FRANK CLEMENTS (1959)


KARIBA - LA LOTTA COL DIO FIUME






INTRODUZIONE 7
I PRECURSORI9 I.
I PRIMI PASSI23 II.
LA GRANDE DISPUTA33 III.
PRIME SCARAMUCCE43 IV.
PREPARATIVI PER LA BASE LOGISTICA55 V.
ARRIVANO GLI ITALIANI65 VI.
LO SPOSTAMENTO DELLE TRIBÙ77 VII.
LO SPIEGAMENTO DELLE FORZE93 VIII.
IL PRIMO ASSALTO103 IX.
DIETRO LE LINEE117 X.
IL DIO ADIRATO129 XI.
ESSI MORIRONO A GWEMBE143 XII.
NYAMINYAMI DOMATO155 XIII.
UNA DIVISIONE NEI RANGHI171 XIV.
"OPERAZIONE NOÈ"183 XV.
LE CAMPANE DI SANTA BARBARA201 XVI.
IL FIUME IN PACE215 XVII.
Indice delle 30 illustrazioni, a fondo di questa pagina. E 2 cartine, ([...1] e [...2])223 Indice


 


GARZANTI - PRIMA EDIZIONE: MAGGIO 1960


Traduzione dall'inglese di Helen Dennis Guglielmini
Titolo originale dell'opera: 'KARIBA - THE STRUGGLE WITH THE RIVER GOD'
(Methuen & Co. Ltd., London, 1959)

Proprietà letteraria riservata
Printed in Italy, 1960


FINITO DI STAMPAREIL 10 MAGGIO 1960NELLE OFFICINE GRAFICHEALDO GARZANTI EDITOREIN MILANO



"A ELIZABETH, che partecipò all'ingrato lavoroe ne sostenne lo sforzo"

INTRODUZIONE


0La storia della costruzione della diga di Kariba è qualcosa di più del semplice racconto di una grande realizzazione tecnica. La lotta, descritta nelle pagine che seguono, fra un dio primitivo e l'uomo contemporaneo nonè, come un lettore esigente potrebbe pensare, un pretestoletterario.

Nell'immaginazione di milioni di africani, questa lottafu non meno reale del conflitto fra Sant'Antonio e ildemonio per milioni di cristiani. La maggior parte degliindigeni crede nei vecchi dèi della tribù, ma è anche consapevole del potere e dell'autorità degli uomini bianchiche si sono stabiliti in Africa.
Gli aspetti superficiali della cosiddetta civiltà non libereranno l'africano dalle sue paure ataviche e dalla brutalità né lo compenseranno della perdita dei suoi rigorosicodici morali. Per lui è facile assimilare il peggio dei duemondi, quanto diffìcile decidere che cosa valga la pena diconservare del vecchio e accettare del nuovo.
Per molte generazioni, l'africano più semplice giudicherà solo dai risultati, e tutti gli africani, tranne qualcheeccezione, sono dei semplici nel significato migliore e piùtradizionale della parola.

Nyaminyami, il dio fiume delloZambesi, per loro non è una pittoresca leggenda. ComeJehova, egli personifica le forze soprannaturali.


Gli indigeni credevano e credono tuttora che egli fossecontrario alla costruzione della diga, e che avrebbe sfogatola sua ira su coloro che lo sfidavano. Per gli ingegneri francesi, italiani e inglesi che costruirono la diga, la piena del1958 fu un evento sfortunato, ma per i Batonka e percento altre tribù fu la chiara manifestazione della colleradivina. Si potrebbe meditare sul fatto che la piena del1957, che danneggiò i lavori preparatori della diga, fu lapiù alta registrata sino allora e che quella del 1958, sopravvenuta nel momento più critico dei lavori, fu così eccezionale quale si può verificare soltanto una volta ognidiecimila anni. Tuttavia - e su questo non c'è dubbio - l'una e l'altra erano state profetizzate dai sacerdoti dellevecchie divinità africane.
La grande piena non fu un incidente isolato. La storia della diga è la storia di una serie di brillanti successicontro difficoltà imprevedibili. Molti degli stessi ingegnerierano ossessionali dall'idea di combattere una strana lottache veniva ad aggiungersi al lavoro da essi considerato normale, all'inizio. Anche ora che la diga è finita, la loro soddisfazione è adombrata da un senso di rammarico. Questiuomini positivi, venuti da Londra, Parigi, Milano, Siena eGrenoble, sanno di aver creato ma di avere anche distrutto. Hanno l'impressione di aver tenuto testa a una forzacieca e barbara, e pur meravigliosa, che hanno imparatoad ammirare.
Il fiume è stato sbarrato e il grande bastione a Karibasi erge come un monumento al genio dell'uomo bianco, ma sono pochi in Africa ad asserire che Nyaminyami siastato sconfitto, e molti credono che si vendicherà ancora.Questo strano conflitto nell'animo degli uomini accompagna, su un altro piano, la lotta materiale per il dominiodi un continente, gran parte del quale è ancora una sopravvivenza del mondo della preistoria.

