Vajont: genocidio di poveri

Sandro Canestrini, avvocato di parte civile, denuncio' con altissima tensione morale e civile i soprusi e le manovre di un sistema colluso durante il processo del Vajont del 1969. Questa arringa fu una delle prime pronunciate dal collegio di difesa delle parti civili.

L'avvocato Canestrini la svolse, impiegando diverse ore, il 23 settembre 1969 a L'Aquila, temendo di essere interrotto e sollecitato dal presidente ad una argomentazione più strettamente giuridica. Quest'ultimo però, dimostrando di rendersi conto del significato più ampio di tutto il processo, permise che l'avvocato portasse a termine tutto il suo discorso.

Perchè questo è un processo politico

0Signori del Tribunale dell'Aquila, vi è processo politico solamente quando le imputazioni sono ascritte a titolo del dolo? Questo processo dimostra il contrario e cioè che, anche quando i crimini sono contestati unicamente sotto il profilo della colpa, vi è ancora processo politico, solo che ne ricorrano i presupposti. Per noi il presupposto cardine è questo: che il fatto per cui si procede non si possa comprendere altrimenti se non calato nel suo tempo, necessitato e condizionato alla società del tempo e condizionatore a sua volta di altri "fatti" che rispondano agli stessi moventi e mirino agli stessi fini.

Ma sentiamo a questo proposito cosa scrive il Giudice Istruttore, addentrandosi nella "analisi del fatto" del Vajont: «La ricostruzione nel tempo degli atti amministrativi, dei fatti tecnici e degli eventi di ogni altro genere, nei quali si compendiano la nascita e la fine del bacino idroelettrico del Vajont, ha la funzione di consentire a chi legge la più esatta e completa visione del momento storico, del clima economico e dell'ambiente politico in cui la costruzione dell'opera venne ideata e realizzata. Tale analisi d'altra parte non può essere evitata da chi debba con obiettività e serietà valutare le altrui condotte quali appaiono attraverso gli eventi in qualche modo connessi con il fatto per cui è il processo...».

Il corsivo è nostro ma certamente non rappresenta delle forzature del pensiero dell'estensore della sentenza istruttoria. E se questo è il solco, non ci resta che percorrerlo. Diremo allora subito, signori del Tribunale, che vi sono risvolti giudiziari di fatti politici e sociali, destinati a lasciare un segno determinante nella storia dell'umanità. Vi sono processi che per loro natura mettono a nudo il fondo di una società, il significato di un'intera epoca storica. Perchè, come il processo Lambrakis, come il processo Matteotti, come il processo Dreyfus, come il processo Pisciotta, questo "fatto giudiziario" va al di là delle persone del Tribunale, degli avvocati, degli imputati, delle stesse parti lese, perchè diventa una sciabolata di luce su una vasta estensione di terreno storico. Nel processo Lambrakis la "questione" era quella del delitto politico allo stato puro, dell'omicidio politico calcolato a tavolino, in un groviglio di interessi ben più ampi di quelli locali, fin nei più minuti particolari; nel processo Matteotti il dibattimento celebrato dopo la liberazione era tutta un'accusa a un regime che al suo nascere aveva avuto bisogno di dare un terribile esempio di morte; nel processo Dreyfus la posta in gioco erano i legami, da ribadire o da tagliare, tra la casta militare e la politica dello Stato, attraverso i nodi dell'antisemitismo e del militarismo; nel processo Pisciotta veniva evidenziato lo spaccato della società meridionale vittima di una situazione storica ben determinata.
Il processo del Vajont è, per suo conto, anzitutto un discorso sulle responsabilità della scienza, della tecnica e della burocrazia nella proiezione degli interessi sociali e politici della classe dirigente. È un test che ancora una volta dimostra, attraverso un esempio enorme, come la politica sia economia e come la legge del profitto determini scelte politiche.

0Ma noi dobbiamo capire bene attraverso quali vie, per quali ragioni e su quali motivazioni gli uomini che voi ora giudicate vanno puniti e perchè la loro punizione debba essere e debba rimanere esemplare.
Dal punto di vista tecnico-geologico i periti hanno già messo in evidenza che il fenomeno del Vajont con la sua frana e con le sue caratteristiche non era nuovo, perchè aveva avuto numerosi precedenti nella storia delle grandi frane: ebbene, il fenomeno del Vajont, neppure sotto il profilo sociale e politico, è eccezionale e "fuori dal sistema", perchè nasce e si sviluppa in concomitanza ed in armonia con i fondamenti e con i presupposti della 'sua', società. La sua storia, che inizia nel primi anni di questo secolo, è tutt'altro che conclusa, oggi, in un arco di tempo che ha visto modificazioni anche profonde degli aspetti esterni della vita politica ma che ha lasciato intatte radici sociali ed economiche. Diamo per conosciuto tutto il materiale del processo, le prove raggiunte e le riprove ottenute e ci poniamo immediatamente la domanda che ci interessa: come si situa questo crimine nella società nella quale viviamo, quali conferme ed indicazioni ne dobbiamo trarre e ne deve trarre il Paese?

Ma forse è opportuna una osservazione preliminare.
Un avvocato dell'altro collegio di parte civile e quindi "insospettabile'', e per giunta assai autorevole, ha esclamato in una delle udienze di questo processo: "Si è detto che qualcuno qui ha fatto dei comizi: niente di strano. Il processo è veramente un comizio, cioè uno strumento di persuasione. Ed è anche, a suo modo, una sacra rappresentazione".
Potremmo aggiungere che comitium è assemblea di popolo riunita per decisioni di comune interesse, ma ci preme completare il nostro pensiero: perchè questo processo è ancora di più, è anche un contributo che dobbiamo dare ad una battaglia per l'onestà, per la dignità, per la società nuova che dovrà pur nascere anche dal sangue e dalle sofferenze di questi bellunesi, di questi udinesi, di questi pordenonesi, di questi uomini e di queste donne delle province degli alluvionati, dei silicotici, degli emigranti.

Certo, non è un compito facile. Agli avvocati della difesa e ai loro tutelati diremo chiaramente il nostro disagio per essere costretti a batterci nel campo d'Agramante (e non solo giuridico) del sistema.

Infatti l'imputazione (colpa con previsione, concetto cosi' strano e dai confini cosi' labili) è quella che piace a voi, al posto della incriminazione per omicidio volontario per dolo eventuale;
- il codice penale e la giurisprudenza sono quelli che piacciono a voi, quel codice spietato con un piccolo furto e di manica larga con gli omicidi colposi, quel codice (residuato fascista) che deve regolare un processo come questo che è tutto un grido di rivolta;
- una sede che piace a voi, per la legittima suspicione che avete in mille modi e attraverso mille vie voluta e ottenuta;
- i tempi di celebrazione che piacciono a voi, e cioè al limite della prescrizione;
- di fronte a dei magistrati, della cui personale preparazione ed obiettività non vogliamo neppur parlare, tanto è cosa ovvia, ma che nascono dal vostro mondo e dalla vostra società;
- il tutto condito da un formidabile collegio di avvocati difensori scremati dal meglio ufficiale e in un clima di potere politico che vi è assai gradito (1).

(1) Il collegio di difesa degli imputati è costituito da una quarantina di avvocati, fra cui i nomi di spicco abbondano: Degli Occhi, Ungaro, Delitala, Pisapia, Conso, Marinucci, Devoto, Brass, Zuccalà, Romualdi, Malipiero, Sorgato, Tumedei.
Si tratta non solo del fior fiore del foro ufficiale italiano, ma di una serie di avvocati piuttosto noti anche per le loro simpatie e per i loro legami politici chiaramente rivolti verso destra o comunque verso le correnti dominanti.

Potrebbe stupire invece aver notato nel collegio di parte civile un uomo come l'on. avv. Bettiol, celebre notabile della destra democristiana. Ma si trattava di un equivoco della sorte che non avrebbe potuto restare tale, come infatti ha recentemente dimostrato lo sbalorditivo voltafaccia del Bettiol che nella sua arringa, passando disinvoltamente dalla parte opposta, ha chiesto lo scagionamento degli imputati e si è quindi praticamente allineato con gli avvocati della difesa, in una zona politica e a sostegno di tesi a lui sicuramente più omogenee [N.d.C.].

(Le note [N.d.C.] sono di Adriana Lotto).

Anche per tutte queste ragioni un processo come questo deve adempiere a molte funzioni. Anzitutto quella elementare e istituzionale di accertare per tabulas delle verità e sulla base di queste verità intese nel senso della tecnica giudiziaria (verità documentali, verità testimoniali, verità peritali, verità logiche) emettere una sentenza nei confronti delle persone chiamate a rispondere di gravissimi fatti. Ma poi deve sottolineare ben altri aspetti senz'altro più importanti. Qui si vede infatti uno spaccato della vita italiana nel quale si evidenziano (esattamente come in uno spaccato geologico si identificano gli strati di materiali, di detriti, di rocce sovrapposte nel corso del tempo) tutte le varie componenti temporali e spaziali del gioco, del tristo gioco del potere.

E di ciò parleremo quando cercheremo di esaminare queste componenti, per cercare di renderci conto di che natura siano gli interrogativi e le questioni che il processo ha portato in primo piano e che deve imporre alla coscienza civile del Paese.
Ancora: le vittime vogliono che si dica della loro testimonianza qui, a livello individuale e collettivo, ad altissimi ideali, quali sono la fiducia nella Giustizia, in una Giustizia davvero sostanziale; la sicurezza che anche attraverso questo teatro giudiziario siano demistificati i 'padroni del vapore' e le baronie tecniche al loro servizio; la speranza che scoprirne i nessi e le complicità tra potere pubblico e privato aiuti la rivoluzione della verità.

Signori Giudici, sono sicuro che abbiate piena coscienza che voi state giudicando qui non solo la più grande tragedia causata da qualcuno da quando lo Stato italiano esiste, ma anche il più grande episodio giudiziario che si sia mai discusso in Italia: il più grande ma anche il più emblematico, il più grande processo emblematico dei primi settant'anni di questo secolo.

Certo, ve ne sono stati altri, ma la somiglianza maggiore che siamo riusciti a trovare, meditando e ricercando, è, con singolari affinità, quella con i processi di mafia. Anche negli aspetti nascosti: infatti, sia nel processo del Vajont che in quelli di mafia, restano nell'oscurità i dirigenti di fondo della "onorata società" dalla quale nascono i crimini. O, per dir meglio, i responsabili principali sono da tutti conosciuti ma non vengono incriminati: perchè il sistema puo' giungere persino ai suoi estremi confini, come prova il rinvio a giudizio di questi imputati (sia pure, ricordiamolo sempre, grazie all'eccezionale tenacia di due magistrati), ma non mai oltrepassarli, pena l'autodistruzione. E una società non si autodistrugge mai.

Verso il 1880 Werner Sombart, il sociologo economista autore de "Il capitalismo moderno", dedicò la sua indagine anche ai fattori che in Italia avvantaggiavano particolarmente gli operatori economici privati:
«Vogliamo parlare della mancanza quasi assoluta di legislazione industriale e della conseguente libertà assoluta dell'imprenditore nell'utilizzazione, per non dire nello sfruttamento, della manodopera; della larga estensione che ha in Italia il lavoro domestico, importantissimo per l'industria tessile e finalmente ... della mancanza di pretese dell'operaio italiano, del suo modesto tenore di vita, fatti espressi ambedue dai salari, quasi più che in ogni altro luogo, bassi».

Ernesto Rossi nel suo 'Padroni del vapore e fascismo', descrive e documenta l'entusiasmo fascista e patriottico (ma non è già stato detto due secoli fa che "patriotism is the last refuge of a scoundrel", Samuel Johnson, 1775?) dei Volpi e dei Cini, assieme a tutti coloro che detenevano le chiavi economiche politiche e sociali dei regime: gli Agnelli, i Borletti, i Puricelli, i Falk, i Donegani, i Piaggio, i Marzotto, i Conti, gli Zegna, i Pirelli.
Ernesto Rossi ce li descrive in biografie allucinanti, questi banchieri, questi finanzieri, questi industriali, questi agrari per i quali sono tutte vere le ricerche di Adorno sulla "personalità autoritaria", con il suo fondamento di repulsione per il concetto "utopistico" di una società ideale e la disposizione ad accettare "realisticamente" il dominio dell'esistente sull'individuo (da allora, il quadro di fondo non è cambiato, anche se si apre tutto un discorso sulla predominante influenza del capitale straniero).

0Ma è ancora Ernesto Rossi che subito dopo aggiunge:
«Molte delle responsabilità che solitamente vengono attribuite alla classe politica vanno fatte risalire all'oligarchia industriale, come la responsabilità delle ingiurie e delle bestemmie gridate da un pappagallo ricade sul proprietario che lo ha ammaestrato...»
L'uomo della strada, che conosce luoghi e date di nascita, carriera, gusti, abitudini, avventure coniugali ed extraconiugali di tutte le stelle del cinema, dei campioni di calcio e dei canzonettisti più in voga non sa neppure che faccia abbiano, anzi neppure conosce i nomi delle poche decine di persone dalle cui decisioni molto spesso dipende in Italia l'occupazione o il licenziamento di decine di migliaia di lavoratori, i prezzi dei generi di più largo consumo, lo sviluppo o il ristagno dell'economia di intere regioni, la formazione dell'opinione pubblica attraverso i giornali, la RAI e la TV, i nostri rapporti con l'estero ed anche la nomina dei ministri: niente sa, insomma, su quelli che sono i veri "padroni del vapore".

Guardare in faccia i responsabili: cosa sono la SADE, la Montedison, l'Enel

0Appunto, vediamole assieme queste "colonne della società" che sono protagoniste del processo: la SADE, le successive fusioni SADE-Montecatini, Montecatini-Edison e poi l'Enel e infine la Montedison.

Pietro Verri, citato da Rodolfo Morandi nella sua Storia della grande industria in Italia scrive nel volume Della economia politica, datato Milano 1781: «Nel passato secolo l'arte di reggere una nazione si definì l'arte di tenere gli uomini ubbidienti. Il cielo ci accorda un secolo ben diverso... si definisce l'arte di reggere un popolo, quella di rianimarlo alla prosperità».

La SADE, l'imputata numero 1, come ha 'rianimato alla prosperità'? Sappiamo che la Società Adriatica di Elettricità, come società per azioni, è scomparsa, ingoiata dalla Montedison. Ma i suoi uomini e il gruppo di potere che la dirigevano allora ed oggi sono in sella al potere.
- Vittorio Cini, il presidente, accanto al quale stavano i Gaggia, Luigi e Giuseppe, uno vicepresidente e l'altro consigliere;
- Enrico Marchesano, presidente della RAS uno dei più grandi assicuratori d'Europa;
- Tullio Torchiani, il personaggio delle più grandi holdings, dalla Bastogi alla Sviluppo Italia (creatura della SADE);
- Valeri Manera, al vertice della Confindustria;
- Giovanni Volpi di Misurata, il finanziere fascista e postfascista. Questi nomi sono il Potere Economico. Sono coloro che non potevano non sapere che il monte Toc stava franando nel bacino del Vajont, ma che soprattutto sapevano che la nazionalizzazione aveva messo a disposizione duecento miliardi di indennizzo e che la cosa più importante del mondo era incassarli.

 

Sulle montagne bellunesi, per oltre mezzo secolo, dove arrivava la SADE tutto diveniva della SADE, anche l'acqua del cielo, tutta l'acqua pubblica avuta in concessione e che la SADE sfruttava per produrre energia da rivendere con un margine di guadagno. Che non è più margine, che non è più guadagno, ma che è decisamente solo rapina. Gli impianti frutto di soprusi, di angherie e di illegalità portano le centinaia di miliardi di profitto e poi di indennizzo, quell'indennizzo che l'Enel imperterrito continua a pagare e continuerà a pagare, a quanto sembra, fino al 1972. Leggiamo alcune righe del Salvalaggio sul Volpi:
«Con la SADE il Volpi si era fatto assegnare dal Governo il monopolio delle acque, inventando una delle più geniali gabelle di tutti i tempi: l'industria elettrica. Realizzava cosi' senza fatica e formule magiche il sogno degli alchimisti medioevali: l'acqua strappata ai contadini diventava oro. Il prezzo dell'energia elettrica lo stabiliva naturalmente Volpi che in 40 anni riuscì così ad accumulare una fortuna colossale. Diventò il Signore delle Acque e il "Vicerè" delle Venezie. Ci furono anni in cui la corrente elettrica costava a Venezia due volte quella di Parigi. Ma chi sapeva? Chi protestava? In una regione povera, delusa da decenni, sfruttata da secoli, il vicerè creò una oligarchia potentissima, una specie di mafia elettrica che cristallizzò ogni impulso dal basso. Da una parte erano i padroni, con il loro codazzo di impiegati, di "chierici", di maggiordomi; dall'altra gli artigiani, i popolani, i gondolieri e i venditori di souvenir».
È questa la società che si convoglia nella Montecatini.
È difficile di questa protagonista numero 2 poter elencare anche sommariamente la sfera delle attività e delle interessenze. Diremo che alla Montecatini interessavano, a titolo esemplificativo:
rame, pirite, zolfo, fosfato, concimi, lignite, zinco, piombo, carburo di calcio, prodotti per l'agricoltura; cianamide, acido cloridrico, acido nitrico, trasporti;
industria della juta, costruzioni di porti e di ferrovie, produzione di sacchi, bianco di titanio, litopone e altri pigmenti; produzione del carburo, acetilene, aldeide acetica, acido acetico, anidride acetica, acetone, industria della vernice, solventi, raion; smalti alla nitrocellulosa, vernici sintetiche a fasi gliceroftaliche, rhodiaceta;
industria farmaceutica, industria dei colori, cloro, trielina, colle e gelatine, glicerina, zinco elettrolitico, alcool metilico, formaldeide, resine sintetiche, sali di cromo, barite, alluminio; alcuni decenni di attività per lo sfruttamento di materie prime nazionali ed estere (petroli albanesi, miniere etiopiche ecc.) con interessenze, solo per fare alcuni nomi, alla Pirelli, alla Banca Commerciale, al Credito Italiano e a decine di società consociate dipendenti o collegate.

Ed ora un'occhiata, sia pure di sfuggita, alla protagonista numero 3, la Montedison.
Il gruppo Montedison è oggi uno dei tre grandi dell'industria italiana: possiede oltre la MontecatiniEdison (presidente Giorgio Valerio), le Officine Galileo (presidente Vittorio Antonello), i magazzini Standa (Ferdinando Borletti, sono sempre i soliti nomi!), l'Acna (Gino Sfera), la Farmitalia (Carlo Faina), la Pavesi (Enrico Bersighelli), la Rhodiatoce (Carlo Faina), la Cokeitalia (Paolo Thaon de Revel), la Monteponi e Montevecchio (Carlo Faina) la Chatillon (Furio Cicogna), la Sisma (Alberto Ferrari), la Sincat (Vittorio Debiasi), la Magrini Scarpa & Magnano (Mario Marconi), e cosi via: sull'impero di Valerio non tramonta mai il sole. Ricorderemo solo che sul ceppo dello stesso gruppo nascono le società finanziarie e assicurative, come la SADE finanziaria (Vittorio Cini), la Italpi (Galileo Motta), la Previdente (Giovanni Serra), la Fondiaria vita (Alberto Perrone), la Fondiaria incendio, infortuni ecc. L'intera organizzazione produttiva italiana ruota attorno a questi gruppi industriali, l'industria dell'acciaio, della gomma, del petrolio, l'industria chimica e i grandi complessi commerciali.

Alcuni fatti.

Il prof. Feliciano Benvenuti è un amministratore dell'Enel, ed è stato sentito anche al dibattimento.
Ci ha dichiarato che l'ing. Biadene, dopo il passaggio della società all'Enel, veniva considerato come il futuro direttore del compartimento Enel di Venezia. Gli stessi uomini agli stessi posti, per una nazionalizzazione-beffa non ostacolata dai nazionalizzati: è stato infatti confermato dal Benvenuti che le direttive impartite dal Di Cagno per la nazionalizzazione precisavano «che l'organizzazione locale doveva restare come era nella SADE, senza alcuna innovazione, salvo le nuove relazioni con gli uffici centrali». «La direttiva era di non procedere ad innovazioni sulla struttura dell'impresa nazionalizzata e di continuare nelle attività seguendo quanto si era sempre fatto... dagli stessi organi, dalle stesse persone di prima e con gli stessi poteri».
- Come meravigliarsi che (se questa era in realtà la nazionalizzazione, sogno di riformatori, obiettivo della Resistenza, principio della Costituzione repubblicana) possa essere accaduto che l'Enel abbia sposato la tesi della SADE sulla imprevedibilità del sinistro? Questa nazionalizzazione sui generis, che ha finito economicamente per arricchire i nazionalizzati e per offrire nuove leve politiche ai gruppi al potere, doveva affondare in questo processo nella stessa melma della SADE, trascinando nel fango la dignità dello Stato e il prestigio della pubblica amministrazione.
- Come meravigliarsi se la mafia pubblica e privata si è messa subito efficacemente in azione quando si è trattato di sottrarre i due maggiori imputati "nazionalizzati" alla giusta espiazione del carcere?
Nasce qui il problema dei rapporti tra l'industria privata e l'industria pubblica, tra il monopolio privato e il monopolio pubblico nel nostro Paese. La SADE e lo Stato sono stati assieme fascisti o democratici, obbedendo agli stessi suonatori della musica perchè la SADE e lo Stato appartengono allo stesso comitato di gestione di affari della classe dominante. L'Enel dimostra colla sua "ideologia" e col suo comportamento di essere l'erede e il continuatore delle idee, dei programmi e degli interessi della SADE; clamorosa quindi ma non inattesa la rivelazione dell'istruttoria che i pubblici funzionari prendevano i provvedimenti da imporre alla SADE dopo aver sentito dalla SADE stessa quali provvedimenti essa suggeriva di adottare.

