, anche contro la loro volontà, perché avrebbero desiderato rimanere nel loro paese, coi camion dei militari, non appena ebbero sistemato la strada di San Martino che era la meno danneggiata."

Franca de Benéto racconta

"Ricordo che quella sera venne il camion del fruttivendolo e ci disse: "Scappate, perché sulla strada ci sono tante crepe." Mangiammo e poi andammo a letto; verso le 22.30 sentii un gran vento, mancò la luce. Presi Gian Pietro e Margherita, feci le scale di corsa e arrivai sulla porta di casa, c'era Nina che mi chiamava. Intanto passarono piangendo Pierino de Naspo e un altro uomo: andavano nella casa dove abitava Naspo. Li trovarono tutti morti, e la casa distrutta. Naspo e il bambino furono trovati in casa. Noi ci avviammo verso il confine per sapere e vedere quello che era successo, sulla strada che porta in Prada l'acqua correva, chi piangeva, chi urlava, chi si lamentava. Dissero che era franato il Toc. Ci riunimmo sul colle di Adamo, nudi, disperati e con qualche ferito.
Accendemmo il fuoco, io portai le coperte e piumini per ripararci dal freddo.
Aggiustammo i bambini che si addormentarono e andammo a vedere degli altri che mancavano. Trovammo Nastasia tutta fracassata ma ancora viva. Io provavo a darle del caffè con un cucchiaino, poco dopo morì. Tonìn de Nani de Fodha era appena arrivato dalla Germania, era da poco uscito da casa mia, ci aveva avvisato del suo arrivo. Lo trovammo morto, nel fienile di Maria de Traìna. Più in là c'era la Patatina, anche lei morta. Li lasciammo dove erano senza toccarli. A Paolo mancava la figlia Giovanna, la sentivamo urlare e lamentarsi e non sapevamo dove fosse. Gli uomini cominciarono a scavare e finalmente la trovarono, ferita ma viva. Tentavamo di vedere al di là del lago ma purtroppo non si poteva vedere nulla, perché era buio. Tutta la notte, da Erto chiamavano per sapere chi c'era di vivo e di morto e così chiedevamo come fosse la situazione in paese. Al mattino fu peggio, mancavano case, non sapevo se i miei si fossero salvati.
Arrivarono degli elicotteri e portarono negli ospedali i feriti. Io con i bambini andai in Prada, guardavo verso Patata, vedevo un uomo che girava attorno alla casa di mio padre: era Nani de Alba, io pensavo ai miei fratelli e mi illudevo che fossero vivi, ma vedevo cosa era rimasto della casa, pensai subito al peggio.

Marùca continuava a ripetermi che si erano salvati. Nel pomeriggio vennero a prenderci con le barche. Mentre ero nel lago con i miei due figli, un soldato dalla barca comunicava per mezzo radio: "Siamo in mezzo al lago in pericolo, con una signora e due figli" e questo mi mise ancora più in agitazione. Nell'acqua galleggiavano tanti oggetti: tronchi d'albero, porte... Arrivammo nel Giavàt, trovai mio marito giunto da Chievolis, aveva lasciato la moto in San Martino e pensava che l'onda avesse travolto anche noi. Chiesi dei miei e seppi che erano tutti morti. Domandai di mia sorella Rachele e delle bambine, mi dissero che si erano salvate. Io non ci credevo perché sapevo che le mie nipoti dormivano spesso in Patata, non mi convinsi finché non le vidi. Poi ci portarono nella colonia di Cimolais, mio marito non volle dormire lì e così ci sistemammo da Santina."

(Classe terza)

Mauro de Melissa (Mauro Corona)

"Ricordo che quella sera avevamo giocato in casa fino a tardi, io e i miei fratelli. Ci si divertiva con dei giocattoli vecchi mentre la nonna parlava con un amico di famiglia. Ogni tanto ci sgridava finché ad un certo punto andammo a letto. Dormivamo tutti in una stanza perché mio padre mancava essendo fuori a caccia da diversi giorni.