Dobbiamo tener presente tutto questo, per capire ciòche è successo a Kariba.

CAPITOLO PRIMO - I PRECURSORI


Il capitano portoghese Manuel Baretto, in un dispacciodell'11 dicembre 1667 al suo viceré, scrive che lo Zambesi a metà del suo corso attraversa un paese «dove possono soltanto volare uccelli e strisciare serpenti». Nelcentro di questo paese sta la gola di Kariba, e pur tenendo conto del gusto latino per la bella frase, le parole diBaretto fino a dieci anni fa potevano essere ancora appropriate.
In quel luogo è stato costruito uno sbarramento alto126 metri, con uno sviluppo in cresta di 580 metri, largo24 metri alla base, con un volume di un milione di metricubi di calcestruzzo: la diga ad arco di Kariba, che creaun lago lungo 282 chilometri con una superficie di oltre5.700 chilometri quadrati. La costruzione, che sarebbe giàdi notevole mole se situata in qualsiasi centro industriale,è stata eretta in una delle più selvagge e meno accessibiliregioni dell'Africa centrale, priva di strade, di energia elettrica, di qualsiasi comodità, perfino delle semplici capannedi fango ed erba dei villaggi Batonka.

Kariba non è soltanto un luogo isolato dal mondo; perle tribù che abitano la vallata dello Zambesi quella zonaè sempre stata associata all'idea del pericolo e della paura.Molte sono le leggende che su di essa vengono raccontatedai vecchi, la sera, attorno ai fuochi dei villaggi. La stessa parola «Kariba» significa minaccia, qualunque interpretazione ne diano gli esperti dei dialetti bantu.
La nomenclatura, nelle due Rhodesie, così come intutta l'Africa, permette molta libertà di scelta e ci sonotante varianti del nome della gola quante a suo tempoce n'erano del nome di Shakespeare. 'Kariuwa' e 'Kariwa' sono le più comuni, e l'ultima, benché forse la meno usata, è probabilmente la più vicina alla pronuncia africana.


Tutte le leggende sul nome si riferiscono a una rocciache emerge dai gorghi all'ingresso della gola, in prossimitàdella diga, e che ora è sepolta oltre trenta metri sotto lasuperficie del lago nascente. In molte leggende questaroccia era considerata il quartier generale del grande dio fiume Nyaminyami, il quale faceva inabissare nella profondità delle acque le canoe e gli uomini che si avventuravano nelle vicinanze. Talora la roccia era consideratatutt'uno col dio e associata, nell'immaginazione degli indigeni, con la fatalità, il disastro e il terrore.
Per i vecchi, questa roccia era una delle tre che formavano una specie di ponte attraverso la gola e che somigliavano alle trappole usate per catturare gli uccelli e ipiccoli animali. «Riwa» è quella parte della trappola che,quando scatta, cade addosso alla vittima e la schiaccia.Molto probabilmente, quindi, Kariba ebbe in un primotempo il significato di trappola fatale per l'uomo.

Pochi indigeni, per non dire nessuno, osavano avventurarsi con le loro rozze canoe oltre la barriera rocciosa, equegli intrepidi che sfidavano la superstizione venivanoquasi sempre ghermiti dai gorghi del fiume, terribili per iBatonka quanto Scilla e Cariddi per gli antichi greci. Glienormi coccodrilli che infestavano la gola facevano scomparire ogni traccia degli sventurati.
Quanto fosse appropriato quel nome mi fu spiegato,con la sua viva immaginazione, da Andre' Coyne, il grandeingegnere civile francese, principale autore del progettodella diga.

