Cap. 2

IL PERCORSO DELLA "MEMORIA" VERSO L'OBLIO NAZIONALE

Il calvario dei sopravvissuti non finì con il disastro. Il dopo - Vajont fu caratterizzato da un insieme di eventi che ostacolarono la memoria della tragedia e dei suoi 2000 morti, nell'intento di soffocarla.
Una volta compiutasi la tragedia, il desiderio delle popolazioni sinistrate di avere chiarezza e giustizia su una vicenda che tanto aveva loro tolto fu costretto a combattere una battaglia forse ancor più dura di quella che aveva già combattuto, e perso, in occasione della costruzione della diga che aveva dato origine a tutto.
Gli abitanti della valle di Erto-Casso e di quella di Longarone si ritrovarono a lottare per una giustizia che fu immediatamente promessa, ma che di certo non arrivò altrettanto celermente. Il nuovo tentativo di far ascoltare la propria voce dovette scontrarsi contro un articolato meccanismo che cercò di metterla nuovamente a tacere.
In questo modo la coscienza nazionale veniva sottilmente distolta da una obbiettiva riflessione su quanto realmente accaduto ed indirizzata ben presto verso un'elaborazione fuorviante della situazione effettivamente derivata. La carta stampata "acriticamente" si affannò ad attribuire la catastrofe ad un "imprevedibile evento naturale" dopodichè abbandonò la notizia senza troppi accenni circa le eventuali responsabilità che si stavano prospettando. In seguito, si occupò in sordina delle evoluzioni giudiziarie del caso, spostate ad hoc in una sede diversa da quella naturale cioè Belluno. In ugual modo si comportarono gli altri mezzi di comunicazione con minor diffusione: televisione e radio.
Le inchieste che seguirono (governativa, interna S.A.D.E. - E.N.E.L., giudiziaria) portarono a risultati altrettanto fuorvianti o comunque ingiusti. Anche secondo questo punto di vista, tale insieme di fattori parteciparono al tentativo di mantener, quanto più possibile, il silenzio riguardo all'effettivo svolgimento dei fatti.
Gli stessi provvedimenti istituzionali che furono adottati in seguito alla tragedia furono orientati secondo l'ottica del "progresso", all'insegna del benessere per tutto il Paese ad opera del "buon governo" che si occupò in modo "distorto" dei reali bisogni dei sinistrati, nuovamente truffati senza esserne consapevoli.
Tutto lasciò così profilare la nascita di un nuovo "caso Vajont" nel caso Vajont, con gli stessi protagonisti di quello precedente, ed anche con modalità spesso affini.
I protagonisti diretti ed indiretti della vicenda quindi, con le caratteristiche che li connotavano all'epoca del disastro, furono gli iniziatori della memoria o "non memoria" di un caso tra i più articolati e complessi della storia d'Italia.

1 - SHOCK E SILENZIO DEI SUPERSTITI SFIDUCIATI DALLE ISTITUZIONI ED OCCUPATI NELLA RICOSTRUZIONE

L' immediato shock e le sue conseguenze per la "memoria".

