Cap. 3

IL "SECONDO VAJONT" COL SUO SILENZIO

Il futuro riservato dal destino agli scampati della tragedia del 9 ottobre può esser definito come un "secondo Vajont", ancor meno conosciuto del primo dal momento che non causò la morte di 2000 innocenti. Sul destino di questa popolazione sinistrata si abbattè infatti una nuova onda, stavolta non costituita d'acqua e non fisicamente devastante, ma portatrice di nuovo sconforto.
Il "secondo Vajont" fu caratterizzato da altre ingiustizie cadute sui poveri superstiti.
Oltre ad una sentenza minimamente inflittiva per gli individuati responsabili della catastrofe, il secondo Vajont fu segnato da una lunga serie di nuove delusioni, speculazioni, sfruttamenti che si abbatterono su questa popolazione già così fortemente segnata, e che la portò definitivamente a chiudersi in se stessa e nel suo silenzio, rotto solo in occasione delle commemorazioni annuali, destinate a mantener vivo il ricordo di quanto accaduto all'insegna di una lezione per un futuro migliore.
I media contribuirono all'isolamento della popolazione del Vajont. Essi "abbandonarono definitivamente la notizia" una volta terminato il processo. Non si preoccuparono di informare la coscienza nazionale sulle evoluzioni del caso e sui risvolti "illeciti" che ne derivarono a danno dei miracolati oramai considerati, in modo fallace, dei "benestanti". Anche quando il giornalismo divenne più "libero" e nacque un certo tipo primordiale di controinformazione, i media non fecero un'ammissione di colpa ritornando sull'analisi della tragedia, anzi si preoccuparono di rompere questo silenzio solo in occasione degli anniversari della medesima, trattando la notizia come un "flash" in cui evidenziare la presenza in loco delle più alte cariche istituzionali, cadendo spesso in errori iconografici di descrizione dell'accaduto.
Le istituzioni, una volta terminati i primi soccorsi di emergenza e gli interventi legislativi per il "rilancio", presero in considerazione il caso Vajont ed i risvolti che la loro stessa emissione legislativa aveva generato, trattandolo semplicemente come una normale "pratica" di governo sulla quale prendere decisioni e per la quale prevedere regolarmente lo stanziamento di finanziamenti. Il tutto in un'ottica che analizzava le decisioni da prendere in materia totalmente al pari di ogni altra decisione presa negli ambiti più diversi.
Tutto ciò contribuì al raggiungimento di un diffuso oblio nella memoria civile nazionale. Il silenzio fu un "comodo" rimedio per tentare di cancellare una pagina triste della storia italiana che evidenziò colpe su tutti i fronti e che nessuno fu disposto ad ammettere.
Fu semplice pensare che il tempo avrebbe fatto dimenticare tutto.

1 - LA COMUNITà SUPERSTITE NEL "SECONDO VAJONT": LA VOCE DELLA MEMORIA

I dissapori nati col "secondo Vajont"
La tragedia comportò l'instaurarsi, all'interno della comunità disastrata, di un nuovo tipo di relazioni sociali che furono costrette a fare i conti con la rottura dell'equilibrio precedente e la necessità di generarne uno nuovo e del tutto diverso.
Un giornalista di nome Carlo Pompei, in visita ad Erto in occasione del quarantesimo anniversario della tragedia attraverso le descrizioni del suo ospite, Mauro Corona, artista ertano molto famoso nella zona e sopravvissuto alla tragedia riscontrava questa situazione: "[...]qui il tempo non si misura come nel resto d?Italia o del mondo, con riferimenti storici comuni (a.C.-d.C., Medioevo, Grande Guerra, "tra le due guerre" o secondo dopoguerra), ma con "prima" e "dopo" il "Vajont". E dove sarebbe la sorpresa? si potrebbe obiettare. Sta nel fatto che dieci, venti, trenta o quarant'anni non fanno alcuna differenza. Qui, per usare un dire inflazionato, "nulla è più come prima"; di più: il tempo si è fermato quella notte del 9 ottobre 1963. Ma non sotto un profilo di sviluppo urbanistico-industriale, intendiamoci, che sfiora - e a volte oltrepassa - il discutibile; si sa, le ricostruzioni[...]".
La fiducia totale, le strette relazioni amicali, le discussioni svolte davanti ad un bicchiere di vino ed una sigaretta nelle osterie, il conoscersi tutti in modo approfondito ed aver fatto le stesse esperienze dalla nascita, lo stretto legame con la natura e le tradizioni: ogni diretto legame col passato era venuto meno.
Ognuno, quella notte del 9 ottobre, visse una sua tragedia personale, diversa dalle altre, coi propri morti, con la propria elaborazione del dolore ed anche col proprio seguito della vicenda.
L'iniziale compattezza della popolazione superstite nel momento della tragedia e nel periodo immediatamente successivo col passare del tempo e l'evolversi dei fatti si piegò inevitabilmente alla forza degli interessi personali dettati da una situazione di privazione così totale.
La transazione economica proposta dall'ENEL (10 miliardi di allora al fine di indennizzare i superstiti per i danni materiali e morali subiti, escludendo però i superstiti che la accettavano dal potersi proporre come parti civili nel processo penale alleggerendo la posizione degli imputati) fu un ulteriore motivo di divisione dei longaronesi, che fu influenzata anche da una divisione politica sull'argomento.
In uno scorcio di un libro di F. Vendramini si narra di come: "Dalle testimonianze si evidenzia che il bisogno di denaro per ricostruire la casa ed il desiderio di voltare pagina furono alcune delle motivazioni che favorirono l'accettazione della transazione Enel, anche se certamente senza entusiasmo.
Una parte di coloro che non vollero aderirvi costituirono un Comitato, presieduto da Ferruccio Parri. La tensione tra gli opposti schieramenti arrivò al punto che non si concesse al sen. Parri una sala a Longarone per incontrare i superstiti costituitisi parti civili".
All'interno della comunità longaronese nacquero i primi dissapori e gelosie che inevitabilmente furono creati da questa situazione anomala che, dopo aver drasticamente infranto il precedente equilibrio, si proiettò nelle fasi di un nuovo assestamento e contatto con una realtà che dovette fare i conti con regole prima sconosciute e che alimentò la nascita di altrettanto nuova sfiducia causata anche da alcune "ingiustizie".
Alcuni lamentarono l'ingiusta distribuzione di sostanziosi aiuti umanitari anche a chi non ne aveva bisogno sebbene ne avesse astrattamente il diritto. Nacque la sensazione che i parenti lontani delle vittime fossero giunti sul posto a speculare su quanto accaduto ai loro lontani parenti e che, addirittura, fossero riusciti ad ottenere maggior benessere economico dalla catastrofe perchè "meno ignoranti" della popolazione del luogo quindi più consapevoli di come fare ad ottenere i maggiori benefici richiedendoli nel modo ed alle persone giuste.
In seguito, gli interessi personali e la sensazione di sfiducia nell'equità di trattamento si proiettarono anche verso la divisione ed attribuzione dei lotti di terreno per la ricostruzione delle case, che pose sullo stesso piano chi aveva perso tutto e chi ereditò i diritti immobiliari delle vittime, pur avendo altrove una propria sistemazione. Anche la legge statale per la ricostruzione del comprensorio del Vajont pose la comunità superstite a fare i conti con un nuovo tipo di realtà basata sul denaro e sulla speculazione economica.
Questo fatto intaccò anche la fiducia in precedenza riposta dalla comunità stessa sui suoi membri, nel momento in cui alcuni la tradirono e si macchiarono di "corruzione" contribuendo al raggiro dei sinistrati e loro conseguente truffa in cambio di denaro.
L'identità di questa comunità fu ad un certo punto quindi contraddistinta da squilibrio e nuovo dolore e ne mise conseguentemente a dura prova la resistenza e la sopravvivenza.
Fortunatamente, nonostante questa situazione, i superstiti trovarono ugualmente la forza di dar vita ad un nuovo punto di incontro che ponesse le basi per quella società tutta da ricostruire.
Era l'inizio del "secondo Vajont" caratterizzato da nuove esperienze da affrontare per i già turbati e provati superstiti posti di fronte ad un forte distacco con la tradizione precedente che si sarebbe ulteriormente aggravato con l'evolversi della comunità longaronese a seguito della ricostruzione.
Un superstite della tragedia racconta: "[...]Non c'è più quell'affiatamento che c'era una volta, la gente è più estranea[...]anche tra amici stessi: si parlava (dopo il Vajont) sempre di interessi, di morti. 'La mia casa non è stata ricostruita', 'non mi pagano', 'quello ha preso più di mÈ ".

Una nuova identità collettiva
I superstiti erano prevalentemente vedovi, orfani spesso bambini o giovanissimi, parenti più o meno prossimi che magari avevano vissuto fino ad allora all'estero. Piccoli brandelli di una comunità priva ormai d'ogni punto di riferimento, di un legame connettivo.
Fu dunque necessaria la ricerca di un motivo di unione che desse i natali ad una nuova identità collettiva al fine di preservare la popolazione di questo luogo, così tristemente provato dall'esperienza vissuta, dal pericolo di distruzione di una identità comune a causa delle novità che il futuro avrebbe loro riservato. La comunità longaronese era stata infatti decimata dalla catastrofe, poi ulteriormente smembrata dalla pesante emigrazione ed infine ricostruita e ripopolata con immigrati delle provenienze più diverse.
Sorte simile toccò alla comunità ertana, meno intaccata per numero di vittime causate dalla furia dell'acqua, ma anch'essa smembrata successivamente da un referendum comunale sulla scelta del luogo ove ricostruire la nuova comunità in seguito alla dichiarazione di inagibilità del vecchio paese.
La ricostruzione del tessuto sociale delle valli disastrate vide il rientro degli emigrati originari di Longarone e sparsi nel mondo, in particolare di quelli residenti in Europa (Francia, Belgio, Svizzera, Germania), la maggior parte dei quali si fermò a Longarone, trovò occupazione nelle industrie della zona, si rifece l'abitazione e contribuì alla ricostruzione del paese. Insieme a costoro, Longarone si ripopolò anche di immigrati provenienti da altre zone d'Italia. Spesso non provenivano da luoghi molto distanti e nella maggior parte dei casi si trasferivano in quelle zone per motivi di lavoro. Naturalmente, le imprese accorse per i lavori di ricostruzione portarono allo stabilirsi nell'area del disastro di imprenditori degni di rispetto, ma insieme a questi anche tutta una fauna di speculatori e affaristi. Questi furono i portatori di una cultura fondata sull'avidità, sul cinismo, sulle contrapposte gelosie di interessi e di venali ambizioni. Il nuovo calvario attraversato dai sopravvissuti per la ricerca di giustizia e l'individuazione dei responsabili passò attraverso il tentativo di sensibilizzare l'opinione pubblica alla loro causa, e quello di ottenere l'intervento della classe politica romana.
Il lungo percorso dei resti dell'antica comunità longaronese dopo la catastrofe portò all'iniziale nascita di una identificazione comune caratterizzata dalla lotta contro il "nemico", cioè la S.A.D.E., ritenuta responsabile della strage. Il "collante sociale" era costituito dalla comune necessità di avere giustizia per i propri morti, affinchè la memoria della tragedia potesse essere tramandata in modo dignitoso, evidenziando il sacrificio di 2000 vittime innocenti per il disinteresse e l'avidità dell'uomo.
Nemmeno l'etichettatura attribuita dai media ai sinistrati, ritenuti col passar del tempo colpevoli di avidità economica, fece desistere dall'esigenza di far valere i propri diritti. Gioachino Bratti spiega in una mail indirizzatami che: "In particolare nella provincia di Belluno, ma anche fuori, dopo le ripetute provvidenze dello Stato a favore della comunità superstite, effettivamente si formò il pregiudizio che i Longaronesi fossero degli arricchiti con i soldi dello Stato. Purtroppo contribuì a questa immagine anche qualche settore dei superstiti [...], ripetutamente impegnato a chiedere maggiori risarcimenti, tanto da dare un'immagine dei sinistrati come di un insieme di gente che pensava solo ai soldi (e ce n'è ancora qualcuno di loro oggi in circolazione). Quanto al fatto che questa etichettatura fosse di freno alla richiesta di far valere i propri diritti, direi proprio di no; non mi risultano casi di persone che abbiano desistito di esigere da chi di dovere quanto riteneva gli spettasse per il timore di essere considerato esoso e materialista".