Nel descrivere le sue impressioni di quando, nel 1954, si trovò per la prima volta sulle alture sovrastanti la gola,egli disse: «Guardando in giù mi sembrava di vedere unatrappola rabbiosa» Egli non conosceva ancora le leggenderiguardanti la gola, che certamente è una «trappola»,tanto insidiosa che l'intera potenza della tecnica modernafu quasi sopraffatta dalle forze primordiali e selvagge dell'Africa.
La ricchezza di leggende orali che riguardano Kariba,contrasta con la povertà dei documenti scritti. Un bambino rhodesiano che abbia frequentato le scuole durantel'ultima guerra con tutta probabilità non ne ha mai sentito parlare e al massimo ne conoscerà solo il nome.

Mala storia dello Zambesi è lunga. Nel 1498 Vasco de Gamagiunse sulle coste di quello che oggi è il Mozambico; neivent'anni successivi i portoghesi penetrarono nel regno diMonomotapa, il quale colpì a tal punto la fantasia deiprimi geografi che essi inventarono per lui un impero ditipo europeo: Monomotapa è infatti una creazione deiportoghesi, che adattarono alla loro lingua il nome di qualche capo e lo usarono poi per designare il sovrano dellatribù più potente del favoloso territorio. Il suo impero fuidentificato col biblico Ophir da dove proveniva l'oro colquale la regina di Saba fece tanta impressione su Salomone. Molte miniere d'oro della Rhodesia del Sud sono antichissime ed è probabile che quelle del re Salomone, seavevano una precisa ubicazione, si trovassero appunto inRhodesia.


Nel 1531, i soldati e i mercanti portoghesi si cianoinoltrati lungo lo Zambesi sino a Tete e Sena; nel 1540venne fondata la Compagnia di Gesù, che fu strettamentelegata all'esplorazione di questa parte dell'Africa; nel 1560Padre Sylveira battezzò, e fu strangolato un anno dopo,il Monomotapa regnante, i cui successori furono cristianisolo di nome e alleati poco fidati dei portoghesi. Nel 1832si trova ancora un cenno all'ultimo debole rappresentantedi questo nome, un tempo tanto orgoglioso. Per trecento anni le rive dello Zambesi e la regione circostante furonobagnate dal sangue di martiri e soldati portoghesi, unito aquello di indigeni e schiavi africani. Il sangue delle duerazze si mescolò anche nei numerosi sangue-misti chesfruttavano il paese in nome di una fedeltà puramente nominale al Portogallo.
A quei tempi in Africa non esistevano frontiere, maKariba, se avesse dovuto appartenere a qualcuno, fino apoco più di cento anni fa sarebbe stata considerata partedell'impero portoghese. Il primo indizio di ciò che sarebbe accaduto nel futuro e della provenienza dei nuovicoloni europei, fu dato, nel 1661, dall'arrivo di una spedizione boera nell'attuale Rhodesia. Quella, però, fu unasemplice incursione.


Promotore della penetrazione inglese nell'Africa centrale fu David Livingstone. Egli affermò nei suoi scritti chei portoghesi non esercitavano un controllo effettivo, e richiamò l'attenzione dei nomadi avidi di terra e degli avventurieri del Sud, sia afrikaner che inglesi, sulle ricchezzepotenziali di quelle regioni la cui povertà spirituale erastata la sua più grande preoccupazione.
È improbabile che Livingstone sia mai entrato nellagola di Kariba, pur essendovi passato vicino, e il nome diKariuwa che egli menziona, potrebbe benissimo riferirsia un'altra gola più a valle. La topografia dello Zambesi ètuttora incerta; ma nel 1898, Kariba era sconosciuta a talpunto che un certo maggiore Gibbons, nel corso di unaspedizione lungo il fiume, scoprì che la gola era a oltreventi chilometri dalla posizione comunemente accettata.