Mario Passi nel suo volume "Morire sul Vajont" ha messo efficacemente in luce - con rigore scientifico e desumendo ogni dato fedelmente dalle risultanze istruttorie - quale è stata la politica della SADE verso i pubblici funzionari e l'impotenza (voluta) degli stessi ad imporre alla SADE qualcosa che essa non volesse accettare: è addirittura da manuale l'esempio della violazione della legge sui sovracanoni per cui la SADE, come tutte le altre imprese elettriche del Paese, ha potuto rifiutarsi di pagare ai comuni rivieraschi dei bacini idroelettrici montani i modesti contributi previsti da una legge del Parlamento. È stato detto che la SADE è uno Stato nello Stato: più giustamente si sarebbe dovuto dire che la SADE è lo Stato. Pagine insuperabili a questo proposito sono state scritte da uno dei più insigni economisti liberi, veramente liberi nel nostro Paese, Ernesto Rossi, di cui ricordiamo solo alcune righe, per il problema che ci interessa illuminare in questo momento:
«Oggi è difficile trovare pubblici funzionari che si mettano contro i monopoli elettrici per far rispettare capitolati e leggi da società che hanno a loro disposizione milioni da spendere e possono agevolare o controllare la carriera di quelli che dovrebbero essere i controllori, assicurare il posto ai loro figli e ai loro parenti».
Ancora una volta non sia inutile ricordare qui quell'ingegnere capo del Genio Civile di Belluno cacciato via solo perchè, mosca bianca, tentava di imporre alla SADE il rispetto di procedure imposte per legge. [ Si trattava dell'Ing. Beghelli, sostituito dal geometra Violin, Nota ]

Gervasoni nel suo libro "Il Vajont e le responsabilità dei managers" ha potuto scrivere: «La SADE è il padre, l'Enel il figlio; corruzione intrallazzi carenze legislative interessi e frenesie di potere che uccidono la ragione e negano l'evidenza, sono lo Spirito Santo. Si metta tutto assieme, si mescoli ben bene e si avrà il mistero del Vajont». Gervasoni era un giornalista cattolico e possiamo capire la profondità del suo tormento quando doveva giungere a certi paragoni e a certe conclusioni.
Incalza Passi: «L'Ente elettrico di Stato che a buon diritto poteva considerarsi fra i più gravemente danneggiati, almeno sul piano patrimoniale, dalla rovinosa distruzione dell'impianto del Vajont, non compiva alcuna azione di rivalsa verso la SADE: non dissociava minimamenre le sue responsabilità morali, legali, finanziarie dalla SADE che gli aveva ingannevolmente consegnato un impianto sicuramente condannato a sopportare le conseguenze di una frana dalle dimensioni catastrofiche». E non è, ci si permetta di aggiungere, l'ENEL un aspetto di quello stesso Stato che puntualmente invia ai processi davanti alla Corte Costituzionale il suo funzionario, l'avvocato dello Stato, a difendere le posizioni più retrive dei codici fascisti?
Il triangolo di ferro insomma tra Governo, alta burocrazia ministeriale e società concessionaria si è sempre saldato perfettamente con materiali omogenei. E su di tutti il re, il "conte Vittorio Cini", che non poteva essere che alto gerarca fascista e che non poteva essere altro che ministro fascista nell'epoca più buia per il popolo italiano. Di lui è stato scritto (Guido Nozzoli, 11 maggio 1969 su "Il Giorno):
«Un simbolo vivente, e esempio da manuale, di quei capitani di ventura dell'industria e della finanza sempre propensi ad accettare la collaborazione dello Stato come sovvenzionatore delle loro imprese, ma rivendicatori dei più rigorosi principi del privatismo nella ripartizione degli utili; sostenitori e sovvenzionatori del fascismo quando ebbero bisogno di un "braccio secolare" per la repressione antioperaia e di un solido comitato di affari al governo (proprio loro, gli idroelettrici, saranno i soli, attraverso il ministro Volpi, a imporre l'aumento delle tariffe dopo il discorso di Pesaro mentre Mussolini ordinava la revisione degli stipendi e dei salari) ma pronti a separare le loro responsabilità da quelle del regime quando la guerra mussoliniana starà per risolversi in catastrofe.
Uomini disposti a inginocchiarsi devotamente davanti a ogni altare, a infiammarsi alla vista della bandiera, ma che in fondo restano fedeli al culto di un solo dio: il denaro, ad una sola patria: la banca
».

Perchè la logica del profitto non ha nulla di romantico, di grandioso, sia pure sotto il profilo del "male" secondo una certa concezione moralistica; la logica del profitto è soprattutto la logica della più bassa speculazione: Volpi e i suoi uomini hanno costruito la diga quasi interamente con denaro pubblico di contributi e poi hanno riavuto tutto questo denaro, abbondantemente maggiorato al momento dell'indennizzo per la nazionalizzazione. Mario Passi è molto preciso in questi calcoli, che si spiegano, nell'anno del disastro, proprio perchè «alla SADE preme giungere alla massima quota, per poter finalmente chiudere con il collaudo questa interminabile storia del Vajont». Dietro la nazionalizzazione si è giocato senza pudore onde evitare quel "severo controllo sul Vajont" che avrebbe potuto comportare, come giustamente osserva il Giudice Istruttore, "la revoca della concessione per grave inadempimento alle leggi, con le relative conseguenze d'ordine patrimoniale e politico".

La responsabilità dei tecnici, protagonisti di questo processo

0Questi erano i dirigenti che avevano in pugno, assieme ai loro tecnici e ai loro burocrati, la vita di intere popolazioni. Ebbene quando TV 7 andò a intervistare alcuni superstiti il 14 ottobre 1963, pose la domanda: «Ma perchè non ve ne siete andati via prima del disastro?» (e la domanda era piu' che legittima, dato che il monte Toc aveva preavvisato da moltissimo tempo ciò che si stava preparando).
La spaventosa risposta è stata questa: «Per la speranza che loro sapessero più di noi».
Loro sapevano più dei contadini e degli operai di Longarone, ma hanno taciuto, hanno mentito, hanno smentito. In queste mani era riposta la speranza dei morti del cimitero di Fortogna.

Ma in mani non diverse era stata posta anche dopo la notte dell'orrore l'altra speranza, quella di ottenere almeno giustizia: i politici della commissione parlamentare di inchiesta, gli scienziati della commissione ministeriale, gli specializzati della commissione tecnica dell'Enel, i geologi e gli idraulici della prima perizia dovevano anche saperne di più dei morti di Fortogna: ma non hanno voluto sapere di più e si sono allineati ancora una volta sulla posizione della SADE e dell'Enel.
Bertolt Brecht nel suo intervento al Primo Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura (a Parigi nel 1935) non aveva avuto timore di affrontare il problema del perchè certi fatti accadono. E non aveva avuto neppure timore di riconoscere amaramente che:
«Quando i delitti si moltiplicano, diventano invisibili. Quando le sofferenze diventano insopportabili non si odono più grida. È naturale che sia così. Quando i crimini vengono come la pioggia, nessuno più grida 'basta'».
Affrontando il problema del perchè delle grandi tragedie politiche e dei grandi drammi in cui viene stritolata carne e anima di tanta parte dell'umanità, Bertolt Brecht analizzava le possibili risposte. Perchè cade il colpo? Una risposta puo' essere questa: perchè i potenti sono malvagi, perchè alla base della loro azione vi è la brutalità individuale. E a questo proposito nasce immediatamente dopo un'altra risposta: il colpo cade perchè i potenti sono frutto di una imperfetta educazione della stirpe umana. A ventaglio potrebbero ora aprirsi i sottoperchè, ma è ora che diciamo qual è invece la verità, qual è la risposta esatta ai perchè; e citiamo ancora testualmente l'autore tedesco:
«La brutalità non viene dalla brutalità, ma dagli affari che senza di essa non si possono più fare» e così continua:
«un grande insegnamento, che sul nostro ancor molto giovane pianeta penetra sempre più grandi masse di uomini, afferma che la radice di tutti i mali sono i nostri rapporti di proprietà. Questo insegnamento, semplice come tutti i grandi insegnamenti, è penetrato in quelle masse di uomini che più soffrono degli attuali rapporti di proprietà e dei barbari metodi con i quali quei rapporti vengono difesi».

Abbiamo dunque visto assieme a Bertolt Brecht come la questione debba porsi. Ma insistiamo su questo tema perchè ci è parso di capire nel corso di questi mesi di processo che gli imputati attraverso i loro difensori vogliono anche sottolineare benemerenze personali sul piano persino umano (a parte la imperdonabile gaffe, su cui torneremo, dell'imputato ing. Sensidoni che ricorda come un merito la sua fede e la sua tecnica al servizio di quella fede nella guerra di aggressione fascista).

Quale moralità ?

0Ecco: in quale modo i sadici (ossia gli uomini della SADE) e i loro correi possono essere delle "brave persone"?

Poniamo la domanda: quando il problema era di arrivare al collaudo della diga del Vajont entro i tempi tecnici previsti dalla legge di nazionalizzazione, al fine di lucrarne il pingue bottino, dove c'è posto per il problema della bontà singola, della cosiddetta onestà personale? È tutto qui.
Se gli imputati e gli altri che qui non sono imputati hanno commesso i fatti di cui all'imputazione (persino, come ritengono pubblico ministero e giudice istruttore di Belluno, con previsione dell'evento del disastro) sono dei delinquenti, e non solo in senso giuridico ma anche in senso morale.

Non importa assolutamente nulla che possano essere fedeli mariti, padri affezionati, osservanti in religione e in politica. Assolutamente nulla. Chi si mette al servizio di interessi disumani perchè contro l'umanità, è complice di un genocidio, come è stato un genocidio quello del Vajont, e la qualificazione morale è fuori dubbio. Già Brecht ricordava che siamo più portati a manifestare il nostro sdegno e il nostro disprezzo per chi assassina un uomo, mentre quando l'omicidio diventa omicidio di massa (ad esempio l'omicidio per ragioni razziali) l'indignazione, anzichè aumentare, diminuisce fino alla accettazione del fatto compiuto.

Esemplare a tale proposito è il diario di Höss (il comandante di Auschwitz) steso in carcere prima della condanna per i suoi crimini. Egli era un uomo come tutti ed oltre alle comuni qualità di marito e di padre aveva anche il culto della natura e quello della musica. Ciò non gli ha impedito di trasformare milioni di uomini in fumo di camino.

Mi pare che ancora una volta sia dimostrata la necessità di sostituire il metro della piccola bontà individuale, ipocrita e falso e coniato dai gestori del potere, con quello di una piu' alta moralità che commisuri il modo di comportarsi dell'uomo nel mondo dove opera. Ma stiamo attenti: agli imputati di oggi, secondo la imputazione ufficiale, non si fa colpa di non essere stati alla opposizione della società ingiusta in cui hanno operato, non si fa carico di non avere avuto il coraggio di andare controcorrente, con un criterio di moralità nuova. No: essi hanno violato anche le norme del diritto positivo, cioè quelle della società costituita. Di aver violato cioè anche una più piccola morale, anzi il minimissimo della moralità stabilito da quello Stato ufficiale che pure aveva posto con i suoi codici questo minimissimo a presidio di interessi che comprendevano anche quelli della SADE.
Gli imputati insomma hanno voluto strafare, hanno voluto instaurare una legge della giungla ancora più spietata di quella codificata nel tipo di società nel quale viviamo.
Almeno in questo consiste la loro immoralità, e lo accenna anche il giudice istruttore: «Se la morale deve includere il rispetto per le leggi dello Stato, allora per taluno degli imputati il giudizio diviene sfavorevole ecc. ecc.» Alla luce quindi non di ideali che possono apparire astratti e che per noi sono invece concretissimi, ma persino alla luce del diritto positivo queste buone persone sono immorali. Abbiamo dovuto allargare il campo di indagine sotto questo profilo rispetto ad alcuni accenni del giudice istruttore, che intendeva esaminare il problema alla luce di quelle "qualità morali dell'imputato" di cui parla il codice agli effetti delle attenuanti, ma a noi interessava il più possibile la visione di questo particolare aspetto. Aveva ancora ragione Brecht.

NOTE
*Antonio Segni (1891-1972) era al tempo della tragedia del Vaiont presidente della repubblica dall'anno prima. Si dimise nel 1964 a causa di una grave malattia che lo aveva reso inabile alle funzioni;

Giovanni Leone era all'epoca presidente del consiglio. Il suo governo durò in verità soltanto qualche mese, dal 21 giugno al 4 dicembre 1963. Dal 24 dicembre 1971 al 15 giugno 1978 fu presidente della repubblica; si dimise per via delle tensioni politiche e delle gravi accuse mosse nei suoi confronti (la piu' imbarazzante fu quella dello scandalo Lockeed, Nota di Tiziano);

Fiorentino Sullo era ministro dei Lavori Pubblici nel governo Leone. Non fu incluso nel successivo governo Moro insediatosi il 4 dicembre 1963

(N.d.C.)


** I fatti di Caserta.
Si riferiscono al caso di "combine" che nel 1969, alla fine del campionato, vide coinvolte le squadre di calcio della Casertana e del Taranto in ballottaggio per la permanenza in serie B. La retrocessione in serie C della Casertana dette origine alla "rivolta del pallone": la città di Caserta fu per tre giorni teatro di gravi scontri (cui parteciparono anche noti professionisti locali) con vetrine rotte, incendi, irruzione nell'Ufficio delle Imposte Indirette, blocco della ferrovia e numerosi feriti. (N.d.C.)

(Calciopoli/ultras 2005: questo modello di caos politico-calcistico si ripete 40 anni dopo, in qualche misura... Nota di Tiziano)

Potere e brutalità, brutalità e rapporti di produzione, potere e affari.
Eccoli anche in questo processo i nomi contraffatti di tutto ciò, le parole mascherate che tutto ciò significano: progetti esecutivi, preliminari, deroghe eccezionali, concessioni di derivazione, disciplinari di concessione, autorizzazioni, agevolazioni fiscali, operazioni finanziarie, dichiarazioni di indifferibilità e di urgenza, espropri, relazioni tecniche, piani di finanziamento: non si finirebbe tanto facilmente di elencare centinaia di queste "parole mascherate" di queste "parole-paravento" che nascondono e camuffano una realtà.
Parole difficili, parole di tecnica scientifica, di tecnica politica, di tecnica bancaria, di tecnica sempre più squisitamente tecnica.

Tanto più rese difficili quanto più servono come cortine fumogene, o (se si preferisce) nomi fittizi, "ufficiali", di una precisa volontà che si realizza freddamente per il conseguimento dei suoi fini e dei suoi interessi persino nella calcolata sistematica violazione (come abbiamo visto) di tutti quegli obblighi di legge che questa stessa volontà aveva creato nel suo formalismo giuridico, a mezzo di quest'altra tecnica (quella giuridica appunto) nelle sue leggi penali e civili. Abbiamo detto come queste leggi non sono sembrate suffficienti per perseguire lo scopo. Si sono violate coscientemente, in qualche altro caso si sono aggirate e svuotate, sempre nella prospettiva del mantenimento del predominio politico-sociale. In un filo rosso di continuità sintomatica, al di sopra e al di fuori delle vicende considerate contingenti della fenomenica delle forme di reggimento politico. Basti considerare alcune date di atti importanti compiuti da questi uomini, e dagli uomini che li hanno preceduti nel contesto dei medesimi interessi. Atti importanti sono stati compiuti durante il regime monarchico, poi atti sempre più importanti durante il periodo fascista, poi atti importantissimi nel giugno del 1940 quando un intero popolo veniva coinvolto nel massacro della guerra;
atti decisivi nell'ottobre del 1943 caduto il governo del fascismo di Salò, quando il Paese aveva toccato il fondo del dolore, della fame, del disastro; poi atti importanti e trionfali nel periodo democratico e repubblicano. Sovrana indifferenza alle forme della superficie, dell'epidermide del potere politico, perchè forme che rappresentano nel modo più vario, ma tutte fedelmente, la stessa radice del potere sociale e politico, quei rapporti che stanno al fondo della "brutalità" di cui parlava Brecht.

Questa si è davvero una lunga marcia attraverso le istituzioni, non quella favoleggiata da altri (e comunque impossibile per altri), la lunga marcia del potere che sa benissimo riconoscere i "suoi" dagli altri.

Il Ponte del 31 luglio 1968, fascicolo speciale dedicato a "La Magistratura in Italia", sottotitolo: "L'Italia è la patria del diritto. A quando il Paese della giustizia?" riporta: «Piero Calamandrei nel suo studio "Introduzione storica alla Costituente" notava che gran parte delle norme contenute nelle Costituzioni hanno una tensione polemica in quanto esprimono la protesta contro i privilegiati del passato e il solenne impegno di impedirne la restaurazione nell'avvenire.
Così la Costituzione italiana contiene una polemica contro il regime e lo stato fascista, i suoi ordinamenti, le sue leggi, i suoi principi.
Ma in successivi discorsi, per esempio nella celebre difesa di Danilo Dolci, ha più volte sottolineato come la Costituzione non contenga soltanto una polemica contro il passato, ma anche contro il presente, contro la società italiana quale essa è, ancora così lontana da quella società che la Costituzione pone l'obbligo di creare
».

Il potere politico con Segni, con Leone, con Sullo*(vedi box "Note") ha promesso giustizia ma di fatto si è allineato, com'era del resto logico, con il potere economico: il partito di governo (e con lui via via altri partiti di governo) ha immediatamente colluso con la SADE e a mano a mano che il tempo passava non solo ha abbracciato la tesi della fatalità dell'accaduto ma è passato al contrattacco diffamando le vittime e dipingendole come i "superstiti tutti d'oro" che la sciagura avrebbe arricchito e diffamando chi stava e sta dalla parte delle vittime definendoli "sciacalli, speculatori politici, partigiani dell'odio".

libars di scugni' la', liberi di dover andarsene...Molti giornali si sono mossi sullo stesso terreno, in questo Paese dove - alle elezioni - gli elettori che vogliono il rinnovamento profondo delle istituzioni sono molto più del cinquanta per cento, mentre le testate dei giornali che si oppongono al rinnovamento rappresentano molto di piu' del novanta per cento...
L'opinione pubblica dimentica facilmente, specialmente l'opinione pubblica italiana che sull'onda di emozioni, assai spesso sane e oneste, pretende a gran voce giustizia contro i colpevoli nei giorni immediatamente successivi ad una tragedia individuale o collettiva e poi sembra si lasci addormentare dalle dosi di sonnifero propinate dai mezzi di comunicazione di massa e si lascia instradare abbastanza docilmente verso il tipo di entusiasmi o di esecrazioni che piacciono ai padroni.
I fatti di Caserta** di questi giorni sono una lampante riprova di questa verità: il declino sportivo è il frutto di una situazione nella quale si preferisce e si vuole che la gente trovi questi sfoghi (avuto il pane, poco o tanto, à necessario dare anche i giochi del circo, secondo una vecchia massima del potere) piuttosto che essa si accenda di passione civile per i problemi della società del nostro tempo.
Non fa meraviglia quindi che ad un certo punto dell'istruttoria dibattimentale i giornali abbiano ritirato dall'Aquila i loro inviati speciali con la giustificazione che il processo 'non fa più notizià (e di tutti, solo un paio sono ritornati fra noi in questi giorni di discussione).