La terribile esperienza vissuta nella notte dai pochi sopravvissuti, unita al desolante spettacolo che si mostrò ai loro occhi la mattina del 10 ottobre 1963 furono causa di un fortissimo shock.
Scampati ad una catastrofe di dimensioni apocalittiche, i pochi superstiti non furono subito in grado di comprendere l'effettiva entità della tragedia nonostante fu immediato l'impatto anche solo visivo con un panorama geograficamente ora caratterizzato dal nulla. Ogni loro precedente riferimento con il vecchio abitato di Longarone era stato cancellato dalla furia dell'acqua, ad esclusione di una ventina di case e dell'edificio del Comune.
La confusione iniziale dettata dal trauma non permise una subitanea realizzazione di quanto fosse tragica la situazione, non solo dal punto di vista edilizio, ma anche e soprattutto in termini di perdite umane.
Poco a poco però, specialmente tra coloro che erano già nell'età della ragione, la situazione si fece sempre più terribilmente chiara, sebbene ciò che gli occhi vedevano non voleva essere accettato dalla consapevolezza cerebrale. Un ulteriore impatto traumatico infatti toccò i già fragili superstiti: lo scenario loro offerto era quello di una immensa pietraia ove qua e là spuntavano dal fango un braccio, un piede, i resti di qualcuno che aveva trovato nel fango la sua prigione di morte e che difficilmente, per una comunità piccola ed unita come quella, poteva ritenersi non appartenente a persone conosciute.
Nei giorni successivi alla catastrofe, la spianata di Longarone era gremita di persone tra superstiti, militari e volontari che si occupavano di liberare i poveri resti delle vittime. Lentamente ed inesorabilmente gli stessi scampati alla tragedia stavano cercando di dare degna sepoltura ad una comunità, nel dolore, ma nel rispetto di una tradizione strettamente legata al culto dei morti presente in quelle zone montane. I paesi caratterizzati da una simile usanza consideravano il recupero della salma del proprio familiare e la conseguente sepoltura di questa come un passaggio fondamentale che permetteva loro di "portarselo a casa e poter discorrere con lui andandolo a trovare al cimitero".
Questa tradizione aveva condotto i superstiti all'affannoso recupero dei corpi teso verso il riconoscimento dei propri parenti. I cadaveri delle vittime erano, in molti casi, pesantemente straziati e comportavano forti difficoltà nell'attribuzione di un nome. Non era inconsueto assistere ad una contesa tra famiglie diverse per l'identificazione del corpo di un consanguineo cui dare degna sepoltura.
Gli attimi erano irreali, agghiaccianti: i sopravvissuti che passavano in rassegna le fotografie dei cadaveri, scattate da un fotografo e conservate presso la prefettura di Belluno non di rado riconoscevano negozianti, amici, compagni di scuola, tutta la propria comunità che non esisteva più.
La realizzazione di una catastrofe di così ampie dimensioni e di una perdita così totale e definitiva dei legami con la vita precedente fu uno shock che gli adulti elaborarono nella sua tragicità, ma che non si ripercosse immediatamente sui bambini superstiti, i quali furono mantenuti inizialmente all'oscuro dell'accaduto. Anche quando intuirono col passar del tempo le prime grandi assenze e, quindi, fu sempre più chiaro che qualcosa di grave era successo, il loro dolore fu placato in parte dalla tenera età, che porta con sè poca consapevolezza, in parte dai doni giunti con le opere di solidarietà e portati loro dagli importanti personaggi giunti a visitarli, come i membri di famiglie reali europee o le alte cariche statali.
Tutto ciò permise, dunque, ai bambini di rinviare il loro impatto diretto con il Vajont ancora per qualche tempo anche se indirettamente una simile esperienza li toccò da subito.
I periodi seguenti la tragedia furono caratterizzati da un lento abituarsi a precarie condizioni di vita, al di fuori della propria casa ormai distrutta, alla presenza di persone gentili, soccorritori disponibili,ma sconosciuti. Psicologicamente, il tutto era peggiorato dalla presenza di incubi notturni, dalla paura del buio, dal terrore dell'acqua, dal timore di una nuova ondata, da costanti e fortissimi stati di ansia e soprattutto dal sentirsi incompresi da tutti coloro che non avevano vissuto quegli attimi terribili.
Lo shock che causò una serie di esperienze così raccapriccianti fu uno stimolo per i sopravvissuti a sentirsi accomunati da questa terribile esperienza, divenuta a questo punto la fonte di una identità collettiva "nuova", creata in un ambiente oramai privo di ogni riferimento col passato eccetto quello costituito dalla "memoria" di chi era ancora lì a testimoniarlo, con la sua presenza.
Gli effetti iniziali di questo trauma furono immediatamente manifesti, ma quelli maggiori si fecero evidenti solo nel lungo periodo. L'atrocità di una simile esperienza e del suo ricordo infatti rese difficile il tramandarsi di una "memoria" orale anche a livello locale ed aiutò indirettamente la sua discesa verso un iniziale oblio nazionale.
In molte famiglie ove l'onda assassina aveva fatto parecchie vittime la memoria di quella tragedia fu automaticamente vissuta come un tabù di cui non parlare. Troppo era il dolore che avrebbe rievocato. Ne nacque una sorta di tacito accordo a fini auto-conservativi, nella speranza che il non parlarne avrebbe cancellato o almeno alleviato la sofferenza.
Lo sconforto dei sopravvissuti fu talmente grande da non riuscire ad essere superato nè tanto meno volontariamente rivissuto nei ricordi. Per molti è così ancora oggi.
Oltre al dolore che la "memoria" avrebbe rievocato, era difficile pensare di poter spiegare tutto un mondo ormai scomparso a chi non l'aveva minimamente vissuto, soprattutto pensando che chiunque avesse sentito questo racconto difficilmente avrebbe potuto capire l'entità di una simile tragedia e l'entità dello smarrimento derivatone.