L'identità comune fondata sull'opposizione al "nemico" S.A.D.E., con l'inesorabile trascorrere del tempo vide venir meno il suo significato in seguito alle trattative con l'Enel e soprattutto dopo la fine del processo de l'Aquila che decretò la colpevolezza effettiva degli imputati e la colposità del disastro.
La iniziale unione dovette fare i conti, inoltre, con molti fattori che l'avrebbero presto avversata: l'assottigliamento della precedente comunità longaronese, la ricostruzione incombente con le leggi nate appositamente per essa, le divisioni politiche interne su svariate tematiche che toccavano gli interessi personali. Tutto questo si sviluppò in concomitanza con una rigenerazione del tessuto sociale delle comunità disastrate. Il rischio di disperdere questa identità collettiva e vederla scomparire perchè risucchiata dalla "nuova" cultura che si stava instaurando rese la comunità dei sopravvissuti capace di valorizzare massimamente il punto di unione sebbene all'interno dei diversi interessi personali.
La "memoria" della loro esperienza, consapevolezza che ci fu la responsabilità dell'uomo all'origine di essa e di tutto quello che la stessa aveva comportato fu capace di dar vita ad un sentimento molto forte di comunanza e di solidificare il senso di appartenenza a Longarone, con la sua storia, la sua cultura, la sua lingua, le esperienze vissute.
Una molto forte e rinnovata identità collettiva fu trovata dunque nel riconoscimento delle radici comuni. Non solo il disastro ma, soprattutto, il prolungamento e l'esito delle vicende giudiziarie rafforzarono il senso di appartenenza su quella parte di comunità che aveva subito un così grave misfatto da non poter essere appianato, assopito, dimenticato. L'identificazione con la "comunità colpita" si fondò anche sul dovere morale di ricordare il gravissimo torto subito, e di farlo non soltanto entro Longarone, ma anche e soprattutto all'esterno della comunità. Questa "identità collettiva" unì i sopravvissuti accomunandoli nella loro tragica esperienza a tal punto da determinarne la loro chiusura nei riguardi del possibile sviluppo di relazioni sociali "nuove" al di fuori della loro stretta cerchia.
Da questo sentimento derivò un forte legame col passato, con la tradizione, con i vecchi sentimenti, una ostilità e rifiuto manifestato di amalgamarsi ad un nuovo tessuto sociale non in grado di comprendere come lo stato attuale delle cose fosse una derivazione di un evento catastrofico. Il 9 ottobre 1963 aveva determinato la chiusura definitiva di un capitolo di un paese e del suo modo di vivere, ma era anche l'anello di congiunzione di questa comunità superstite con un passato che era stato cancellato, e che lei sola poteva perpetuare attraverso la propria presenza, testimonianza, memoria delle tradizioni, dei luoghi, delle persone, di tutto quello che nessuno avrebbe mai più potuto rivedere.
Questa identificazione nella comune "memoria" fu in grado di sovrapporsi alle divergenze interne accantonandole. Le divisioni interne generate dal post-Vajont entro la comunità superstite non inficiarono mai l'unione su alcuni temi di fondo, come l'esigenza di giustizia, il desiderio di ricostruzione, la necessità di ricercare la verità.

I problemi di integrazione
Questa identità collettiva molto forte che accomunò i sopravvissuti dando loro un radicato senso di appartenenza al paese "nuovo" fu anche la causa di una loro scarsa integrazione con quelle persone che si stabilirono a Longarone solo in seguito alla tragedia.
Negli anni '70 si assistette infatti ad un flusso immigratorio che aiutò la ricostruzione della popolazione. L'integrazione non fu facile: tra i superstiti e i nuovi arrivati esiste da sempre, e non solo per il caso di Longarone, una profonda diversità di intenti.
I primi, toccati dalla tragedia, hanno dovuto lottare per anni durante la ricostruzione, con la ovvia creazione di gruppi di interesse tra di loro in conflitto; gli immigrati invece pagano lo scotto di una naturale difficile integrazione, sia per le differenti mentalità che per una naturale opposizione al nuovo ambiente trovato. Gli immigrati giunsero in un paese che stava affrontando i problemi della ricostruzione e che non era disposto a sostituire le relazioni sociali scomparse con nuove relazioni. Così nuovi flussi si alternarono a partenze consistenti: molti Longaronesi decisero di trasferirsi altrove, soprattutto verso Belluno.
"Per la parte di comunità che è venuta dopo il disastro il senso di appartenenza al luogo è più debole, per due ordini di ragioni principali. Il primo è dovuto alla più giovane età dei nuovi abitanti. Le nuove generazioni, non solo a Longarone, ma in tutte le comunità analizzate, sono infatti meno partecipi dell'identità locale, e più proiettate al mondo esterno rispetto a quello familiare e a quello di paese.
La seconda ragione riguarda invece l'esperienza del disastro: chi è nato o è giunto a Longarone dopo il disastro non ha vissuto la drammatica esperienza e con essa la "forte" risposta della comunità sopravvissuta volta a salvaguardare i valori tradizionali e l'identità di un paese semi cancellato".
L'evolversi della vicenda in tutti i suoi svariati aspetti rese molto difficili le relazioni sociali nel paese. Se le divisioni sorte all'interno di quella parte della comunità formata dai sopravvissuti trovarono quiete nell'identificazione comune entro la stessa "memoria", e nel conseguente bagaglio di insegnamenti che quella portava con sè, lo stesso non poteva dirsi anche per l'altra parte della stessa comunità longaronese, quella inseritasi dopo la tragedia. Privi di una "memoria" comune con cui integrarsi al resto degli abitanti, essi si videro proiettare entro un conflitto sociale ben più ampio che si era venuto a creare in realtà tra la comunità e le controparti sociali responsabili della catastrofe. La "memoria" della tragedia ed il senso radicato di appartenenza a Longarone, che finirono per trasformarsi nelle nuove basi di una identità collettiva di coloro che avevano vissuto l'esperienza in prima persona, in una società "ricostruita" come quella longaronese (frutto del ripopolamento ad opera di immigrati dovuto alla riedificazione dell'abitato ed alla nascita di nuovi posti di lavoro), crearono un distacco ed una scarsa integrazione che ostacolarono una soddisfacente operazione di amalgama dell'intera comunità.

Scriveva Don Giuseppe Capraro: «Non è facile ambientarsi a Longarone; dopo dieci anni dal Vajont non si ritrova più il clima dei primi tempi[...]. Il centro è diventato terra di nessuno; gli incontri sono frettolosi; non ci si conosce più[...] ciascuno ha il suo programma e lo segue senza confrontarlo con gli altri[...]. Quando ritornano a Longarone per due o tre giorni di ferie si sentono spaesati: l'hanno lasciata solo da qualche anno e a differenza di altri che l'hanno oramai dimenticata, essi provano per il paese ancora affetto ed interesse; vorrebbero comportarsi come prima; salutare quello, giocare a carte con l'altro, fermarsi a bere un bicchiere in compagnia, discutere dei problemi da risolvere[...]. Essi però corrono il rischio di passare per gente che si interessa troppo degli affari altrui, oppure di essere sommersi da un mare di chiacchiere e di pettegolezzi sul tale o il talaltro, che puzzano di faziosità e di partigianeria[...]. Ci si è forse tanto preoccupati tanto delle case, delle piazze, degli edifici pubblici, ed era giusto fare così, perchè tutto era stato raso al suolo, ma non si è dato sufficiente peso alla ricomposizione delle relazioni sociali, a quell'intreccio di legami che si allacciano inevitabilmente tra persone e gruppi che abitano lo stesso luogo e lavorano negli stessi ambienti».
Un sopravvissuto così parla del suo paese in una intervista rilasciata a "Il Gazzettino" nel 1973: "Non mi ci ritrovo più. Di sera, quando non rimango a casa, me ne vado a Vittorio Veneto o a Belluno. Lì almeno c'è qualcuno della mia età per scambiare una parola. Qui con chi parlo? Tutta gente nuova. E i giovani non sono più quelli di prima".
Longarone non fu più sentita, dal giorno dopo il disastro, come un paese costituito da una comunità unita nella sua totalità: la diversa provenienza dei suoi abitanti, con la storia passata, le tradizioni, la lingua, ecc., alimentarono un incolmabile distacco.
Micaela Coletti, superstite ed anche presidentessa del Comitato Sopravvissuti del Vajont, spiega: "D'altra parte i nuovi hanno trovato[...]casa, lavoro, paese. Hanno portato con loro le tradizioni, la memoria, il passato, le radici, il saper e poter ritrovare ciò che avevano lasciato[...]".
Il risultato di questa scarsa integrazione fu l'iniziale contrapposizione entro il nuovo tessuto sociale longaronese tra "vecchi longaronesi" cioè i superstiti e "nuovi longaronesi" cioè gli immigrati dopo la catastrofe. La comunità longaronese si evolvette anche sulla base di tale distinzione dando origine a cerchie separate di amicizie e di rapporti sociali in generale. I longaronesi originari lamentarono il fatto di sentir la presenza degli immigrati come un nuovo indebolimento al tramandarsi della cultura e delle tradizioni locali. Paradossalmente anche l'emigrazione, tradizione peculiare della zona da secoli, finì con l'esser negativamente considerata in vista di questo assottigliamento del legame col passato.
La scarsa integrazione fu aiutata anche dal sentimento di forte sfiducia che aveva intriso la comunità sopravvissuta verso tutto ciò che le stava attorno in seguito alle battaglie sorte dopo la tragedia. La sfiducia era nata in seguito a varie situazioni createsi come le transazioni magistralmente offerte dall'E.N.E.L. per sollevare la propria posizione in merito al processo attraverso l'uscita dal medesimo dei superstiti costituitisi parte civile; le speculazioni economiche seguite alle leggi dello Stato riguardanti le licenze possedute o ereditate dai superstiti; l'immagine negativa delle popolazioni della valle creatasi nell'opinione pubblica che aveva dato adito ai sentimenti più deteriori: "Troppi soldi per quelli di Longarone!", "Sono diventati dei parassiti che succhiano lo Stato e la collettività"; una giustizia che finì col riconoscere colpevoli gli imputati del processo, ma di colpe lievi rispetto all'entità della catastrofe causata.
La comunità sopravvissuta finì inizialmente col chiudersi come un riccio rispetto alla partecipazione o coinvolgimento verso chi non ne faceva parte. La vita sociale, l'estensione delle reti di solidarietà e di conoscenza locale si chiuse all'interno dei "pari", lasciando fuori i "nuovi". Gli immigrati furono così inizialmente "esclusi" dalla partecipazione attiva alle decisioni e scelte principali riguardanti la comunità, la quale si fondava su una identità di cui non potevano esser considerati parte.
Don Giuseppe Capraro, parroco di Longarone e sociologo dell'Università di Trento, registrò le difficoltà di integrazione dei nuovi abitanti di Longarone che, non sollecitati ad offrire il proprio contributo per la ricostruzione della comunità locale, rimasero per lo più al margine degli eventi e delle scelte che la comunità si trovò ad affrontare.
Anche questa chiusura della comunità dei superstiti diretti e del loro legame col passato fu per assurdo un motivo di allontanamento degli "altri" da un vivo e partecipe interesse nei confronti di quell'elemento che caratterizzava principalmente una parte della comunità longaronese, alimentando ulteriormente la divisione.
L'ex sindaco di Longarone Gioachino Bratti mi scrive in una mail: "Permase per lunghi anni una contrapposizione tra "vecchi" e "nuovi" longaronesi, quest'ultimi venuti a Longarone per trovare impiego nell'industria e nelle altre attività locali. Poi pian piano la contrapposizione si è superata, e, come ho già avuto occasione di scrivere, molti "nuovi" sono entrati nelle istituzioni locali, anche con posti di responsabilità. Ci fu dunque un atteggiamento di accoglienza, sempre che dall'altra parte ci fossero rispetto e condivisione della cultura locale".

Due generazioni si "intrecciano"
Come ho già detto, a Longarone questo legame peculiare con il paese che l'esperienza del disastro ha rafforzato esiste solo in quella parte di comunità che visse la tragedia del 9 ottobre.
Il trascorrere del tempo inesorabilmente provocò il naturale assottigliamento del numero dei sopravvissuti diretti e contemporaneamente la crescita del numero degli immigrati e dei giovani longaronesi originari del posto. Questo fattore diminuì la disgregazione della comunità longaronese, costituita in modo sempre maggiore da persone che non avevano vissuto la tragica esperienza in modo diretto. Le nuove generazioni risultavano così maggiormente integrate entro la comunità. Questo in realtà non diminuì di intensità emotiva il divario esistente tra "superstiti" e "non" nei riguardi dell'eredità della "memoria", ma semplicemente affievolì il distacco in termini numerici.

I superstiti, silenziosi per il dolore provocato dalla tragedia e resi da questo incapaci di tramandare il racconto dell'esperienza in modo semplice e continuativo, si identificarono nella memoria, ma la loro identificazione fu quasi elitaria. Essi si sentirono accomunati da un passato che non erano in grado di raccontare per via del dolore che rievocava, e questa impossibilità rese in molti casi difficile la consapevolezza della sua importanza nei loro eredi.