Dobbiamo anche dire che tali considerazioni critiche riguardano anche le grandi organizzazioni che sono alla testa nell'ansia di rinnovamento del nostro Paese ma che di questa occasione non hanno saputo trovare - nelle forme e nella sostanza - una maggiore aderenza ai grandi temi emblematici e caratterizzanti di questo processo; processo, se mai ve ne fu uno, alla intera struttura di uno Stato. Il movimento operaio ha perso, da parte sua, un'occasione storica quando non ha fatto dell'Aquila uno dei centri di polarizzazione degli interessi dei lavoratori italiani.
E infine anche una parola su quella che è stata l'organizzazione della nostra difesa di parte civile: io mi chiamo solo Sandro Canestrini e dico cose che avrebbero dovuto dire qui, e potuto dire assai meglio altri, da Lelio Basso a Umberto Terracini a Giambattista Gianquinto. Fatta salva la loro personale coerenza ed impegno politico, e senza alcun dubbio sulla loro correttezza professionale, non è senza un perchè che questi uomini, pur avendo dato tutta la loro solidarietà ai superstiti e al nostro collegio di parte civile, non siano presenti.

E questo richiama alcune perplessità, perlomeno, sull'atteggiamento concretamente tenuto dalla sinistra ufficiale nel suo insieme su tutta la questione; nè può venirne incoraggiata la fiducia e la speranza che tante masse di oppressi ripongono in queste forze. È vero, gli onesti sono sempre stati disorganizzati, ma direi che questa volta non era solo un problema di organizzazione, ma di una giusta focalizzazione di temi, e di conseguente mobilitazione di uomini e di energie, che dovevano diventare un segno di contraddizione, il più netto possibile, tra la luce e la tenebra.

Violenza del sistema...

Tutto l'enorme apparato del potere è stato impiegato per impedire che si facesse giustizia e poi, visto che la giustizia si faceva strada, per impedire che fosse resa rapidamente. Prima tutte le varie commissioni, con l'appendice della perizia Desio, poi i tempi lunghi imposti da una tattica dilazionatrice che ha ottenuto di far celebrare il processo dopo sei anni. Ma non solo qui si è esercitato il potere: come alla prima udienza abbiamo già elevato la nostra ferma protesta per la legittima suspicione che ci costringe a discutere il processo non solo fuori dal tempo della sciagura ma persino fuori dal suo spazio, così ancora ricordiamo oggi che gli imputati sono tutti a piede libero, come è a piede libero il loro fratello in spirito e in interessi Felice Riva6. Sul processo incombe l'ombra minacciosa della prescrizione e cioè della norma per la quale la legge rinuncia a punire perché l'episodio, per il trascorso del tempo, non sarebbe più reputato antisociale dalla coscienza pubblica! In tal modo i responsabili finirebbero col non pagare, come è già stato osservato, per 2000 omicìdi, neppure la contravvenzione che paga chi lascia l'automobile in sosta vietata.

I superstiti hanno un giorno affisso del manifesti che ripetevano le parole amare scritte dalla vedova di Giacomo Matteotti. Essa ricordava che con la legittima suspicione quel processo seguiva «la messa in scena prestabilità» e che del processo trasferito da Roma a Chieti «non rimaneva che l'ombra vana»: ed infatti non ci fu giustizia. Perché oltre alle giustificazioni giuridiche dell'istituto, che sono chiaramente infondate, rimane l'essenza dell'istituto stesso che, lo si voglia o no, finisce quantomeno obiettivamente con l'essere strumento di denegata giustizia, anche al di là del problema della onesta e della buona fede del nuovi giudici. Per questo, anche per queste violenze che abbiamo dovuto subire, e tanto peggiori quanto più legalizzate, non vogliamo che risuonino qui mai, da parte degli avversari e del nemici, espressioni di pietà verso le vittime della tragedia: si difendano, se pur hanno qualche cosa da dire, a loro difesa, costoro, ma nessuna delle vittime, morta o viva che sia, vuole che le responsabilità si vestano con il velo della untuosa pietà. Chi ancora volesse avanzare tali espressioni, sappia che ciò sara considerata una prova di più di complicità nell'omicidio.

NOTE
6. Felice Riva, detto giornalisticamente 'Felicetto', già proprietario di cotonifici in val di Susa, aveva messo sul lastrico le maestranze e, ricercato per bancarotta, si era rifugiato in Libano a Beirut, dove conduceva una "dolce vita" tra nights e belle donne, ben al riparo della richiesta di estradizione [N.d.C.].

7. Nel 1967 decine di città americane furono teatro di ribellioni violente nei ghetti. La rivolta maggiore ebbe luogo a Newark, dove la polizia uccise 25 cittadini di colore e né ferì 1200, poi fu la volta di Detroit con 43 morti, 2000 feriti e 4000 arrestati. Il 3 maggio 1968 gli studenti francesi, in parte organizzati nel "Movimento del 22 marzo" di Daniel Cohn-Bendit, dettero vita a una serie di manifestazioni che culminatono il giorno 13 con l'invasione pacifica e l'occupazione della Sorbona, e che ben presto si estesero ad attori e cineasti, impiegati e quadri, operai di fabbrica, insegnanti, giornalisti, addetti di aereoporti e traghetti, agli ordini professionali dei medici e degli architetti. Gli operai di Valdagno scioperarono per la prima volta contro i Marzotto, e distrussero la statua del fondatore di quell'industria [N.d.C.].

Ogni violenza è stata ed è esercitata, da anni, sulle vittime e su chi ha il torto di essere sopravvissuto.
Appunto, la violenza che ha costretto la valle del Piave a sopportare per anni la presenza del pericolo mortale e, con disperata lucidità, a vederlo avvicinarsi, fino al disastro (come il condannato costretto a guardare negli occhi il carnefice che vibra il colpo); e ancora violenza, contro la verità e contro l'umanità, quando a disastro avvenuto si è avanzata contro le vittime e sostenuta la tesi della ineluttabilità di quelle morti tanto più violenza quanto più i centri di potere (e la grande stampa che ne è l'eco) hanno la voce ben più forte dei lamenti; è stata violenza, anche se evoca articoli di legge (che ripugnano alla coscienza civile), la legittima suspicione che toglie di fatto ai sopravvissuti anche il diritto di assistere al processo, come violenza è la opinabile motivazione data dalla Cassazione al provvedimento della legittima suspicione. Nel mio intervento alla prima udienza di questo processo, quell'intervento troncato dalle grida delle controparti, ho già elevato la nostra ferma protesta per questo provvedimento romano che ci costringe a discutere di processo non solo fuori dal tempo della sciagura (perché la tattica dilazionatrice è riuscita nel suo intento) ma persino fuori dallo spazio di esso.

Permettetemi la domanda brutale: la decisione della Corte di Cassazione non è forse "violenza"? E perché la violenza è usata dal giudice cessa di essere violenza? O, peggio ancora, se i giudici hanno pur fatto uso di una norma di legge, non è allora la legge stessa che violenta? Sono domande che rivolgiamo anche a coloro che comprendono le ragioni dei negri di Detroit, degli studenti di Parigi, degli operai di Valdagno7. A coloro che si scandalizzano per queste "violenze" domandiamo un preciso giudizio sulla violenza che un intero sistema (politico e sociale e quindi anche giudiziario) usa nei confronti di migliaia di contadini bellunesi, ai quali viene sottratto il giudice naturale per costringerii ad affrontare viaggi e spese e disagi in una città sconosciuta. E gli avvocati di parte civile di codesta moltitudine di miserabili, i quali si sono assunti il compito di indossare la toga solo per difendere la verità dei vivi è dei morti, non vengono forse posti da questa violenza in una drammatica situazione per la quale diventa pressoché impossibile adempiere con diligenza al mandato avuto? È anche vero però che noi siamo pienamente d'accordo, ancora una volta, con il Verges quando pone la sua domanda, a proposito della nostra professione e dell'etica professionale: «Può forse un avvocato difendere una causa in modo differente da come vive, vede, ama o muore?» E lasciatemi subito dire a questo proposito che se l'affare Vajont per l'ing. Biadene era solo una grana (testuale nel documento processuale 141/1), per alcuni avvocati che sono qui è invece una trincea, in quanto siamo consapevoli che anche nelle aule giudiziarie si combattono battaglie destinate a influire sugli sviluppi di una società.

Ma torniamo a questo angoscioso tema della violenza e precisiamo per non essere fraintesi che non poniamo interrogativi moralistici, non solleviamo neppure qui assurdi problemi di malafede o di buonafede di uomini o di magistrati affermiamo semplicemente che la violenza del singolo o anche di masse contro la legge non è nulla, di fronte, come in questo caso, a una violenza ufficiale della legge esercitata per di più contro i poveri.

Ma non è tutto qui: il provvedimento della Corte di Cassazione che ha trasferito il processo in una sede delle più disagevoli del nostro Paese, e che è, come è già stato detto, un «esempio di quella sfasatura tra legge e giustizia che è alla radice della crisi del nostro sistema giudiziario» (solerte in modo ben diverso nel colpire il ragazzo che ruba le arance al mercato) è sconcertante di per sè, ma ancora di più una volta che se né legga la motivazione. La Suprema Corte si è persino preoccupata, come leggiamo testualmente, se «le popolazioni sinistrate... saprebbero contenere il dolore a cui sono già temprate e avrebbero la forza di resistere alle speculazioni politiche». Sacrosanta preoccupazione dei supremi giudici, che però avremmo voluti altrettanto pensosi e diffidenti verso la SADE che è tutta una prova di speculazione politica.
Nella motivazione del provvedimento la Cassazione si è anche preoccupata per il fatto che le popolazioni «sono tormentate dalla convinzione dell'origine non naturale» e pertanto che tale convinzione potrebbe influenzare contro gli imputati i giudici naturali. Anche questa preoccupazione e estremamente interessante, come se invece la celebrazione del processo in un ambiente gelido non fosse di per sè stessa una pressione verso l'indifferenza e verso maggiori possibilità di assoluzione. Scrivere che il dolore dei superstiti avrebbe potuto turbare l'ordine processuale a Belluno è offensivo: io sono pienamente d'accordo con chi a questo proposito ha scritto che così sono ancora una volta le vittime a venire additate come motivo di disordine da reprimere e da punire. Voglio chiudere con una nobile voce, una delle poche che si è levata dal campo cattolico a difesa delle vittime: nel bollettino interparrocchiale della foranìa di Longarone abbiamo letto non molto tempo fa un giudizio spietato nella sua angoscia, ma perfettamente vero, a proposito della legittima suspicione che, si scrive, ha esercitato una costrizione morale su molti superstiti, determinandoli ad accettare, anche contro coscienza, la transazione, per certi aspetti umiliante, offerta dall'Enel». Meglio non si poteva dire: il passo del bollettino interparrocchiale mette giustamente in luce lo stretto legame che vi è tra la legittima suspicione e la transazione. Infatti, certamente, valutare la vita di un uomo meno di un chilovattora è infame violenza contro la umanità, ma lo è anche il martellare delle lusinghe, delle minacce, delle pressioni e il cercare di chiudere questa vicenda con una manciata di denaro. Violenza del denaro, che non si manifesta solo in questo modo: perché è ancora violenza, lasciatemelo dire, l'avere schierato di fronte a questo grumo di dolore quasi tutta la scienza tecnica e giuridica del nostro Paese, quasi che con i nomi più illustri e le disponibilità illimitate di mezzi potessero venir soverchiate le voci e le ragioni del poveri (chi ha detto che la legge è uguale per tutti, anche per i ricchi?). Ai "nuovi amministratori" del paesi martiri, diremo fermamente che non abbiamo dimenticato e non dimentichiamo la loro violenza, quella con cui si è persino imposta agli amministrati una diversa scelta di patroni di parte civile, così come ripetiamo agli amministratori dell'Enel che è infernale violenza far pagare ai superstiti, alle vittime, e a tutti i contribuenti, le spese per l'assistenza legale e peritale degli imputati, poiché le spese gravano sul bilancio dell'Ente di Stato (nel consuntivo di bilancio 1964 dell'Enel si trova iscritta alla voce "spese notarili e legali" l'enorme somma di oltre 2.150 milioni, con una moltiplicazione di parecchie volte rispetto al bilancio precedente).
Violenza è, e non sarà mai detto abbastanza, che siano stati necessari troppi anni per giungere al processo, quando è chiaro il disegno del potenti di giungere al traguardo della prescrizione, pagando anni sfibranti con il tormento di migliaia di persone.

Una vecchia battuta dice che le Corti di giustizia sono aperte tanto al ricco quanto al povero come l'Hotel Ritz: di fronte a questa Corte di giustizia io ho voluto presentare un estratto, succinto e non completo di tutte queste forme con cui si esercita in concreto la violenza, in tutte le sue gradazioni; da quella ben esistente anche se latente nelle istituzioni, che sono sempre nel fondo repressive, per cui si è parlato, in un celebre lavoro del Marcuse e di altri, di "tolleranza repressiva", a quella palese che trova illustri antiche origini, che ne spiegano il meccanismo anche psicologico.
Verso il V secolo viene formulata la funesta teoria della "guerra giusta" che era destinata a calmare le coscienze con un compromesso fra l'ideale morale della Chiesa e le sue necessità politiche. È stato scritto che il progresso dell'umanità è stato frenato per secoli a seguito di questa teoria la quale sosteneva che la guerra fatta dal sovrano legittimo era sempre una guerra voluta da Dio e che gli atti di violenza che venivano in essa commessi perdevano ogni carattere di peccato. Da allora l'avversario è diventato sempre automaticamente il 'nemico di Dio' e la 'suà guerra, sempre per definizione, 'ingiusta'.
Biadene e Frosini, Sensidoni e Batini, Violin e Tonini, Marin e Ghetti (per parlare solo del vivi e solo di coloro che risultano imputati) sono gli estremi seguaci di questa teoria: essi sono la sovranità legittima che può disporre come crede, anche di far franare una montagna addosso alla gente. E poiché sono i sovrani legittimi, se la gente protesta ha torto. Se il "nemico" ha torto, è da distruggere, totalmente, proprio come sulle antiche città rase al suolo il vincitore arava la terra e spargeva il sale, dove una volta si elevavano le case ed i templi.

Ma che dobbiamo dire di diverso oggi, se assistiamo a come ora procede l'opera della ricostruzione? È ormai palese il disegno di sradicare le popolazioni dai luoghi dove sorgevano i focolari fino a quel 9 ottobre; sono sintomatici la lentezza con cui si va avanti nel ricostruire, i giochi delle promesse non mantenute sull'impegno, tante volte assicurato e tradito, di far sorgere industrie di Stato. E poi il sovrapporsi di interessi personali a quelli pubblici sia nella spaventosa differenza tra quanto hanno ricevuto i grandi rispetto ai piccoli (per cui per qualcuno la tragedia collettiva ha significato la ricchezza), sia nei criteri con cui si sono assegnati i lavori pubblici, come sempre accaparrati in esclusiva da pochissimi.
Leggo da un documento ufficiale del superstiti: «La ricostruzione di Longarone ritarda. Dopo 5 anni solo ora si stanno rifacendo le case. Ma le industrie che erano la fortuna di Longarone non sono tornate. Dovevano ricostruire Erto a una quota di sicurezza. Erto ha invece conosciuto il più totale abbandono, la sua comunità è stata frantumata e dispersa. Alla fine dello scorso anno i residui passivi, le somme cioè stanziate con leggi del Parlamento e non spese dal Governo per il Vajont superavano i 18 miliardi di lire: di questi, oltre due miliardi per opere urgenti per la sicurezza. E poi ancora: molti soldi destinati dal legislatore hanno avuto diverse destinazioni nell'ambito della provincia, senza che alle zone devastate sia derivato beneficio alcuno. Dell'industria, delle attività artigiane, delle strutture commerciali distrutte, poco o niente è stato ripristinato. E senza lavoro Longarone potrebbe diventare veramente una città spenta, una città monumento dove ci si reca soltanto per ricordare l'eccidio dei nostri fratelli». L'emozione impedirebbe qui ogni commento: voglio solo, osservare che alle popolazioni del Vajont non è stato puntualmente risparmiato neppure questo ingrediente tradizionale delle sciagure nazionali, e cioè i modi e i tempi dell'impiego e della distribuzione del soccorsi pubblici e privati.

E infine, la violenza dell'anti-processo. Che cos'è?
Nelle ultime pagine della sentenza di rinvio a giudizio il giudice istruttore si è occupato di un aspetto «che non può non costituire oggetto di esame»: e cioè quella sorta di antiprocesso organizzato «per attenuare se non per eludere i rigori della giustizia fin dal primo momento in cui essa iniziò a ricercare le responsabilità penali per l'immane catastrofe». Non è indispensabile qui fare del nomi, ma è certo che il braccio di ferro del potere fino allora incontrastato nel suo ius vitae ac necis si misurò per anni con il giovane magistrate di Belluno che sempre più ci e venuto assomigliando al giudice istruttore di Atene nel processo per l'omicidio Lambrakis (e come è stato ricostruito con vivezza in un libro e in un film che ha l'onore di attirarsi le dimostrazioni ostili dei fascisti). L'antiprocesso si svolgeva in sedi pubbliche e in sedi private, diretto da difensori tecnici e da difensori giuridici. Non sappiamo quanta verità sia riuscito a nascondere, quali imputazioni più gravi abbia potuto evitare, quali altri responsabili abbia salvato. Sappiamo solo che il potere (e un'altra prova di ciò che abbiamo detto prima) ha ancora una volta posto in gioco i valori della società che esso stesso ha creato, sappiamo solo che il potere ha dimostrato ancora una volta di non credere affatto che si debbano rispettare l'indipendenza della magistratura, il giuramento dei testimoni, la gelosa triparuzione costituzionale su cui si eleva l'edificio dello Stato. O per meglio dire, tutte queste cose vengono rispettate quando gli fa comodo, perché altrimenti, come ha denunciato in una drammatica pagina l'istruttore, vengono calpestate e violate. L'anti-processo seguiva passo passo, come un'ombra, il processo vero, interrogando i testimoni, facendosi rilasciare dichiarazioni, riunendo testi e imputati in uffici e in studi, e tutto ciò al fine di precostituire a freddo una situazione di comodo, per non dir altro, alla giustizia. Amaramente il giudice scrive che la presidenza dell'Enel, pur messa a conoscenza di questa intollerabile e sprezzante protervia, non ha neppure compiuto un minimo accertamento al riguardo.

Per tutti gli anni del pericolo, il compito massimo del potere è stato quello di mentire: di smentire le voci preoccupate, di tener calma la gente, di denunciare quelle che venivano definite speculazioni politiche allarmistiche, di mantenere la situazione nell'ordine e nella tranquillità. Sono queste delle parole che dovrebbero essere pronunciate tra virgolette perché l'ordine, la tranquillità, il normale sviluppo della società sono solo i sinonimi della violenza legale che è stata quotidianamente perpetrata, ad iniziare dal comandante del gruppo dei Carabinieri di Udine.
Carlyle, che è stato tutt'altro che un rivoluzionario, ha scritto che «quando l'ordine significa schiavitù ed oppressione, il disordine è l'inizio della giustizia e della libertà». Nel caso del Vajont c'era ancor più che schiavitù ed oppressione, c'era decretata una condanna a morte per delle intere popolazioni. Certo, queste popolazioni sono state mantenute nell'ordine e nella legalità: i giornalisti che dicevano la verità sono stati denunciati e processati, i ribelli in atto o in potenza sono stati in mille modi zittiti. Oh, se veramente questi veneti avessero un giorno fatto del "disordine", avessero portato a termine l'opera appena iniziata con la Resistenza, con la loro nuova coscienza, soffocata appena nata! Oh, se veramente gravi disordini (non sono queste le parole che usano i fonogrammi delle Questure?) avessero portato questa gente a distruggere la diga, ad assediare le case del dirigenti della SADE. Oh, se veramente una rabbia di popolo avesse fatto cambiare le decisioni, con l'unico linguaggio che i padroni capiscono, quello della forza, agli alchimisti della morte! Ma nulla di tutto ciò e successo.

Anche nelle spedizioni coloniali, lo ricorda il Verges nel suo 'Strategia del processo politico' non si può guardare per il sottile e conformarsi alle convenzioni di Ginevra: c'è ormai una necessità di far uso della tortura e del massacro e di violare ogni diritto dell'uomo. Chi sceglie la strada dell'espansione coloniale si trova necessariamente in questa condizione, e il riconoscerlo non significa certo una giustificazione ma solo un modo di capire. I francesi dicono «alla guerra come alla guerra» e nella frase è contenuto tutto l'orrore del concetto. Così le leggi del profitto portano sempre almeno sull'orlo del massacro: altrove hanno avuto necessità di gassare, di mutilare, di torturare, qua non hanno avuto questa ufficiale necessità, qua corrono il rischio calcolato di disastri quale quello del Vajont. Ma è la stessa molla, è lo stesso tipo di necessità che muove le leggi del profitto nella guerra con le armi e nella guerra con la tecnica, tutte al servizio degli interessi capitalistici. In Algeria o nel Vietnam era necessario per il potere usare certi sistemi, di fronte alla ribellione degli sfruttati; sul territorio del Vajont non era necessario arrivarci, ed era sufficiente una violenza di tipo diverso, diciamo più morbido, anche perché i ribelli e gli sfruttati si sono limitati per anni, non a contestare al potere il diritto di porre in gioco la loro vita, ma a chiedere uno sfruttamento meno "irrazionale e incondizionato" da parte della SADE.