Questo senso di isolamento fece sì che non furono rari i casi di suicidio ed i casi di morte di crepacuore negli anni immediatamente seguenti la tragedia. Allo shock per la tragedia e la chiusura in sè stessi della comunità superstite si affiancò anche una crescente sfiducia generale nei confronti della stampa, della politica, della magistratura, di tutti gli organi dello Stato che non permisero di riconoscere immediata giustizia alla memoria delle 2000 vittime, dando da subito il giusto peso alle prove esistenti per attribuire le eventuali responsabilità nella tragedia.
Anche questa delusione contribuì ad affievolire la voglia di lottare dei superstiti per mantenere in vita la dolorosa "memoria" di quanto accaduto e spinse ulteriormente verso la chiusura della società accomunata da quella esperienza. La comunità dei superstiti, nel breve periodo, si identificò in modo uniforme attraverso la lotta contro il nemico comune, la S.A.D.E., alla quale andavano attribuite le giuste responsabilità per la morte di 2000 persone e la distruzione di una tradizione e di un sistema di vita. La "memoria" dei caduti significò, dunque, anche ricerca di giustizia e rinascita di una comunità distrutta per mantenerne vive le tradizioni e testimoniarne l'esistenza ed il sacrificio.
Testimonianza di ciò ricordiamo le parole pronunciate dal sindaco di Longarone, Gianpietro Protti, in un discorso tenutosi in occasione dei riti di commemorazione del 9 ottobre 1965: "Senza giustizia non vi è una società, ma vi è soltanto la guerra dell'uomo contro l'uomo[...]. Tutti ci battiamo contro un complesso di interessi, non solo economici ma anche politici, pubblici e privati che mai prima d'ora si era formato per coprire e far dimenticare una tragedia".
Il vicesindaco di Longarone, Terenzio Arduini, che nella disgrazia aveva perso un figlio, fu il simbolo dell'iniziale identità collettiva tipica della comunità superstite che fece sentire la sua voce tramite il suo leader. Nel momento in cui si presentò la prima occasione valida (e cioè all'arrivo delle autorità statali in valle pochi giorni dopo la tragedia), Arduini domandò direttamente: "Presidente vogliamo giustizia!" all'allora Presidente del Consiglio Giovanni Leone. Quest'ultimo gli rispose, testualmente, "E avrete giustizia!". Non più tardi di qualche mese, tuttavia, lo stesso Leone divenne capo del collegio di legali che difese la S.A.D.E. al processo indetto dalla magistratura. Chi aveva per primo promesso giustizia era passato dalla parte del "nemico" con forte delusione della gente della valle. Non era che il primo e di certo non fu l'unico personaggio, politico e non, che nel corso degli anni fece promesse ai sinistrati, senza mai portarle a termine.
La popolazione superstite era forte ed unita, sorretta anche dalla solidarietà nazionale. Essa trovò, comunque, il coraggio di reagire a questa situazione di ingiustizia e di abbandono e spinse all'organizzazione di eventi importanti quali la "Marcia della Sicurezza", promossa nell'inverno del '63 dal Comitato per il Progresso della Montagna. Oltre ai superstiti, vi parteciparono più di 10.000 persone provenienti da tutta Italia, tra cui molti abitanti delle zone soggette a sfascio o pericolo. Fu una manifestazione di solidarietà per il Vajont e di richiamo civile al governo affinchè mettesse mano ad un programma di sicurezza e sviluppo per le zone montane.
A tutto ciò va aggiunto che le donne del Vajont si recarono a Roma per chiedere giustizia e per suscitarne la richiesta in tutto il Paese. Percorsero parecchi chilometri in corriera, fermandosi a parlare in assemblee pubbliche tenute in molte importanti città italiane al fine di sensibilizzare la gente ai fatti che avevano portato ad una simile tragedia. Furono ricevute da Ministri e Sottosegretari, ma questi non diedero loro segno manifesto di grande interesse, acuendo ulteriormente la sfiducia nelle Istituzioni e nell'ottenimento di un qualche reale ascolto. I bisogni dei sinistrati apparivano scarsamente degni di ascolto per quei funzionari statali occupati in cose "più importanti" e forse anche meno "scomode".
Per una popolazione da poco inseritasi in una realtà politica che fino a poco tempo prima non le apparteneva, l'impatto fu a dir poco disastroso. La freddezza della burocrazia ed l'indifferenza delle cariche statali portarono i superstiti ad avere una bassa considerazione del sistema statale che faceva di tutto per disinteressarsi delle loro richieste di attenzione.
I pochi segnali di rinnovata fiducia si intravidero per un solo attimo nei risultati della prima inchiesta parlamentare sul disastro, la cosiddetta "Inchiesta Bozzi". Questa sancì la "non imprevedibilità dell'evento" ed evidenziò le gravi responsabilità della S.A.D.E. e degli organi di controllo pubblico e, di conseguenza, li destituì. Purtroppo, anche questa tenue speranza durò molto poco dal momento che una seconda commissione parlamentare, costituitasi per l'analisi dello stesso tema, diede un verdetto antitetico a quello della precedente, facendo ripiombare nello sconforto le aspettative di giustizia. Un ultimo segnale di speranza di ottener giustizia per la comunità superstite derivò dal rinvio a giudizio di 11 indagati ottenuto dal giudice Mario Fabbri, a seguito del quale si diede adito ad un lungo processo. Finalmente qualcuno trovava il coraggio di opporsi al potere della SADE e dello Stato che stavano nascondendo la verità. Anche in questo caso una nuova delusione era alle porte: il processo fu spostato da Belluno all'Aquila per "legittima suspicione" rendendo così quasi impossibile la partecipazione dei testimoni alle udienze.
Come si poteva lottare contro cotanta ingiustizia?
Come potevano far sentir la loro voce dei semplici contadini e montanari, ancor più esser ascoltati, laddove personaggi ben più importanti ed autorevoli non erano presi in considerazione?
Oltretutto, le sentenze che ne derivarono, contennero condanne irrisorie se paragonate all'entità della devastazione causata dai comportamenti criminosi cui si riferivano.
Anche la magistratura aveva fatto sfumare il desiderio di giustizia per i caduti del Vajont, e portato sfiducia verso la necessità di comunicare ciò che era accaduto ad un mondo che chiudeva tutte le porte in faccia alla verità e che pareva non voler dare alcuno spazio alla diffusione di una memoria tanto pesante quanto importante per chi la portava dentro di sè.