All'improvviso sentii la nonna urlare: "Viene giù il Toc!!". Ci fece alzare di corsa mentre un rumore terribile percosse tutta la casa. Non ci rendemmo conto di niente, anzi lì per lì la cosa ci divertì, ma quando vedemmo la nonna piangere portando in braccio il nostro fratello minore, cominciammo a spaventarci. Ci rifugiammo nella casa dello zio Pinòtto. Intanto per le vie di Erto la gente urlava e piangeva formulando ipotesi perché nessuno sapeva in realtà che cosa era successo. Dopo alcune ore, quando qualcuno con grande coraggio riuscì ad andare a veder le zone colpite e tornò con le terribili notizie, allora la gente ammutolì e molti piangevano avendo intuito la gravità della sciagura. Verso le tre abbandonammo la casa dello zio e assieme ad altra gente andammo in una casa di via Forcai e precisamente da Giulio de Davide. Ma dimenticavo un particolare: quando fuggimmo, mia nonna aveva lasciato una nostra zia sordomuta e vecchia dicendo che prima portava in salvo noi. Io tornai con grande paura a riprenderla e piano piano la portai da Pinòtto. Ancor oggi ricordo con piacere questo atto d'affetto. Mentre andavamo da Giulio de Davide vedevo delle donne con bambini piccoli e un gran fascio di coperte che salivano per la ripida strada. Quei bambini oggi sono grandi e sono i miei amici... sono i figli delle Gaie.

Da Giulio ricordo solo un continuo via vai di gente attonita e smarrita mentre per tutto il resto della notte la signora continuò a fare grandi pentole di caffè. Solo verso l'alba ci addormentammo un po', sistemati sotto la tavola con un piumino attorno. Verso le undici arrivò l'ordine di lasciare il paese e mentre scendevamo incontrammo nostro papà che con la moto tornava dalla Val Zémola. Ci disse di avere sentito un forte rumore la sera precedente e immaginando qualcosa era sceso dai monti per vedere.

Giunti a Erto, dei militari ci caricarono su di un camion e ci portarono nella colonia Alpina di Cimolais. Da qui dopo due giorni ci trasferirono nel collegio Don Bosco di Pordenone. Eravamo guardati come fossimo delle bestie rare."

(Classe terza)

Toni de Tina

"La sera del 9 ottobre 1963 alle ore 22.30 io ero nel fienile che dormivo. Arrivò mia madre e mi svegliò all'improvviso e mi disse: "Presto, dobbiamo andare via". Mi prese per una mano e mio fratello sul braccio; mentre uscivamo dalla stalla, arrivò l'acqua che ci ributtò nella stalla. Mia madre riuscì ad aggrapparsi alla mangiatoia delle mucche. Uscita l'acqua scappammo nel cortile: sentimmo le voci di mio zio e di mia zia che ci chiamavano, andammo sul colle di fronte a casa nostra, in Pineda. Poi le famiglie che erano nella frazione si riunirono: chi cercava dei feriti, chi cercava dei morti, c'era una gran disperazione. Fecero il caffè e portarono del liquore per dar coraggio alle persone. Durante la notte si sentivano le grida delle persone che si trovavano in paese che chiedevano come fosse la situazione dalla parte opposta a Erto, si sentivano poi solo dei lamenti fino alla mattina perché non si poteva vedere nulla. Al mattino ci rendemmo conto di ciò che era veramente successo: era una cosa impressionante e una grande catastrofe.

Nel giro di un'ora arrivarono elicotteri che erano fitti come le formiche e salvarono i feriti. Verso le quattordici e trenta ricevettero l'ordine di ritirarsi e di andare via. Arrivarono i militari ed i vigili del fuoco ci fecero salire a bordo del motoscato e attraversammo il lago. Dalla parte opposta c'erano le crocerossine che ci attendevano con tanto amore, ci diedero subito del the e dei biscotti, ci scortarono poi nella colonia di Cimolais.
Per quella notte dormimmo lì e al mattino ci portarono a Claut all'albergo Miramonti. In seguito ci sistemammo in una casa."

Marcello

"Tomè mi ha raccontato che la sera del disastro arrivò in Prada tardi per cenare, siccome lavorava anche quella notte aveva fretta di ripartire. La moglie Clara voleva trattenerlo perciò litigarono un po'. Prese la macchina e partì per il lavoro, percorsi pochi metri entrò in azione la frana del Toc, Rino proseguì la sua strada perché non aveva sentito il rumore. Proseguendo vide l'acqua arrivare, frenò di colpo la macchina, aprì la porta e corse verso casa sua. Arrivato, scapparono nelle case più in alto. Questa storia è vera perché mio papà fu testimone dalla finestra di casa mia. Io penso che quel litigio fu importante in quanto Rino si salvò."