Abbiamo già detto come questo sia un processo politico: i crimini commessi dagli imputati sono crimini politici e sociali sotto la maschera del diritto comune: anche voi, signori giudici, come uomini, dovete ribellarvi all'ipocrisia e condannando togliere la maschera. Voi sentite benissimo che questi omicidi colposi non hanno nulla a che vedere (anche se truccati dalla tecnica giuridica in modo da sembrare gli omicidi colposi che tutti i giorni si discutono nei tribunali della Repubblica) con il reato di chi, in un attimo di disattenzione, investe ed uccide con la sua automobile un pedone. No. Le fattispecie del Vajont e dell'incidente stradale potranno essere riunite sotto un medesimo articolo del diritto positivo, ma sono l'una lontàna dall'altra come la terra dal sole, sia nella coscienza pubblica come nella nostra stessa coscienza di uomini di legge. Parimenti voi capite e sentite che questi delitti di pericolo così contestati agli imputati, per avere cagionato il disastro di frana, non hanno assolutamente alcuna parentela con quel pericolo che corre e fa correre il ragazzo che si riscalda la merenda nel bosco e che può far propagare le scintille. Era evidente che gli imputati avrebbero minimizzato, avrebbero negato, avrebbero fatto la figura che fecero qui (e con loro molti dei testi) cercando di smentire quel poco o quel tanto che avevano ammesso nell'istruttoria scritta o che risultava dalla documentazione sequestrata: ma è già stato osservato che le dichiarazioni di questa gente hanno la stessa veridicità della ricostruzione di un attentato nella versione dell'attentatore.

Spetta a noi di fronte a questa melma riscoprire la verità dei visi macellati di questi 2000 morti, di ripulire la realtà dallo sterco delle malizie, delle parole, delle carte burocratiche. Di queste 2000 morti violente che ora vengono "pagate" con soldi pubblici, e cioè ancora da noi, dai cittadini contribuenti, e non da chi ha causato il danno.

Ma se il problema, per il numero stesso del morti, per una logica disumana, finisce con il creare dimenticanza, se anche un lungo processo tanto lontano dal luogo della sciagura può portare all'indifferenza, dobbiamo elevare la nostra voce anche verso il tipo di "distrazioni" giudiziarie con cui si addormenta la gente.
Anzitutto dobbiamo constatare che l'opinione pubblica è stata abituata (ancora una volta non crediamo al caso e alla fatalità e crediamo invece a un preciso disegno da parte di chi disegnare può) ad interessarsi solamente dei resoconti giudiziari alla sigla delle "tre S": scandali, sangue e sesso. E ci è parso di cogliere segni di stanchezza dell'opinione pubblica nazionale e aquilana nei confronti di questo processo che non ha nulla di piccante e di morboso, ma che è il processo con cui si spiega come un Moloch abbia potuto avanzare inarrestabile e divorare, insieme ad innocenti popolazioni, anche i propri stretti piccoli collaboratori (i grandi mai!), quegli operai rimasti sulla diga abbracciati nella morte ai cittadini di Longarone. Lo stesso Moloch che ha ucciso con il suicidio l'ing. Pancini, e che noi cerchiamo appunto in questo processo di capire nella sua meccanica interna, allo scopo di costruire un manuale aggiornato della dittatura economica (e sappiamo che non è mai solo economica) dell'epoca del neocapitalismo.

Al di là delle dimenticanze, degli oblii, delle narcosi continuiamo a ritenere molto importante indicare e dimostrare come le baronìe idroelettriche e il loro sistema piratesco nato agli inizi del secolo si siano volta a volta adattati alle diverse società politiche nelle quali si trovavano ad operare, condizionandole e mantenendole ai propri fini sia con le mani di ferro del capitalismo di rapina sia con quelle di velluto del capitalismo neodemocratico.
Ma alla base di tutto sempre c'è il disprezzo sovrano per le stesse norme sociali e giuridiche che i gruppi di potere hanno imposto alla società e quindi, come hanno fatto questi imputati, la disposizione a violarle. Il disprezzo per le norme sociali e persino per quelle giuridiche è un aspetto del disprezzo di costoro per l'uomo e per l'umanità.

Un popolo che continua a dare morti

Voi avete visto nelle strade dell'Aquila e al palazzo di giustizia l'esodo dal Veneto all'Abruzzo di un popolo decimato, ormai senza casa e senza terra. Bisogna dire qualcosa su questo popolo, su questi veneti che sono ormai da molto tempo stanchi di sentirsi riconoscere le loro "virtù tradizionali". Con tale termine si vuole normalmente lodare il loro attaccamento alla montagna dove sono nati, la loro resistenza a sopportare il dolore fisico e quello morale, il loro spirito di sacrificio in pace ed in guerra. Ebbene, essi vogliono che questo ciarpame sia buttato via e che si dica la verità. Vogliono che si dica che il potere ha sempre ricavato dal Veneto denari per il fisco e giovani per le guerre e che le virtù tradizionali sono la miseria e l'emigrazione. Le virtù tradizionali sono quelle di vivere e di morire come vuole chi comanda, su di un Veneto considerato da sempre come una colonia. La politica di abbandono e di spopolamento della montagna, la politica di spoliazione dei monopoli elettrici che si sono accaparrati le risorse idriche delle valli, la politica di gestione di questa ricchezza secondo la legge del maggior profitto, la politica dell'indifferenza verso il dissesto idrogeologico che derivava dallo sfruttamento, la politica del rischio calcolato delle frane, delle alluvioni, di quei disastri cosiddetti naturali che trovano la loro regolamentazione nella stanza dei bottoni. E parallelamente la politica di persecuzione di coloro che denunciavano l'ineluttabilità del disastro, la politica di nascondimento dei segni premonitori che per anni la natura violentata aveva inviato.

La disperazione del Veneto aveva trovato un solo momento nella sua storia per imboccare la via giusta, l'unica via per cambiare le cose: è stato il momento della Resistenza alla quale la valle e le montagne del Piave hanno dato un contributo determinante. E varrà qui la pena di nuovamente ricordare che fu possibile erigere la diga del Vajont sulla base di una concessione della Repubblica di Salò alla SADE nello stesso periodo in cui i partigiani combattevano in quella valle. È già stato osservato che evidentemente vi erano due modi diversi di considerare le caratteristiche del Vajont: l'uno dei giovani, degli antifascisti, degli spiriti liberi che ravvisavano fra quelle valli strette e nascoste la possibilità di gettare le basi per costruire un esercito popolare capace di sconfiggere i tedeschi e i fascisti da un lato; dall'altro i dirigenti e gli azionisti della SADE che nello stesso momento operavano con tedeschi e fascisti per avere la concessione di quelle acque e per poter innalzare la diga degli enormi profitti. Longarone e gli altri centri abitati che le facevano corona erano roccaforti partigiane e l'antica disperazione e l'antico furore sembrarono per pochi anni, per pochi mesi, poter modificare le cose. Sappiamo però come la SADE, che aveva fatto i suoi affari con tutti i sistemi politici da essa sostenuti (prefascista, fascista e repubblichino), continuò a farli col nuovo sistema democratico. Ma ci sono del veneti a Longarone e dintorni i quali sono convinti ancor oggi che nella vita il peggio è capitolare, essi che hanno visto avvicinarsi giorno per giorno il disastro. Ogni giorno da anni accadeva qualcosa che li avvicinava alla morte: il luogo lasciato tranquillo, poteva durare secoli. Violato, chiamava rovina. Boscaioli, falciatori, cacciatori, contadini, operai sapevano cose paurose: spacchi, rocce in movimento, sentieri che si spostavano, larici ed abeti inclinati obliqui. Anni di suppliche, di lettere, di rabbie, di proteste, di appelli disperati, di "rispettose lagnanze".

NOTE
8. Guglielmo Celso (1922-1963) fu sindaco di Longarone, con una maggioranza social-comunista, dal 1947 al 1951 e dal 1960 al 1963. Comandante del Btg. "Oberdan" della Brigata partigiana "P.F. Calvi", segretario del Psi provinciale dal 1954, trovò la morte quel 9 ottobre 1963 colla famiglia. Suo vice-sindaco era Terenzio Arduini che gli succedette fino alle elezioni del 1964 e che ebbe nel ministro Pieraccini, socialista, il punto di riferimento nella prima fase della ricostruzione di Longarone [N.d.C.].
Questa gente era giunta, come abbiamo visto, persino a non contestare - come si legge testualmente in alcuni documenti - «le esigenze della utilizzazione», ma a protestare solo contro la «legge del più esoso del profitti» (vedi nella documentazione il "libro bianco sulla tragedia del Vajont" e l'ordine del giorno dei Sindaci del 1961). Essi, che potevano contestare tutto perché tutto deve essere contestato quando è in gioco la stessa esistenza fisica, si limitavano a chiedere che fossero trovati i mezzi per permettere loro di sopravvivere vicino alla diga.

Questi sono "i ribelli del Vajont", i "rossi" del Sindaco Celso e del Vicesindaco Terenzio8, i partigiani che hanno liberato i loro paesi con le armi in pugno, già ormai domati e risucchiati nel sistema: domandavano solo accorgimenti tecnici, non il prosciugamento della diga. Domandavano solo che la SADE guadagnasse un po' di meno, non che una buona volta le venissero tagliate le unghie.
E che cosa domandano oggi i superstiti a nome delle vittime, ora che Celso è morto e Terenzio è solo un consigliere di opposizione? Ora che una diversa Amministrazione comunale ha tanto diversamente impostato il problema morale, politico, sociale e persino giuridico e persino giudiziario del Vajont? Già il Gervasoni osservava che con l'andare degli anni di soldi si parlava sempre di piu', e di giustizia sempre di meno. Finirà l'amministrazione Arduini, e su questa gente è piombata martellante la voce di quasi tutti i giornali, di quasi tutti i pulpiti, di quasi tutti i benpensanti e cioè che i morti si pagano con il denaro, che l'unico modo per fare giustizia era incassare un po' di soldi, che d'altra parte mai altro si sarebbe potuto ottenere dal potere se non un po' di soldi. E quando venne fuori la cosiddetta 'prima perizia', preceduta dai nefasti prolegomeni delle varie commissioni d'inchiesta, si disse a questa gente su tutti i toni, dalla blandizia alla minaccia, che forse neppure i soldi avrebbe preso, che forse in via di elargizione bonaria e caritativa, l'Enel avrebbe dato ugualmente del denaro.
Così, quando molti hanno capitolato e sono rimasti in pochi a tenere fermo che nella vita il peggio è capitolare, gli avvoltoi hanno intonato - come sappiamo - la rauca canzone che i superstiti sono solo affamati di soldi, che in fondo vogliono solo i soldi, e che hanno ragione i gruppi al potere nel dire che con i soldi tutto si può comperare. I gruppi al potere si sono dichiarati soddisfatti nel constatare che la loro legge, quella del soldi, è anche la legge della maggior parte delle loro vittime.

Ebbene, noi qui ripetiamo che coloro che hanno dovuto capitolare sono ancora più vittime degli altri, sono i superstiti più infelici, sono coloro cui è stato spento persino il senso del dolore e la fiducia nella giustizia. Per questo abbiamo rispetto per coloro che hanno capitolato proprio perché è meno infelice Arduini con la sua famiglia, piuttosto che coloro che non hanno più voce in questo processo. Il potere ha fatto il vuoto intorno ai superstiti ma Arduini si sente meno isolato di altri: egli e coloro che ci hanno mandati qui a parlare ora da un banco di accusa tengono alta la protesta contro la strage degli innocenti.
Occorrerebbe qui pronunciare parole di fuoco, ed invece stringiamo i denti e ci limitiamo a registrare: in fondo siamo ben persuasi che non è questione di uomini ma che i grandi fatti storici e le grandi tragedie si verificano ineluttabilmente, date certe premesse; gli interessi si raggruppano diremo istintivamente da una parte o dall'altra, la polvere di ferro corre al suo polo magnetico, e il sistema condiziona loro malgrado anche quelli che ne sono solo i burocrati e gli impiegati. Eppure, come possiamo dimenticare i nomi di coloro che avevano sembianze umane ma che vollero schierarsi dalla parte del potere?

Un triangolo di ferro: governo, burocrazia ministeriale e società concessionarie

I nomi di coloro che non siedono su quella panca, da quelli ad altissimo livello direzionale sino agli scodinzolanti servitori? Perché i nomi si sanno, esattamente come si sanno i nomi dei presidenti e dei membri delle varie commissioni postdisastro. Come non ricordare che l'ing. Torno, titolare dell'impresa costruttrice della diga, dava «decise assicurazioni» su tutto e che su tutto si sentiva «perfettamente tranquillo»? Che il comandante del gruppo dei Carabinieri di Udine nel suo rapporto al prefetto (documento processuale n. 4893) era così ottimista nella sua fede verso la SADE da scrivere tra le altre la frase che lo ha inchiodato ad una eterna vergogna: «l'esagerato allarmismo con cui sono stati trattati i fatti trova riscontro nelle note manovre di speculazione politica ad opera dei partiti di estrema sinistra»? Che il prefetto di Belluno e quello di Udine (vedi libro bianco p. 60) si fecero denunciare da cittadini di Longarone alla Procura della Repubblica di Belluno, per il loro incredibile comportamento? Che il questore di Belluno già nel maggio 1955 aveva proibito l'affissione di un manifesto di denuncia, pure all'acqua di rose? E il Pubblico Ministero di Milano, nel processo contro Tina Merlin? E l'ing. Caruso, e il presidente del consiglio provinciale di Belluno? E il titolare del Genio Civile di Udine? E il prof. Feliciano Benvenuti, commissario dell'Enel, di cui Gervasoni ha potuto scrivere essere «molto vicino al presidente della SADE Vittorio Cini»? Quanti altri nomi dovremo qui additare nelle loro precise responsabilità? Non lo facciamo anche se assicuriamo che non vogliamo dimenticarne neppure uno.

Sulla collusione tra scienza, tecnica e burocrazia sono esemplari alcune pagine del volume 'Morire sul Vajont': anche Mario Passi si pone tra gli altri problemi quello di intere leve di giovani studiosi affidare a certe personalità al vertice della carriera scientifica ed universitaria. Molto bene egli, a proposito della prima perizia, scrive che nel quadro della collocazione prevalente della scienza italiana, la conclusione innocentista del periti "italiani" d'ufficio, era "coerente". Perciò aveva ragione il vicesindaco di Longarone quando, sulle macerie del paese distrutto, poche ore dopo l'ondata che aveva spento con il Sindaco tanta parte del paese e della sua gente, urlava al Presidente della Repubblica Segni, alzando il dito verso la diga, quella esclamazione: «Assassini, Assassini!» che non faceva distinzione tra tecnici, industriali, burocrati e politici. Nell'esclamazione egli ricomprendeva tutti quanti, a cominciare da Giovanni Leone, Presidente del Consiglio dei Ministri dell'epoca, che aveva pur lui pellegrinato a Longarone in quei giorni, che pur lui aveva promesso completa giustizia, e la cui firma (anche qui qualcuno ha detto incredibile, anche se nulla c'è di meno incredibile) appare in calce alla memoria difensiva presentata dall'Enel e che sostiene la tesi stessa della SADE sulla imprevedibilità ed eccezionalità della catastrofe.
Squarcio di vita italiana anche questo, di un Giano bifronte Giovanni Leone, anche se noi non abbiamo nessun dubbio su quale fosse la faccia più vera e su quale fosse invece la faccia mascherata.

Che poteva sapere Arduini del gioco economico-sociale e burocratico che stava dietro alla diga? Come poteva rendersi conto dei due pesi e delle due misure, in un paese in cui una pratica di pensione dura lustri, ed una richiesta della SADE poteva essere evasa in poche ore? Nella sua requisitoria il Procuratore della Repubblica di Belluno, parlando della richiesta della concessione avanzata dalla SADE per almeno 15 metri di ulteriore invaso, in un giorno di Natale, sottolinea che tale richiesta era stata «integralmente accolta con sbalorditiva sollecitudine». Come poteva sapere Arduini cosa veramente stava dietro alla tragedia, intuita però e prevista dalla gente di montagna, pure all'oscuro di tutti i giochi e i meccanismi che le stavano dietro?
Il Giudice Istruttore ha potuto poi scrivere: «i funzionari (pubblici) si mostrarono pusillanimi quando occorreva trincerarsi dietro i presìdi della legge per contrastare richieste illegittime, e burocrati quando occorreva essere pratici, e compiacenti allorché preferirono esimersi dall'apporre un netto diniego».

Si è che per la SADE e per tutti quelli come lei non esistono difficoltà burocratiche, non esiste questo antico male del nostro paese, questa tradizione negativa della burocrazia di lingua italiana che abbiamo ereditato dalla nostra storia di divisioni feudali e di invasioni straniere. La burocrazia è a favore della SADE, come gli altri poteri dello Stato. A questo punto sarebbe interessante verificare a fondo la vaniloquenza delle formulette che ci vengono gabellate come il toccasana in uno stato democratico moderno.

Per prima cosa il luogo comune della divisione dei poteri del'lo stato nella tripartizione del legislative, dell'esecurivo e del giudiziario. Delia democrazia rappresentativa (che dovrebbe basarsi sulla formula della tripartizione, quale garanzia di onesto e retto funzionamento di tutta la macchina dello Stato, a difesa degli interessi dei cittadini e della collettività) in questo processo salta fuori anche l'ipocrisia: in questo processo ogni confine è stato superato e non solo perché i controllati erano anche i controllori, ma anche perché tutti gli uomini della "tripartizione democratica" ballavano assieme la danza suonata dal potere economico.

I pubblici funzionari processualmente inguaiati oggi dalla concessionaria SADE si sono difesi disperatamente, sostenendo di non essere stati messi a conoscenza degli studi, delle sperimenrazioni, delle ricerche compiute, ma si sono ben guardati di fare opera di chiarimento, di denuncia e di rottura. Figli dello stesso potere, la loro difesa e tanto disperata quanto più debole perché non ha voluto oltrepassare le colonne d'Ercole che il potere può loro permettere. Tanto, essi si sentono sicuri che domani, assolti o condannati, le larghe braccia nuovamente si apriranno ai cani fedelissimi al padrone.
Leggiamo ancora un altro periodo della sentenza istruttoria: «Alla luce delle risultanze processuali riteniamo di poter affermare che il comportamento dei pubblici funzionari (Sensidoni, Frosini, Batini) fu talmente difforme dai princìpi ai quali essi avrebbero dovuto ispirarsi, da dover concludere che non solo vennero violati i canoni della normale prudenza (quella generica prudenza che si impone anche all'uomo medio); non solo vennero completamente trascurati i doveri propri del loro ufficio di tecnici dell'amministrazione centrale preposti alla funzione di vigilanza sulla attività della concessionaria; ma vennero delegati a tal punto alla società concessionaria medesima le funzioni dell'effettivo controllo, che - in presenza dell'evento verificatosi - ove si riscontri responsabilità degli ingegneri della concessionaria SADE, come noi l'abbiamo sopra riscontrata, non può non sussistere, identica e concorrente, la responsabilità degli imputati del quali qui si dice».

Crisi gravissima dell'apparato statale, crisi anche dal punto di vista ufficiale, nel legame, nella autentica osmosi con i gruppi economici. Una telefonata vale più di un codice civile, un biglietto riservato più di un manuale di tecnica delle costruzioni, un consiglio di amministrazione più di cento consigli comunali. Ecco perché le iniziative parlamentari, le interpellanze e le interrogazioni non sortivano effetto alcuno: era la SADE che forniva ai ministri i dati per le risposte; fino ad oggi, quando nel corso del processo si è dimostrato che l'Enel, erede della SADE, ha collaborato e collabora con la difesa degli imputati (vedasi la produzione in giudizio dello scambio di lettere tra l'Enel compartimento di Venezia e il difensore dell'ing. Biadene). È chiaro che in questa situazione ogni appuntamento con la verità viene disertato e che bisogna assistere, come abbiamo assistito con pena, all'autocastrazione, all'automiliazione del prof. Semenza junior chiamato come teste al processo. Come non ricordare quello che è accaduto all'udienza del 29 aprile di quest'anno, quando di fronte ad un altro disertore della verità, che non vogliamo neppur nominare, il presidente del collegio giudicante è stato costretto ad urlare: «Si comporti da uomo, dica la verità, pensi ai 2000 morti».
Ma l'invito, come tutti sappiamo, è caduto nel vuoto, sicché sul suo giornale Guido Nozzoli ha potuto chiedersi: «A che serve studiare tanto, se poi si dimenticano le sole cose che ci aiutano a fare dignitosamente il mestiere di uomo?»