I media completarono il quadro di sfiducia che si prospettò di fronte alla gente della valle del Vajont. Essi offrirono una distribuzione "distorta" della notizia, che non rese minimamente giustizia alla "memoria" dei caduti del Vajont, anzi socializzò in modo distorto tutta una generazione di utenti. La distorsione riguardò non tanto ciò che concerneva le dettagliate informazioni tecniche sull'entità della devastazione, quanto il perchè di tale devastazione, le responsabilità della morte di 2000 persone che potevano forse esser ancora vive, il perchè di un destino tanto duro per chi era sopravvissuto e non aveva più nulla. Anche i media dunque ottennero in questo modo la sfiducia della gente del Vajont. Essi si occuparono della tragedia finchè fu "bollente" ed abbandonarono, dopo solo un mese circa, un luogo che aveva visto 2000 vittime, restando indifferenti alle urla di denuncia in cerca di giustizia dei pochi sopravvissuti rimasti, che venivano additati come fomentati dai politici. Dopo questo breve periodo in cui si evidenziava soprattutto la pietà riversata verso quella povera gente cadde una lunga ombra sulle ripercussioni che derivarono dalla tragedia.

La seconda strage italiana per numero di morti dopo Caporetto, coi suoi 2000 morti, fu trattata allo stesso modo di ogni altra notizia. Anche questo diede ai sopravvissuti una ulteriore idea del "peso" che aveva la loro sorte per i media e di conseguenza, di riflesso, per l'opinione pubblica.La sensazione dei sopravissuti fu di abbandono, di disinteresse verso la loro storia, una storia che li accomunava sempre di più isolandoli dal resto del Paese. La loro impari lotta per la giustizia, per il prosieguo di una tradizione e della sua memoria si facevano sempre più forti entro questa comunità distrutta, ma tradizionalmente abituata alla rinascita.
L'immagine distorta che i media crearono in seguito attorno ai superstiti contribuì a segnare questi ultimi con un sentimento di "quasi vergogna" che li tramutò, agli occhi del Paese, da vittime in beneficiari di una ricchezza regalata. Anche questo fece parte dei fattori che portarono a chiudere in sè stessa la loro comunità, per vergogna e paura di suscitare negli altri la pietà o il pensiero di una infondata ulteriore richiesta di denaro. Il libro della giornalista Lucia Vastano intitolato "Vajont.
L'onda lunga" riporta le sensazioni di un superstite, Vincenzo Teza, che sostenne di essersi sentito umiliato ed offeso più volte: l'esser originario di Longarone lo aveva infatti più volte etichettato come un arricchito sulle spalle dei propri morti, che poteva piangere meglio avendo le tasche piene di denaro. Non era dato sapere a chi gli rinfacciava queste cose che molti sopravvissuti come lui, per avere dal prete un paio di scarpe usate donate dalla solidarietà ai superstiti, avevano dovuto firmare un foglio ove dichiaravano di aver preso dei soldi.