I figli dei superstiti in molti casi non analizzarono mai coi genitori il ricordo dell'esperienza che questi avevano vissuto. L'argomento divenne spesso un tabù familiare che non permise, paradossalmente, nemmeno ai giovani longaronesi eredi dei superstiti di socializzare da subito con una eredità che avevano involontariamente ricevuto e di cui ancora non comprendevano il valore.
Ancora più difficile fu naturalmente la sensibilizzazione dei giovani longaronesi non figli di superstiti, i quali avevano genitori che erano essi stessi estranei all'esperienza diretta della tragedia e quindi, verso di essa, meno "sensibili".
Il desiderio di tramandare una memoria, contrapposto alle difficoltà di aprire il bagaglio della propria esperienza a chi non l'aveva vissuta, portò al paradossale impoverimento dell'importanza del messaggio portato dell'esperienza stessa, ampiamente aiutato in modo negativo dal silenzio mediatico ed istituzionale tesi verso l'oblio della vicenda.
In una delle e-mail inviatemi dall'ex sindaco di Longarone, Gioacchino Bratti, egli analizza l'integrazione della comunità longaronese nel tempo: "L'integrazione tra 'vecchi' e 'nuovi' che negli anni '70 aveva creato qualche problema si è nel complesso realizzata, anche se la memoria del Vajont mi pare sia molto meno sentita – a volte anche guardata con una certa indifferenza – da parte dei 'nuovi' ; tuttavia, anche per questo aspetto, le differenze di atteggiamento e di sensibilità si fanno sentire meno con l'affacciarsi nella vita comunitaria dei giovani e il naturale assottigliamento dei superstiti;[...]".
Il divario generazionale tra giovani ed anziani entro la nuova comunità registrò col tempo differenze anche in merito alla ricostruzione ed all'attaccamento al paese stesso. Agli occhi dei giovani, anche se di origine longaronese e di genitori sopravvissuti, il paese non apparve minimamente intriso di elementi appartenenti ad una "memoria" ricongiungibile col passato. Il senso di attaccamento locale alle antiche tradizioni ed alla vita di paese era molto minore: i giovani erano nati in un mondo che si era evoluto, che era caratterizzato dalla vita di fabbrica portata dalle nuove industrie nate in seguito alla ricostruzione. Il legame con la natura e con le esperienze riconducibili ad essa era reso molto più tenue dalla grossa quantità di cemento che aveva visto il suo utilizzo per la nascita della nuova e moderna Longarone. I giovani erano proiettati verso ambiti più estesi della scala socio-spaziale, ambiti più consoni al tipo di contesto nel quale si erano inseriti e socializzati. Un contesto che lasciava scarsa immaginazione del passato cancellato dall'onda, un passato che faticava a conquistare la "consapevolezza" dell'importanza della sua eredità da parte delle nuove generazioni.
I giovani si trovarono inseriti in un contesto " quasi normale", integrati con compagni di scuola non riconosciuti come superstiti o immigrati, con esperienze comuni tra di loro e poco inclini alla conoscenza del passato dei loro genitori e della verità intima portata da quella montagna e quella diga che tanto avevano significato per i loro genitori.

Samantha Cornaviera così descrive brevemente, secondo il suo punto di vista, la situazione di Longarone : "[...]dai primi anni '80 sono arrivati una marea di persone per lavorare a Longarone. Ricordo che arrivavano ovviamente dal sud Italia. A Longarone ci sono tutte le fabbriche di occhiali e quindi molto bisogno di forza lavoro.[...]. Per quanto posso aver avvertito io l'integrazione è stata buona[...] neanche da dire che però i nuovi arrivati non sentivano molto il "problema" Vajont. Ma forse allora manco io lo sentivo. Un po' perchè ne avevo decisamente piene le palle di sentirne parlare tutti i giorni da mio padre (che ogni giorno voleva denunciare qualcuno) un po' perchè a scuola non è che ce ne parlassero poi così tanto e neanche le commemorazioni erano poi così fastose e seguite. Anni bui per i nostri morti".

Marco Paolini nel "Quaderno del Vajont" ricorda come nei primi anni '80 "[...]vent'anni dopo la tragedia[...]la memoria stava scomparendo perchè c'era già la generazione successiva: a Longarone un giorno all'anno i ragazzi venivano trascinati in un auditorium dove qualcuno raccontava loro questo evento di cui avevano sentito parlare in casa. Probabilmente per questi ragazzi era una cosa da rimuovere, perchè gli impediva di essere come gli altri: era una specie di fardello non chiesto, non voluto, di cui forse non si discuteva volentieri".

Ancora l'ex sindaco Bratti: "Rimane sempre – anche oggi – un modo diverso di vivere la "memoria", in maniera intima e sofferta da parte dei superstiti, in maniera più distaccata, razionale e quasi nozionistica, dei giovani[...]".

Le commemorazioni come "memoria" integratrice della comunità
Se la "memoria" della tragedia fu dunque il punto di incontro della comunità dei sopravvissuti per ottenere unità, il principale manifestarsi di questa, proprio in nome della memoria, fu la decisione di organizzare annualmente delle cerimonie di commemorazione della tragedia in occasione del suo anniversario e queste si tennero sin dalla sua prima ricorrenza.
Così Tina Merlin descrive il primo anniversario della tragedia per la comunità sfollata di Erto:

«Il 9 ottobre 1964 gli ertani rientrano in paese in massa per commemorare i loro morti. Per la prima volta la comunità è riunita[...] Alle 22:45, ora della tragedia dell'anno prima, gli ertani rimasti al paese celebrano la ricorrenza alla loro maniera, al di fuori di ogni ufficialità, senza "personalità" o "autorità"[...].Le campane spargono per la valle i rintocchi a martello, mentre sulle rive del lago si accendono falò che illuminano a giorno la grande distesa d'acqua. è il personale omaggio di ognuno ai compaesani morti».
Anche a Longarone il 9 ottobre diventò subito una data importante per le cerimonie commemorative. Tale anniversario è considerato una giornata di lutto cittadino: in questa ricorrenza da allora ogni attività è sospesa per dedicare il tempo alla preghiera, al ricordo ed alla riflessione.

In un sito Internet gestito dal Comune di Longarone e nato appositamente per la sensibilizzazione verso la tragedia del Vajont viene descritto lo svolgersi delle celebrazioni commemorative in questi termini:

"In Municipio viene tenuta la commemorazione civile, presenti autorità, superstiti, popolazione, con un richiamo alla "lezione" del Vajont, "a non dimenticare", ed anche - soprattutto nel periodo della ricostruzione - con un resoconto dei risultati conseguiti nell'anno trascorso ed una panoramica sulle prospettive future. In corteo ci si porta poi alla Chiesa di Longarone, ove una corona viene deposta nella cripta sui ruderi del vecchio tempio, e quindi celebrata una messa per le vittime e per la comunità risorta. Un'altra messa si tiene al pomeriggio, al cimitero di Fortogna, concelebrata dal Vescovo di Belluno - Feltre e dai sacerdoti dei paesi che furono coinvolti nel disastro, presenti i Sindaci dei quattro Comuni sinistrati. Il rito è a suffragio di tutte le vittime innocenti, 'a perenne memoria del loro sacrificio e in attesa della risurrezione alla fine dei tempi'. La giornata si conclude a notte, nella Chiesa di Longarone, con una cerimonia religiosa, ogni anno con modalità diverse, che si chiude con il suono della campana alle 22.42, ora del disastro, seguito dalla lettura alla radio locale dei nomi delle 1.909 vittime.[...] Vengono concesse onoreficenze e cittadinanze onorarie a chi si distinse nell'opera di soccorso o nella ricostruzione materiale o morale del paese".

Mentre i principali media nazionali abbandonarono quei luoghi distrutti e portarono con loro la coscienza civile del Paese verso l'oblio della vicenda, la comunità superstite mantenne vivo l'interesse per la medesima, almeno a livello locale, riuscendo a sensibilizzare quanto meno le popolazioni più vicine che si sentivano così unite nel dolore e nel ricordo, ed i riti commemorativi si diressero anche verso questo scopo.
Sempre nel sito Internet gestito dal Comune di Longarone si evidenzia che: "La partecipazione a queste cerimonie è sempre rilevante; la ricorrenza è infatti occasione di aggregazione per la comunità e di meditazione sulla sua identità e sulla sua storia, nonchè di richiamo per i superstiti emigrati altrove e per quanti vissero la tragedia come protagonisti e testimoni nei soccorsi e nella ricostruzione[...] La ricorrenza del 9 ottobre è anche occasione di significative manifestazioni culturali, sempre ispirate ai valori tratti dall'avvenimento: in particolare concerti, mostre d'arte, rappresentazioni teatrali, manifestazioni sportive. Notevole rilievo vi hanno convegni, dibattiti, presentazione di pubblicazioni sulle cause, la dinamica, le conseguenze del disastro e la ricostruzione, oppure sui temi di solidarietà, di prevenzione di calamità, di protezione civile, di ricostruzione urbanistica, economica e sociale dei paesi distrutti dai disastri."
Dice Gioacchino Bratti: "[...]ogni anno, con maggiore o minore solennità, Longarone celebrava - anche con iniziative di grande respiro (convegni, pubblicazioni, spettacoli teatrali, concerti, riconoscimenti, ritrovi di superstiti, e innumerevoli altre...) la ricorrenza del Vajont, in particolare negli anniversari più significativi (20°, 25°, 30°....)[...]. Non mancò mai invece la massiccia partecipazione della comunità superstite e di quella provinciale".

L'onorevole Italo Sandi, chiamato ad esprimere un parere sul significato della tragedia per le popolazioni della valle del Piave, sostiene che: "[...]quella tragedia costituisce la pietra miliare della nostra identità provinciale cioè ha unificato identità diverse, ci siamo sentiti tutt'uno col dolore [...]" intendendo partecipi di questo dolore comune, oltre ai superstiti ed anche ai soggetti politicamente legati all'allora PCI, anche "l'altra società bellunese che visse anch'essa in modo forte la ricerca delle verità".
Il significato che queste cerimonie ottennero fu molto importante non solo per i superstiti della tragedia, ma per l'intera popolazione di Longarone in particolare, ed anche per tutto il bellunese. Proprio grazie alle commemorazioni della tragedia l'intera popolazione longaronese si ritrovò ad essere "tutti insieme", partecipe di un dolore proprio della sola comunità sopravvissuta, sebbene la partecipazione, intesa in senso generale, fosse in realtà seguita da un differente peso emotivo logicamente datole dai sopravissuti.
Paradossalmente, una relativa integrazione della popolazione longaronese si riscontrò nella partecipazione e condivisione delle cerimonie commemorative della catastrofe, nel tentativo di una seppur "diversa" condivisione del dolore: fu proprio questa comune necessità di celebrazione di riti commemorativi che integrò in un certo senso alcuni "nuovi" in una simile società.
L'intera popolazione di Longarone, anche se in modo spesso completamente diverso, non poteva fare a meno di sentire il "peso" di una "memoria" che è indissolubilmente collegata al paese stesso e che viene necessariamente risvegliata nei suoi abitanti ogni volta che l'occhio cade sul panorama che lascia intravedere la diga.
I longaronesi "nuovi", pur non potendosi identificare quali "pari" con la comunità colpita, condivisero in modo differente il significato sociale ed umano attribuito al disastro.
Essi impararono molte nozioni riguardanti la tragedia, come le quantità di materiali staccatisi dal monte Toc e le proporzioni devastanti della massa d'acqua che si sprigionò in tutta la sua violenza contro i paesi risultati poi sinistrati. Ma il passare del tempo aveva già reso lontana, per le nuove generazioni, una corretta comprensione e la consapevolezza del significato vero del Vajont, che non era racchiuso nella sola tragedia del 9 ottobre. Le nuove generazioni non furono subito emotivamente consapevoli delle lotte fatte per avere giustizia e verità, per ottenere prevenzione e sicurezza.
Pur nella comunanza, si mantenne invariata la distanza tra chi sentiva il dovere di ricordare, e chi invece, non avendo vissuto questa drammatica esperienza, poteva decidere di parteciparvi seppur in modo più distaccato e razionale, con un diverso impegno morale ed emotivo.

Un articolo dell'ottobre del 2000 spiega quello che stava per accadere di nuovo: "La progressiva irrefrenabile perdita della memoria, civile e storica è uno dei tratti negativi che contraddistinguono i nostri tempi. In nome di un concetto discutibile di 'progresso', fondato su aspetti soltanto quantitativi di un supposto 'sviluppo', si è sacrificata la qualità della vita e dei rapporti sociali.[...]Il destino della "memoria del Vajont" è, a questo proposito, esemplare.
Per decenni si è scambiata memoria per commemorazione. Il disastro del 1963 non ha prodotto, a livello nazionale, ma nemmeno a livello locale, una diversa consapevolezza. Il libro di Tina Merlin ed il teatro di Marco Paolini hanno provocato 'una riscopertà del Vajont attraverso una diversa lettura che per molto, troppo tempo, è stata ignorata".