Del resto i rapporti di sudditanza della pubblica amministrazione dalla SADE sono stati in ogni particolare chiariti dal Giudice Istruttore in pagine che non saranno mai più dimenticate: il magistrato può giungere a scrivere che il processo del Vajont «non può non far riflettere sul funzionamento della pubblica amministrazione centrale, e (udite!) vano sarebbe il credere che in seguito la prassi sia migliorata». Poche righe dopo il Giudice Fabbri sottolinea come siano stati violati tutti i princìpi che riguardano «l'essenza, l'autorità e l'organizzazione dello stato di diritto». Né vale dire che, nel processo, SADE, Enel e Pubblica amministrazione hanno assunto posizioni in parte diverse: perché tali posizioni sono frutto di tattica, di una tattica orchestrata che sta al di sopra di tutti e che tende alla diversificazione del collocamenti del singoli imputati per giungere alla assoluzione di tutti. Ma è tattica, perché il motivo di fondo è unico, quello di sostenere la imprevedibilità del disastro, dannando così ad una situazione di naufragio morale l'avvocatura dello Stato che come difensore del responsabile civile dovrebbe appunto sostenere la imprevedibilità e come parte civile dovrebbe battersi per la prevedibilità.

Lo Stato è lo Stato dei potenti

Lo Stato è qui tutto insieme: giudice, vittima ed imputato. Nuove contraddizioni, nuovo naufragio: si chiede giustizia allo Stato attraverso questo Tribunale dello Stato ma lo Stato a quale Stato darà ragione? Allo 'Stato Enel', alla SADE 'Stato nello Stato', allo 'Stato dei cittadini', a quale Stato dei due diversi ed opposti tipi di Stato che l'avvocatura dello Stato rappresenta in contrasto insanabile? Ma tant'è, ogni incenso deve essere bruciato, ogni sacrificio deve essere compiuto in nome di un feticcio quale è la teoria della continuità dello Stato, di quella continuità di sistemi economici e politici che la storia superficiale sembra smentire ma che in realtà è, come abbiamo già detto, il filo rosso conduttore nonostante le contraddizioni anche spaventose della storia vera del nostro paese. Un finanziere ottantenne è rimasto in sella in tutte le bufere politiche, il mostro sacro della SADE è il simbolo che le bufere politiche sono solo fenomeniche: il noumeno sta più sotto, solo che, per fortuna, non è più inconoscibile.
Ma a questo punto per capire più a fondo leggiamo ancora alcune righe di Ernesto Rossi, dove scrive di voler offrire alcuni elementi per fare un bilancio dell'eredità che abbiamo dovuto accettare, senza beneficio d'inventario, dal "regime". A proposito della burocrazia egli denuncia: «lo sfasciamento completo della pubblica amministrazione per la presenza, nei più alti gradi della burocrazia ministeriale, di funzionari incapaci e corrotti che hanno fatto carriera soltanto come fascisti "di sicura fede"; l'immissione nei ruoli della burocrazia di grandi masse di avventizi, assunti per raccomandazione senza essere selezionati da alcun concorso... l'ampliamento delle zone di arbìtrio in cui i pubblici funzionari ministeriali hanno la possibilità di vendere licenze, permessi e autorizzazioni; la diffusione del "cumulo delle cariche" e "dei controllori controllati"; la proliferazione dei "diritti casuali", le "gestioni fuori bilancio" e le società a partecipazioni, miste; l'affidamento di funzioni pubbliche ad organizzazioni private di categoria...».

È doveroso a questo punto distinguere tra alta burocrazia che ha larghe possibilità decisionali e piccola burocrazia, più esposta alle critiche di ogni giorno: l'alta burocrazia decide le cose decisive, la piccola burocrazia esegue.
La prima, indisturbata, manovrando leve che sono ignote all'opinione pubblica, e perciò tanto più potenti, è quindi circondata da un fascino di mistero e persino di rispetto; la piccola burocrazia gettata in pasto ogni giorno all'opinione pubblica per le sue insufficienze, i suoi ritardi, le sue tentazioni così evidenti. La casta burocratica è storicamente nata dall'incrocio nei nostro Paese della corruzione borbonica con l'autoritàrismo piemontese. Male vecchio quindi che si è diffuso dalla sua nascita circa cent'anni fa ad oggi, nonostante il Risorgimento e la Resistenza; il discorso può allargarsi all'equivoco storico che è rappresentato dal nostro risorgimento nazionale, al modo come la classe dirigente lo realizzò; il discorso può estendersi al modo come la Resistenza fu stroncata e vinta nei momento in cui vinceva. Ha trionfato il principio della continuità dello Stato, e non solo da fascismo a democrazia ma persino da burocrazia dei piccoli stati italiani a burocrazia nazionale. Ciò che è stato definito «il metodo delle indulgenze compiacenti», dei ritardi, degli insabbiamenti, non rappresenta la responsabilità storica sostanziale dell'alta burocrazia, ma solo lo squallido aspetto esterno, che tutti identificano nei miserando comportarsi quotidiano di molta parte della piccola burocrazia. Dietro sta molto di più, dietro sta la burocrazia grossa, colonna del potere e della società così come è costituita ed è quindi logico che con questa "continuità" anche nel crimine non possa essere stata, come era stato richiesto, sospesa la corresponsione alla SADE dell'indennizzo stabilito per la nazionalizzazione dei suoi impianti elettrici. Se ciò fosse accaduto, sarebbe stata una rottura, un'inversione di tendenze, un fenomeno rivoluzionario: sarebbe crollato un mondo. Questo processo ha stimolato e stimola l'affiorare al livello della coscienza sociale e persino giuridica di molti interrogativi, di molti problemi!

E veniamo alla questione della tecnica.
Franco Fortini in 'Verifiche dei poteri' - luglio 1969 - scrive: «Nel vecchio film di Chaplin, tragicomica non è la catena di montaggio, né l'anarchica e ovvia reazione di Charlot, ma la serietà degli altri operai, il loro interesse al buon andamento produttivo, la persuasione di stare adempiendo un dovere. Perché non sono stati alienati dalle macchine, ma dai padroni delle macchine. (È uno dei punti di contatto, fra molti, di Chaplin e Brecht)». Ormai molto più spesso nell'opinione pubblica industria sta per tecnica, cioè per modo di fare le cose, ma (prosegue Fortini) fare «industria eguale a tecnica (o a tecnologia come si usa dire, con significativo anglicismo) vuol dire conferire all'industria una fatalità razionale che non ha. È pura apologetica... nell'attuale situazione della "civilta delle macchine"».

Dovere di un'ideologia

Diremo allora infine che noi siamo qui anche per un rilancio di concetti e di realtà che si vogliono "superare": siamo qui per contrastare alla indifferenza per la ideologia, all'ironia per le "concezioni del mondo", alla fatalità (nella quale non crediamo) della tecnica, volta a volta, di per se stessa, panacea o dannazione. Il cosiddetto cinismo della tecnica non esiste e può essere solo in parte semmai il cinismo di tecnici ma è sempre o quasi sempre anche la volontà di potenza del signori della tecnica cioè di coloro (tecnici o no) che manovrano le leve del potere. Quelle che sono state chiamate le idrofanfaluche dell'imputato Ghetti (ma non raccontate solo da lui) obbediscono non alla volontà di tecnici di giustificarsi come tecnici, ma alla volontà di persone, che possono anche essere dei tecnici, di giustificare un predominio sociale ed economico. Con molta chiarezza ha individuato questo punto fondamentale Aldous Huxley nel suo 'I diavoli di Loudun', quando egli scrive una storia di stregoneria d'altri tempi ma che potrebbe essere la storia delle stregonerie contemporanee, che riescono a distruggere l'uomo alla radice stessa della sua coscienza: non più attraverso la maschera dell'idolatria teologica, ma attraverso quella dell'idolatria tecnologica e politica del nostro secolo.

È stato autorevolmente scritto (Guido Nozzoli, 1 maggio 1969): «Perché meravigliarsi se quando il Magistrato decise di compiere un'indagine tecnica sulla prevedibilità del disastro non si trovo un solo uomo di scienze disposto a collaborare colla giustizia e a criticare l'operato degli "insigni colleghi" responsabili della catastrofe? E perché meravigliarsi se, in qualche parte dell'istruttoria, si parlò di "viltà accademica"?» Ciò veniva scritto a proposito del testimone ing. Giovanni Padoan, l'ex Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, che rappresenta non un caso limite (in questo processo tutti i limiti sono saltati!) ma certo un caso istruttivo ed educativo di attaccamento alla stanza dei bottoni, ma a quella che conta, non quella dei politici che cambiano, quella economica. Dallo stesso commentatore del processo è stato scritto che tutta questa gente, uomini e testi, gravita intorno «all'acqua... che non è quella in cui il greco Talete cercò l'origine di tutte le cose, né quella chiara, fresca e dolce cantata da Petrarca, ma sempre la stessa acqua dei Volpi, dei Cini e dei Gaggia, che procurava profitti smisurati alla SADE e rovine di ogni sorta alle popolazioni delle Tre Venezie».
Insomma la tecnocrazia, i managers della grande industria, dell'industria monopolistica, sono il cordone ombelicale che unisce gli interessi economici agli interessi burocratici, con l'uso spregiudicato della tecnica, ai fini del dominio sociale e quindi del potere politico.

Idraulici, idrologi, idromeccanici sono tutte parole-paravento degli idroelettrici e i vari ing. Violin, dirigente del Genio Civile di Belluno, ben sapevano qual era la voce del padrone. La piccola burocrazia era nel gioco della grande burocrazia, con le sue regole secolari di non sentire, di non vedere, di non parlare, di non decidere, di non assumere "grane", di passare ad altri, al momento della cottura, la patata bollente. È solo uno dei mille strumenti con cui la grande burocrazia fa i servizi (bassi) della grande industria. Il Giudice Istruttore definisce l'ing. Violin il «portalettere della SADE» ed in verità è proprio il minimo che si possa dire... Il Giudice Istruttore ha capito molto bene come la funzione di troppi tecnici, imputati o testi, è stata quella di sbarrare il passo alla verità, di salvare il capomafia. Ma che diciamo? Al processo tale funzione si è precisata, ha assunto altezze da capogiro, la stratosfera della menzogna. La legge della mafia ed omerta è stata dimostrata tutti i giorni ed ha trovato la sera del 6 maggio 1969 la riprova ufficiale, il suggello anche per gli increduli: l'arresto in aula dell'ing. Sensidoni. La sua condanna come teste spergiuro e falso suona come condanna anche per coloro che sono stati di lui più fortunati ma non meno bugiardi. L'insufficienza di prove con cui se l'è cavata l'ing. Benedini, pure arrestato in aula lo stesso giorno, e in realtà una pesante condanna morale di nulla più leggera della condanna anche giudiziaria del suo socio Sestini. È stato detto assai bene: una seconda alluvione è caduta anche sull'Aquila dopo quella su Longarone, l'alluvione delle menzogne.

Guido Nozzoli nella sua cronaca dell'8 maggio ha potuto scrivere con sferzante amarissima ironia: «Anche nell'esercizio del falso gli uomini di scienza non rinunciano alla esigenza della specializzazione e, a seconda delle loro particolari competenze, si possono dividere in vari gruppi: gli "idromendaci" che raccontano bugie sull'acqua, i "geomendaci" che le raccontano sulla terra, i "tecnomendaci" che le raccontano a proposito dei vari problemi della tecnica e i "polimendaci" che mentono con sorprendente eclettismo su qualsiasi argomento... ciascuno per sè e la dea SADE per tutti... Non è uno spettacolo edificante per i giovani tra il pubblico dell'udienza e per le loro coscienze quello che offrono in aula le lezioni dei padri e dei professori» (cui è ancora affidata oggi, la sorte della tecnica italiana in problemi di primissimo piano quale la difesa di Venezia, prova della immortalità della tecnica al servizio del padrone e della suprema indifferenza della stessa non solo di fronte a 2000 morti, ma anche di fronte a delle incriminazioni, e ad un grave processo giudiziario).

Mi permetto di riportare un passo molto importante della requisitoria del Pubblico Ministero: «Tutti i responsabili (burocrati e tecnici) accolgono passivamente le richieste degli uomini della SADE, rimasti psicologicamente (si noti qui nel Procuratore della Repubblica la stessa leggerezza al tocco che abbiamo già notato nel Giudice Istruttore, che vuole dire solo il minimo indispensabile anche quando potrebbe dire molto di piu) legati a tale società benche passati all'Enel, i quali vogliono arrivare al collaudo per chiudere la partita Vajont: così la SADE avrebbe maturato il diritto al prezzo per l'espropriazione di un bene elettrico che, destinato ad interrarsi, ormai era soltanto un grave pericolo pubblico. Con il collaudo la SADE avrebbe maturato anche il diritto al contributo statale e sarebbe stata regolarizzata la posizione della centrale del Colomber, che da tempo funzionava abusivamente».

In queste poche righe è tutto il processo, la risposta a tutti i quesiti che ci si può porre, la spiegazione anticipata ai perché, pieni di retorica carica emotiva che davanti a voi, signori del Tribunale, verranno snocciolati dalla difesa degli imputati. Il perché di fondo è tutto qui, per quello che riguarda la SADE e i suoi obiettivi, il perché dei managers, dei burocrati, dei tecnici, dei politici e ancora questo. Continua il Pubblico Ministero: «Tutto ciò (e il P.M. aveva precisato la girandola dei miliardi che erano in gioco quale profitto della SADE) può avere influito sulla determinazione dei tecnici dell'Enel (Marin, Biadene, Pancini, Tonini) rimasti psicologicamente legati alla SADE, di arrivare quanto prima al collaudo. La comune prudenza avrebbe dovuto consigliare, invece di richiedere, un provvedimento di sospensione dell'esercizio del bacino per il persistente stato di grave pericolo pubblico». Il D.P. 14 marzo 1963 è la sinistra data che incombe sui fatti di questo processo: è la data del decreto di trasferimento della SADE all'Enel.
Sappiamo che dalla SADE all'Enel, oltre agli immobili sono passati anche gli uomini, i dirigenti e i funzionari, i tecnici e i burocrati che hanno portato con se le stesse idee, la stessa formazione. Tutto il processo e pieno di questa proterva incredibile situazione che i Magistrati Istruttori pudicamente chiamano solo "psicologica" per la quale gli uomini del monopolio privato, tutti gli uomini del re, passano alla Repubblica, passano all'ente nazionalizzato con il preciso proposito di fare in quell'ente la stessa politica, di obbedire alla stessa ideologia economica alla quale avevano tributato servigi con il vecchio sistema.

Il mito della tecnica neutra e progressiva

Tutta la storia del nostro Paese e piena di fatti come questo e dai 'Vicerè' di De Roberto fino al 'Gattopardo' di Lampedusa - per rimanere nel Meridione e per fare campione di riferimento solo a un certo periodo storico - è tutta spiegata e tutta capita la volontà di coloro che erano persuasi che solo non opponendosi frontalmente al nuovo si poteva validamente contrastarlo, ma che tutto doveva cambiare, perché tutto poresse rimanere come prima. Certo né il De Roberto né il Lampedusa pensavano alla tecnica né tanto meno ai tecnici degli idroelettrici, ma è sicuro che allora come oggi la tecnica è stata manovrata, diciamo pudicamente "psicologicamente", come la prostituta della politica. Questo tipo di tecnici non stima né onore né dignità ma ha una sola coerenza, quella appunto di rimaner fedeli a degli interessi senza ideali, ma molto concreti. Nel nostro caso questa tecnica ha aiutato l'economia a persuadere la politica (che non desiderava altro che di essere persuasa) che assolutamente non c'era, per quella diga e per quel monte, nessun pericolo. Senza onore né dignita sapeva che il pericolo c'era, sapeva persino la carta d'identita del pericolo, con il nome, l'origine, le caratteristiche. Sapeva addirittura ciò che nelle normali carte di identita non si può scrivere, la data della fine e cioè la data in cui il pericolo non sarebbe stato più pericolo, ma attuale orrenda realtà di migliaia di croci. Senza onore né dignita questa tecnica ha aiutato questa economia a persuadere questa politica a disprezzare la gente, a calpestare gli interessi umani, a violare il bene della vita di tutti. Per questo abbiamo detto che non siamo d'accordo nell'indifferenza verso le concezioni del mondo, non siamo d'accordo che il futuro dell'umanità sia la tecnica, non siamo d'accordo che di per sè il piede umano sulla luna rappresenti qualcosa. Al servizio di chi è, la tecnica? Per quale politica l'uomo scopre gli spazi? Per obbedire a quali interessi si costruiscono le centrali elettriche? Si è calcolato che quel giorno sul Vajont in pochi minuti si è sprigionata una quantità di energia pari a due bombe atomiche, il doppio dell'energia che ha distrutto Hiroshima. Il dato tecnico è interessante, ma l'accostamento, repellente, è assai istruttivo. Anche sulla città giapponese si sono visti i frutti della tecnica. Perché? Per chi?
La società industriale ha dato anche quest'eccidio, e ha dimostrato in che modo essa ha sottoposto la tecnica e la scienza (anche la tecnica, e anche la scienza) a decisivi ineluttabili condizionamenti.

Detto questo, in questo processo che è anche un processo alla tecnica bisogna dire che abbiamo visto come la tecnica possa essere, e sia troppo spesso in realtà, oggi nel nostro Paese, e non solo nel nostro, omicida, al servizio di una precisa volontà.
Ma vi è l'altro aspetto, l'aspetto forse più tristo di questo processo, e cioè quello dei tecnici come alienati, come uomini che hanno perduto la propria ombra, come uomini che al servizio degli interessi che sappiamo, ritengono che ciò possa essere giusto e doveroso e che veramente viviamo nel migliore dei mondi possibili. Questo è l'aspetto più tristo, questa catastrofe negli animi dei tecnici, che non è seconda alla catastrofe caduta sul Vajont per la sua obiettiva drammaticità, realtà tanto più drammatica, quanto più gli alienati non si accorgono di esserlo. Quando l'ing. Carlo Semenza raccomandava al tecnico che era suo figlio, al fine di far approvare certi progerti del Vajont, di «attenuare qualche affermazione», questo aspetto emerge in tutto il suo spavento.

NOTE
9. Il prof. Calvino, estromesso dalla camera accademica per la potente indignazione dei colleghi, è ora insegnante di matematica di scuola secondaria. Nella sua testimonianza al processo ha fornito, oltre alla esposizione dei risultati della sua perizia, una lunga testimonianza dei retroscena e delle oscure trame di cui era stato oggetto.

[N.d.C.].

Un padre raccomanda al figlio la menzogna: "Questa" è questa tecnica, umile con i potenti, ipocrita con tutti, feroce con i poveri, disumana, se è solo così che può manifestarsi. Il tecnico obiettivo, cioè il tecnico non al servizio dei potenti, non fa carriera, non fa strada, come è dimostrato da quell' improvviso trasferimento dell'ing. Desidera, che fu una delle più evidenti manifestazioni della prepotenza del monopolio idroelettrico; non fa strada come non si permette di far strada al prof. Calvino, l'unico consulente tecnico italiano che il giudice è riuscito a trovare tra centinaia di specialisti e di professori di università, e che ha subito sentito addosso il morso della vendetta9; gli altri sono Padoan, Sestini e Benedini, gli altri sono nel processo e fuori del processo, al servizio delle grandi concentrazioni. È stato ricordato qui da altri con quale angoscia difensori di parte civile e superstiti si sono sentiti dire, uno dopo l'altro, i no da parte del tecnici dei laboratori e delle Università, quando venivano a sapere qual era l'oggetto di una perizia chiesta dalle vittime. Credo che ognuno dei difensori di parte civile abbia fra gli atti delle lettere più o meno riservate e personali, in cui si dice - come in documenti che ho io - che non è possibile per l'interessato interpellato accettare l'incarico, avendo ricevuto autorevoli consigli negativi. Se a qualcuno potesse interessare sapere dei casi specifici, da chi sono stati dati tali consigli, non ha che da approfondire l'indagine. Ho tra le mie carte in un caso anche il nome di questo influente consigliere che, mando a dirlo, abbiamo visto tra i testi venuti al processo, naturalmente testimoni a senso unico.

Gervasoni nel suo lavoro ricorda quello che disse nel dicembre del 1965 il sindaco di Longarone: «Potentissime forze si muovono contro di noi. Abbiamo cercato per tutti gli atenei e non abbiamo trovato un docente, uno solo, disposto a redigere la perizia di parte per conto del Comune».
Ernesto Rossi, ricorda sempre Gervasoni, gli raccomandava: «Guardati dai tecnici che lavorano su commissione. Non perder mai di vista per chi essi lavorano. Sono prestatori d'opera come tutti gli altri. Possono dimostrare tutto e il contrario di tutto». Qui tutti gli imputati sono tecnici, legati a cordone ombelicale ai tecnici che non sono stati imputati, al comune servizio della classe dirigente. Della SADE è stato fatto un impero, da parte dei suoi dirigenti, e i funzionari suoi sono stati trasformati in cortigiani.