La ricostruzione e la compattezza iniziale dei vajontini
Gli abitanti dei luoghi sinistrati, abbattuti dalla disgrazia, riversarono le loro speranze per il futuro sulla ricostruzione e la rinascita della comunità. Siamo di fronte alla popolazione di una zona d'Italia che era stata ripetutamente devastata all'epoca delle grandi guerre e, perciò, forte di una tradizione che in passato l'aveva vista risorgere più volte.
Poco tempo dopo la tragedia, la gente aveva posto dei cartelli dove un tempo sorgevano negozi, case, chiese, ogni riferimento geografico che riportasse alla vecchia Longarone. Fu un primo tentativo di attivare il meccanismo della memoria al fine di non dimenticare nè rinnegare quelli che erano i propri valori e le proprie radici.
Questo forte legame col passato unì i sopravvissuti e, quando si prospettò dinnanzi a loro il pericolo di spostamento altrove dell'abitato di Longarone, li spinse a lottare ed a protestare per veder ricostruito il paese lì ove era un tempo, nel rispetto, appunto, della sua tradizione che l'aveva vista per lungo tempo centro di confluenza delle valli confinanti, e che l'aveva portata ad esser considerata, per via delle sue attività, una "piccola Milano".
La necessità di lottare per mantener in vita in qualche modo questo ricordo, questa tradizione, spinse i superstiti ad organizzarsi "politicamente" in modo tale da far sentir la propria voce. Nacque in questo modo il primo Comitato dei Superstiti che ebbe quale primo scopo da raggiungere e che raggiunse - la ricostruzione dell'abitato longaronese nei luoghi precedentemente occupati.
Anche la ricostruzione causò un nuovo shock per gli scampati alla tragedia acuendo ulteriormente il distacco sempre più evidente dalle loro radici, abitudini e tradizioni. La nuova "società" che li aveva raggiunti stava già iniziando a spazzare via quella vecchia, a partire dal semplice aspetto estetico, quello caratterizzato dal progresso portato dal "cemento armato", lo stesso che aveva eretto la diga.
La lotta vincente che aveva portato i sopravvissuti ad ottenere di mantenere la ricostruzione dell'abitato di Longarone nella sua ubicazione originale fu seguita da quelle instauratasi per i progetti di ricostruzione. Una cultura come quella degli abitanti della valle del Piave a quei tempi non potè capire immediatamente l'idea "impostagli" dall'alto circa i progetti di ricostruzione. Il desiderio di vedere ricostruita Longarone così come era prima della tragedia, la necessità di riconquistare anche visivamente dei dettagli della memoria passata avevano, per queste popolazioni, un valore elevato, ma svanirono di fronte alla innovativa progettazione "funzionale" di un comprensorio che era stato raso completamente al suolo.
Non c'era più spazio per i ricordi, per le vecchie abitudini, per la vita a stretto contatto con la natura; il trapasso dall'isolamento verso l'adeguamento alla modernità fu istantaneo e brutale.
Molti superstiti, soprattutto quelli delle generazioni più anziane, che avevano vissuto la maggior parte della loro vita nel vecchio paese che portava con sè tutti i loro ricordi, furono per sempre segnati da un sentimento di forte nostalgia per il vecchio abitato che, con l'esclusione di poche case, non sarebbe mai più riapparso.
La nostalgia per una ricostruzione che fosse quanto più possibile in linea con la tradizione si scontrò non solo contro il progresso, ma anche contro la funzionale necessità di avere immediatamente un luogo dove tornare ad abitare e lavorare. La lotta contro il tempo fu di grande aiuto per la rinascita di una Longarone "brutta" a detta della maggioranza della sua popolazione.
Alcuni superstiti del Vajont così parlano del loro paese di origine:

"[...]Non frequento molto Longarone, ma urbanisticamente il paese è una cosa orribile...c'è stato un accavallamento di giochi politici e di interessi che è andato tutto a discapito della ricostruzione di Longarone".
"Io a Longarone ci vado il meno possibile, rima di tutto perchè non è più il mio paese e poi è brutto, nonostante le possibilità che avevano gli architetti di costruire dal nulla un paese secondo me eccezionale, particolare.[...]"
I longaronesi con la ricostruzione ritrovarono abitazioni e un tetto dove ripararsi dalla pioggia e dove stare al caldo nei gelidi inverni ma persero, dopo le famiglie, un altro importante tassello della loro identità. Si ritrovarono in un paese di montagna dall'aspetto di una periferia di centro urbano industriale.
Questo contatto con una nuova realtà iniziò a cambiare l'identità della popolazione delle valli, a dividere gli interessi , le speranze, le aspettative delle differenti generazioni che le abitavano. I vecchi rimanevano naturalmente sempre più legati al passato, alla vecchia vita di montagna, alle vecchie tradizioni in via di scomparsa; le generazioni più giovani si lasciavano attirare dal desiderio di andare avanti, pur mantenendo la "memoria" di quanto accaduto quale punto cardine per l'identificazione della comunità.