2 - LA "NORMALE" FINE DI UNA MEMORIA MEDIATICA DI LIVELLO NAZIONALE

Le nuove attenzioni dei media nazionali al caso Vajont Il "mordi e fuggi" tipico di un giornalismo rampante come quello informativo esisteva già all'epoca della tragedia del Vajont e determinò un primo abbandono mediatico a livello nazionale nei confronti della notizia, una volta che questa perse di "novità". Lo spirito "acritico" dei media dell'epoca, determinato dai fattori già precedentemente analizzati, portò quindi alla prima diffusione di una notizia recante tesi "fatalistiche" e contribuì dunque a diffonderla in modo "parziale" nella memoria collettiva, se analizzata col senno di poi.
Nel sito Internet del Comune di Longarone infatti si sottolinea come :"La stampa italiana fece sì che almeno fino alla conclusione dell'inchiesta giudiziaria e al rinvio a giudizio di alcuni responsabili, si continuassero a sostenere le tesi delle catastrofi naturali, dei terremoti, dell'imprevedibilità dell'evento".
Nonostante un primo abbandono causato dall'assenza di "novità" fu lo stesso giornalismo a ridare nuova luce alla vicenda in occasione del processo de l'Aquila, quando l'interesse mediatico fu attirato dall'ipotesi del tutto innovativa di veder effettivamente riscontrate responsabilità umane nella tragedia.
Bruno Ambrosi, intervistato personalmente sull'argomento, in qualità di giornalista televisivo Rai che si occupò della tematica, esprimendosi sul nuovo approccio mediatico riservato al Vajont in questa seconda occasione ha rivelato: "Si ha infatti una riacutizzazione dell'argomento con il processo dell'Aquila. Come ben sa il giornalismo è all'insegna del mordi e fuggi[...] I mass-media sono tutti così, o per lo meno i mass-media d'urto, i quotidiani, i settimanali, poi chiaro gli annalisti, gli analisti, i saggisti poi pubblicano magari un libro, una cosa su questa cosa, ma non è più mass-media, non è più appunto un mezzo di massa.[...] I giornali man mano fanno decrescere le cose".

Mario Passi, un giornalista de "l'Unità" che da subito si occupò del Vajont e che non abbandonò mai l'argomento, così descrive il ritorno dei media in occasione del deposito della requisitoria da parte del giudice Fabbri e del conseguente processo:

"Ricordo ancora quei giorni grigi e piovigginosi della seconda metà di febbraio del 1968. Tutte le mattine bussavo inutilmente,assieme ad altri colleghi, alle porte del Tribunale. Ma il giudice Fabbri sembrava sparito. Aspettavamo il deposito della sua sentenza. Sembrava terminata la lunga congiura del silenzio intorno al Vajont. Per oltre quattro anni, inviato de 'l'Unità', avevo compiuto infiniti pellegrinaggi solitari a Longarone, nella valle Ertana, presso gli uffici dei magistrati inquirenti.[...]Scrivevo pezzi su pezzi per il mio giornale, rimasto fedele all'impegno assunto nei giorni della tragedia in un editoriale del suo direttore, Mario Alicata: 'l'Unità' sarebbe stata la bandiera delle vittime, della lotta per la verità e la giustizia del Vajont.
Dopo tanta attesa solitaria, finalmente adesso mi trovo di nuovo in compagnia. Sono tornati anche gli inviati dei grandi quotidiani nazionali, quelli che avevano tanto parlato di 'fatalità' ".
I risvolti giudiziari, così come si prospettarono, furono in grado quindi di riportare tutte le principali testate giornalistiche nazionali all'attenzione sull'argomento Vajont, sebbene quasi 5 anni dopo la catastrofe.
In gran parte, questo rinnovato interesse fu dettato dalle "nuove rivelazioni" emerse dalle indagini della magistratura che avevano portato alla scoperta di possibili implicazioni e responsabilità dell'accaduto a carico di personalità eminenti del potere economico e politico. Nonostante tutto questo, l'importanza della notizia ed il peso ad essa attribuito a livello mediatico non raggiunsero il valore ottenuto in precedenza, così come minore fu l'interesse e l'ascolto che ne derivò a livello nazionale. La natura stessa della notizia ebbe un differente impatto sul pubblico a prescindere dall'importanza fornitale dai media: la tragedia del 9 ottobre smosse emotivamente il Paese attivandolo dal punto di vista della solidarietà per le popolazioni disastrate. L'interesse era molto alto nei riguardi delle loro condizioni e del progresso raggiunto nella riorganizzazione del loro futuro. La notizia di un processo, la materia legale, gli avvocati, i cavilli, le sentenze, sono tutte notizie che per la cultura medio bassa sono di minore impatto emotivo ed ottengono una attenzione decisamente minore anche causata da una comprensibilità minore.
Il giorno seguente il deposito della requisitoria da parte del giudice istruttore Mario Fabbri e cioè il 23 febbraio del 1968, i quotidiani uscirono al mattino dando titoli sensazionali riguardanti la sentenza istruttoria di Belluno che aveva decretato il rinvio a giudizio di 11 persone. La tragedia solo 5 anni prima aveva causato 2000 vittime e le tesi della "fatalità" erano state da allora le uniche validamente sostenute dalla quasi totalità dei media, eppure la sentenza di un giudice fu in grado di convincerli subito ad affrontare la notizia con un approccio del tutto "rinnovato".
Scomparì la tesi della "fatalità", non fu fatto alcun riferimento all'errore commesso anni prima, non si rettificò quanto sostenuto subito dopo la tragedia, non si avvertì l'opinione pubblica che quello che aveva letto in passato e di cui era stata convinta era frutto di un errore causato da una acriticità involontaria dettata dal contesto: la notizia fu analizzata e riportata come nuova.
Sempre Bruno Ambrosi mi spiega che: "[...]non c'è mai stato un riesame critico di questa situazione. Riesame critico intendiamoci allora molto difficile per ragioni politiche, per ragioni di costume, per ragione che gli stessi organismi di categoria ad esempio l'ordine dei giornalisti non esisteva[...]quindi non c'era neanche un ordine dei giornalisti che potesse dire "ma signori, ma come stiamo raccontando questa cosa[...]"
Il trascorrere del tempo unito al generale silenzio della stampa aveva affievolito l'interesse e la memoria dell'opinione pubblica verso una tragedia considerata inizialmente "naturale", ma che grazie ad aiuti di vario genere era in rapida via di soluzione attraverso una celere ricostruzione.
Questo minore interesse permise ai media di ribaltare completamente la loro versione senza suscitare la necessità di ammettere un errore che era forse stato dimenticato a tralasciato dalla maggior parte dell'opinione pubblica, spinta quasi ad avvicinarsi ad una notizia "nuova" e priva di legami con quella precedente.

Una situazione mediaticamente mutata
Il mutato approccio mediatico utilizzato per la trattazione del tema Vajont fu determinato anche da alcuni importanti cambiamenti intervenuti nell'evoluzione del caso stesso i quali stimolarono le "libere" coscienze dei giornalisti, che si erano acriticamente arenati nella ferma convinzione della "fatalità" della tragedia, ad entrare in contatto con una realtà i cui dettagliati risvolti li convinsero a cambiare punto di vista e taglio dei loro articoli.
I media che si occuparono dei risvolti giuridici del caso Vajont a partire dal 1968 si trovarono ad aver a che fare con delle "verità" non più urlate da un popolo "ignorante" di montanari, fomentati apparentemente da speculatori politici di matrice comunista e quindi poco dotati di reale credibilità. Il nuovo approccio al caso fu segnato dalla diffusione di notizie di derivazione assolutamente indiscutibile e cioè le indagini eseguite dalla magistratura della Repubblica, un organismo dello Stato considerato assolutamente al di sopra di ogni conflitto politico.
Mario Passi definisce così il rapporto dei giornalisti con la magistratura nei tardi anni sessanta: "Non si levano voci contro la magistratura. Non si parla di toghe rosse o bianche o di altri colori. Nè di giudici schierati politicamente, di complotti giudiziari. La magistratura è un'istituzione rispettata nella sua sovrana autonomia, anche temuta[...]. Ma certamente non esistono governi, partiti e giornali che si sognino di attaccarne pubblicamente l'indipendenza, di offenderne il prestigio e di discuterne il ruolo nella società e nell'ordinamento della Repubblica".
Dal punto di vista del taglio dato agli articoli, le testate giornalistiche effettivamente non si erano liberate delle influenze cui erano sottoposte, ma la natura della "fonte" delle nuove evoluzioni del caso non permise l'insorgere di alcun "dubbio" sull'operato del giudice. La notizia non poteva più essere "distorta" nella sostanza perchè la sua fonte era ora al di sopra di ogni sospetto. Tutte le testate giornalistiche ("l'Unità" o il "Corriere della sera" o "Il Gazzettino") qualunque corrente politica li influenzasse, non avrebbero potuto cambiare l'esito della requisitoria, nè esser accusati di faziosità per l'analisi di tale esito necessariamente ritenuto "obbiettivo".
L'approccio dei media mutò non solo per via della credibilità della fonte, ma anche grazie ad una particolare situazione della stampa che nel '68 viveva il movimento studentesco e la contestazione giovanile. In un contesto di quel genere apparve quasi scemata la stretta sudditanza politica ed ideologica dei giornalisti, anche se alcune regole non vennero meno tutte d'un colpo. Bruno Ambrosi infatti spiega la situazione televisiva Rai relativamente mutata alla fine degli anni '60: "La RAI, anche se un pochino più variegata, non era uscita dal suo dirigismo totale[...]".
Va aggiunto che l'attentato di Piazza Fontana del 1969 portò al riscatto della "contro informazione" come spiega sempre Ambrosi: "[...]la coscienza civile, l'affrancamento dal conformismo è venuta dopo. Piazza Fontana ha segnato il vero grande momento di riscatto nel senso che con la contro informazione cosiddetta, con il fatto che alcuni non credevano alle tesi precostituite, il ballerino anarchico della tv cioè povero Valpreda è un esempio lampante in questo modo. Cioè mentre fino al '69 ciò che diceva il questore, ciò che diceva il prefetto era ex cathedra, era il governo, era lo stato, i dubbi non venivano fuori nei giornalisti o se venivano fuori rimanevano nel chiuso delle redazioni, ma nessuno prendeva posizione[...]ma soprattutto fu quel torbido affare di Piazza Fontana che aprì gli occhi alla gente. Tutto quello che è venuto fuori dopo. Poi abbiamo scoperto, anni dopo, la P2, gli intrecci economico finanziari[...]".
Giorgio Bocca, nel parlare del dopo Piazza Fontana afferma: "Pubblicammo un giornale di controinformazione che univa notizie serie a ombre scambiate per notizie....", " Difficile raccapezzarsi, tutti increduli, sbalorditi di fronte al fatto, non smentibile, che il prefetto, il questore, il capo della squadra politica, il procuratore avevano mentito per difendere coloro che tiravano le fila dietro di loro....", "L'isteria e la faziosità erano arrivate anche sul colle del Quirinale... dove si sparlava", " Ricordo alle esequie solenni dei morti della strage, le facce dei notabili democristiani, di Rumor, Colombo, Andreotti, Moro, in ognuna delle quali potevi sospettare il complice, il complottista".
Come si comprende da queste righe, i giornalisti rimasero "tutti increduli", ma finalmente cadde "l'indiscutibile" credibilità degli uomini del potere che aveva portato, nel caso Vajont, a dare assoluta certezza alla tesi della "fatalità".

La deposizione della requisitoria da parte del giudice Fabbri, inserita in quel contesto storico, aiutò molti giornalisti a svegliarsi dalla precedente cecità dimostrata e ad interessarsi a molte sfaccettature della vicenda prima tralasciate per via dell'accettazione "acritica" ed ingenua di una "unica" credibile versione dei fatti protesa verso la "fatalità", privata di alcuno spazio lasciato al dubbio circa le responsabilità umane. I dubbi finalmente sollevati dai media si riflettevano sull'opinione pubblica che era ora indirizzata verso una nuova riflessione su quanto capitato.
Addirittura questo nuovo approccio mediatico rivelò un capovolgimento nell'orientamento dei giornalisti italiani, ora incredibilmente schierati quasi all'unanimità verso un giudizio colpevolista.

Un "nuovo" freno alla diffusione della memoria
Il clima presente attorno alla notizia, nonostante la situazione mediatica apparisse decisamente mutata, si presentò comunque ancora teso, al punto di non permettere ad alcuni giornalisti "risvegliatisi" dalla cecità dimostrata anni prima di portare a termine il loro lavoro di diffusione mediatica esaustiva della verità agli occhi dell'opinione pubblica. Il modo in cui fu affrontato dai media il processo de l'Aquila fu contrassegnato da alcuni fattori di natura differente che si inserirono come un "freno" per una accurata "ri-socializzazione" del pubblico di massa verso una adeguata conoscenza e quindi "memoria" del caso Vajont.
La versione "non distorta" della tragedia vajontina in questo suo rinnovato approccio ottenne sì la luce dei riflettori dei mezzi di comunicazione di massa, ma questi non furono così luminosi come lo erano stati in precedenza:

"Le severe amare conclusioni del pubblico ministero giungono quella sera del 22 novembre attraverso i lanci delle telescriventi alle redazioni di tutti i giornali italiani.[...]
È una notizia-bomba. Ma i grandi giornali d' informazione – quelli che per il Vajont avevano promosso sottoscrizioni di solidarietà – la pubblicano con scarso interesse nelle pagine interne".