Un impero nello Stato, e che ha condizionato lo Stato.

Volpi cosiddetto di Misurata è il ministro fascista dell'industria nel 1934. Il presidente fondatore della SADE in quell'anno fa approvare dal governo una legge per se stesso e per i suoi interessi, secondo la quale alle società idroelettriche concessionarie erano rimborsate le spese per la realizzazione degli impianti fino all'80%, salvi restando i loro diritti di sfruttamento trentennale. Questa legge non è mai stata abrogata; ciò getta tutta una luce chiarificatrice quando giunge il momento di collaudare la diga ed il bacino per entrare in possesso del contributo statale, valutato intorno ai venti miliardi. Anche questa è tecnica, che questa volta si chiama tecnica finanziaria, il sapere ciò che è il contributo in base alla legge del 1934 e ciò che è l'indennizzo dovuto per la legge di nazionalizzazione del 1963. I tecnici della finanza sapevano bene come interpretare questi concetti, come agire per ottenere un doppio pagamento per un unico prodotto e cioè prima il contributo della legge Volpi, e dopo l'indennizzo della "legge di nazionalizzazione". E forse sono stati questi tecnici dell'alta finanza, al servizio dei soliti interessi, che hanno messo in circolazione la battuta, che alcuni sembra abbiano preso persino sul serio e cioè che la colpa di quello che e accaduto, la colpa dei morti, è della legge di nazionalizzazione delle fonti di energia elettrica. La battuta, di macabro umorismo, dice che è stato il progetto della nazionalizzazione, annunciato in sede politica, ad avere colpa della tragedia, perché senza di ciò non vi sarebbe stata la corsa al collaudo e tutta quella frenetica attività che intorno alla necessità del collaudo si e sviluppata. Il che significa, al di là appunto dell'umorismo nero, che i tecnici e i loro padroni non hanno ritegno neppure di sputare nel piatto dove mangiano. La legge di nazionalizzazione è stata fatta su misura per loro, in ossequio al loro potere e alla conservazione e alla moltiplicazione del loro miliardi. Suvvia, se non un po' di riconoscenza, almeno un po' di riconoscimento obbiettivo! Ma tant'è, lucrati i miliardi delle nazionalizzazioni, tanto vale oggi non solo dichiararsene le vittime, ma persino dare la colpa a loro per la sciagura immensa.

I tecnici della montagna, i tecnici dell'acqua, i tecnici della finanza, i tecnici del diritto. Abbiamo già visto, a proposito del cosiddetti operatori nel campo del diritto, il giudizio che i superstiti danno di un avvocato quale l'on. Giovanni Leone. Sappiamo che l'Enel, ad un certo punto dell'istruttoria, ha affidato all'on. Leone il suo patrocinio, cioè all'uomo che come presidente del Consiglio fu sul luogo della tragedia e ne vide la distruzione e la disperazione.

Un avvocato è un avvocato, è vero. Ma si dà il caso che un avvocato del potere abbia invece, quando era presidente del Consiglio, proclamato solennemente: «Sarà fatta giustizia». L'on. Giovanni Leone è dello stesso partito dell'on. Giacomo Corona (già deputato) e tutti e due sono avvocati: il primo ha fatto molta strada, il secondo no. Il secondo stava dalla parte delle vittime e quindi è stato punito. Chi sussurra in questo momento che la finanza, la geologia e il diritto sono tecniche e scienze e che come tali sono "puri"?
Non abbiamo forse già detto molto chiaro il nostro dissenso di fondo a tale proposito?
Mi sia permesso solo di aggiungere che se mai la distinzione non è quella, del tutto impossibile, tra tecnica pura e tecnica spuria, perché la tecnica è sempre spuria, ma quella del tutto oggettiva tra tecnici onesti e tecnici disonesti e la differenza consiste solo nell'esaminare al servizio di chi sono i tecnici. Nella sua opera su Ibsen, Silvio D'Amico scrive: «un altro sconfitto è Stockmann, il "nemico del popolo" che si aspetta di essere salutato salvatore della città per avere scoperto che la sorgente delle sue acque termali è inquinata, e invece è vilipeso e cacciato perché la città (noi aggiungeremo facilmente anche il termine la società) viveva sul credito di quelle acque e la "verità" di Stockmann la avrebbe affamata». Ve lo immaginate Biadene o Ghetti a prendere pubblica posizione, a farsi vilipendere e cacciare nella drammatica denuncia dell'imminente pericolo del Toc?

Invece qualche segno d'allarme, qualche traccia di onesta voce, è sorta a livello individuale nel campo degli operatori del diritto. Nella giurisprudenza, mi limiterò qui a ricordare la condanna, pronunciata in primo grado e confermata in appello nella mia Regione contro il direttore dello stabilimento Montedison di Mori, tratto a giudizio per avere nuociuto alla salute dei contadini dell'abitato di Chizzola, poco lontano dallo stabilimento, potenziando gli impianti della fabbrica senza aver approntato idonei depuratori. Credo che si tratti di sentenza pilota dove dei giudici, perché la stirpe dei Mandarino e dei Fabbri non prospera solo a Belluno, hanno condannato a pena detentiva per lesioni colpose. Essi hanno scritto, in righe esemplari, che il direttore di uno stabilimento industriale il quale non può ignorare che le esalazioni delle ciminiere sono nocive alla salute, deve essere considerato personalmente responsabile, se non provvede ad eliminarle. Si badi bene, responsabile non in sede civile, ma anche in sede penale. E in sede penale il signor Mantovanello fu condannato a pena detentiva. Quei contadini di Chizzola, che io allora ho difeso nella loro costituzione di parte civile10, sono i fratelli dei superstiti del Vajont, hanno già combattuto e - per due gradi - già vinto la battaglia che ora qui all'Aquila ancora infuria.

NOTE
10. Fu uno dei primi processi per reato ambientale, che si concluse con la condanna del direttore della Montedison, Mantovanello [N.d.C.].
Ma ancor più della giurisprudenza, la dottrina e la ricerca dimostrano di essere sempre più sensibili a questi rami, rompendo con gli schemi (e, diciamo francamente, anche con i legami) tradizionali.

Il secondo tema dei lavori del IX congresso nazionale giuridico forense tenutosi a Venezia nel settembre 1967 era questo: «I progressi della tecnica e il problema della colpa». Leggiamo dalla relazione del prof. avv. Giuseppe Sabatini di Roma: «nella società tecnologica, per l'imputazione dell'evento, è indispensabile nel soggetto agente la consapevolezza della utilizzazione delle condizioni tra le quali egli inserisce la sua condotta... L'essenza della colpa resta il mancato controllo causale della utilizzazione delle condizioni in cui l'uomo agisce... Ciò che si imputa più direttamente al soggetto non è tanto il fatto di non aver tenuto una condotta diversa capace di evitare la causazione di un evento lesivo, quanto il fatto di non aver controllato il decorso causale della propria condotta in rapporto al dovere di solidarietà sociale». Il problema della responsabilità a titolo di colpa va posto, secondo l'avv. Vandini di Brescia, e collocato nei tempi nuovi: «L'attività industriale e siffatta nelle dimensioni e nei modi, che ad esempio, il problema della insufficienza e dell'inquinamento delle acque diviene sempre più grave. I soli impianti idroelettrici (alterando il regime idrico delle regioni interessate, distruggendo conseguentemente flora e fauna) hanno prodotto danni incalcolabili che la società sta pagando nella inconsapevolezza dei piu».
Il tema quindi della colpa nel campo dell'illecito extracontrattuale comincia a trovare, nei giuristi onesti, nuova eco e nuovo allarme: è la lunga marcia della lex aquilia che comminava l'obbligo di una riparazione pecuniaria a carico di chi avesse ucciso uno schiavo o un animale o avesse danneggiato una cosa, fino a un concetto di onesta modernità della responsabilità colposa: dall'uccisione dello schiavo del 286 avanti Cristo fino all'uccisione di 2000 contadini ed operai nel 1963 dopo Cristo. Voci e allarmi certamente da non sopravvalutare, perché in questi due millenni la discussione è sempre all'interno di ordinamenti giuridicoeconomici fondati sulla cosiddetta iniziativa privata, i cosiddetti ordinamenti giuridici a base individualistica. Ma può già essere motivo di interesse che, sia pure entro questi limiti di fondo, si cominci ad accorgersi di quello che è stato definito il «dovere di solidarietà sociale».

Così potrebbe essere interessante (ma è tema che sarà trattato da altro collega) vedere come nasce, nello stesso quadro del diritto positivo, il concetto di dolo eventuale, come tentativo di una maggiore aderenza alla realtà. Scrive il giudice istruttore: «La distinzione tra colpa con previsione e dolo eventuale (e cioè "l'evento previsto come concretamente possibile non distolse l'agente dalla azione") è perciò indubbiamente ardua». Il magistrato ha perfettamente ragione e forse mai come in questo caso la sua osservazione è giusta. Egli ha scelto l'imputazione minore, ma essa è già di per sè assai indicativa di una colpa cosciente, quella che lambisce il dolo.

La scuola, la scienza, la tecnica al servizio del potere

La scienza. Oggi, come ha scritto Michele Rago, il problema della scienza non si presenta più come 200 anni fa e cioè vista nel suo conflitto con l'oscurantismo. Oggi la questione è il carattere disumanizzante che in una società economicamente legata alla legge del profitto la scienza assume, esaltata ed insieme avvilita, strumentalizzata, tenuta al guinzaglio da interessi che non coincidono con quelli generali, umani. Aveva ragione Mauro Cappelletti quando nel suo recentissimo volume 'Processo e ideologie' affermava: «In un mondo in pericolo una scienza consapevole e realistica non può non essere, essa stessa, una scientia periculosa». Certo! Ma davvero possiamo ritenere che oggi la maggior parte degli scienziati siano "consapevoli e realistici"?
Leggiamo dagli atti del processo, nello statuto del centro modelli idraulici: «A cura dell'Istituto di idraulica e costruzioni idrauliche dell'Università di Padova e della società Adriatica di Elettricità SADE viene costruito presso la centrale idroelettrica di Nove un centro modelli idraulici, per la costruzione e la sperimentazione di grandi modelli idraulici ai impianti in esercizio e in costruzione da parte della SADE». Quando si arriva a questo punto di fusione tra la scienza universitaria e gli interessi del monopolio industriale, siamo già alla scienza dimissionaria della sua dignità. Gli uomini della classe scientifica si sono nella stragrande maggioranza inchinati al vitello d'oro: facciamo un esempio tra le centinaia? Ecco il prof. ing. Marin, uno degli imputati di oggi, che è stato insegnante incaricato di comunicazioni elettriche prima e di trasmissione dell'energia poi, presso l'Università di Padova dal 1930 al 1965! Del resto basta vedere la ricchezza, l'imponente spiegamento, con la quale nei discarichi a difesa degli imputati vi è l'offerta di consulenze tecniche: professori e insegnanti pronti a venire a dimostrare che i loro colleghi imputati sono del tutto innocenti. Chi ha parlato autorevolmente di "viltà accademica"? Gli imputati lo sanno da chi queste parole sono state pronunciate, da un seggio insospettabile. Ed è da questa stessa "viltà" che è disceso il crimine, è anche da questo atteggiamento che è nata una strage che qualcuno ha definito assurda e che invece è spaventosamente nella logica sol che si abbia la pazienza di studiare con obiettività i 115 quintali delle carte processuali di questa esemplare vicenda giudiziaria.
Prof. Guido Oberti, ing. Camillo Linari, ing. Egidio Piancastelli, ing. Quirino Sabadini, ing. Luigi Rossi Leidi: il filo rosso corre dentro e fuori i tecnici cosiddetti dipendenti e i tecnici cosiddetti 'indipendenti'; imputato prof. Tonini, docente di costruzioni idrauliche, direttore dell'ufficio studi della SADE, docente presso l'università di Padova, consulente della SADE e poi dell'Enel: questo scienziato ha rivestito varie vesti ma (come ricorda la sentenza istruttoria) suo segno distintivo è quello di essere stato «sempre l'ambasciatore tecnico tra la SADE, l'Enel, i funzionari ministeriali e quanti ebbero occasione di occuparsi del Vajont»; imputato prof. Ghetti, direttore dell'istituto di idraulica della facoltà di ingegneria dell'Università di Padova, consulente della SADE, direttore delle esperienze modellistiche a mezzadrìa tra lo Stato e il monopolio privato; prof. Dalpiaz, titolare della cattedra di geologia della facoltà di scienze dell'università di Padova, legato da mille fili ufficiali e ufficiosi alla SADE; imputato ing. Sensidoni, ispettore generale del Genio Civile presso il Consiglio superiore del lavori pubblici, componente della commissione di collaudo, e riconosciuto dalla SADE suo (sic!) "buon avvocato"; prof. Marzolo, docente di idraulica e consulente della SADE, in verità manca lo spazio e il tempo, non certo la messe dei nomi.

Per triste dovere di obiettività dobbiamo però subito riconoscere ed ammettere che il fenomeno di queste prostituzioni della scienza al potere economico non è limitato certo al campo delle acque: le cronache sono ogni giorno piene di abbondante documentazione. Il processo della Talidomìde, contro i produttori e i fabbricanti del terribile tranquillante-sonnifero, si è arenato nelle secche delle controperizie "scientifiche": e non in Italia, ma in Germania a dimostrazione che lo stesso sistema produce gli stessi frutti. Farmacologi e neurologi sono accorsi alla sirena della difesa tecnica di quegli esecrandi imputati. Sempre nel campo della medicina, e per tornare in Italia, anzi nel Veneto, la collusione tra Università, potere accademico e potere economico, fra ricerca scientifica e grandi monopoli industriali, è giunta recentemente al Parlamento a proposito della convenzione intercorsa fra la facoltà di medicina dell'Università di Padova e la società Montedison per l'espletamento e la gestione del servizio di medicina di fabbrica a Porto Marghera. Era in quell'occasione persino emerso che dei medici dipendenti dalla Montedison erano stati nominati assistenti presso l'Università di Padova pur continuando a svolgere esclusivamente il loro lavoro nell'azienda. Del resto uno studio recentemente pubbhcato ha dimostrato che, negli anni trenta, otto ingegneri su dieci, usciti dall'Università di Padova, erano stipendiati o in qualche modo "agganciati" alla SADE.
Qualcuno ha parlato addirittura di tecnici "condizionati" come i cani di Pavlov.

Pochi giorni fa un «gruppo di studio sulle strutture didattiche» della facoltà di ingegneria dell'Università di Padova ha compiuto un'analisi specifica dove leggiamo queste parole: «Lo studente si trova di fronte a piani di studio prefissati, che deve passivamente subire. Quando arriva al quinto anno, lo studente assorbe passivamente anche gli argomenti più scottanti, quali ad esempio corsi di economia e di direzione aziendale: il sistema costruisce i tecnici che gli fanno comodo». Nel febbraio di quest'anno si è tenuto a Verona un convegno nazionale, il primo, dei geologi italiani, nel quadro delle manifestazioni di quella Fiera. Leggiamo alcune righe di un documento sconvolgente: «Non c'è un geologo presso le sedi del genio civile, non c'è un geologo presso le amministrazioni provinciali, non c'è nessun geologo presso le direzioni delle miniere. Lo Stato conta soltanto su sette (signori giudici, ho proprio detto sette) persone che dovrebbero occuparsi di tutti i problemi geologici che quotidianamente si pongono all'esame dei ministeri dell'agricoltura, dei trasporti etc...
Nell'Unione Sovietica i geologi di Stato sono 15.000, negli Stati Uniti 12.000, nella Germania federale sono 3.000». Cosa vi è ancora da aggiungere? Sette geologi alle dipendenze dello Stato per la difesa del suolo. Gli altri sono tutti nell'industria o comunque impiegati o agganciati (abbiamo visto cos'è l'Università) ai centri del potere privato o paraprivato. E si tenga presente la drammaticità di una situazione quale quella italiana dove la classe dirigente che ci ha dato il Vajont, ci aveva già dato Agrigento, i fiumi senza argini, l'inquinamento delle acque. Le alluvioni senza difese, le città che sprofondano.

La legge fondamentale che regola il servizio geologico dello Stato porta la data del 1867 (proprio 102 anni fa!): il nostro stivale che è tutto uno sfasciume geologico è studiato quindi ancora empiricamente. Non esiste una carta delle frane, nulla si sa sulle condizioni di stabilità dei terreni. Le imprese fabbricano dighe, scavano il petrolio e il metano, traforano gallerie, sbancano enormi quantità di roccia per la costruzione dei ponti, spianano terreni per le strade, costruiscono acquedotti: e non esiste nessun dato geologico serio ed obiettivo. Il paese benedetto per chi si fa su le maniche e va all'arrembaggio, con il suo codazzo di tecnici e di scienziati pronti a dilaniare, se mai lo incontrano (e non lo incontrano mai), il geologo di Stato.

Eppure in Italia i geologi sono 5.000 ma sono stati impiegati altrove, fanno lavori marginalmente legati alla loro professione, insegnano matematica nelle scuole medie, salvo quelli che servono direttamente i padroni. Il Consiglio nazionale delle ricerche nella sua ultima relazione generale sullo stato della ricerca scientifica e tecnologica in Italia ha dovuto comunicare ufficialmente che il nostro paese e all'ultimo posto nei confronti di tutti gli altri paesi europei sia per ; quanto riguarda la spesa per la ricerca scientifica e tecnologica, sia in rapporto al numero degli abitanti che in percentuale del reddito nazionale lordo. Da una parte quindi l'abdicazione dello Stato, dall'altra il disegno ben precise di risanare la crisi della ricerca scientifica subordinandola totalmente alle esigenze dell'industria privata. Ha detto bene recentemente Piero Bassetti: «l'Italia del 1969 - egli parlava alla Camera di Commercio di Milano - è un paese centauro: ha i piedi nel sottosviluppo e la testa nel supersviluppo».

NOTE
11. La relazione della Commissione parlamentare d'indagine venne resa nota nel luglio 1965. La commissione, presieduta dal democristiano sen. Rubinacci, aveva potuto esaminare tutri i documenti sequestrati dalla Magistratura. La relazione (approvata a maggioranza con le sue conclusioni sostanzialmente innocentiste) era composta dai seguenti senatori e deputati: Ajroldi, Alicata, Baroni, Bonacina, Bressani, Busetto, Catella, Covelli, Crollalanza, Curti, Degan, Dell'Andro, De Luca, De Unterrichter, Ferroni, Foderaro, Fortim, Gaiani, Genco, Gianquinto, Lizzero, Lo Giudice, Mosca, Scoccimarro, Vecellio, Veronesi, Vianello, Vidali, Zannier, Zucalli.

[N.d.C.].

Ma se tutto questo è vero, come inconfutabilmente lo è, signori del Tribunale, come possiamo meravigliarci che la Democrazia Cristiana in sede di Commissione Parlamentare d'inchiesta sul disastro dei Vajont abbia sostenuto ed imposto a maggioranza la non colpevolezza del trust elettrico?11 Come meravigliarsi che l'Enel oggi, anche in questo processo, assolva solo la funzione di scudo del monopolio privato?
Apro un settimanale che i miei avversari amano, è il settimanale Gente dell'11 dicembre 1968. Titolo su 9 colonne: «Il Sindaco di Longarone rivela un incredibile retroscena del processo del Vajont. Nessun italiano voleva aiutarci a cercare la verità». Guarda, guarda! Su questo giornale simili affermazioni meritano di essere lette, e quindi leggiamole: «E stata una impresa mostruosa, una fatica tremenda. Dovemmo batterci contro un complesso di interessi non solo economici ma anche politici, pubblici e privati, che tentavano in ogni modo di coprire e far dimenticare la tragedia... i responsabili si trinceravano dietro una difesa tecnica spierata... tendente soltanto a nascondere la verità. Un imponente bilancio consentiva loro di disporre di migliaia di milioni per combatterci... Cominciò a profilarsi quanto fosse difficile combattere contro chi tiene in mano enormi forze economiche. Girammo tutte le Università italiane: Milano, Padova, Genova, Bologna, Trieste, Roma, Perugia: non riuscimmo a trovare un solo tecnico disposto a darci un parere. Tutti si tiravano indietro. Moiti ci dissero chiaramente: "abbiamo già lavorato con la SADE e con l'Enel e non vogliamo avere noie con queste società che ci pagano».