Circa venti anni dopo il viaggio di Livingstone, fuSelous, il grande cacciatore, che penetrò infine nella gola,il 24 novembre del 1877. Lo stato selvaggio delle regionilungo lo Zambesi al tempo degli ottuagenari tuttora viventiè rivelato dal seguente passo preso a caso nel libro di Selous «Peregrinazioni di un cacciatore nell'Africa». Poco dopouna razzia di schiavi effettuata per conto dei portoghesi,egli visitò la terra dei Batonka, la tribù che negli anni1957-1958 ha dovuto spostarsi in nuovi villaggi, lungi dalle acque crescenti del lago creato dall'uomo.


«22 novembre. Nel pomeriggio passammo per molti villaggibruciati e trovammo sul sentiero i resti di due Batonka. Le belveavevano trascinato tutti i corpi nella boscaglia» Poi aggiungeschifiltosamente: «...il fetore era spesso insopportabile»

Più avanti egli descrive un gruppo di schiave:

«Ogni donna aveva un anello di ferro attorno al collo, e tral'una e l'altra c'era circa un metro e mezzo di catene. Per tuttoil tempo che trascorremmo sul luogo non le sciolsero mai; lamattina le mandavano a zappare in un campo di grano sullasponda meridionale, ed esse lavoravano tutta la giornata, in fila.La sera le chiudevano a chiave, sempre incatenate, in una specie di granaio grande e quadrato. Dalla veranda pendevano tregrosse fruste di ippopotamo, annerite dal sangue»

Tale era la sorte delle più deboli tribù dell'Africa centrale sino a quando, nel 1890, una colonna di pionierimandata dal Sud da Cecil Rhodes, alla quale era aggregatocome guida lo stesso Selous, entrò nel Mashonaland e iniziò la creazione delle moderne Rhodesie. L'ultima carovana di schiavi sparì dal territorio portoghese circostantenon prima del 1912. È incredibile quanto l'Africa sia vicina a quello stato di barbarie che gli europei generalmente attribuiscono a un remoto passato e quanto sia labile la memoria di coloro che condannano tutto ciò chehanno compiuto i rhodesiani di pelle bianca.

«Và al nord, giovanotto!» Così si diceva in Africa nelperiodo in cui i colonizzatori degli Stati Uniti spingevanole loro frontiere verso occidente. Quando il potere inglesesi fu stabilito saldamente a Fort Salisbury - che oggi, perduto il prefisso militaresco, è diventata la capitale dellaFederazione delle Rhodesie e del Niassa - i riferimenti aKariba divennero più frequenti man mano che gli avventurieri penetravano nel nord.
La prima ricognizione ufficiale alla gola fu eseguita daWilliam Keppel Steer che nel 1891 esaminò la possibilità di costruire una strada ferrata che attraversasse lo Zambesi a Kariba. Benché la zona non gli piacesse, l'idea diattraversare lo Zambesi con un ponte ferroviario in quelpunto attirò verso la gola numerose spedizioni di periti.
La relazione del viaggio compiuto dal maggiore A.Gibbons nel 1898 e 1899, che ebbe tra l'altro l'obiettivodi «scegliere un tracciato per il progetto preliminare dello Zambesi», ci dà la prima testimonianza scritta sul dioNyaminyami, che ha un'importanza così grande nellastoria della diga di Kariba.
Egli scrive:
«...una barrierarocciosa si erge d'un tratto dalle torbide e cupe acque delfiume; alla sua base, entro pochi metri, la corrente formaun vortice. Qui, dicevano i boys, è il quartier generaledel grande dio del fiume, e di tutte le imbarcazioni chesono scese entro questi sacri recinti, né scafi, né carichi,né corpi umani si sono mai ricuperati. I portoghesi - nome col quale suppongo che si volesse indicare la specie negra - vi gettavano sempre vino e tessuti per propiziare imorti. Avrei anch'io fatto altrettanto?
Alla mia rispostanegativa il loro volto esprimeva la convinzione che primao poi ci avrebbe colti qualche disgrazia»