 

"Mia mamma mi ha detto che il giorno dopo il disastro credeva di stabilirsi nella casa più in alto per quell'inverno.

Cate de Tita aveva il pollaio davanti al casone, l'acqua era arrivata fino al pollaio di Cate. Dietro casa mia c'erano tante galline morte, Cate le prese e le portò su da Marùca de Mela che l'aiutò a spennarle. Il giorno dopo vennero i militari e tutti dovettero andare via, rimasero solo pochi a far da mangiare ai militari e ai medici. Nelle case che erano situate più in basso era rimasto solo il pavimento.

Io ho visto i resti di un pavimento di una casa in Prada dove c'è una cappella costruita da mio papà, da Pierùci e da un altro uomo, in ricordo dei morti del Vajont."

Pier Domenico

Maria de Milào racconta

"Mentre ero a letto ho sentito tutta la casa tremare, mi sono alzata e sono uscita in terrazza. Ho visto tutta la gente che correva e parlava che era franato il Toc. Al buio non si poteva vedere nulla. Cominciarono a correre di qua e di là del paese con le pile per vedere ciò che era successo. La mia casa che è un po' distante dal paese era piena di persone di tutte le età e parlavano tra loro. La mattina ci rendemmo conto di quello che era successo. La gente di Erto era disperata nel vedere le loro case distrutte e a molti mancavano anche i familiari. Le località di San Martino, Rùava, Prada, Marthàna, Patata, erano gravemente danneggiate."

Beatrice

"Mia nonna Ménega mi ha raccontato che la sera del nove ottobre franò il monte Toc distruggendo le frazioni di Erto e spazzando via Longarone. Era sera, le giornate si accorciavano e la gente stanca della giornata si era coricata presto, quando mia nonna sentì un forte boato, si spense la luce e la terra tremò: era caduta una frana dal monte Toc. Dove l'onda passò, portò con sé ogni cosa: uomini, donne, bambini, case, bestie, prati...

Fu una grande disperazione, per tutta la notte la gente di Erto chiamava quelli che abitavano in Prada ed in Pineda per sapere se erano vivi o morti. Mancava gente, molti erano feriti e disperati, piangevano dal dolore e dal dispiacere; c'erano delle persone nude, bagnate ed infangate. La notte passò nell'oscurità, però il peggio fu al mattino, quando all'alba videro le case distrutte. Subito cominciarono a girare gli elicotteri trasportando i feriti, i morti ed i rimasti. Più tardi una pattuglia di soldati giunse con i camion e le barche. Da Prada trasportavano la gente a Erto e poi con i camion li portavano nelle colonie dove li curavano. Attraversando il lago vedevano galleggiare nell'acqua stracci, travi, materassi e cadaveri. I soldati con le radio trasmittenti comunicavano ogni pericolo o ostacolo che incontravano.

Era una vera e propria disperazione per la gente rimasta nel vedere il loro paese tutto sottosopra e pieno di morti e dispersi causati dalla terribile ondata."

Piero

Giuseppina Morossi - Cimolais

"Di Daniél Isidoro di Cimolais quella sera passò per Erto verso le 21.45 e non notò nulla che avesse potuto presagire la grande sciagura. Arrivato a Cimolais, mentre stava cenando, vide la luce elettrica di casa spegnersi e accendersi, pensava che ciò fosse dovuto ad un guasto nella centrale di Claut.

Verso l'una del mattino alcune persone di San Martino e di Erto arrivarono a piedi a Cimolais per avvertire il sindaco che abitava nel nostro paese di quanto era accaduto. Il sindaco De Damiani Giovanni per potersi recare urgentemente a Erto aveva bisogno della macchina ma non avendo benzina chiamò il benzinaio Emilio Morossi. Partì anche Isidoro che abitava nello stesso caseggiato e arrivò fino a San Martino, da dove, a piedi, assieme ad altre persone giunse al di là dell'abitato di Casso e vide che Longarone non esisteva più. Verso le quattro del mattino a Cimolais arrivò una colonna di camion di militari, medici ed infermieri, i quali raccontarono alle persone di Cimolais (a quelli che andavano a mungere le mucche) che si recavano a Erto per portare soccorso alla popolazione.
Verso le otto arrivarono altri camion militari carichi di sacchi di pane e pacchi inviati dalla P.O.A. di Udine.
Quando Isidoro ritornò, spiegò ciò che era successo e quello che aveva visto. Intanto molte persone di Claut e di Cimolais partirono per i paesi danneggiati. Sempre in mattinata arrivò da Pordenone il direttore della colonia di San Salvatore di Cimolais per predisporre i locali che avrebbero ospitato la gente di Erto e Casso. La colonia era attrezzata con cucine e camere. Nello stesso giorno le persone di Erto che abitavano vicino alla frana furono trasportate a Cimolais con gli elicotteri militari, con le loro bestie che furono messe nelle stalle di Cimolais. Nei giorni successivi gran parte della gente trovò alloggio nelle varie case private di Cimolais e di Claut. Per provvedere all'assistenza e all'organizzazione degli sfollati (erano disperati e spaesati) la Prefettura di Udine istituì una sede staccata degli uffici a Cimolais."