Non è il vecchio sindaco Arduini che dice queste cose enormi, il marxista combattuto e vinto dal potere: è il signor Protti, clerico-liberale di destra, e del resto su questo settimanale solo lui avrebbe potuto parlare. Ma sentiamo subito dopo cosa ha detto nella sua intervista l'avvocato del signor Protti: «Ciò di cui credo si parlerà a lungo in questo processo riguarderà quanto si è fatto o non si è fatto prima dell'evento carastrofico da parte di una grande società finanziaria, da parte della cultura universitaria italiana, da parte dei massimi organi dell'amministrazione pubblica. E quanto si è fatto dopo il disastro da parte degli stessi soggetti. Ritengo per esempio che lo Stato avrebbe dovuto accorrere subito per aiutare nella ricerca della verità e delle responsabilità in questo cataclisma apocalittico. Questo impegno etico da parte dello Stato e mancato».
Un altro avvocato del collegio di parte civile gradito alla maggioranza politica, sul giornale "La Stampa" del 20 febbraio 1968 ha raccontato: «Incominciammo ad interpellare tecnici, ma ci sentivamo dire invariabilmente di no, che non potevano assumere un simile incarico. Uno ci parlò chiaramente: "l'idraulica può essere pura o pratica: quella pura è materia da Università, quella pratica mi fa guadagnare. Perché mi dovrei mettere in urto con aziende che in questo settore hanno una voce importantissima?"».

La parola ora ritorni al Giudice Istruttore il quale a proposito della posizione del prof. Penta, imputato nel processo ma deceduto prima del giudizio, scrive che tale posizione «può farci riflettere sulle condizioni della cattedra in Italia oggi ed indurci a qualche considerazione sui rapporti tra scienza e industria o a qualche osservazione di costume... Il fatto che l'imputato Penta versasse in quella particolare situazione personale non risolve gli stretti legami che allacciano l'intera Commissione di collaudo della diga, il Presidente della IV sezione ing. Batini, e l'ing. Capo del Genio Civile Violin». Chi era Penta e perché il Giudice Istruttore parla così severamente di lui? Il dott. Fabbri precisa subito che il Penta «mentre svolgeva attività di controllore pubblico di un impianto della SADE (appunto il Vajont) svolgeva nel contempo attività di consulente della stessa SADE per altro impianto (quello di Pontesei)».
Leggiamo ancora nella stessa pagina: «Le regole di convenienza (!) venivano sentite nell'identico modo anche da troppi altri, in un crescendo di esempi di drammatico squallore». Ecco ancora il magistrato: «Da quello del prof. Frosini (e voi sapete, signori, che e l'imputato n. 3 del processo) che in qualità di Presidente della IV sezione propone il proprio nome a componente della Commissione di collaudo, dopo aver partecipato alla approvazione del progetto; a quello del prof. Raimondo Selli (e voi sapete, signori, che non è imputato) il quale pur avendo formulato un suo sommario giudizio sul Vajont nel 1960 su invito della SADE, sedette poi quale membro esperto nella Commissione ministeriale di inchiesta (e curò la pubblicazione della relazione relativa a spese del Consiglio nazionale delle ricerche); dall'esempio del professori Supino ed Arredi (e voi sapete, signori, che neppure questi sono mai stati imputati) che dopo aver preso parte alla seduta dell'assemblea generale del Consiglio superiore del lavori pubblici del 15 giugno 1957 in cui si approvò il progetto Vajont, accettarono l'incarico di consulente il primo e di membro della Commissione d'inchiesta dell'Enel il secondo; all'altro esempio del prof. Livio Trevisan (ricordate, signori Giudici, l'impressione che ci fece quando venne a dire ciò che ebbe il barbaro coraggio di dire qui?) che dopo aver seduto anch'egli nella commissione ministeriale figura oggi indicato quale consulente dell'imputato Tonini; a quello del dott. Edoardo Semenza ecc.»

È chiaro che tutta questa gente non può perdonare al prof. Calvino di essere andato, con la sua coscienza e con la sua scienza, contro corrente ed è logico che sia stato decretato il suo macello professionale; del resto si legga qui il discorso sui persuasori occulti e palesi che hanno indotto molti che pure erano onesti come Calvino a non accettare incarichi che contrastassero gli interessi del gruppi di potere. Chi regola la vita, le promozioni, le soddisfazioni professionali, gli emolumenti del tecnici cosiddetti indipendenti e cioè di quelli che non sono legati da un rapporto organico e ufficiale di dipendenza (perché di costoro abbiamo già parlato) con i gruppi dominanti? L'industria privata in certi settori oppure fino ad una certa data e poi l'impresa cosiddetta pubblica: ma il modo di comportarsi e dell'una e dell'altra è identico. Il tecnico indipendente o rientra nel sistema delle acquiescenze o viene perseguitato: molte cattedre universitarie sono dipese e dipendono dal rapporto tra il tecnico (che sia o che voglia essere insegnante) e le alte sfere.

La casta degli opportunisti

Abbiamo già visto come la sentenza istruttoria abbia esemplificato nomi di tecnici che sono o che sono stati nell'insegnamento. E come il tecnico dipendente dal potere in modo ufficiale ed organico è lo strumento della volontà del potere nella specifica disciplina, il tecnico indipendente e soprattutto quello sulla cattedra - lo hanno rilevato acutamente gli studenti di Padova - è lo strumento della formazione di un certo tipo di coscienza professionale negli allievi. Il cerchio si chiude, il meccanismo funziona perfettamente: da quelle cattedre lo studente apprende che la tecnica è al servizio del potere, che la tecnica deve prostituirsi al potere. Nei casi migliori lo studente viene persuaso che la scuola è solo un vivaio per l'industria, un vivaio pagato con denaro pubblico per interessi di gruppi privati o di gruppi nominalmente pubblici, ma in realtà ispirati nella loro condotta da criteri privatistici. Questi insegnanti formano del futuri tecnici e dei futuri insegnanti tagliati ad uso e consumo della grande industria.

E cade qui giusto ricordare come da questi gruppi di potere (sempre conservatori, assai spesso reazionari) sia stata scatenata, agli albori della nascita del movimento studentesco, una massiccia controffensiva. Dall'attacco frontale alla denigrazione, dall'ingiuria alla corruzione, costoro nulla hanno risparmiato, in prima persona o attraverso i loro organi di informazione (eufemismo in luogo di deformazione e di disinformazione), e cioè quasi tutta la catena della grande stampa benpensante del nostro paese, per stroncare il nascente movimento. Naturalmente ancora una volta lo Stato come tale, la polizia, l'esecutivo tutto e spesso il giudiziario hanno assunto posizioni assai simili a quelle di questi gruppi. Il movimento studentesco infatti, aiutato da quella parte di insegnanti che non ha abdicato alla funzione veramente educativa, aveva ed ha questa enorme colpa: di chiedere una scuola diversa, che non sia un allevamento di capponi, di pretendere un insegnamento che si dirigesse ad altri ideali che non a quello di trovare la strada dell'anticamera delle varie SADE. E, sia pure solo per accenno, si prospetta come fondale a questa situazione tragica tutta una politica scolastica che non garantisce l'attuazione del diritto allo studio e che lascia, come quest'anno, un vuoto di centinaia di migliaia di aule, una insufficienza spaventevole di attrezzature didattiche. Sì certo, possiamo anche capire che tutto ciò sia voluto e perché. Capiamo in verità assai meno perché il patrimonio di questi dati di lotta non venga conosciuto e fatto conoscere assai più da chi ha compiti di rappresentanza politica. Troppa opinione pubblica si è fermata alla figura dello studente goliardo, allo «studente di Padova» del versi del Fusinato. La denuncia del ruolo di classe della scuola nella società capitalistica, il condizionamento che su di essa viene esercitato dagli interessi privati trova una nuova fonte drammatica di informazione, di documentazione, di esemplificazione attraverso questo processo.

Bisogna saper superare tutto l'aspetto puramente riformistico presente in tante indagini e in tanta saggistica sul ruolo dell'Università nella società, sulla necessità di un piu organico e progressivo nesso fra questi due momenti. Questo non basta piu: i fatti che stanno dietro a questo processo (un solo esempio, in fondo, nel mare tranquillo della normalità, della consuetudine) dicono chiaramente che ogni razionalizzazione dell'Università e della ricerca scientifica può solo rendere più avanzata e raffinata la macchina ad una sola dimensione della strumentalizzazione, della subordinazione: e questa macchina continuerà a funzionare finche resteranno in vita i rapporti di produzione attuali, la logica del profitto, l'interesse dominante del grandi gruppi industriali. La lotta degli studenti, la lotta per una scuola democratica diventa quindi inevitabilmente lotta di classe: ed è su questo terreno che il movimento studentesco trova il collegamento naturale con gli altri sfruttati, come è da questo terreno che potrà svilupparsi ancora l'ulteriore elaborazione ideologica e l'ulteriore analisi del movimento studentesco.

Concludiamo, riassumendo, con questo argomento.
È splendido il sogno del programma del Massachussetts Institute of Technology (il famoso MIT oggi in piena rivolta ideologica): «Infondere ai nostri studenti la speranza che essi potranno dedicarsi alla ricerca sicuri che i benefìci della scienza e della tecnologia andranno al genere umano». Per oggi la realtà è diversa, anche quando il ruolo che nel mondo industrialmente progredito i tecnici svolgono nel processo produttivo e passato o sta passando a nuovi compiti: i tecnici diventano tecnocrati e cioè compartecipi al controllo della produzione, per cui qualcuno ha potuto parlare di una "nuova classe". Ma, tecnici o tecnocrati, sempre istituzionalmente nemici della tecnologia sociale, quando la produzione dell'industria potrebbe esser volta a depurare le acque, ad eliminare le sostanze nocive dai camini e dai gas di scarico, a pulire i mari, a distruggere i rifiuti della città, a disperdere i veleni chimici, a creare città abitabili, industrie igienicamente protette, il verde, i parchi, i giochi. Tecnici o tecnocrati sono ancora inseriti nella "grande società", sono sempre persuasi della funzione repressiva della società attuale, che essi sostengono. La tecnica ci ha dato Hiroshima ed è pronta a darcene altre cento. Ha detto bene Marcello Gini quando ha sottolineato che il minimo che si può affermare è che «la tesi della neutralità e del valore assoluto, asettico, esente da ogni compromissione sociale della scienza e della tecnica... è un modo di liberarsi dalla responsabilità di scegliere delle priorità scientifiche e tecnologiche che traggano invece alimento dai bisogni delle società umane, dalle loro contraddizioni materiali, dall'obiettivo di costruire nuovi rapporti, più giusti, più liberi, più uguali, quando la misura di tutto, della scienza, come della propria vita, sono i bisogni del più diseredati del fratelli umani».

È inutile recriminare che la scienza e la tecnica progrediscano, mentre la mentalità di ieri e i rapporti sociali di ieri permangono basati sulla forza, sulla potenza, sull'egoismo, sulla sopraffazione: non è lagnandosene che si rimedia a tutto ciò, ma denunciando apertamente la verità. Chomsky scrive, a proposito degli intellettuali che collaborano al servizio del potere: «il grande scandalo del nostro tempo è questa classe di mandarini specializzati nel fornire giustificazioni al regime vigente. E lo fanno in nome della fine dell'ideologia. Questi intellettuali talvolta protestano contro le storture del sistema giudiziario e non vogliono comprendere che esse non sono altro che la proiezione delle storture del sistema economico, la garanzia giuridica del privilegio economico, per cui non si possono combattere le prime se non si combattono anche le seconde, e viceversa».

Fatalità o non fatalità dei cosiddetti disastri naturali

Ma c'è un altro punto sul quale credo bisogna essere assai chiari: è quello relativo ad una argomentazione fondamentale della difesa degli imputati, e cioè che il disastro è accaduto per fatalità di fenomeno naturale. Ossia, in altre parole, che la colpa di ciò che è successo è del buon Dio. È una giustificazione che cominciò a nascere quando questi uomini si accorsero che passavano i mesi e gli anni, che i veneti non avevano fatto giustizia sommaria, che l'opinione pubblica iniziava ad essere disposta ad inghiottire anche le ipotesi più assurde.

Nel rischio che a ciò qualcuno creda, diciamo che in tutto il processo corre la prova evidente, palpabile, sovrana che ciò che è accaduto è colpa dell'organizzazione umana, dell'orgoglio, dell'avidità, della legge del profitto. In una drammatica denuncia il Comitato dei superstiti del Vajont ha scritto tra l'altro: «La catastrofe non è stata una fatalità, un evento naturale ed imprevedibile, ma la conseguenza conosciura e studiata dell'invaso di un bacino artificiale che si volle portare ai massimi livelli». Sarà bene intenderci: noi non vogliamo qui spendere neppure una parola a proposito della colpa, che assurge a gradi di criminalità impensabili, di quelli di costoro che sapevano, con anticipo di mesi ma certamente di settimane, anche il torno dei giorni in cui tutto sarebbe venuto giù, e non vollero dare l'allarme e non vollero dire la verità. Che dobbiamo dire infatti di chi può assistere freddamente ad un'agonia, che egli può evitare e che non vuole evitare? No, noi intendiamo l'altro aspetto della questione, quello appunto delle pretestuose colpe della natura nel disastro.

Nulla c'è di meno naturale della frana del Toc: abbiamo già visto che la SADE ben sapeva da anni quale era l'esatta natura geologica della montagna, ben aveva capito che le frane e gli smottamenti, i rumori e i movimenti denotavano che l'irreparabile stava per compiersi, in diretta ed unica relazione con lo sfruttamento della diga e la presenza di enormi quantità di acque. In questo nostro paese dove le sciagure nazionali si ripresentano a ritmi sempre più frequenti ad una opinione pubblica non del tutto cosciente delle loro cause, e dove al destino e alla fatalità vengono addossate le colpe della negligenza dei responsabili, il fenomeno del Vajont è un esempio da manuale.

La frana del monte Toc era stata prevista tre anni prima, e calcolata in tutte le sue possibili conseguenze, compreso lo sterminio di una intera popolazione. Imputata la SADE, imputato l'Enel, ma anche certamente lo Stato che non è ignorante della insaziabile avidità del monopolio, privato e delle compiacenze dell'Ente di Stato. Lo Stato che, come è stato scritto, mostra un uguale volto di follia burocratica ai superstiti del Vajont, agli alluvionati del Polesine e del Biellese, ai terremotati di Irpinia e della valle del Belice; «lontano dagli uomini» come è stato giustamente detto, ma assai vicino agli interessi del grande capitale.

Hanno quindi ragione i superstiti quando affermano: «la nostra battaglia è la battaglia di Venezia, di Porto Tolle, del Polesine, di Firenze, di tutte le zone colpite dal dissesto idrogeologico e dall'incuria del Governo, condannate alla miseria e alla degradazione». È una battaglia per una diversa scala di priorità nelle scelte economiche e negli stessi valori morali che accomuna la contestazione della naturalità di fenomeni sia, come quello del Vajont, definito dalla classe dirigente come 'eccezionale e imprevedibile', sia di quelli (alluvioni, terremoti, crolli, incendi) definiti 'inarrestabili'.

Perché alla radice di questi cosiddetti fenomeni naturall vi è l'arretratezza civile, la carenza urbanistica, la presenza della speculazione, il marcio della burocrazia che fanno sì che una pioggia diventi un dramma, come in Piemonte, o un terremoto, come in Sicilia, diventi una tragedia. A proposito: dov'e la naturalità del crollo di Agrigento? E il monte Toc non era già stato da decenni definito «una montagna senza piedi»? E non è un caso che nei nostri riferimenti si accomunino le zone montane del nord e le zone del meridione, perché ambedue hanno pagato prezzi altissimi all'espansione capitalistica e dove solo il mendace può parlare di "natura ingrata". Sono tutti esempi del livello di subordinazione agli interessi del gruppi di potere cui lo Stato stesso ha condannato intere regioni del nostro paese. Per le classi dominanti il Vajont è solo, come molti altri, "un incerto del mestiere". E pertanto è vero che anche questa strage rientra in un "ordine naturale" ma non degli eventi bruti, bensì del sistema che regola la nostra società e le stesse leggi violentate della natura.

NOTE
12. Importantissimi questi incontri, testimonianze di solidarietà e di fratellanza fra popolazioni. Fra i più interessanti possono essere ricordati quello che si svolse a Firenze, al quartiere dell'Isolotto col commosso intervento del parroco don Mazzi, quello di Ferrara e di Bologna, dove i superstiti vennero ricevuti dalle Amministrazioni comunali, quello di Ravenna in alcune assemblee popolari. Va ricordato anche, quale prova di solidarietà, lo stanziamento che una quindicina di comuni d'Italia decise per aiutare nelle varie spese i superstiti di Longarone; ma queste sovvenzioni furono in ogni caso annullate dall'organo tutorio centrale. [N.d.C.].
Le inadempienze, le colpe nei confronti dei decisivi problemi della montagna e del suolo, dei fiumi, della sicurezza e della vita della gente, hanno nomi e voiti precisi, sigle prestigiose, con apparati tecnici e culturali al loro servizio. Quando i pullman, pagati con sacrificio dai superstiti, percorrono l'Italia per giungere dalla Valle del Piave al Tribunale dell'Aquila, si fermano nelle tappe del dolore in altre città e in altri paesi che hanno subito le conseguenze di disastri, identici nella loro natura anche se non nella enormità dello scempio. Vi è uno scambio di esperienze terribili, dalle quali emerge una volontà precisa, quella di lottare per cambiare le cose12. I giovani volontari del servizio civile internazionale ci hanno dichiarato: «non vogliamo più andare a spalare il fango e a raccogliere i morti ma siamo decisi a lavorare perché queste cose non accadano mai piu». L'ammaestramento che nasce, invincibile, è ancora una volta la necessità della gestione dal basso anche di queste lotte per un nuovo indirizzo della politica nazionale. Tutti costoro hanno capito che l'unica ragione delle loro disgrazie sta nel fatto che finora i poveri non hanno avuto potere, che ancora oggi i poveri non hanno potere.

Le carte del processo ci dicono che la frana si era preannunciata con una grande spaccatura a emme maiuscola sul fianco del Toc. La emme della morte non è stata incisa né da un Dio crudele, né dal destino, né dalla natura scatenata e lo hanno capito bene i cittadini di Longarone quando si sono gemellati alla città gallese di Aberfan, dove qualche anno fa 123 bambini di minatori rimasero sepolti, mentre erano a scuola, sotto una frana di detriti di una miniera di carbone adiacente. Davvero, né dèi crudeli, né una natura scatenata, né un cinico destino avevano accumulato quei detriti vicino alle mura dell'edificio scolastico...

Non esiste un progresso con la P maiuscola

Già, vi è la questione del progresso, la questione che gli sprovveduti, gli ipocriti e i malvagi pongono sempre, ed hanno posto puntualmente anche questa volta, sul progresso che miete per sua stessa legge delle vittime innocenti. Non sarà inutile intendersi anche su di ciò.

Leggiamo negli atti che l'imputato ing. Francesco Sensidoni non è alle sue prime esperienze in fatto di un suo personale contributo al progresso. Infatti dalla inchiesta scritta di testimonianze a suo favore vediamo che il nostro ispettore generale del Genio Civile presso il Consiglio Superiore del Lavori Pubblici e componente della commissione di collaudo del Vajont aveva già avuto, quasi trent'anni fa, modo di mettere la sua scienza al servizio del progresso in quel di Tobruk e dintorni durante la seconda guerra mondiale. Un generale capo di Stato Maggiore è stato offerto, tra gli altri, come testimonio per venire a dirci che l'ing. Sensidoni aveva una eccezionale competenza tecnica in materia di impianti idrici nel deserto e che in tal modo aveva contribuito (testualmente dalle righe del suo difensore) a tener alto il morale delle truppe (fasciste) poiché quest'ottimo tecnico aveva assicurato il rifornimento idrico «alle nostre colonne marcianti»; appunto, scrive il suo difensore, l'ing. Sensidoni, nell'occasione aveva dimostrato «un immenso valore tecnico e morale» (signori del Tribunale e proprio scritto immenso e tecnico e morale!). Noi vorremmo ora chiedere: il progresso al quale lavorava nel deserto l'ing. Sensidoni e che era al servizio della guerra d'aggressione e lo stesso tipo di progresso al quale doveva servire la diga del Vajont?
Questo vecchio fascista, di cui il suo difensore crede di tessere gli elogi in questo modo, a quale ripo di progresso pensava quando, tand anni dopo, si prestava supinamente a servire gli interessi della SADE?