L'ascolto ottenuto dai media, se rapportato a quello riscontrato nel 1963 registrò un interesse ed un'attenzione molto minore. Erano troppo lontani i tempi in cui le immagini del terribile disastro erano vive nella memoria degli italiani, i tempi in cui le prime pagine erano tutte dedicate alla vicenda ed i giornali si fronteggiavano l'un l'altro per avere le notizie più fresche ed aggiornate. Lo spostamento del processo da Belluno a l'Aquila aveva molto raffreddato il clima emotivo intorno alla vicenda.
La cittadina abruzzese non poteva vivere con intensa partecipazione una vicenda che aveva sentito nominare solo attraverso dei titoli di giornale e ben 5 anni prima. Non era di certo un clima minimamente paragonabile a quello che avrebbe trovato il processo se si fosse svolto a Belluno, ove la popolazione ben conosceva le zone in questione e, seppur di riflesso, aveva anch'essa vissuto quel dramma molto più da vicino, mantenendo viva la "memoria" dell'evento anche attraverso l'informazione mediatica locale.
L'eco emotivo offerto a questa nuova luce data alla notizia fu ulteriormente attenuato dalla scarsa presenza dei testimoni che non poterono giungere in massa in una località così lontana. Alcuni sopravvissuti si organizzarono comunque per essere presenti anche attraverso l'organizzazione di collette comuni per giungere a l'Aquila, ma tutto questo richiese uno sforzo notevole: il viaggio era molto lungo e costoso ed una volta giunti a destinazione, la diaria concessa permetteva appena la consumazione di un solo pasto giornaliero.
Anche questa assenza privò la notizia di una "cornice infuocata" tale da offrirle un ampio spazio mediatico, uno spazio importante lasciando così passare gli effetti di un processo tanto cruciale quasi in sordina. Non ci furono grandi lanci di notizia in "hitline", non si sprecarono le prime pagine nè i servizi di apertura dei telegiornali nazionali. La notizia non ebbe un'importanza paragonabile a quella avuta 5 anni prima e, pertanto, l'attenzione dell'opinione pubblica non fu sensibilizzata in modo approfondito verso i nuovi risvolti del caso.
Oltre al "raffreddamento emotivo" della notizia, che aveva contribuito a non offrirle una vetrina degna di prima pagina, si aggiunse, quale "freno" alla diffusione della memoria, anche un rinnovato clima gelido che si attanagliava attorno al caso Vajont per via dei suoi risvolti inerenti le responsabilità umane. Un aneddoto che ci può portare a comprendere il clima di allora mi è stato raccontato dal giornalista Rai-TV Bruno Ambrosi in una intervista in cui mi riferisce:

«Le basti dire che quando si profilò il processo[...]io chiesi un colloquio a Fabbri per registrare una famosa puntata di 'A Z un fatto come e perchè'[...]io vado da lui, a quell'epoca il CSM era molto rigido nei confronti dei magistrati, era rarissimo che un magistrato rilasciasse una dichiarazione, meno che meno alla televisione. Lui mi precisò queste cose e io 'guardi, niente di colpevolistico od altro[...]..un fatto puramente tecnico'. Anche questo doveva essere girato come forma di intervista documentario, per cui attaccammo le luci[...] e battei il primo ciak [...].Mentre Fabbri comincia a parlare, subito dopo pochi secondi a porta chiusa del suo ufficio, si apre detta porta ed entra un signore alquanto austero ed autoritario e dice 'Fabbri venga da me subito!'.[...]Fabbri uscì subito disciplinatamente e tornò dopo pochi istanti sbiancato in volto[...]e dice 'È il Procuratore della Repubblica di Belluno Mandarino[...]Mi ha detto che mi denuncia per sottrazione di beni d'ufficio perchè vi ho permesso di attaccarvi alla corrente del Palazzo di giustizia con i vostri proiettori per illuminare la scrivania'.[...]inutile dirle che da quel momento Fabbri era seguito da due carabinieri per controllarlo per ordine del Procuratore della Repubblica".
Il clima mediatico italiano, sebbene leggermente migliorato dal punto di vista della libertà nella scelta del taglio dato alle notizie, dovette comunque continuare a sottostare ad alcune "regole" dettate da un sistema che poneva ancora alcuni limiti alla diffusione di alcune notizie. Sempre Ambrosi, in un intervento presso una manifestazione tenutasi a Longarone in occasione del trentennale della catastrofe, raccontò di come in tv un programma di approfondimento ed analisi del caso Vajont fu relegato a non esser mandato in onda per via di queste "regole" del sistema:
«Per quanto riguarda le responsabilità si tentò di fare una analisi in una trasmissione di cui allora anch'io mi occupavo, che si chiamava 'A-Zeta un fatto come e perchè' , in occasione proprio dell'apertura del processo dell'Aquila.[...] Doveva essere un numero monografico di "A-Zeta", una trasmissione allora principe nel campo dell'attualità, che infatti andava in onda sabato sera in seconda serata e aveva un'audience notevole visto che aveva la quasi totalità dell'ascolto. La vide il direttore generale di allora[...]e disse: 'Splendido, uno dei lavori più belli che abbia visto sotto la mia direzionÈ ed alzandosi aggiunse: 'peccato che non andrà mai in onda'.[...] qui ritornano in ballo i magistrati, disse: 'Ci sono delle cose lì alla Procura della Repubblica di Roma...' – c'era allora il procuratore Spagnolo tanto per non fare nomi – che aveva nel cassetto certe praticucce che riguardavano la Rai – '...siccome il vostro pezzo è abbastanza critico sulla magistratura giudicante de l'Aquila lui s'arrabbia e tira fuori le cose della Rai e allora perchè andarci a prendere delle grane, questo pezzo non andrà mai in onda'. Difatti non andò mai in onda nè nella sua interezza, nè come era stato concepito[...]».
Non è di difficile comprensione a questo punto immaginare il perchè, in un simile clima contrassegnato da un approccio mediatico di questo genere la conoscenza e la memoria della vicenda da parte del grande pubblico non fu di molto migliorata da questo riaffacciarsi del tema Vajont.

L'oblio mediatico nazionale privo di ammissione dell'errore
Dopo aver diffuso le notizie riguardanti le fasi del processo de l'Aquila col suo verdetto e le successive sentenze in Appello e Cassazione, si spensero le luci dei riflettori sul caso Vajont e la vicenda ricadde nell'oblio nazionale, la regola del giornalismo fu applicata in modo ferreo e rigoroso e, per questo motivo, una notizia diventata oramai vecchia, un'indagine che aveva svelato i suoi colpevoli, una "verità" che era stata dipanata dalla legge non furono più motivo di attenzione indagatoria da parte dei media, almeno di quelli a tiratura nazionale.
I media nazionali non si preoccuparono dell'eredità lasciata nella memoria nazionale dalla versione inizialmente "fatalistica", rivelatasi poi distorta. Essi non fecero mai un'autocritica a se stessi, un'ammissione di colpa che spiegasse al pubblico lo sbaglio interpretativo adottato precedentemente. Non furono funzionali a questo compito nè l'attentato di Piazza Fontana, e nemmeno la riforma televisiva del 1976: "la legge 103 ("riforma della Rai") sottrae al governo il servizio pubblico dell'informazione radio-televisiva, ed è affidato al controllo del Parlamento. Questo per garantire pluralismo, obiettività e completezza nell'informazione, ha provveduto alla spartizione delle due reti televisive e le tre della Radio fra i maggiori (!) partiti. [...] Lo stile dei conduttori pur nell'area della maggioranza è quella di confezionare dei notiziari in forte contrapposizione l'un l'altro. Una palese partigianeria che più che informare fa solo spesso sorridere gli spettatori. È in atto quella che viene definita "lottizzazione" e più che al pluralismo si assiste alle reciproche accuse e a molte faziosità.
È l'inizio del teatrino della politica, che diventa sui teleschermi politica virtuale, spettacoli fuori dalla realtà quotidiana. Il politichese astruso, astratto e prolisso conosce la sua migliore stagione. Una Olimpiade permanente della dialettica".
Nemmeno questa riforma, che slegò anche l'ormai importante mezzo televisivo dal predominio del governo, offrì l'occasione ai giornalisti di riscattare l'errore commesso, magari attraverso la rievocazione della notizia per via di un anniversario, come quello del '78.
Del resto l'errore era stato troppo grande per i più alti rappresentanti della carta stampata e della tv e la notizia oramai non era più di interesse primario. Il lungo tempo trascorso ed il naturale continuo verificarsi quotidiano di avvenimenti "freschi" da raccontare spinsero i media a dimenticare quello che fu considerato, per lo più, giornalisticamente "un incidente di percorso" nel quale si imbattè un giornalismo italiano.
Ancora Ambrosi spiega come i media non affrontarono un riesame critico della notizia:

«Se lei mi chiede se c'è stato un riesame critico della stampa italiana su questa grande 'toppatà cioè su questo fatto che tutti quanti i grandi organi di informazione hanno sbagliato registro nel raccontare Longarone e il Vajont, le posso dire sinceramente e amaramente no, non c'è mai stato un riesame critico di questa situazione. Riesame critico intendiamoci allora molto difficile per ragioni politiche, per ragioni di costume, per ragione che gli stessi organismi di categoria. Ad esempio l'ordine dei giornalisti non esisteva, si fa per dire[...] quindi non c'era neanche un ordine dei giornalisti che potesse dire 'ma signori, ma come stiamo raccontando questa cosa'».
In realtà le testate giornalistiche si occuparono ancora di Vajont, ma in modo fugace e solo in occasione dei grandi anniversari. In queste occasioni però non si diede ampio spazio ad una ripresa dell'analisi della tragedia, o alle conseguenze da essa portate a livello locale: il Vajont e le sue 2000 vittime e la lezione che da esso doveva essere tratta a partire dai gravi errori che si erano commessi furono semplicemente sfruttate quale sfondo significativo per descrivere le visite di personalità politiche e del loro comportamento in quelle occasioni, riflettendole come termine di richiamo al momento storico-politico presente nel Paese.
Una studentessa di nome Marta Pasuch, nell'anno accademico 2001-2002, ha presentato una tesi dal titolo "Il destino della storia attraverso i mass media: la tragedia del Vajont". Questa tesi, citata anche da Lucia Vastano nel suo libro "Vajont. L'onda lunga" evidenzia il tentativo di questa studentessa di dimostrare "che la stampa cambia l'interpretazione della storia e quindi ne influenza la comprensione da parte del pubblico a seconda degli interessi dominanti del periodo".
La Pasuch titola una parte della sua tesi "Le storie non esistono se non c'è qualcuno che le racconta" e prosegue scrivendo: "Le storie , in questo caso la storia del Vajont, vengono raccontate però in tanti modi diversi: uno è il fatto storico accaduto e tante sono le memorie che si sviluppano, costruzioni in continuo divenire., e suscettibili a molteplici influenze.
A dieci anni dalla catastrofe del Vajont, il ricordo è affidato ad una serie di cerimonie religiose in tutti i comuni colpiti, che si intrecciavano ai discorsi di alcuni rappresentati politici locali. 'Il Gazzettino di Belluno' dedica a questi fatti un articolo su due colonne e tre fotografie. Il 10 ottobre 1983, invece, l'edizione locale de 'Il Gazzettino' dedica due pagine alla cerimonia di commemorazione svoltasi il giorno prima a Longarone, con un taglio decisamente cronachistico. Al centro spicca la figura dell'attuale Capo dello Stato, Sandro Pertini, in cui vengono riportati i vari spostamenti[...], ma soprattutto si sottolinea il calore con cui la gente del posto lo ha accolto, elevandolo quasi ad eroe: finalmente lo Stato scende tra il popolo. La serie di quattro fotografie, che vedono ritratto Pertini durante vari momenti della cerimonia, disposte come un fotogramma sotto il titolo principale, evidenziano l'importanza data alla sfera civile rispetto a quella religiosa[...]: il vescovo Ducoli sembra inglobato dalle numerosissime persone, non 'spiccà come il Presidente. È curioso notare, incastonata tra le fotografie, la pubblicità di 'Longarone - Optimac -1° Mostra di macchine componenti e materie prime per l'occhialeria', come a dire non esiste solo il passato, la gente di queste parti sta lavorando per darsi un futuro e conquistarsi un ruolo nell'economia nazionale.
Sull'edizione nazionale de 'Il Gazzettino' poche righe. Eppure a Milano in quello stesso anno, viene pubblicata la prima edizione del libro di Tina Merlin, 'Sulla pelle viva', e già altri libri importanti sul Vajont avevano visto la luce.[...].
È stato Gianpaolo Pansa nel 1993 a 'scoprire' che già nei fatti raccontati dalla Merlin si annidava ciò che l'Italia sarebbe diventata nei trent'anni seguenti, Negli anni di Tangentopoli e dei processi targati 'mani pulite', 'Il Gazzettino di Belluno' riporta in prima pagina proprio le parole di Pansa, tratte dalla prefazione del libro di Tina Merlin ristampato, (desiderio di non dimenticare e marketing editoriale?) proprio nel 1993: «'Vajont 1963' è proprio questo: un libro sul potere come arbitrio e sui mostri che può generare. In fondo, la storia di Tangentopoli, no? L'arroganza di troppi poteri forti. L'assenza di controlli. La ricerca del profitto a tutti i costi. La complicità di tanti organi dello Stato. I silenzi della stampa. L'umiliazione dei semplici. La ricerca di una giustizia: il crollo della fiducia in una repubblica dei giusti».