(Classe terza)

"Mia mamma mi ha raccontato che la sera del 9 ottobre era in Prada, erano appena andati a dormire, quando sentirono un gran rumore. Si alzarono, c'era acqua dappertutto, allora hanno preso i bambini e sono andati al riparo nelle case situate in una zona più in alto. Qui trascorsero la notte. La mattina del giorno seguente arrivarono i soccorsi e i militari che sfollarono la gente rimasta. Mia mamma andò nella colonia a Cimolais, si fermò per due giorni, poi con i bambini piccoli non poteva rimanere lì e si trasferì in una casa a Claut. Qui le persone furono molto gentili e ospitali.
C'erano tanti ertani che vivevano con il sussidio, si comperavano da mangiare. A Erto dovevano venire a piedi. Abitando nei nuovi paesi si sentivano umiliati e a disagio.
L'anno seguente, in luglio, ritornarono al paese con le mucche. C'era poca gente, mancava la luce, l'acqua e i servizi pubblici. La casa era come l'avevamo lasciata in quell'indimenticabile notte. Per fare la spesa dovevamo andare a Cimolais."

Pier Domenico

Anna Filippin racconta

"La sera del 9 ottobre 1963 mi trovavo in Pineda, aspettavo di andare a Longarone al cinema con mio fratello Adamo, ma mi disse che la strada era calata e non si poteva passare neppure con la Vespa. Intanto arrivò Clara con Tomè a dire a mio fratello che montasse la guardia alle ore 22.00 sul Toc e che vietasse il passaggio a chiunque. Clara mi chiese se non avessi paura a rimanere lì, io risposi di no. Un po' prima delle ventidue e trenta ero fuori con Tina e sentivo i sassi rotolare nel lago, poi andammo a dormire. Adamo non andò al lavoro perché aveva rimandato il suo turno di un'ora. Verso le 22.30 sentii mia madre che urlava: "Siamo tutti morti!!". Mio fratello disse che era diventata matta del tutto.

Io e Adamo uscimmo e vedemmo tutto bianco e sentimmo gocce di pioggia bagnarci. Pensai ad un temporale però il cielo era sereno. Vidi un gran bagliore ad Erto, sentii delle urla e poi più nulla. Ci trovammo tutti sul colle di Adamo, e arrivarono anche alcune persone ferite e quasi nude. Tina de Nastasìa ci chiamò perché le mancavano le figlie, e Adamo ed altri partirono per andare a cercarle. Nives la trovarono in mezzo ad un campo e Giovanna sotto delle travi, tutte e due salve. Noi accendemmo il fuoco, andammo a fare il caffè nelle case più asciutte. Io presi calze e vestiti e li indossai alle persone che avevano bisogno. A casa provai ad accendere la luce ma non c'era, così dovetti fare tutto al buio. Arrivò Elio de Gioachìn, era ferito alla testa, mi abbracciò piangendo lasciandomi il pigiama tutto sporco di sangue. Adamo ed altri intanto cercavano le persone che mancavano: trovarono Naspo nella sua casa, in cantina, con le braccia alzate verso l'alto, il nipote lo trovarono dopo parecchi giorni sotto alcuni stracci nel luogo dove prima c'era la casa, Maria Filippin, la 'Patatina', ormai morti. Nastasia era ancora viva e ripeteva: "Andate a vedere delle bambine!" Morì poco dopo sul divano.

Al mattino vedemmo e ci rendemmo conto dell'enormità del disastro; tutto era cambiato non si riconoscevano più i luoghi, dappertutto c'era fango, acqua e ghiaia. Noi ci riunimmo nelle scuole di Pineda in attesa dei soccorsi. I bambini piangevano perché avevano fame e paura. I morti li aggiustammo nelle scuole per poi portarli ad Erto. Verso le dieci arrivò un elicottero che trasportò i feriti negli ospedali. Alle ore 16.00 quando ritornò l'elicottero era tardi e non fecero salire nessuno, ci portarono a Erto attraverso il lago con le barche.