Stessa sorte toccò agli sfollati di Erto-Casso, soprattutto per quelli che decisero di insediarsi nella nuova cittadina di Vajont, appositamente costruita nella Valcellina. In questo paese gli anziani si ritrovarono taciturni, parlavano a stento trattenendo ricordi e dolore. Si sentirono prigionieri di un mondo di cemento che non gli apparteneva e che forse solo i giovani avrebbero metabolizzato.

L'esodo di alcune parti della comunità

La furia dell'acqua che fece strage nella valle del Vajont non distrusse solo alcuni paesi e 2000 vite umane, ma portò ad una conseguenza altrettanto grave per la memoria: accelerò la tradizionale pratica dell'emigrazione finendo con il disgregare ulteriormente queste comunità già decimate.
Parecchie persone, infatti, decisero di restare in zona solo il tempo necessario per ritrovare le salme dei loro cari, dopo di che si allontanarono. Molti avevano perso tutto e per poter ricominciare subito a "vivere" scelsero di ricostruire le loro abitazioni e le loro vite in luoghi vicini alla vecchia Longarone; molti altri se ne andarono perchè troppo timorosi di ricominciare tutto da capo nuovamente sotto quella diga che aveva provocato tanto dolore; altri ancora abbandonarono il paese perchè incapaci di restare in un posto che arrecava, nella loro anima, un vuoto così grande. Il desiderio di ricominciare, di gettarsi alle spalle una esperienza così terribile e nello stesso tempo la voglia di vivere al sicuro e di trovare un lavoro dignitoso portarono soprattutto le generazioni di mezzo ad andarsene da Longarone.
Questo esodo disgregò parzialmente l'unitarietà, già fortemente assottigliata, di una comunità con proprie tradizioni, modi di vivere e di rapportarsi. Coloro che rimasero lottarono ugualmente per far rinascere il paese, ma quelli che se ne andarono tolsero un po' di consistenza e "volume" alla voce della "memoria" di un luogo e di una tragedia, unici veri depositari del passato ora cancellato.
In un articolo del settimanale "Famiglia Cristiana" del dicembre del 1968 si analizza questo problema: «'Per molti mesi dopo la tragedia', dice don Piero Bez, parroco di Longarone, la gente non si rese conto perfettamente di quanto era accaduto. Si pensava soltanto a trovare i morti e a seppellirli. E poi incombeva sempre su tutti l'incubo della diga. Si temeva che cedesse, crollasse, che provocasse altri disastri'. Così, Longarone si spopolò. Gli abitanti, prima di quel maledetto 9 ottobre erano circa 4.000, ma nel dicembre del '63, a Natale, erano 200. 'Fu quello il Natale più triste nella storia del nostro paesÈ dice il vicesindaco di Longarone, Marcello Sacchet, e proprio in quei giorni sentimmo tutto il peso , il dolore della sciagura che ci aveva colpiti'».
Una sorte simile toccò anche alla comunità di Erto e Casso smembrata, con non poco sacrificio, in tre gruppi con altrettante destinazioni: Nuova Erto (cioè la ricostruzione di un abitato nei pressi della vecchia Erto, ma un po' più elevata), Ponte nelle Alpi (in una zona più vicina a Belluno) e Vajont (un nuovo paese costruito da zero nella piana di Maniago, nella Valcellina).
La ricostruzione di Erto, infatti, fu ripetutamente rimandata in seguito allo sfollamento per motivi di sicurezza. La sfiducia accumulata nel tempo per le varie delusioni ed il ritardo nella ricostruzione ed agibilità del paese spinse molti a convincersi che, anche a seguito del cessato allarme, tutto fosse la conseguenza della volontà dell'E.N.E.L. di riutilizzare il bacino. La necessità di ricominciare a vivere unita alla promessa di una ricostruzione più rapida e di un lavoro sicuro altrove portarono molti degli ertani a decidere di andarsene.
Per un popolo tradizionalmente abituato a lottare, l'abbandono di parte della comunità in cerca di miglior sorte fu visto quasi come un tradimento, come un abbandono delle nuove lotte per la ricostruzione di Erto, per lo svuotamento del lago, per i risarcimenti e per molte altre cose ancora. Gli ertani che rimasero non perdonarono chi se ne era andato via permettendo la spaccatura di quella comunità che aveva dentro di sè una tradizione forte, che aveva lottato a lungo per veder riconosciuti i propri diritti e che unita avrebbe avuto ancora più peso nelle sue richieste. Lo smembramento delle due comunità più importanti colpite dalla tragedia del Vajont non portò fortunatamente alla totale dispersione di una tradizione tanto antica e di una memoria così importante, ma indirettamente contribuì a rallentarne la diffusione e la trasmissione.