La memoria "ristretta"
Fortunatamente quella che a livello di massa fu una "memoria" dimenticata o non conosciuta dalla maggior parte del popolo italiano, ebbe la fortuna di esser invece considerata con continuità almeno a livello locale, contribuendo ad offrire un'immagine "tipica" delle genti di montagna, un'immagine unitaria ed unificatrice. Sempre Marta Pasuch in un altro stralcio della sua tesi continua dicendo: "Ecco l'occasione giusta per costruire o rinforzare, attraverso la stampa, il mito del "montanaro innocente, genuino" e alimentare la contrapposizione tra montagna, roccaforte di valori antichi, e la città, luogo del potere e della corruzione. Ma fu rinascita "pulita", titola infatti Flavio Olivo, nella seconda delle tre pagine dedicate al ricordo-richiamo all'attualità, riportando la parole del sindaco di Longarone Gioachino Bratti, tese a sottolineare, da una parte l'estraneità ad ogni scandalo politico ed economico, dall'altra la laboriosità (altro stereotipo dell'uomo di montagna e oggi estesosi a tutto il NordEst) con cui la gente del posto si è prodigata per dare un futuro alla propria comunità, elencando ciò che nel tempo è stato realizzato: l'industria, la Fiera, il parco naturale, il centro di protezione civile. Tutto però nel rispetto dell'ambiente (siamo anche in un periodo, gli anni '90, in cui il pensiero ecologista-ambientalista sta riscuotendo ampio successo, no?), altro valore su cui si può basare un ulteriore contrapposizione tra " noi", gente di montagna, e " loro", cittadini e poteri dello Stato. Strutturato in questi termini, noi-montanari da una parte, loro - poteri economici, politici dall'altra la memoria del Vajont raggiunge anche lo scopo, ( perseguito consapevolmente o no dai giornalisti che hanno scritto questi articoli ), di rafforzare l'identità e la coesione interna della popolazione colpita dalla tragedia, che si costruisce come gruppo " a parte". Questo senso di appartenenza si crea anche ricorrendo ad espedienti retorici, immagini e clichè che parlano più all'emotività che non alla razionalità dei lettori. Si può per esempio esemplificare e rendere contemporaneamente più attraente l'intreccio dei vari fatti ( che nella vicenda del Vajont sono veramente complessi), costruendo il ricordo come fosse un racconto, una leggenda alla maniera di Propp : eroi buoni da una parte e cattivi dall'altra, impegnati ad impedire ai primi di portare a termine il loro compito.
In fondo a pagina tre del "Gazzettino" locale del 9 ottobre 1993, infatti, compare una striscia dedicata a tre "buoni" della vicenda, i giornalisti (autoelogio della stampa) Armando Gervasoni, Tina Merlin e Fiorello Zangrando: un breve resoconto della loro vita e del loro lavoro affianca le rispettive foto a mò di icona. Come si noterà anche avanti, si è cominciato a far ruotare la memoria di un fatto intorno alla "esaltazione" di alcune personalità, a ricercare, oppure a costruire ex-novo, il 'Personaggio'."
Molto interesse dunque rimase attorno al tema Vajont, ma sempre caratterizzato dall'essere "elitario", dotato di scarsa diffusione e comprensione per le masse. Se da un lato la memoria del Vajont proseguiva a livello locale, questa diffusione locale era elitaria se rapportata alla popolazione dell'intera Italia; ed anche a livello globale italiano la memoria era conosciuta a sua volta in modo "elitario" all'interno di strette cerchie di persone che costituivano gli ambienti tecnici o universitari, che analizzavano quindi alcuni "pezzi" di quella storia, quelli a loro più tecnicamente congeniali, senza approfondire il contorno ed i risvolti.
Il caso Vajont non fu del tutto cancellato perchè la sua memoria fu tramandata anche attraverso studi accademici di varia natura, grazie alla particolarità di tutte le componenti che lo contraddistinsero: fu un misto di peculiarità realmente interessanti se analizzati da punti di vista come la genialità architettonica usata per la costruzione della diga, gli errori geologici, il processo e le sentenze derivatene, il clima politico particolare dell'epoca, l'organizzazione statale, ecc..
Molte furono le pubblicazioni che si adoperarono nell'analisi del caso Vajont sotto molteplici punti di vista, nelle discipline più disparate. La bibliotecaria di Longarone, gentilissima signora Simonetta Simonetti, così ha risposto alla domanda circa la bibliografia esistente sul caso Vajont: «Le comunico che non esiste a tutt'oggi una bibliografia completa sulla letteratura del Vajont[...]» prima di rimandarmi alla consultazione della bibliografia in questione (seppur incompleta) presente nel sito del Comune di Longarone che analizza l'argomento "pubblicazioni" sul Vajont in questo modo: «La catastrofe del Vajont ha prodotto anche centinaia di pubblicazioni la cui presente bibliografia rappresenta un approccio limitato, ma pur sempre essenziale. In futuro verrà catalogata, con la massima precisione, tutta la letteratura vigente, creando degli indici di ricerca che potranno agevolarne la consultazione»

ASCARI O., Una arringa per Longarone, Editore Castaldi, Feltre 1973.
CALOI P., L'evento del Vajont nei suoi aspetti geodinamici, Istituto Nazionale di Geofisica, Roma 1966.
CANESTRINI F., Vajont: genocidio di poveri, Cultura, Firenze 1969.
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CAPRARO V., BRISTOT R. Vajont - Itinerari nel cuore e nella storia, Tarantola Editore, Belluno 1998.
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SEMENZA C., Scritti di Carlo Semenza, a cura dell'Ufficio Studi della SADE, Venezia
SEMENZA E., Sintesi degli studi geologici sulla frana del Vajont dal 1959 al 1964, Memorie del Museo Tridentino di Scienze Naturali, Vol. 16, Trento 1965.
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ZANGRANDO F., Vajont, l'acqua e la terra, Pro Loco di Longarone, Longarone 1988."
È facile notare come le pubblicazioni in questione siano cronologicamente collegabili al periodo che portò al processo de l'Aquila, tra gli anni '64 e '71, con la conclusione della sentenza in Cassazione. Nella maggior parte dei casi sono pubblicazioni tecniche riguardanti l'aspetto geologico ed ingegneristico della diga e della frana. Altre pubblicazioni intermedie cronologicamente risalenti alla metà degli anni '70 sono per lo più attribuibili ad una distribuzione principalmente legata al Comune di Longarone e sono in chiave sociologica, come gli studi di Don Giuseppe Capraro inerenti la ripresa del tessuto sociale longaronese.
Il resto delle pubblicazioni citate sono state pubblicate in concomitanza di anniversari, come quelli del 1983 e 1993, ma sempre con caratteristiche di distribuzione legate per lo più alla diffusione locale, causata anche dalla scarsa conoscenza dell'argomento da parte del già ristretto pubblico di lettori.
Il libro che Mario Passi scrisse nel 1968 col titolo "Morire sul Vajont", ottenne una considerazione non di grandissimo rilievo: in un'epoca come quella analizzata un libro sul Vajont scritto da un giornalista che lavorava per l'Unità non poteva che subire la stessa sorte che subiva la testata.
Tina Merlin, la giornalista che aveva anticipato la caduta della frana e che maggiormente si era occupata dei problemi delle popolazioni montane del Vajont, impiegò ben 20 anni per veder pubblicare il suo libro "Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont" che ne raccontava la storia e che fu pubblicato per la prima volta nel 1983.
Del resto anche il suo era un libro "forte", di denuncia e soprattutto raccontato con un manifesto taglio comunista dato all'intera vicenda. Per 20 anni bussò alle porte di vari editori non trovandone uno abbastanza coraggioso da pubblicare una storia tanto "vecchia" oltre che "scomoda".

Gianpaolo Pansa nel 1993 scrive: "[...]Tina Merlin. Non solo non voleva dimenticare. Non voleva che gli altri dimenticassero. Continuò a scrivere[...]vent'anni dopo , Tina bussò alle nostre porte con un libro bellissimo, questo che oggi viene ripubblicato. Ma troppe porte rimasero chiuse. E troppe orecchie sorde.
Debbo dirlo: anche la mia porta rimase sbarrata. Quante cose accadevano nell'Italia del 1983. E quanti libri c'erano da leggere e, talvolta, da scrivere. Perchè prendere in mano un libro del Vajont? Quanti secoli prima era accaduto l'olocausto di Longarone?[...]
L'ho letto[...]e ne sono uscito umiliato. Tanti sermoni sul giornalismo di denuncia, sull'informazione come contro-potere, sulle carte false e le carte vere della stampa italiana[...]Pagine che sono un atto di amore per chi ha capito l'olocausto e un atto di accusa per noi che non abbiamo saputo o voluto raccontarlo come si doveva e si poteva[...]".
Il libro della Merlin divenne col passar del tempo quasi un "cult" per gli iniziati al Vajont, ma non fu in grado di raggiungere il suo scopo e cioè risvegliare la coscienza civile nazionale dall'oblio nella quale era caduta. Un mondo come quello degli anni '80, proiettato verso il canale mediatico oramai di maggior diffusione e cioè la tv, non riscoprì un interesse di massa ad opera di un libro, dominio dei sempre pochi utenti affezionati alla lettura.
L'oblio nel quale era ricaduto il caso Vajont poteva essere considerato la "normale" fine di una notizia cronologicamente passata. Lo stesso destino era capitato ad altri avvenimenti importanti e meno articolati e complessi come quello in questione.
Ma il caso Vajont fu troppo importante e troppo particolare per meritare una sorte di quel genere, per far cadere nel silenzio la morte di 2000 persone, per far tacere per sempre la voce della memoria di un insieme di ingiustizie e di disinteressi e di disfunzioni che avevano causato tanto dolore. Il sentimento di giustizia, di rabbia nel non vederla rispettata, la "malattia del Vajont" che influenzava chi toccava tale argomento era destinata a non riservare la stessa sorte di silenzio anche a questo caso.

Col senno di poi, ancora Bruno Ambrosi fa un'affermazione che può in qualche modo stimolare la comprensione dell'interesse e dell'attualità che permise al caso Vajont di non essere dimenticato e di riemergere dopo un lungo silenzio:

«Questo è fuor di dubbio e ripeto: il Vajont fu una grande cartina di tornasole per stabilire dove si stava[...] Quello del Vajont rimane l'archetipo di tutto ciò che l'insipienza degli uomini, la presupponenza, la potenza del denaro, la fame di profitti[...]può provocare».