Poi con i camion dei soldati ci portarono nella colonia di Cimolais dove ci fermammo una sera, in seguito andammo ad abitare a Claut in una casa per sette anni. Nel 1968 mi sposai e abitai a Cimolais fino al 1978, anno in cui tornai definitivamente a Erto."

(Classe terza)

Bino Manarin racconta

"Dopo cena, io e Chéco Scale avevamo deciso di chiedere a Gustìn de la Costa che ci accompagnasse con la macchina nella località Luòc, dove abitavano due nostre amiche. All'ultimo momento Chéco cambiò idea e così decidemmo di rimanere in paese. Eravamo al bar "K2", c'era anche Dino che poco dopo partì per recarsi al cantiere della diga e lo zio Dante. Successivamente uscimmo e ci recammo nel bar "Da Rina" qui chiacchierammo un po' e poi lo zio Dante se ne andò perché doveva recarsi a Fraségn, dove aveva la moglie e due figli. Anch'io mi recai a casa per andare a dormire. Arrivai in camera, mi spogliai e stavo per mettermi a letto, quando sentii un fortissimo scossone e il rumore del materiale che franava, sulle pendici del Toc. Allora mi precipitai alla finestra, e vidi il "Col de la Uselàda", che era illuminato dalla luce del faro, staccarsi e scendere verso il lago. Poi un bagliore di fuoco si alzò, probabilmente causato dal corto circuito delle linee elettriche situate nella zona. Successivamente un'ondata d'acqua si alzò verso il nostro paese.

Allora mi ritirai dalla finestra, pensando che potesse devastare il paese e mi appoggiai contro il muro della camera. Intanto un masso sfondava il muro della camera situata sopra la mia. Poi sentii le grida di alcune donne che abitavano nelle case vicine. Mi rivestii in fretta e scesi subito in strada per accertarmi che cosa fosse successo. Solo allora mi accorsi delle grida di aiuto che provenivano dall'edificio scolastico, posto nella zona più bassa del paese. Subito mi recai sotto le finestre della scuola e mi resi conto che i detriti impedivano l'accesso, bisognava entrare dalle finestre per mezzo di una scala a pioli. Tornai quindi su in paese e andai alla ricerca di una scala, incontrai anche il mio amico Chéco e gli chiesi di aiutarmi. La trovammo, la portammo giù ed entrammo nell'edificio: c'erano due maestre, mezze svestite e spaventate ed un maestro.

Piano, piano, li aiutammo a scendere giù e poi prendemmo una maestra ciascuno sulla schiena e ci dirigemmo verso il paese. Ci fermammo nella casa di Mostacìn perché c'era il lume di una candela e le lasciammo lì."

Giòta da Fràmbol

"Dopo il disastro io e la mia famiglia eravamo sfollati a Cimolais.
Venivamo a Erto quasi tutti i giorni, anche contro la volontà delle autorità che non volevano lasciarci raggiungere il nostro paese. Si veniva lo stesso perché volevamo svolgere qualche lavoro, come ad esempio pulire i prodotti dalle macerie lasciate dall'acqua.

Finalmente, verso la fine di settembre del 1964 tornammo a Erto, a casa nostra, definitivamente. Eravamo in quattro cinque famiglie, senza luce, senza botteghe: ogni giorno si doveva andare a Cimolais a fare la spesa. Intanto si facevano blocchi stradali per ottenere qualche cosa, ma eravamo troppo pochi e nessuno ci dava ascolto. Il 15 ottobre del 1964, i pochi uomini che volevano ancora restare a Erto, di nascosto riallacciarono la luce. Il 16 dello stesso mese, quelli della SADE se ne accorsero e la tagliarono, lasciandoci di nuovo al buio. Gigia era in attesa di Piero, tutti in casa eravamo disperati e attendevamo la nascita del piccolo. Finalmente Piero nacque al lume di candela. Non stava bene e dovemmo portarlo all'ospedale di Belluno. Intanto i blocchi stradali continuavano per vedere se si poteva ottenere qualcosa. I "capi" non ci davano ascolto, ci promettevano ma poi non mantenevano mai le promesse fatte."