Le nuove ingiustizie e gli esordi del "secondo Vajont"
La ricostruzione portò con sè l'affacciarsi di una comunità tradizionale verso un mondo caratterizzato da nuovi interessi, nuovi problemi, che tolsero equilibrio ad una società che era rimasta "ferma" per secoli.
La staticità culturale che aveva caratterizzato queste popolazioni di "montanari", arretrati anche dal punto di vista della stessa istruzione, non permise loro di comprendere a fondo questo nuovo ed obbligatorio impatto con la modernità e di sfruttarlo conseguentemente al meglio risultandone, così, ulteriormente schiacciati.
Il precedente sfruttamento delle risorse idriche di quelle zone montuose e della loro manodopera a basso costo furono sciocchezze rispetto a quello che fu lo sfruttamento attuato nei confronti di una popolazione che aveva vissuto culturalmente nell'"ignoranza" dettata dalla non necessità di istruzione se rapportata al tipo di vita seguito.
Una "legge Vajont" sorse "ad hoc" per facilitare la ricostruzione, ma non fu recepita in modo ottimale da parte di questo popolo di "montanari" per i quali non era facile addentrarsi nei cavilli legali di una legge di Stato, specialmente quando privi di alcun tipo di consulenza legale. La precarietà delle condizioni economiche facilitò ulteriormente la possibilità, per degli esperti speculatori moderni, di truffare e depredare una seconda volta questi sopravvissuti dei pochi beni che rimanevano loro. Il tutto fu reso ancor più semplice dalla tradizione culturale del posto fatta di un modo semplice di vivere, in assenza di interessi rilevanti soprattutto dal punto di vista economico, la quale aveva abituato questa gente a fidarsi degli "altri". In realtà gli "altri", fino a poco tempo prima, erano quasi esclusivamente i compaesani, persone conosciute e quotidianamente frequentate all'interno di questa compatta comunità.
I sopravvissuti di Longarone, così come gli sfollati di Erto e Casso, vissero per mesi ospitati in alberghi o in camere di amici, parenti o conoscenti che si erano prestati ad offrire immediato aiuto. Nella loro mente, oltre al desiderio di ritrovare i resti dei familiari ed amici ed al dolore per l'accaduto c'era anche il pensiero del possibile futuro. Molti erano desiderosi di andarsene il più presto possibile da quel posto oramai divenuto ricco di tristi ricordi, gli altri erano preoccupati di che cosa sarebbe accaduto loro dal momento che non gli era rimasto nulla. Non era di tutti la voglia di lottare per i propri diritti e di certo non era altrettanto un pensiero comune ai sopravvissuti pensare di riprendere l'attività svolta in precedenza, ed abbandonata in seguito alla tragedia per i motivi più diversi, con ottimistiche prospettive di sviluppo.
Di fronte al presentarsi di problemi di natura economica e trovandosi in una situazione di assoluta imperizia in materie legali, i superstiti economicamente in condizioni più precarie e caratterialmente più deboli si fidarono dei consigli e delle "verità" esposte da alcuni procuratori. Essi si presentarono loro nelle benevole vesti di chi voleva offrire una soluzione immediata e conveniente, tralasciando di spiegare le "rinunce" cui si andava incontro, nemmeno minimamente sospettate dagli ignari superstiti. Non fu difficile convincere i titolari delle licenze, "caratterizzate" dalla possibilità di ottenere grandi finanziamenti statali, a venderle per cifre a dir poco insignificanti rispetto al reale valore economico di proiezione futura che portavano con sè.
Lo stesso metodo di sfruttamento di un popolo ignaro ed in condizioni psicologiche ed economiche a dir poco precarie si attuò in materia di risarcimento per le vittime, per i familiari. Facendo credere che nulla era loro dovuto dall'E.N.E.L. - S.A.D.E., dal momento che una catastrofe naturale imprevedibile non prevedeva risarcimenti esosi, molti sopravvissuti si affacciarono anche alla consapevolezza di un nuovo mondo dove anche i morti potevano essere comprati. Quando giunsero le prime offerte di risarcimento, in un simile clima di precarietà, sebbene inique, furono considerate dai bisognosi scampati come un modo per potersi pagare un mutuo e per avere una nuova casa o per poter andare avanti e ricominciare. Queste furono le motivazioni che spinsero un'altissima percentuale di sinistrati ad accettare le miserie offerte quale risarcimento per i cari defunti. Solo in seguito si realizzò che la dignità dei parenti caduti nella tragedia era stata venduta per quattro soldi.
In alcuni casi le speculazioni incontrarono addirittura la complicità di uomini di cui la gente si fidava, tecnici delle amministrazioni comunali che si erano "venduti" alle grandi imprese, individui che avevano saputo inserirsi velocemente in questo nuovo tipo di vita e di società ed avevano approfittato di questo momento per fini economici.
Anche le speculazioni furono un duro scotto da pagare per l'inserimento in una società più progredita, "intelligente" e soprattutto malignamente "furba". Il tempo ed il lento inserimento in questi nuovi meccanismi portarono troppo tardi i truffati a comprendere quello che era accaduto e la consapevolezza delle caratteristiche di questo nuovo mondo furono, per loro, un'altra doccia fredda.
Questo fattore incrementò ulteriormente l'oramai generale sfiducia nei confronti della nuova realtà e dei rapporti che con essa nascevano e così la chiusura della vecchia comunità longaronese "pulita" nei confronti di questa nuova società "approfittatrice" ed "ingiusta" si fece ancor più netta, contribuendo al silenzio dei superstiti, alla loro decisione di non urlare più contro una realtà che li stava comunque colpendo su tutti i fronti e contro la quale non trovavano più molte armi con cui combattere.