Un altro legame fra quella prima spedizione e il progetto contemporaneo è dato da una vecchia caldaia a vapore.
La spedizione del maggiore Gibbons tentò di forzareil primo passaggio a monte della gola con una imbarcazione di undici metri formata di due lance unite. Il tentativo fallì, benché, per alleggerire l'imbarcazione che sichiamava Constance, fosse stata buttata in acqua a Kariba la caldaia di ricambio. Una cinquantina di anni dopo, uningegnere incaricato degli studi preliminari per rimpiantoidroelettrico della gola di Kariba trovò la caldaia intatta,sulla riva sinistra, circa sei metri sopra il livello di magra.La fece togliere e portare al campo, e di lì a Salisbury, perché fosse consegnata al museo. Disgraziatamente fu lasciatain qualche cortile della città, e poco dopo sparì, forse rubata perché di rame.
Chi conosce il vecchio e cadente museo di Salisbury, che in un solo edificio accoglie - in un comune stato di decrepitezza - quasi tutti gli stili architettonici conosciuti, potrebbe non a torto supporre che il direttore non battè ciglio alla notizia della sparizione del cimelio, per la semplice ragione che se avesse dovuto sistemarlo dove era stato destinato, avrebbe corso il rischio di vedersi rovinare sulla testa le sovraffollate sale del museo.
Nello stesso periodo della spedizione del maggiore Gibbons, Sir Charles Metcalf eseguì un altro sopraluogo allagola, dopo di che non si sentì quasi più parlare di Karibafino al 1914. Ma la polizia e i funzionari del Dipartimentoper gl'indigeni cominciavano a interessarsi di quella località. Per l'abbondanza della cacciagione, essa divenne métadi cacciatori di frodo in cerca di avorio e dei taciturni esolitari «bundu-bashers» - come li chiamano in Rhodesia - che venivano a cacciare, esplorare e occuparsi deiloro non sempre legittimi affari, facendosi vedere a lunghiintervalli di tempo nella città a ubriacarsi, acquistare provviste e munizioni, per poi sparire di nuovo nella boscaglia,fino all'ultimo viaggio dal quale non sarebbero più tornati.Probabilmente la maggior parte perivano di febbri tropicali, o in fatali contese con i concorrenti, o vittime di elefanti, bufali o rinoceronti; o, rovesciandosi la canoa, venivano ghermiti dal fiume o da un coccodrillo; o sorpresida qualche serpente velenoso. Breve o lunga che fossel'agonia, facevano sempre una morte solitaria. Qualche voltagli indigeni li seppellivano - di solito ai piedi di un baobab - e ne segnavano le tombe. Parecchie di queste patetiche sepolture senza nome sono state messe in luce daidiboscamenti nei tratti del nuovo lago destinati alla pescacommerciale, e decine di esse rimarranno sconosciute persempre, venti o trenta tese sotto le acque del lago.

Molti di quegli uomini conoscevano Kariba, ma nonne svelarono il segreto.


La prima vera minaccia alla golainviolata venne da un rapporto scritto nel 1912 da H. S.Keigwin, il commissario per gl'indigeni a Sinoia, un piccolo paese a 130 chilometri a nord di Salisbury. Kariba sitrovava nel suo distretto ed egli ne fece un attento studio.
«Questo paese offre interessanti prospettive agli espertidi irrigazione» egli scrisse. «Lo sbarramento dello Zambesi alla gola di Kariba, dove il fiume s'infila in uno strettocanale di circa trenta metri, chiuso fra le rocce, può esserela base di un progetto di irrigazione della vallata che infiammerebbe la loro immaginazione»