Beatrice

Franca de Benéto racconta

"Un anno dopo il disastro alcune famiglie cominciarono a tornare a Erto ad abitare. Piano piano giunsero dai vari paesi dove erano stati sfollati quella orribile e indimenticabile notte. Quando tornarono al paese tutti i negozi erano chiusi: mancava la macelleria, il fruttivendolo, il panificio, il calzolaio...

Poi espropriarono* [*assegnarono, ndr] i fondi per la ricostruzione ma i geologi dicevano che non si poteva costruire perché il terreno calava. Ma nel 1972 la popolazione si mise il cuore in pace, iniziarono i lavori e la costruzione delle prime case. Diedero una mano alle varie imprese e nel giro di dieci anni si è visto sorgere il nuovo paese in località Stortàn.
I primi anni c'erano poche imprese; cominciò per primo Italo de Fràmbol con la Cooperativa che costruì la contrada della piazza e col passar del tempo vennero altre imprese. Quella volta tutti parlavano male di quelli che costruivano a Erto, però ora gli stessi o quelli che hanno costruito fuori tornano, specie d'estate o a farsi le ferie oppure anche a seminare i campi che avevano abbandonato."

Piero

... ancora Franca

"Prima che franasse il Toc, Erto era un paese molto bello in riva al lago che era molto alto.
Gli abitanti del paese erano molto uniti, d'estate andavano nelle frazioni al di là del lago con il bestiame e vi rimanevano fino ai primi freddi. Con la notte del 9 ottobre tutto cambiò: la gente (che ora si trova ovunque) e il paesaggio... La mattina del 10 tutti si resero conto dell' enormità della tragedia: è impossibile descrivere ciò che si presentò davanti ai nostri occhi.
Tutti piangevano e si disperavano, cercavano i loro cari dispersi con l'onda.

Cominciarono a girare gli elicotteri trasportando i feriti all'ospedale. I soldati con le barche portavano a Erto la gente rimasta nelle frazioni e poi con i camion li portarono nelle colonie. I Comuni misero a disposizione delle case per gli sfollati erano vecchie ma noi ci accontentammo e ci arrangiammo.

Al momento del disastro tutti avevano lasciato le loro case ma venivano spesso a Erto, giravano per il paese o le frazioni in cerca dei morti e dei dispersi. Gran parte venivano a piedi e un elicottero aiutava la gente a trasportare le loro cose nei nuovi paesi."

Piero

Racconto di Bepo de Fràmbol

"Il 9 ottobre del 1963 una grossa fetta del monte Toc franò nel lago causando vittime e distruzioni di terreni, case, strade... Questo fatto successe verso le 10.30, alla sera, e la gente non si rese subito conto dell'enormità del disastro, essendo buio, ma dallo strano rumore e per l'interruzione della luce, immaginarono che fosse successo qualcosa di grosso verso il lago. Le donne ed i bambini si recarono nelle case più a monte e gli uomini più coraggiosi andarono verso Longarone e Cimolais per vedere cosa era veramente successo, ma non andarono tanto lontano, perché la strada era interrotta da detriti, alberi e fango, così da quei primi momenti la misura del fatto si stava ingrandendo sempre di più e fino ad arrivare all'alba, che si poté vedere la grandezza del disastro.
Da quell'alba del 10 ottobre del 1963, la gente di Erto cominciò la Via Crucis.

La popolazione venne sfollata in vari paesi, come Cimolais e Claut, ospitata in famiglie, alberghi, colonie, dappertutto insomma dove c'erano alloggi disponibili. Purtroppo si era creata una tal confusione, che qualcuno non alloggiava da nessuna parte se non all'aperto. Le gente che ospitava gli ertani, nei primi momenti era abbastanza comprensiva nei loro confronti, passato il primo periodo le cose cambiarono, e cominciò la speculazione sulla loro disgrazia.

Dopo qualche tempo furono costruiti due villaggi di prefabbricati, uno a Claut e uno alla Roiatta. Per la maggior parte degli sfollati la questione dell'alloggio fu risolta, anche se provvisoriamente.
Per Erto fu vietato l'accesso, e per chi teneva dei beni da salvaguardare o magari del bestiame da sfamare fu un grande problema: dovevano entrare di nascosto e se li scoprivano erano soggetti a grosse multe."