Certo so bene che la risposta superficiale e retriva è bell'e pronta: il progresso è tecnica e non è politica, il progresso è tecnica allo stato puro, il progresso è "neutro ed asettico"; grazie tante: abbiamo già detto quello che pensiamo della tecnica e ormai sappiamo che non è mai stata allo stato puro. Che la tecnica è sempre al servizio di qualche cosa, a Tobruk al servizio di un regime, sul Vajont al servizio della SADE, fascismo e SADE del resto, come anche sappiamo, sono espressioni di uno stesso sistema economico-sociale. La risposta superficiale e retriva è appunto anche che il progresso causa sempre delle vittime e che trafori e ponti e dighe grondano sangue. Non siamo per nulla d'accordo: infatti quando la molla per la costruzione di queste opere è solo il profitto, il sangue corre sempre e correrà sempre di più, perché crediamo assai poco o nulla nella 'fatalità' degli infortuni sul lavoro. E quando i tecnici sono come Sensidoni e i suoi amici non facciamo certo fatica a capire che il contributo di sangue è in ogni caso mille volte maggiore di quel margine di 'fatalità' che pure dovesse esserci. Quando i tecnici del progresso acconsentono ad operazioni pazzesche come quelle compiute dalla SADE per il Vajont, essi prevedono e programmano il disastro.

Quindi anche qui non fatalità dovuta al destino per le vittime sul lavoro, ma gelida previsione di come, quando e perché tali vittime verranno immolate. E se ciò è vero per i normali (è davvero spaventoso dover usare tali termini) infortuni sul lavoro, ciò è ancora più vero per quell'infortunio sul lavoro alla ennesima potenza che costò la vita agli abitanti di interi paesi della Valle e del monte del Vajont.

NOTE
13. Il giudice istruttore Fabbri, nel 1966, non convinto del valore delle conclusioni della prima perizia tecnica ("fatalità" e "imprevedibilità" del disastro, guidata da Ardito Desio), basandosi su un vizio formale della relazione presentata, nominava una seconda commissione tecnica per una superperizia.
Questa seconda commissione, formata in larga parte da esperti stranieri e guidata dall'unico italiano prof. Floriano Calvino, fratello del piu' noto scrittore Italo, giunse a conclusioni opposte rispetto alla prima: sostenne e documentò la prevedibilità della catastrofe e la presenza di precise responsabilità.
Fu questo il fatto che permise all'indagine istruttoria di andare avanti e di giungere, dopo due anni, al rinvio a giudizio degli attuali imputati.
[N.d.C.].
C'è stato chi ha scritto che sono ancora turti aperti nella società di oggi, all'est e all'ovest e nel terzo mondo, i problemi di un progresso «non moderno» e «non fondato sul benessere»: crediamo che sia proprio così soprattutto quando i gruppi economici detentori del potere stimolano la crescita di bisogni, in modo apparentemente disordinato ma che è legato alla possibilità della produzione e alla necessità della sua espansione. È un argomento d'importanza fondamentale che si dovrà riprendere.

Ma torniamo più direttamente al nostro processo e a ciò che scrivono i periti, i periti della perizia vera, quelli della seconda perizia degli stranieri e di Calvino13.
Essi stabiliscono che l'ultima delle occasioni da cogliere per evitare una "catastrofe" altrimenti inevitabile era quella di interrompere provvisoriamente l'esercizio del lago e lavorare con basso livello. Certo «ciò significava rinunciare al progetto del grande Vajont, almeno in via provvisoria»': ma il progresso, nevvero?, imponeva di andare avanti costi quel che costi. Forse se i figli degli imputati avessero abitato a Longarone il progresso sarebbe stato più lento, ma i figli degli imputati abitavano altrove e a Longarone c'erano solo degli estranei tra cui 300 bambini. Si poteva quindi anche lasciare che il progresso e la catastrofe facessero il loro corso ed i 300 bambini morissero, come infatti morirono.

Ma anche parlando del progresso occorre ancora una volta ricordare che imputati qui sono solo i tecnici, i managers, i burocrati, le cui responsabilità sono immense. Mancano però gli altri, quelli che impostano i piani del progresso a loro uso e consumo. Qui vi sono gli esecutori (e non tutti neppure quelli), responsabili e coscienti di ordini, di disposizioni, di piani obiettivamente e soggettivamente criminosi. Ma ancora una volta ci si lasci sottolineare che non sono state quelle dita a premere i bottoni della grande stanza. Non certo quindi una ragione per giustificarli - non dico per assolverli, che è al di fuori di ogni credibilità - ma una ragione per rammaricarsi che la condanna non cada anche su altri.

Osservazioni conclusive:
dimenticare o minimizzare una colpa

Signori del Tribunale, non resta molto da dire.
Ho creduto di tracciare un quadro delle domande e delle sole risposte giuste che il processo suscita. Ritengo di avere dimostrato che questo è un processo politico, che la politica è economia e che la legge del profitto determina quindi scelte economiche che sono anche politiche. Ho guardato, e vi ho fatto guardare, il nemico in faccia: come è nato il monopolio elettrico, come si è sviluppato, come ha agito, come si è comportato l'Enel ossia la nazionalizzazione ad uso e consumo dei nazionalizzati. Abbiamo visto assieme chi sono gli imputati e come sia male posto il quesìto sulla bontà o sulla malvagità del singolo, di fronte al problema vero, che è quello delle "necessità" del sistema. Ed attorno al sistema, come funziona la burocrazia e come ruota la tecnica al servizio di precisi obiettivi.
Abbiamo dato una scorsa alla grave questione dell'asservimento della scienza e della funzione della università quale vivaio di tecnici e scienziati al servizio del potere. Abbiamo, sia pure rapidamente, capito assieme che le violenze usate contro i morti e i vivi del Vajont sono di vario tipo, e che tutte si riconducono a un tipo fondamentale di violenza.
Ritengo di avervi persuasi che non esiste un progresso con la P maiuscola, ma sempre a favore di qualcuno e a danno di qualcun altro, con le insufficienze delle stesse organizzazioni popolari di fronte alla tematica suscitata dal processo. Per quanto riguarda le colpe del buon Dio e delle cieca natura, ho sostenuto che esse non esistono ma che tutto si riconduce all'azione umana, a quella stessa azione che vuole un certo tipo di ricostruzione dopo le distruzioni, in un modo piuttosto che in un altro.

Ma il processo è già tutto nelle carte, in quelle ufficiali e in quelle sequestrate, «nelle prescrizioni geologiche non osservate, negli studi tenuti nascosti, nella acquiescenza degli organi di controllo», nel rapporto tra funzionari ministeriali e dirigenti industriali, nell'allarme che non si volle lanciare: giustamente è stato detto che ben raramente un delitto lascia dietro di sè non solo ogni traccia - come questo delitto ha fatto - per ricostruirlo esattamente, ma persino le prove documentali.

Il pubblico ministero ha scritto nella sua requisitoria che il fenomeno «fatto forse unico nella storia delle grandi catastrofi, si preannunciò con largo anticipo e con segni di impressionante significato, non solo, ma si svolse addirittura sotto la luce dei grandi proiettori elettrici che consentivano il costante controllo della sua evoluzione». Ancora il pubblico ministero: «per non ritardare l'ammortamento del capitale, perdere parte del contributo statale, e ridurre di molto il profitto sperato» si fece prevalere «la logica del profitto sull'interesse pubblico primario penalmente tutelato», e ciò in connivenza con gli organi pubblici che «abdicarono al loro diritto-dovere di Stato di controllare, abbandonando le sorti dei loro garantiti, le popolazioni direttamente minacciate dall'incombente pericolo, in balìa del concessionario». Tutte le carte processuali danno la prova che la SADE sapeva che riempiendo il lago si sarebbe accelerata la frana. Era giunta persino a sperimentarla su modello, costruendo l'anteprima di un omicidio. Dall'anteprima alla spaventosa realtà.

È nota la questione: se schiacciando un pulsante un uomo potesse far morire un uomo, uno dei miliardi di uomini dell'India, della Cina, dell'Africa o dell'Asia, e in cambio della vita di questo sconosciuto si ottenessero denaro, successo, avanzamento di carriera, premerebbe quel bottone? La desolante risposta è che sempre chi ha questo potere schiaccia il bottone.
Ma la logica del profitto e non solo quella della ferocia ma anche quella della ipocrisia: senza i carteggi riservati, finiti fortunatamente ma anche fortunosamente nel processo, ci sarebbe stato processo?
Senza il processo di Padova sul cosiddetto trafugamento della relazione Ghetti sugli esperimenti di Nove (ossia la fatalità sperimentata su modello) ci sarebbe stato processo? Senza l'appunto dell'ing. Fiorentini sulle «onde eccessive» (un appunto che occhi indiscreti non avrebbero dovuto mai leggere), ci sarebbe stato processo?

Sono in gioco nella sentenza de L'Aquila valutazioni di fondo sulla nascita dello Stato, sul modo nel quale anche il nostro Stato si è formato. Oggi persino Bartolo Ciccardini ammette che lo Stato è nato da una minoranza possidente con una precisa struttura: garantire rapporti di proprietà graditi ai potenti.

E come nel 1861 il Piemonte non si fidava del resto degli italiani, così il sistema dei pubblici controlli sottolineava la irresponsabilità amministrativa nei confronti dei cittadini. Nascono i grandi Enti e i centri di potere che non garantiscono i cittadini i quali si trovano del tutto indifesi di fronte (lo ha sottolineato recentemente Enzo Forcella) alla catena anonima delle responsabilità, con un rapporto di frustrazione tra l'uomo e l'organizzazione.
L'organizzazione chiede ai suoi funzionari una sola cosa, la fedeltà, sicché dovere morale dell'uomo preso dal suo ingranaggio viene considerato solo quello di rispettare le regole dell'organizzazione. Il singolo cittadino, ed a maggior ragione il povero senza potere, è condizionato in senso assoluto dalle strutture, mentre le loro responsabilità si presentano frantumate, mai individuabili, in un accentramento sempre più alto della responsabilità direttiva. Ma se si tende a far sì che la moralità civile si identifichi nella difesa della propria corporazione, si deve espandere parallelamente il fenomeno del gigantismo organizzativo.

Di fronte a tutto ciò, come è già stato detto bene, il problema è solo quello di poter restare un uomo, un uomo capace di una presa di posizione morale, con tutte le sue conseguenze. Non è cosa facile. Il nostro processo, mutilato persino in quel sopralluogo che ritenevamo indispensabile, è stato finora l'ombra sfocata di tutti questi problemi ed abbiamo cercato con queste nostre parole di riportarlo alla sua vera tensione ideale, alla sua pura rabbia, all'ammonimento che da qui deve uscire e che non può essere moralistico: non credo che sia sufficiente dire infatti, come si dice nel "libro bianco", quale epitaffio di questa tragedia: «perché ciò non accada mai piu». Occorre invece che il processo divenga uno degli strumenti (chi ha detto veritàs liberabit vos?) di mobilitazione per imporre nelle coscienze e nelle forze un cambiamento radicale della struttura e della direzione del paese. Che non è un auspicio, moralisticamente rinunciatario ed ingenuo, ma che è un impegno di lotta, perché questa struttura può generare ogni giorno dal suo grembo nuovi Vajont.

Il processo può dare un contributo a tutto ciò anche se giustizia completa potrà esserci soltanto nel momento in cui il potere del gruppi monopolistici sia distrutto e cioè quando chi governa il paese anteporrà davvero gli interessi della collettività a quelli della logica dei profitti e dei sovraprofitti privati. Ciò sarà il risultato di una lotta che rivoluzioni l'attuale momento storico e che porti via un'epoca di sangue e di violenza, di intolleranza e di sopraffazione, di alienazione e di disumanizzazione, di idoli consumistici senza ideali, senza speranze, senza vitalità creatrice. In altre parole un'epoca che respinga ogni suggestione dell'ideologia del potere.

NOTE
14. Di nomina parlamentare, la commissione Rubinacci concluse la sua indagine escludendo qualsiasi colpa da parte della Sade e dei suoi uomini con una relazione di maggioranza [N.d.C.].

15. Il capitano tedesco Matthias Defregger fece fucilare 17 civili a Filetto (AQ).
Al termine della guerra intraprese la carriera ecclesiastica e ricoprì la carica di vescovo ausiliario a Monaco di Baviera.

Quando il suo passato di criminale di guerra venne a galla, la magistratura tedesca aprì un processo che si concluse nel 1970 con l'assoluzione dell'imputato perché la sua azione rientrava in una «logica bellica»
[N.d.C.].

Il Gervasoni nel suo studio appassionato scriveva: «il problema della giustizia [viene] a coincidere con la ferma determinazione di trasferire al Tribunale della storia una classe politica che aveva permesso la formulazione della relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta Rubinacci sia pure con il solo voto di maggioranza, e una classe economica che ha giocato fino all'ultimo la carta della sopraffazione».
Il Vajont non è la tragica eccezione al sistema, ma la conferma di esso: in questa vicenda veramente non è mai accaduto nulla di eccezionale. Solo, come spesso succede, c'era un rischio, prevedibile e previsto: ma anche ad Agrigento c'era il rischio che crollasse mezza città a causa dei lavori della speculazione edilizia; anche in Piemonte lo sfruttamento indiscriminato della montagna comportava il rischio dell'alluvione; anche in Sicilia la politica della casa, così come concepita ed attuata, portava il rischio che un terremoto non trovasse in quelle mura nessuna resistenza.

E dunque il rubinetto del gas che diede l'avvio al processo dell'Aquila segna, con il suicidio di Pancini, il suicidio di una intera classe: in verità essa non accetta di essere posta in discussione e sotto accusa, non accetta di suicidarsi. Ma noi dobbiamo aiutarla a suicidarsi. La classe che ha partorito gli imputati che sono sopravvissuti a Pancini, che sanno che dietro i loro scranni si agitano i fantasmi di 2000 morti, ma che sanno anche di essere essi i padroni della pace e della guerra, della vita e della morte. Essi sono lì e sorridono e chiacchierano, e portano sulle spalle la responsabilità della eliminazione della vita di interi paesi. Solo a quel livello si trovano uomini che hanno il potere di mutare anche la geografia di una zona, solo a quel livello si trovano i dirigenti cui si può dire: «tu hai distrutto Longarone, Erto e Casso». Oh, come si comprende quel cittadino di Casso che intervistato da TV 7 pochi giorni dopo il disastro disse al giornalista che ormai lo scopo della sua vita era di «essere lontano dalle dighe, non vedere più acqua»! Lo si comprende, anche nel suo errore: noi sappiamo che ci sono uomini e interessi molto più pericolosi delle dighe, e molto più nocivi dell'acqua. Sono gli uomini e gli interessi che programmano la teoria del rischio calcolato (e per di più calcolato assai male!) a scapito della povera gente.

Di fronte a tutto ciò il processo è esemplare, perché il dolore è lievito di un nuovo impegno civile; perché si deve ristabilire il valore primario ed insostituibile della vita umana di fronte a qualsiasi feticcio del profitto o del progresso tecnico; perché si deve gridare qui, e dimostrare, che il potere economico, il prestigio scientifico e la posizione dominante nell'apparato dello Stato non devono garantire l'impunità e assolvere da responsabilità.

Per questo, anche se non sopravviveranno le arringhe degli avvocati, io sono convinto che continuerà, anche molto dopo di noi, ad insegnare, a stimolare, a muovere tutto ciò che dal processo è uscito, il solco che il processo lascerà nella storia. Proporre agli uomini un'altra maniera di vivere, senza il sacrificio a un dio che vuole sacrifici umani. Mentre così diciamo abbiamo di fronte agli occhi le fosse comuni del Lager nazisti, le vittime dello stesso sistema: e pensiamo a Filetto15.
Filetto è un paese qua vicino e tra quella strage e quella del Vajont c'è solo un sottile schermo. Defregger ha ucciso Filetto, voi imputati avete ucciso la valle del Piave.
La vostra indifferenza verso quegli uomini, quelle donne e quei bambini, verso la loro sorte, verso la morte che ogni giorno contro di loro avanzava ha le stesse origini dell'odio del capitano tedesco contro i poveri della montagna di Abruzzo. Quest'origine e comune, anche se lo scoppio feroce del terrore con le armi che vomitano fuoco si realizza in modo diverso contro la popolazione di Longarone: l'odio della SADE è gelido, efficiente, tecnicizzato, tutto d'acciaio. E quindi persino peggiore delle armi tradizionali. Ma tra le giustificazioni di Defregger e quelle di Biadene e soci non vi è differenza: essi invocano di essere solo dei piccoli ingranaggi di un grande meccanismo e di essersi limitati ad eseguire degli ordini. Il processo di Norimberga ci ha insegnato che queste giustificazioni e queste scusanti non hanno nessun valore.

Nell'ultima pagina della motivazione della sentenza istruttoria, il giudice a completamento del suo lungo lavoro un compito ci affida (e quel «ci» significa a tutti quanti noi!): il compito di rispondere a «difficili interrogativi» e non solo di natura strettamente giuridica ma anche «di diversa natura». Il magistrato, senza il quale questo processo non ci sarebbe stato, sottolinea la necessità che «in avvenire, in nome del progresso tecnico, dell'esigenza produttiva dello Stato, del profitto di pochi o di molti, i nostri stessi figli non siano testimoni e vittime di analoghe tragedie... se non vogliamo che essi... si trovino improvvisamente soffocati dal fango senza sapere questi e molti altri perché».

Dal j'accuse di Emile Zola del 13 gennaio 1898:

«... Lo ripeto con la convinzione più profonda: la verità e in cammino e nulla la fermerà. L'affare ha inizio soltanto oggi, poiché soltanto da oggi la posizione di ciascuno è ben definita. Da una parte i colpevoli i quali non vogliono che si faccia luce, dall'altra gli uomini giusti che darebbero la vita perché luce fosse fatta... Quando si seppellisce la verità, essa si comprime ed acquista una tale forza esplosiva che il giorno in cui avviene la deflagrazione, tutto salta in aria... L'atto (di accusa) contro i malfattori sociali che qui ho compiuto è unicamente un mezzo rivoluzionario per affrettare l'esplosione della verità e della giustizia. Amo soltanto una cosa: la luce, in nome dell'umanità che ha già tanto sofferto e che ha diritto alla felicità».

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NOTE

Nota biografica

Alessandro (Sandro) Canestrini è nato nel 1922. Laureato all'Università di Firenze, con maestri come La Pira e Calamandrei, ha discusso la tesi a Padova con Norberto Bobbio; è iscritto all'ordine degli avvocati dal 1948. Ha partecipato alla resistenza (dich. 13/5/52 del Presidente Consiglio Ministri, 4625 c.p.). Per due legislature è stato membro del Consiglio Comunale di Rovereto, per una legislatura è stato membro del Consiglio Comunale di Ala, per due legislature consigliere della Regione Autonoma Alto Adige; per molte volte è stato eletto membro del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Rovereto.

Membro di Amnesty International, già Presidente Nazionale del 'Movimento Nonviolento per la Pace' e dirigente nazionale della 'Associazione Giuristi Democratici', ha partecipato ai maggiori processi che, dal '60 all'80, hanno investito problemi di pace e di progresso sociale.

Ha prestato assistenza di parte civile nel primo processo antimafia di Palermo, al processo Valpreda, al processo Vajont a L'Aquila e a Roma e a quello di Stava; ha collaborato come assistente di parte civile al processo di Trieste contro gli aguzzini nazisti della risiera di San Sabba, ai processi di Corte di Assise di Verona contro Seifert Michael, imputato di sevizie nel campo di concentramento di Bolzano, per conto della comunità ebraica di Merano, e nel processo contro i naziskin di Bolzano, imputati di minacce ingiurie ed altro nei confronti di ebrei, procedimento ancora non definito (2003).

Ha difeso, fra il 1960 e il 1980, tutti gli obiettori di coscienza processati per una trentina di volte in quel periodo davanti ai Tribunali Militari di Torino e di Verona.

Ha prestato assistenza di parte civile nei processi ambientali quali quello per inquinamento e danni contro la Montecatini di Mori, quello per inquinamento e danni alla laguna veneta e ad altre parti nei confronti della Montedison celebratosi a Venezia, e quello alla ferrata di Dro.

Ha difeso i diritti delle minoranze politiche e nazionali (nomadi, Testimoni di Geova in processi a Trento e nei Veneto etc.), le minoranze etniche (processo 1969 alla Corte d'Assise di Milano contro 160 sudtirolesi, difesa del professore Samo Pahor a Trieste etc.) e Carlo Feltrinelli.

Ha studiato, per incarico della Provincia di Bolzano, i processi politici del 1946 discussi presso la Corte di Assise di Bolzano relativi ai procedimenti contro i collaborazionisti con i nazisti, pubblicato a cura della Provincia di Bolzano e intitolato 1944-1946.

Tra le sue pubblicazioni:

'Il processo di Milano nelle arringhe della difesa', Vienna 1966;

'Legittima suspicione e minoranza etnica di lingua tedesca', Varese 1966;

'L'ingiustizia Militare', Milano 1973;

'I diritti del soldato', Milano 1978;

'La strage di Stava negli interventi della parte civile', Trento 1989;

'Ricominciare: 1945-1947 (una critica ai processi contro i collaborazionisti con i nazisti in provincia di Bolzano)';

saggio introduttivo a 'Laico, rosso e grigioverde', in collaborazione con G. Massobrio.