Nessuna immaginazione si accese di fiamma creativa, però il direttore dell'Ufficio colonizzazione della Compagnia britannica del Sud Africa, che allora governava la Rhodesia del Sud, iniziò una nuova pratica. Egli vedeva grandipossibilità di produzione di zucchero nel terreno alluvionale della vallata dello Zambesi. (Oggi a Chirundu, circa65 chilometri a valle di Kariba, le verdi piantagioni dicanna da zucchero rompono il grigio paesaggio della foresta di mopani). Fece una inchiesta, e stese un rapporto.Nel 1913 organizzò una spedizione a Kariba, composta dagli ingegneri Randall e Howell, entrambi esperti di irrigazione, e dal signor McGregor, proprietario di piantagionidi canna da zucchero nell'Africa Orientale Portoghese.
Nel giugno 1914, sir Charles Metcalf telegrafò da Londra che, insieme col colonnello on. Everard Baring, desiderava dare un'altra occhiata a Kariba in relazione al progettato prolungamento della ferrovia attraverso lo Zambesi,prolungamento che, al contrario della produzione dello zucchero, non è stato ancora realizzato. Probabilmente il colonnello fu distratto dagli eventi europei, ma sir Charlesvenne in Rhodesia, e trovò che Howell si era già dato dafare per l'organizzazione dei trasporti. Il commissario pergl'indigeni, Keigwin, fornì cento portatori. Vennero noleggiati cinque muli da sella, ed altri da traino: otto perun'«ambulanza», sei per un carro a due ruote, e altriotto per un carro a quattro ruote. Howell si permise didomandare in un appunto se sir Charles avrebbe cavalcatoun mulo oppure avrebbe richiesto una «machila», specie di lettiga preferita da quegli esploratori vittoriani chenon ritenevano incompatibile per l'uomo bianco esseretrasportato come una soma.
Sir Charles, che già si considerava un vecchio espertodi Kariba, disprezzò la «machila».

La spedizione arrivò a Kariba il 22 settembre, pressappoco con la stessa velocità dellearmate germaniche, che avanzavano attraverso le pianuredell'Europa settentrionale. Affari più urgenti sviarono l'attenzione degli organi ufficiali dal loro rapporto, ma nondal rendiconto delle provviste.
Il povero Howell fu tormentato dalla necessità di giustificare la perdita di trezanzariere, e alla fine, tristemente, avanzò la «supposizione» che i signori Randall, McGregor e sir Charles si fossero tenute le loro! D'altra parte non si può negare chela spedizione era ben fornita, se egli annota che "diciassette bottiglie di whisky avanzate erano state vendute vantaggiosamente, dieci a 6 scellini e 3 pence la bottiglia, esette a 6 scellini e 6 pence": un rapido aumento nel prezzo di una necessità rhodesiana, che denota come la guerra già cominciasse a infliggere le sue privazioni. L'ingrata amministrazione continuò a discutere sino al luglio del 1915 in merito a una spesa di Lire st. 6, 10 scellini e 3 pences per i portatori usati da sir Charles. Alla fine la somma venne addebitata con riluttanza all'Ufficio Colonizzazione, e fu forse la prima spesa a carico di fondi pubblici cui diede luogo il progetto di Kariba.


La spedizione del 1914 non diede alcun risultato, mal'impressione lasciata dal rapporto di Keigwin non si cancellò negli uffici dell'amministrazione rhodesiana. Le risorse non sfruttate del paese costituivano un patrimonio cheun giorno sarebbe stato sicuramente utilizzato. Si dovetteperò attendere fino al 1927 perché venisse fatto un altrotentativo di studiare le possibilità offerte dalla gola, questavolta come fonte di energia idroelettrica.
Sembra che l'idea fosse stata espressa per la prima voltadal Sindacato dei Metalli della Rhodesia, allora proprietario delle miniere di rame della Regina oltre Sinuia. Invitate a cooperare a un sopraluogo esplorativo organizzato dalsindacato, le autorità misero a disposizione l'opera di un giovane ingegnere del Dipartimento Irrigazione, arrivato nelpaese quattro anni prima. Si chiamava P. H. Haviland eproveniva da Johannesburg. Più tardi, egli lasciò il servizioattivo per divenire capo del dipartimento nel 1944.


Quando si ritirò nel 1952, Kariba non era più un sogno o unprogramma di là da venire, ma un progetto realizzabile. Con i suoi occhi vivi, le maniere brusche e un asciuttosorriso pieno di humour, egli è ancora attivo in Salisbury,dove oggi esercita la professione come consulente. Ricorda bene il suo viaggio a Kariba col rappresentante del sindacato W. R. Grigor Taylor.