Beatrice

Giovanna racconta

"Il giorno 10 ottobre, alla luce del sole le persone che erano rimaste si trovarono sconvolte e atterrite. Davanti a loro si presentò un grande disastro. Dal monte Toc era caduta una enorme frana nel lago sottostante provocando la morte di molte persone, distruzione di case e la disperazione di tutta la popolazione rimasta. Il lago era pieno di materiale, l'acqua aveva il colore del caffelatte, le strade erano sbarrate dal fango, da tronchi portati o lasciati dall'acqua. mancava la corrente elettrica e i telefoni non funzionavano.

Solo nel pomeriggio arrivarono i primi soccorsi. C'erano molti militari con camion o jeep che trasportavano gli ertani e le loro cose nei paesi vicini dove rimasero sfollati per parecchi anni Il paese non era stato molto danneggiato dall'onda ma la gente aveva una grande disperazione nel cuore.

Le frazioni che erano state maggiormente danneggiate erano: San Martino, Patata, Marthàna, Prada e Pineda. Il giorno dopo a Erto c'erano anche molti elicotteri che trasportavano la gente negli ospedali, altri nelle colonie o negli alberghi.

Una pattuglia di soldati girava attorno al lago e alle frazioni in cerca di morti e trasportavano quelli [che erano] rimasti a Erto dove poi li facevano sfollare. Quel giorno tutti dovemmo lasciare il nostro paese, però molti tornarono i giorni seguenti attraverso i sentieri per non essere visti. Per qualche tempo gli ertani rimasero nei nuovi paesi, anche perché avevano detto che c'era ancora pericolo di frane, ma dopo qualche mese alcuni tornarono ad abitare a Erto e negli anni seguenti il paese si ripopolò. Svaldìn costruì e aprì il bar in Patata, aprirono i loro negozi di alimentari e i bar pure Menìna e Catìna."

Teresa

"Il giorno dopo il disastro la gente di Erto era molto sconvolta e disperata nel vedere la loro terra quasi totalmente distrutta dall'ondata. Ancora oggi molte persone ricordano quei tragici momenti. Le frazioni di San Martino, Patata e Pineda erano nude: mancavano case, prati e gente, c'era solo acqua e fango. Mia mamma mi ha raccontato che quella sera il dottor Gallo ed un altro uomo che ora abita a Longarone sono andati a Casso su in Salta per vedere cosa era successo a Longarone, quando sono tornati hanno detto che era sparito dalla faccia della terra.
Il giorno dopo arrivarono i soccorsi, i militari aiutarono la popolazione a trasportare le loro cose nei paesi vicini. Il comune di Cimolais mise a disposizione le case che erano disabitate, belle o brutte che fossero, l'importante era avere un tetto sopra la testa. La gente del paese con gli sfollati era gentile e cordiale, li aiutavano sia moralmente che materialmente se avevano bisogno. A Cimolais c' erano tante famiglie ertane, non andavano a lavorare, il governo pagava un sussidio e aveva dato dei pacchi.
Per venire a Erto dovevano passare lontano dal posto di blocco, quindi dovevano passare di nascosto attraverso i sentieri."

Teresa

"Mio papà mi ha raccontato che, dopo il disastro del Vajont la gente del mio paese venne trasferita obbligatoriamente con l'aiuto dei militari, nei paesi della Valcellina, ospitata negli alberghi e nelle case della gente. Alcuni vennero portati fino a Pordenone e a Maniago. Dopo qualche mese furono costruiti due villaggi di case prefabbricate. Questi villaggi esistono ancora e molte baracche sono ancora abitate da gente di Erto e Casso.

La gente viveva aiutata da un modesto sussidio dato dal governo, questo aiuto non veniva dato a coloro che lavoravano e ciò fu un grave errore perché molte persone per non perdere il sussidio non andarono più a lavorare facendo i fannulloni e andando ad ubriacarsi per le osterie, per questo motivo molte persone si ritrovarono con la vita rovinata; e la nostra comunità ne risente ancora adesso.

La gente che ospitava gli sfollati non sempre fu onesta e corretta nei loro confronti, infatti molti commercianti aumentarono i prezzi in maniera esagerata e anche gli affitti furono aumentati. Molte persone, poi, trattavano gli ertani come degli zingari. Mio papà, con la sua famiglia, andò ad abitare in una casa in affitto a Cimolais poiché volevano stare il più possibile vicino al loro paese, anche perché dovevano badare alle mucche, lavorare i prati ed i campi e mantenere in buono stato la casa rimasta in piedi.