Compattezza e riservatezza generate dalla memoria commemorativa
Col passar del tempo quella che era l'originaria contrapposizione tra comunità superstite e S.A.D.E.- E.N.E.L. finì con l'affievolirsi e con essa anche la base dell'identità collettiva che si era creata dopo la catastrofe.
La comunità dei sopravvissuti dovette necessariamente trovare al suo interno una nuova identità sulla quale fondare il proprio senso di appartenenza e questa si basò appunto sulla "memoria" della tragedia e sul riconoscimento delle radici comuni nel paese di Longarone, con la sua storia, la sua cultura, la sua lingua, le tradizioni, le esperienze vissute, ecc.
La comunità dei sopravvissuti elaborò una memoria con proprie caratteristiche individuali e sempre presente seppur in modo riservato e silenzioso. Una memoria sentita molto intensamente e manifestata in modo comune ogni anno in occasione dei riti commemorativi per l'anniversario della tragedia. Una memoria priva di ricercato clamore, racchiusa entro la stretta cerchia di chi poteva realmente comprenderla senza distorcerla, protetta da occhi indiscreti.
Una memoria quindi accomunante, vissuta unitariamente al di là dei dissapori anche interni agli stessi sopravvissuti che inevitabilmente si vennero in seguito a creare.
La popolazione che si salvò si proiettò quindi verso una sempre maggiore estraneità rispetto agli "altri", tra cui, inizialmente, molti "curiosi" che si recavano su quelle terre devastate per il solo gusto dell'orrido, per il gusto di vedere coi propri occhi che cosa era riuscita a combinare la natura e chi fossero i malconci abitanti di quelle zone devastate, per lo sfizio di poter portare a casa una foto ricordo che riportasse la distruzione della valle.
Se la memoria era viva nella mente e nel cuore dei superstiti, allo stesso tempo era necessario tutelarla da chi non la trattava nel modo dovuto, da chi non la rispettava, così come non rispettava il dolore inspiegabile di quella gente. Non era nè piacevole, nè utile il racconto di ciò che era accaduto, specialmente quando tutto ciò che si era verificato era stato sottovalutato, così come la reale situazione di chi si era salvato. La memoria che quindi trovò a fatica la forza di essere da subito manifestata individualmente attraverso i racconti orali troppo dolorosi, ottenne adesione e partecipazione, invece, in ottica comunitaria.
I sopravvissuti, sin dal primo anniversario della tragedia, non mancarono di celebrare riti di commemorazione per le vittime. Era il modo migliore per attenuare il distacco dal ricordo di un mondo che appariva sempre più lontano e sempre più irreale.
Queste cerimonie avevano la peculiarità di attirare tutta la comunità superstite e di farla sentire "unita" nello sconforto di un lutto comune, ma anche nel desiderio di ricominciare, di rinascere, di sopravvivere. Era come ricostruire per un attimo i resti di un "mondo" distrutto da quella furia dell'acqua, che riviveva nella memoria delle persone che erano state prima parte di quella comunità e che ora erano i testimoni dell'esistenza e del perpetuarsi del ricordo della stessa.

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