In quel tempo vi erano solo quattro o cinque personeche conoscevano veramente il luogo, e il viaggio fu, soprattutto dal punto di vista professionale, un viaggio versol'ignoto. Fino alla miniera di Katkin, dove tre europeitenevano il più avanzato posto della civiltà, gli ingegneripoterono viaggiare con un camion, ma dopo, il loro mododi procedere non differì molto da quello usato da Livingstone.
Quaranta portatori reggevano sulla testa provviste edequipaggiamento. Il grave problema logistico dei lunghiviaggi attraverso le foreste africane era che un portatore,caricato di viveri sufficienti al suo consumo, poteva aggiungere ben poco o nulla al loro peso. Così era invalso l'usodi portare merci che potessero essere scambiate con farina,l'alimento base degli africani, in quantità superiore al rapporto di peso, e di affidarsi, per la carne, alla capacità venatoria del capo della spedizione.


I portatori di Haviland si portavano dietro stoffe economiche, asce e sale, molto ricercato nella vallata, mentrelui aveva una riserva di ninnoli e coltelli da regalareai capi e ai notabili che incontrava lungo il cammino. Alvisitatore di un villaggio africano veniva sempre offertoun dono, e ragioni di prestigio, oltre che di buona educazione, richiedevano che il gesto fosse contraccambiato.
Sarebbe difficile per l'autista che oggi corre lungo lenuove strade asfaltate della Rhodesia, immaginare comefossero complicati, appena una generazione addietro, i preparativi per un viaggio di centosessanta chilometri versole rive scoscese dello Zambesi. Oggi i due uomini potrebbero con un'ora di volo da Salisbury raggiungere la vallata,ed essere di ritorno in pochi giorni, dopo aver compiuto laloro missione.

Nel 1927, essi dovevano procedere faticosamente attraverso la fitta foresta di mopani lungo i tortuosi sentieri che correvano da un villaggio all'altro. Erano benfortunati se trovavano in qualche tribù un indigeno disposto a guidarli per un'intera giornata: i più si limitavano a due o tre ore di cammino sino ai confini del territorioda essi conosciuto.
Si mettevano in movimento alle prime luci, con gli abitiintrisi di rugiada, e al sorgere del sole erano già in unbagno di sudore. Non superavano mai i ventiquattro chilometri al giorno; a volte ne facevano appena una diecina.La marcia era ritardata non soltanto dall'asprezza del terreno, ma anche dalle lunghe operazioni per porre e levare l'accampamento, dallo scambio di cortesie con i notabili,cerimonia sempre lenta e complicata, e dalle deviazioni nella boscaglia in cerca di selvaggina.
Quando all'imbrunire i fuochi diventavano più luminosi e i tratti di cielo fra l'intrico dei rami della foresta diventavano morbidi cuscini per le splendide stelle africane,echeggiavano fra gli alberi le voci acute dei portatori cheraccontavano le avventure della giornata, ripetevano all'infinito le vecchie leggende, o emettevano strani suoni, spessosimili alle canzoni che accompagnano i giuochi dei bambini.
Appena i portatori tacevano, e nel campo l'unico rumore era quello dell'uomo che alimentava i fuochi gettandovi altra legna, o il mormorio sonnolento dei due ingegneri, la boscaglia si animava della vita rumorosa dei suoiinvisibili abitatori. Sul ronzio degli insetti notturni e deigrilli, risuonava da qualche palude vicina il gracidare raucodelle rane tropicali, mentre schianti e barriti lontani annunciavano ravvicinarsi di una mandria di elefanti o leesplorazioni di una famiglia di ippopotami che durante la notte lasciavano il fiume per pascolare. Lo scalpitio velocedi zebre o antilopi che fuggivano invase dal panico indicava la presenza di un leone o un leopardo in cerca dipreda. Poi, improvviso, tra i persistenti e furtivi rumoridella foresta, giungeva un urlo lacerante di terrore, seguitoda un terrificante ruggito di trionfo e di orgoglio: la nuova vittima era sacrificata.
Il grido più snervante era quello del babbuino quandocadeva tra le grinfie di un leopardo, perché molto simileal grido di dolore di un essere umano. Il grande felino,come il suo parente più piccolo, ha l'abitudine di trastullarsi con la propria vittima, cosicché possono passare anche dieci minuti prima che l'urlìo e il disperato piagnucolìo svaniscano nel silenzio, lasciando l'ascoltatore con unsenso di strana colpevolezza per essere stato lì senza scomporsi.