Siccome le autorità avevano proibito alla gente di tornare ad Erto, mio papà e i suoi zii dovevano ogni giorno venire a Erto di nascosto o per i sentieri della montagna. Per un certo periodo vissero nel caos e nella disperazione, partecipando alla ricerca dei morti e a sistemare le molte cose distrutte e danneggiate.
Successivamente dovettero lottare molto, facendo anche pubbliche manifestazioni e posti di blocco per far togliere il divieto di rientrare a Erto. Altre persone però, insistevano per abbandonare tutto e andarsene definitivamente dal paese.

Così la nostra comunità, strumentalizzata da autorità ed uomini politici di pochi scrupoli, si divise rompendosi definitivamente, arrivando perfino a episodi di intolleranza e all'odio personale. Questo, secondo mio papà, è stato un male più grosso dello stesso disastro."

Beatrice

Magaréta de Panec' racconta

"Quando da Cimolais tornammo a Erto, ci trovammo in un paese sprovvisto di tutto, mancava la luce, i negozi e le osterie erano chiusi. I bambini dovevano andare a scuola a Cimolais, con mezzi di fortuna. Poi, piano piano, cominciarono ad organizzarsi, aprirono qualche bar e qualche negozio, mandarono una maestra, poi due, tre, cinque.

Non c'era neppure un parroco per dire la santa Messa, solo alla domenica Don Gastone, ma rimase poco perché poi andò ad abitare a Vajont con gli ertani che si erano trasferiti laggiù abbandonando le loro terre. Cominciarono a rifare anche la tradizionale rappresentazione del Venerdì Santo, interrotta solo per qualche anno dopo il disastro. Il paese era povero, nella piazza crescevano le ortiche e l'erba, c'erano solo gatti randagi che miagolavano per le strade, affamati. Quando veniva la neve si scioglieva solo in marzo o aprile quando il sole scaldava di più. I bambini avevano fatto la pista che partiva dalla fermata della corriera e arrivava fino alla chiesetta di Beórscia. Sulla piazza a Natale avevamo fatto l'albero senza luci e addobbi, e avevamo appeso un cartello su cui avevamo disegnato un bambino, un bue ed un asinello e scritto. "Povero Gesù Bambin, anche tu solo ed abbandonato."
Col passare del tempo il paese è tornato ad essere bello anche se è costato molti sacrifici, anche quelli che si sono trasferiti al Ponte Giulio [a Vajont, nella piana di Montereale Valcellina, ndr.] vorrebbero ritornare a Erto perché laggiù l'estate è molto calda e gli aerei degli americani [della base USAF di Aviano] passano rumorosamente sfiorando i camini delle case."

Beatrice

 



Dal Giornalino Scolastico Anno scolastico 1981-1982 Un grazie a quanti hanno collaborato:

I bambini:
Monia de Stério, Michele de Stelìn, Federico de Franco, Rita de Italo, Mene de Giròni, Dolfo de Sergio, Micaela de Stério, Erick de Franco, Tina de Mauro, Stefania de Bepino, Gianni dal Ninìn, Marcello de Damo, Beatrice de Italo, Piero de Armando, Pierdomenico de Pine, Marcello de Rédi, Teresa dal Fabio.
Serena de Lugiànigia, Maria Grazia della Nara, Bonifacio de Pedàna, Bernardino de Bocàrdo, Raffaele de Fulvia, Antonella de Armando, Laura de Armando, Maria de Giròni, M. Luisa de Rédi, Primo de Raci, Simone de Bubi.

Le insegnanti:
Corona Giacomina, Corona Italia Mila, De Damiani Angelica, De Damiani Fulvia, De Filippo Cesarina, Del Rizzo Anna Maria, Manarin Renata.

Gli abitanti di Erto e Casso.

In particolare l'amministrazione Comunale che ci ha fornito parte del materiale e all'impiegata Filippin Maria Rosa per l'aiuto datoci nell'uso del ciclostile.

Il segnalibro "La voce del monte Toc": Scuole Elementari Alta Valcellina e Valle del Vajont - 8 giugno 2001

Progettazione e realizzazione grafica a cura di:
POLARIS EDIZIONI
via campo 18/f - 32035 S. Giustina (BL)
Tel. 0437 858465 - Fax 0437 888826
Iscuzione ROC n. 6523 del 10/12/2001

Finito di stampare nel mese di settembre 2004
presso ARTE GRAFIC

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