3 - LA PRIMA REPUBBLICA ED IL VAJONT: UNA "PRATICA" GOVERNATIVA

Il Vajont si riaccende tra '68 e Piazza Fontana
Il processo giudiziario relativo al caso Vajont fu ospitato dall'Italia dei tardi anni '60 e primi anni '70.
Il periodo in questione fu contrassegnato da un insieme di avvenimenti che evidenziarono una situazione dello scenario politico molto accesa, che può essere brevemente spiegata in queste righe :"Il vento della contestazione, partito dall'America nella prima metà degli anni Sessanta, arrivò impetuoso qualche anno dopo anche in Europa, in particolare in Italia e Francia. Ma una caratteristica fondamentale distingueva le rivendicazioni giovanili d'oltre oceano da quelle del nostro continente, e cioè il pesantissimo carico ideologico marxista-leninista che connotava il movimento studentesco di casa nostra. Va detto che l'esplosione di una qualche forma di rivolta era praticamente inevitabile e forse anche facilmente prevedibile. La società italiana era da tempo in bilico fra evoluzione e stagnazione. Troppi settori erano impreparati alle trasformazioni che il boom economico, l'evoluzione dei costumi, il progressivo allentamento della pressione conservatrice della Chiesa cattolica stavano preparando.[...]Sulla scena politica irruppero per la prima volta formazioni, gruppi e gruppuscoli espressione delle varie anime della contestazione, che si ponevano a sinistra del PCI.[...]Sul fronte opposto, si assistette alla notevole avanzata dell'estrema destra del Movimento Sociale Italiano, considerato da una fetta dell'elettorato come una credibile reazione alla marea montante.
Ma l'elemento più importante fu senza alcun dubbio il forte aumento di consenso per il Partito Comunista Italiano. Alla fine degli anni Sessanta [...] il PCI cercò al tempo stesso di porsi come interlocutore, ed in definitiva di rappresentare il movimento della contestazione, e di crearsi una credibilità come partito di governo anche agli occhi di una certa parte della borghesia italiana.[...]Innumerevoli furono gli atti di inaudita violenza che insanguinarono il nostro Paese, ma forse due possono essere presi come simbolo per le conseguenze che ebbero sulla società italiana e sulla vita politica e per i misteri veri o presunti che ancora li avvolgono e spesso avvelenano tuttora la nostra vita pubblica: la strage di Piazza Fontana ed il caso Moro.
Attorno al '75-'76 il quadro politico appariva quindi fortemente inadeguato a fronteggiare una situazione sempre più difficile. In quel biennio l'avanzata del Pci raggiunse il suo apice. Alle elezioni politiche del 1976 i comunisti sfiorarono il sorpasso ai danni della Democrazia Cristiana come partito di maggioranza relativa, posizione che la DC riuscì a conservare grazie soprattutto al fatto che buona parte del tradizionale bacino di voti dei partiti laici confluì sul partito cattolico esclusivamente in chiave anticomunista. Ma in larghi settori della Democrazia Cristiana si faceva sempre più largo l'idea che alla situazione di stallo in cui si trovava la politica, l'unica risposta valida era costituita dall'ingresso del Partito Comunista nell'area del governo. Propugnatore di questa fase politica chiamata del "compromesso storico" era in particolare Aldo Moro. Questa esigenza trovò ovviamente come attento interlocutore il Pci, ed in particolare il suo segretario Berlinguer, il quale aveva già da qualche tempo cominciato a maturare questa idea".
Per un sistema politico tripolare come quello italiano (saldamente fissato sull'esistenza di un forte polo di centro a garanzia della stabilità del sistema, e di due poli tendenzialmente contrari al sistema stesso), la situazione che si era venuta a creare fece ulteriormente aumentare la "preoccupazione comunista". Il potere governativo era mantenuto, con sempre maggiori difficoltà, nelle mani di chi lo aveva sempre gestito ed era sempre più vicina la necessità che veniva prospettandosi di aprire al "dialogo" con le forze della sinistra.
Nel 1970 si ebbe "[...]l'approvazione della legge che deve finanziare la costituzione delle regioni. Dopo ventidue anni di lotte democristiane per ritardarla sta dunque per entrare in vigore l'attuazione delle Regioni .Il timore per la DC (i suoi vertici) era sempre stato quello che i 'rossi' nelle loro tre regioni roccaforti gestendo il proprio territorio si sarebbero poi staccati dal potere centrale. Questo cambiamento di rotta (e sarà proprio la DC ora a votare sì) avviene per due motivi, uno perchè si sono stabiliti gli ingenti contributi finanziari per le regioni; l'altro perchè nelle tante sue correnti (siamo ora a 8) dove abbondano i nuovi faccendieri, questi anche se ribelli, diventano utili per essere inseriti dentro un 'sistemà dove si stanno creando molte competenze amministrative da gestire sul territorio.
È una 'moltiplicazione dei pani' per chi deve accontentare ex portaborse, ex funzionari, ex sindaci, ex politici[...] i nuovi rampanti e tutto quel ceto politico che sta dietro le segreterie provinciali che negli anni precedenti ha lavorato per i leader, ma che non È stato gratificato abbastanza, perchè le poltrone erano a Roma troppo poche. [...]Alcuni uomini politici che siedono nelle poltrone governative perdono infatti di vista il Paese e guardano solo al proprio territorio. Non governano più una nazione, ma la loro regione, con precisi patti clientelari in una specie di 'consorterià ".
"Ritornando a questo inizio 1970, dopo il trauma di Piazza Fontana, i politici temendo di perdere il controllo del potere, iniziano il lungo e losco periodo fatto di tante ambiguità; si accusarono a vicenda, ma mai alzando troppo la voce[...]".
"Insomma le manifestazioni, le rivolte e perfino la ridondanza degli attentati, nella DC, nel PCI, nei socialisti e nella destra, generalizzandole[...]furono dei pretesti per criminalizzare gli avversari di turno".
"L'Italia che desiderava diventare - e stava diventando diversa - da quel giorno si fermò, e cominciò a pagare a carissimo prezzo il suo legittimo desiderio di democrazia; ha infatti davanti a sè gli anni di piombo, le stragi, gli attentati, assassinio di giornalisti, magistrati, sindacalisti, o semplici innocenti cittadini, che nel muoversi nella loro quotidianità senza nessuna colpa si trovarono in un certo luogo e in una certa ora al fatale appuntamento con la morte.".

Alla luce di questo contesto storico-politico è evidente come il "sistema" non fosse ancora pronto per affrontare una "lezione" come quella portata dalla memoria del Vajont e cioè recante la denuncia delle sue disfunzioni. Era improponibile immaginare un'autocritica da parte della classe politica proprio nel momento in cui la stabilità veniva meno, anche in seguito alle recenti complicazioni portate dal decentramento amministrativo. Le nuove regioni e le loro "autonomie" finirono per esser gestite sempre dal potere centrale, ma con un gioco politico ulteriormente complicato: la gestione di queste nuove "parti" dello Stato offrì ampio spazio alle più strane alleanze con l'opposizione.
Questo decentramento statale offrì la possibilità di governare sul piano locale anche alle forze politiche di sinistra, già precedentemente in ascesa anche a livello nazionale. Il PCI, fino ad allora considerato forza politica "ostile" al sistema, finì per esserne inglobato entrando a far parte dei circuiti distorti non soltanto in qualità di oppositore, ma anche di amministratore. La classe politica aveva in questi anni finito con l'uniformarsi in modo pressochè omogeneo alle "regole" di un sistema che, dal momento che iniziava ad offrire poltrone un po' a tutti i colori dello spettro politico, diveniva sempre più difficile da abbattere attraverso una consapevole "rivoluzione" interna.

Una normale "pratica" amministrativa per il budget statale La gravità della tragedia aveva comportato da subito un forte interessamento ed una pesante mobilitazione dell'apparato statale. Quest'ultimo, una volta risolti i problemi più grossi e raggiunto il ripristino di una certa "normalità", smise di considerare il Vajont da un punto di vista "morale" ed "etico" dal quale trarre una importante lezione e si limitò principalmente ad una considerazione "economico-finanziaria" della situazione venutasi a creare.
Gioacchino Bratti, ex-sindaco di Longarone, offre una breve opinione circa il suo modo di intendere i rapporti tra il Comune di Longarone e le istituzioni statali: "I rapporti tra amministrazioni locali e istituzioni superiori, specie nel primo periodo dopo il disastro (e superato lo scontro che ci fu sul trasferimento dell'abitato, inizialmente ipotizzato dal Governo e respinto dalla comunità superstite) sono stati in genere positivi, anche se – dobbiamo dirlo – vengono giudicati diversamente a seconda dell'angolatura politica o partitica da cui muovevano o muovono. Successivamente, a partire dagli anni settanta, il rapporto si è burocratizzato e la vicenda "Longarone - Vajont" via via è diventata una 'praticà come altre".
Il Vajont si inserì comprensibilmente tra la miriade di problemi che ogni governo deve affrontare nell'amministrazione del complesso apparato statale. I comuni sinistrati finirono per esser considerati alla stregua di una voce del "budget" finanziario a disposizione dello Stato, al pari di una qualunque "pratica" governativa, fatta di finanziamenti da approvare, tasse da scontare, infrastrutture da costruire, ecc.: una serie di numeri, di calcoli, di dati che tolsero spazio al ben più importante "messaggio" che quella vicenda portava con sè.
Un interesse di tipo "morale" verso il Vajont non poteva manifestarsi in uno Stato che non aveva ammesso la sua "compartecipazione indiretta" allo svolgersi della tragedia; per questo motivo non sponsorizzò di certo iniziative che favorissero uno sviluppo allargato della coscienza civile nazionale verso la conoscenza dei retroscena che avevano portato ad un simile evento, al contrario proseguì nel suo intento di non pubblicizzare troppo, anzi di tener nell'oblio la vicenda.
La "memoria" del Vajont fu oscurata e trascurata al punto tale da non permettere a quell'olocausto di 2000 innocenti di essere ufficialmente riconosciuto lutto nazionale. La vicenda in questione risultava troppo collegata ad un "errore" del sistema politico che, oltre a causare quell'ingente numero di vittime, aveva dato vita a quell' "opera assassina" finanziandola con i soldi dei contribuenti, spesi nel nome del progresso e dello sviluppo.
Questo errore era troppo grande e la conservazione del "sistema" troppo importante per poter permettere un'analisi approfondita e rivolta verso una "lezione" che non poteva essere appresa senza intaccarlo nelle sue "utili" disfunzioni, specialmente quando quello stesso sistema era ancora prevalentemente immutato e non propenso a pagare le conseguenze in termini di ammissione di colpa di fronte ai cittadini.
In realtà la "memoria" del Vajont, intesa "moralmente" nel senso di sola commemorazione dei morti della tragedia, non fu del tutto dimenticata dalla classe politica, per lo più da quella locale, ma anche dalle alte cariche istituzionali che non mancarono quasi mai di presenziare in occasione della celebrazione degli anniversari importanti.
Queste presenze furono di notevole effetto, permisero alla tragedia di ricevere, anche a livello mediatico, una relativa importanza ed offrirono la possibilità di emergere ad una "memoria ad hoc". Le autorità statali che si recarono nella valle ricostruita in seguito alla tragedia, in occasione degli anniversari, ricordarono con parole addolorate la catastrofe del Vajont, ebbero parole di cordoglio per le famiglie dei caduti e parole di gratitudine per i soccorritori e tutti coloro che si erano impegnati per far rinascere queste zone. L'ottica data alla vicenda fu sempre rivolta verso la rinascita, il rifiorire dell'economia, il buon intervento dello Stato rivolto verso questi fini raggiunti. Le autorità non si interessarono mai di "chiedere scusa" per una tragedia che aveva indirettamente contribuito a creare anche lo Stato, con la sua indifferenza e brama di sviluppo e progresso.
La reale analisi dei risvolti della vicenda rimaneva per lo più nascosta dietro ad un demagogico spot politico celato dietro questa "maschera" di lutto e commozione. La sensazione, analizzata col "senno di poi" è quella di uno "spot", indipendentemente dal colore politico rappresentato, per far intendere che la presenza dello Stato era scesa in campo a commemorare le vittime insieme alle popolazioni sinistrate. Ma l'Italia della Prima Repubblica era caratterizzata dalle ideologie, dalle tante "parole", dal "politichese". Era un Paese che si basava sull'auto elogio ideologico o sullo screditamento di altri, ma mancava in realtà dei fatti veri e propri, di interventi mirati a risolvere un problema in modo concreto.
Fu sempre più netta la sensazione che il tempo avesse permesso al "sistema" di cancellare le brutte ferite che aveva causato lasciando, quali elementi di analisi e discussione, solo presente e futuro ma mai il passato.a

L'interesse economico prevale ancora: non si impara la lezione
Nell'arco degli anni che vanno dal 1970 al 1985 cambiò la prospettiva mondiale. Il processo di internazionalizzazione fu rapidissimo, avanzò in termini esponenziali e modificò tutti i termini dei rapporti economico-politici. In questo periodo finì il comunismo, perchè non potè più far fronte a questo processo travolgente che in qualche modo l'economia capitalistica aveva messo in moto. Le elezioni straordinarie del '79, e quelle anticipate dell'83, videro il declino dei consensi per il PCI, che scese al 30% dei voti, della DC, ed anche del PSI, nonostante il dinamismo di Craxi. Questa situazione portò alla necessità di ritornare ad una coalizione di governo di "centro-sinistra", il cosiddetto Pentapartito, formato da DC, PSI, PRI PSDI e Partito Liberale, governato prima da Giovanni Spadolini e poi da Bettino Craxi. La perdita della Presidenza del Consiglio, da parte della DC innestò un processo di rinnovamento interno al partito. Anche il PCI si trovò di fronte alla necessità di una revisione ideologica, e di elaborare una nuova piattaforma politica.
"Quasi tutti i partiti italiani hanno cercato, in modo forse affrettato e spesso con poca fortuna nuove denominazioni e connotazioni politiche, rivedute e corrette nelle intenzioni, ma solo marginalmente rispondenti alle esigenze della società e dell'elettorato italiani che ormai trovavano scarse ragioni per legittimare la vecchia classe dirigente. E c'e da aggiungere che questo fenomeno coincide con la crescente affermazione di un potere che è sempre esistito, ma mai come in quel periodo[...]la forza condizionante della politica: il potere economico.
Crisi dell'ideologia e profondo senso di sfiducia nell'elettore (e qui mi riferisco all'elettorato di massa, all'elettore che ha sempre immaginato la politica come il risultato di litigiosi confronti fra numi tutelari e non, chiamati a decidere del suo destino, in una sorta di Olimpo simile a quello della mitologia greca). Era ormai inutile proclamarsi modernisti e riformisti". La peculiarità degli anni '80 fu certamente lo smisurato dilagare della corruzione in seno alla classe politica. Un evento principalmente individuò questo fenomeno: lo scandalo della Loggia P2, una branca della massoneria inserita nel mondo politico, nella burocrazia e nei vertici militari, che fu accusata di perseguire scopi di lucro e di carriera per i suoi associati, oltre al ben più grave scopo di ristrutturare autoritariamente lo Stato italiano. La Loggia P2 venne sciolta ufficialmente nell'81 da parte del governo Spadolini, ma nella mentalità comune restò l'idea di una connessione tra alcuni settori della classe politica, il mondo degli eversivi di destra e la malavita.
Gli anni '80 a detta di Marco Paolini furono quelli in cui «la stagione della memoria vive forse il tempo più brutto. L'Italia degli anni '80, tutta proiettata in avanti verso il sogno di entrare nell'olimpo dei paesi più potenti del mondo, non ha più tempo di guardarsi alle spalle. Insieme alla stagione della politica nelle scuole e nelle strade e a quella successiva del terrorismo seppellisce in fretta anche la stagione del suo passato contadino, ma anche di quello industriale».
La "lezione" del Vajont non fu quindi presa in considerazione, o quanto meno non lo fu in modo concreto. Il giudice Mario Fabbri diede la sua interpretazione della lezione del Vajont in un'intervista pubblicata su "Il Gazzettino" già nel 1973 ove sostenne che "[...]problemi che il Vajont ha prospettato, ad ogni livello: scientifico, giuridico, tecnico, economico e politico.[...]I problemi del dopo?[...]gli stessi che si sono riproposti con il verificarsi di successive catastrofi.[...]I problemi erano, rimasero, rimangono gli stessi ancora oggi. E si possono riassumere in due classi: prevenzione, per quanto possibile, delle catastrofi; quando queste siano ineluttabili, attenuazione del danno e del disagio delle popolazioni colpite.[...]Direi che è stata compresa da tutti (la lezione), responsabili della cosa pubblica e semplici cittadini. Ma resta ancora molto da fare e troppe cose sono affidate ad una infondata speranza che altri fatti simili non tornino a verificarsi".
Purtroppo lo Stato ed i meccanismi che lo regolavano, non erano mutati di molto dopo l'esperienza Vajont, resero vana la "lezione" e le speranze che altre tragedie simili fossero evitate. Il legame tra potere politico ed interesse economico, la mancanza di adeguata sicurezza in nome del maggiore profitto, la scarsa importanza ed ascolto dato alla voce dei più deboli colpirono ancora, e non lontano, in termini geografici, dal Vajont.
Una "storia" simile si verificò nella Val di Stava, a poche centinaia di chilometri dalla diga che aveva causato la catastrofe del 1963. Il 19 luglio 1985, nella Val di Stava, in Trentino, crollarono le colline costituite dalle discariche della miniera di Prestavel facendo franare 180.000 metri cubi di fango e acqua che travolsero ed uccisero 268 persone.
Basti leggere questo passo della prefazione a "Fondazione Stava 1985" con le parole scritte dal suo presidente Graziano Lucchi:

«Il crollo delle discariche di miniera di Prestavel, avvenuto il 19 luglio 1985 in Val di Stava (Trentino), costituisce per dimensioni e numero di vittime la più grave catastrofe al mondo dovuta al collasso di rilevati arginali a servizio di miniere e rimane a tutt'oggi una delle più gravi catastrofi industriali mai verificatesi al mondo, seconda in Italia solo alla tragedia del Vajont del 1963. Una catastrofe che, stando a quanto evidenziato nelle sentenze del procedimento penale che si concluse con la condanna di dieci imputati riconosciuti colpevoli dei reati di disastro colposo e omicidio colposo plurimo, era facilmente prevedibile e sarebbe potuta essere evitata se solo i responsabili della miniera e i preposti ai controlli avessero agito con la dovuta prudenza e con l'uso dell'ordinaria perizia e diligenza, basandosi sulle conoscenze tecniche e sulla letteratura scientifica disponibili all'epoca. Nella vicenda di Stava – nota infatti il Giudice Istruttore nella sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio – si può ravvisare quella prevedibilità del crollo che sarebbe dovuta essere chiara se l'incultura degli operatori non avesse interagito con l'imperizia, la negligenza, l'imprudenza, la superficialità, l'ignoranza, l'assenza di consapevolezza, il mancato rispetto delle norme, le omissioni nei controlli.»
In un sito Internet dedicato alla Val di Fiemme, valle della tragedia di Stava si legge:
"[...]i direttori della miniera e alcuni responsabili delle società che intervennero nelle scelte circa la costruzione e la crescita del bacino superiore dal 1969 al 1985, - dei responsabili del Distretto minerario della Provincia Autonoma di Trento che omisero del tutto i controlli sulle discariche. Vennero inoltre condannate al risarcimento dei danni in veste di responsabili civili per la colpa dei loro dipendenti, - le società che nello stesso periodo ebbero in concessione la miniera di Prestavel o intervennero nelle scelte relative alle discariche: Montedison Spa, Industria marmi e graniti Imeg Spa per conto della Fluormine Spa, Snam Spa per conto della Solmine Spa, Prealpi Mineraria Spa, - la Provincia Autonoma di Trento. Al di là delle azioni ed omissioni penalmente rilevanti, concorsero al disastro di Stava una serie di comportamenti che vanno oltre la sfera giuridica e si caratterizzano principalmente nell'aver anteposto alla sicurezza dei terzi la redditività economica degli impianti sia da parte delle società concessionarie che degli Enti pubblici istituzionalmente preposti alla tutela del territorio e della sicurezza delle popolazioni".
Il problema della Valle di Stava dimostrò come la "lezione" del Vajont non fosse stata appresa: l'argomento tornò di prima rilevanza intorno agli inizi degli anni '90 quando si affacciarono ipotesi circa il riutilizzo del bacino del Vajont.
L'E.N.E.L., proprietaria dell'impianto, prospettò l'idea di un riutilizzo del bacino residuo del Vajont garantendo con certezza scientifica e tecnologica la totale sicurezza dell'impianto e l'assoluta non pericolosità dell'uso delle acque rimaste nel serbatoio.
L'opposizione dei comuni sinistrati fu netta e l'argomento momentaneamente fu abbandonato, ma l'ombra del rinnovato profitto economico stava già bussando alla porta del Vajont, infischiandosene della memoria che aveva dimenticato.
Lo Stato, sollecitato nuovamente all'analisi della situazione del Vajont, sebbene per questa via indiretta, non spinse il suo interessamento ad una valutazione approfondita delle motivazioni di netto rifiuto dei comuni sinistrati. L'analisi si limitò al calcolo della potenza energetica generata, alle competenze di autorità in questione ed al limite morale imposto dalla popolazione residente. Nessun accenno al passato, agli errori commessi.

L'arrivo della Seconda Repubblica e le "coincidenze" derivatene
La fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 comportarono una serie di eventi che cambiarono in modo massiccio il contesto storico-politico internazionale e si rifletterono anche all'interno di quel "sistema politico italiano" che aveva retto il Paese fino ad allora in modo indisturbato.
"[...]due fenomeni ben precisi che si sono verificati tra la metà degli anni Ottanta e la metà dei Novanta. È in questo periodo che la società italiana e conseguentemente la politica italiana hanno vissuto un difficile periodo di transizione tra la fine di un ciclo e uno nuovo, di incerte basi, che stenta ad avviarsi. Di solito si definisce 'transizione' un periodo di vuoto politico, di incertezza, di smarrimento. Questo fenomeno, secondo il mio parere, ha avuto origine in quella che definirei 'crisi dell' ideologia in senso storico'. Da tempo molti italiani non erano più disposti ad orientare il loro consenso verso quei partiti, particolarmente i due maggiori, che, pur su posizioni opposte, a quel tipo di ideologie si ispiravano. E mi riferisco ad una crisi senza distinzioni fra ideologie di destra o di sinistra. Questo anche in parte dovuto al mutamento sostanziale della società, al progresso e alla tecnologia in continua evoluzione".
Nel 1985 il nuovo Presidente U.R.S.S., Michael Gorbaciov, diede vita alla "perestroika": un programma di ristrutturazione politica, economica e sociale che smantellò ciò che aveva impiegato almeno tre quarti di secolo per essere eretto, e cioè il totalitarismo del sistema marxista–leninista-stalinista dell'Unione Sovietica, attraverso un allargamento del potere e delle responsabilità alle repubbliche che la formavano. Una delle due principali potenze mondiali, nonchè il maggior esponente del comunismo nel mondo, vide cambiare proprio quel sistema di cui era stato fino ad allora la bandiera ed inevitabilmente diede inizio al crollo dei regimi comunisti europei che su di esso si basavano.
Nel 1989, sull'onda della perestroika e dei cambiamenti, cadde il muro di Berlino ed insieme ad esso il sistema italiano perse la sua principale fonte di legittimazione interna ed internazionale alla lotta contro il comunismo.
"Dopo il crollo del muro, seguendo l'esempio del Partito Comunista Ungherese, che decise da allora di chiamarsi Partito Socialista, il PCI scompare, o meglio gli viene data una nuova connotazione: PDS. Per restare in tema, l'altro grande partito italiano, la Democrazia Cristiana con la sua strategia attendista, risultata poi inutile e dannosa, vede frantumarsi il solido piedistallo sul quale si era retta durante quaranta e più anni di potere, e grazie al quale aveva a stento tenuto sotto controllo le varie correnti ad essa interne.
Sono proprio le correnti democristiane di un tempo che ne determineranno la frantumazione, dando vita a nuove formazioni autonome". Negli anni Novanta apparì un nuovo termine, quello di "globalizzazione". Le vecchie categorie di destra e di sinistra, progressista e regressista, furono rimesse in discussione.
"Globalizzazione" sembrò equivalere ad "americanizzazione", e corrispondere alle linee ideologiche - di stampo "liberista" - che punta al mercato quale unico spazio possibile delle forze sociali. "Le elezioni politiche del '92 vedono un crollo della Dc e dell'area post-comunista (Pds+Rc) [...]. Gli equilibri politici vengono sconvolti dall'esplodere di Tangentopoli, inchiesta che pone in evidenza un diffuso meccanismo di corruzione. Numerosi esponenti politici vengono raggiunti da avvisi di garanzia e tra questi vi sono diversi socialisti vicini a Bettino Craxi, il leader del Psi 'candidato' alla presidenza del Consiglio. Nel frattempo il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga rassegna le dimissioni (25 aprile 1992), rendendo ancora più profonda la crisi istituzionale."
Ecco che un altro grande evento destabilizza ulteriormente il sistema politico italiano: la politica, la finanza ed il mondo dell'imprenditoria furono infatti sconvolte da "Tangentopoli" e da "Mani Pulite", operazione giuridica di pulizia politica-economica che nel giro di 25 mesi fece sperimentare il carcere a migliaia di personaggi, inviò altrettante migliaia di avvisi di garanzia provocando anche 10 suicidi di personaggi eccellenti e coinvolgendo centinaia di uomini politici.
Questi avvenimenti segnarono l'inizio di una nuova fase della vita del nostro Paese: tutto ciò che per 40 anni si era verificato regolarmente all'interno di un sistema che teneva gli occhi ben chiusi, ora venne perseguito, provato e soprattutto punito, gettando nuove speranze per il futuro con l'arrivo della "Seconda Repubblica".
Molti personaggi politici che erano stati al potere per anni scomparvero dalla scena e la nuova classe politica, subentrata a quella "corrotta", ebbe da subito una importante missione da svolgere: dimostrare la fine degli ideologismi e l'inizio di una politica basata su interventi concreti. Non ci si batteva più "contro qualcuno", ma "per qualcosa".
"Nella generale corsa al rinnovamento e nell'ansiosa ricerca di una "identità" che fosse, più che legittima, accettabile, la parola d'ordine era: compromesso. In altre parole, non aveva più tanto senso schierarsi a destra o a sinistra o rimanere su posizioni centriste che ormai male e poco pagavano. Occorreva schierarsi dalla parte... dell'elettore, della gente, con programmi precisi e adeguati".
La "caduta" del vecchio sistema, la sua "pulizia" e conseguente rinnovamento consentì al passato politico-istituzionale di essere finalmente analizzato in chiave critica. La nuova classe politica dirigente, che non aveva fatto parte del precedente sistema, si sentì libera di ripensare al passato affrontandolo con una "coscienza pulita". Addirittura gli errori precedentemente commessi "da altri", furono "funzionali" in termini di paragone cui confrontarsi per prender le distanze dal passato in nome di un futuro "migliore".

In tema Vajont ecco che, oramai liberi da collegamenti diretti con quel sistema ricco di "disfunzioni" e "corruzione", tutto può tornare allo scoperto perchè non porta più ad accuse dirette e presenti. Questa potrebbe essere la funzionalità della "cartina di tornasole" del caso Vajont: un perfetto esempio di come le cose non andavano prima e come il miglioramento portato dalla Seconda Repubblica cercava di cambiare il tutto in meglio.
Probabilmente una serie di coincidenze fece sì che nel 1993, proprio in concomitanza del processo di "mani pulite", dopo anni di oblio si ripubblicò per una seconda edizione il libro di Tina Merlin, che aveva denunciato una "tangentopoli" primordiale, e che per anni aveva faticato a trovare un primo editore fino alla prima edizione del 1983.
In un passo della prefazione all'edizione del 1993 del libro della Merlin, Pansa scrive: "Ecco, 'Sulla pelle vivà è proprio questo: un libro sul potere come arbitrio e sui mostri che può generare. In fondo è la storia di Tangentopoli, no? L'arroganza di troppi poteri forti. L'assenza di controlli. La ricerca del profitto a tutti i costi. La complicità di tanti organi dello Stato. I silenzi della stampa. L'umiliazione dei semplici. La ricerca vana di una giustizia. Il crollo della fiducia in una repubblica dei giusti[...]sta in questo la modernità bruciante del suo libro".
Sempre nei primi anni '90 l'attore Marco Paolini presentò in giro per l'Italia il suo spettacolo di analisi e denuncia dei retroscena della vicenda del Vajont. Dopo i successi ottenuti, lo stesso spettacolo fu proposto in una diretta proprio su una rete Rai nel 1997, in un momento in cui l'Italia era governata da un governo di centro sinistra in crisi, con a capo Romano Prodi, che sarebbe caduto proprio quel 9 ottobre 1997.

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