Haviland racconta due episodi, che fra non molto nonfaranno più parte della viva esperienza ma diverrannoun ricordo del passato.
Il primo riguarda il «telegrafodella foresta», espressione con la quale si usa designare ilsistema e la velocità, ancora inspiegati, con cui gl'indigenitrasmettono messaggi da un luogo all'altro attraverso ilpaese.

Arrivato in un villaggio lungo le sabbie dell'asciuttofiume Naodza, Haviland chiese al capo una guida sinoalla prossima tappa, e senza perdere tempo ripartì. Dopoun'ora di cammino, la comitiva giunse a una piccola radura, dove l'aspettava un gruppo di donne con zucchepiene di acqua fresca. Quando Haviland chiese come avevano saputo del suo arrivo, risposero di avere ricevuto l'annuncio circa un'ora prima, cioè quando egli si era accomiatato dal capo tribù. Era impossibile che qualcuno liavesse sorpassati, lungo il sentiero stretto e solitario, e inconcepibile che, con la boscaglia infestata di leoni e di altrianimali selvaggi, uno di quei paurosi uomini primitiviavesse potuto prendere una scorciatoia, supposto che cene fosse una, attraverso il terreno impervio. Eppure la notizia che visitatori di riguardo erano per la strada doveva essere stata inviata in qualche modo al piccolo villaggio, con l'ordine di preparare un rinfresco.


L'altro episodio accadde all'arrivo nell'isola che sta inmezzo alla confluenza dei fiumi Sanyati e Zambesi, vicinoalla diga. Qui fu loro mostrata la tomba di un uomo bianco che era stato sepolto pochi giorni prima. Il capo localeconsegnò loro tutti gli averi del morto, comprese moltepelli di animali ch'egli aveva uccisi. Tale è la naturaleonestà degli africani primitivi, o la loro paura dei morti.
L'uomo, sembra un certo Keats Brown, lasciò un diario che nelle ultime pagine sgualcite parlava del fataleattacco di febbre tropicale, e del suo ardente desiderio diavere il conforto di una tazza di tè mentre la morte siavvicinava. Egli aveva continuato a scrivere sino all'ultimoistante.
Era uno dei «bundu-bashers», che sino all'ultima guerra s'incontravano frequentemente, e ora sono quasi deltutto scomparsi. Correva voce che avesse avuto qualcheinfelice esperienza sentimentale, e che si era ritirato nell'isola del Sanyati dopo aver bruciato la barca, giurandodi rimanervi per sempre.
La sua volontà è stata rispettata.Dorme ancora là sotto sessanta metri di acqua, dato chel'isola è ora il fondo del lago.


Due anni dopo il viaggio, Haviland stese il suo rapporto che conteneva una grande quantità di dati scientificisul regime del fiume, la geografia e la geologia della gola,registrazioni della temperatura e letture barometriche.
Haviland non è uomo da sottrarsi a un franco giudizio, e anche se oggi potrebbe sorridere con un senso dirammarico, non è necessario che si scusi della conclusionedel suo rapporto:


«Tenendo conto dell'energia che può fornire lo Zambesi allecascate Victoria, la produzione di energia alla gola di Karibanon è da prendere in considerazione»

Punto e basta? No, si apre invece un nuovo paragrafo.
Trent'anni fa nessuno poteva prevedere l'enorme sviluppo delle miniere di rame della Rhodesia del Nord o il flusso di immigrazione che, in dieci anni, avrebbe più che raddoppiato la popolazione bianca della Rhodesia, trasformando la stagnante vita politica ed economica del paesein una forza turbolenta quanto lo stesso Zambesi, con un potenziale di bene o di male per l'Africa, che è tuttora impossibile pronosticare.
Haviland doveva non soltanto essere spettatore, ma anche dare un importante contributo ai primi passi del gigantesco progetto giunto oggi a compimento.

CAPITOLO SECONDO - I PRIMI PASSI


Nei dieci anni successivi allo scoraggiante rapportodi Haviland, la Commissione per l'elettricità nellaRhodesia del Sud cominciò a rivolgere l'attenzione allerisorse idriche del paese in vista delle future richieste dienergia elettrica. Non considerando una minuscola centrale sotto le cascate Victoria, le due Rhodesie dipendevano dalle centrali termiche azionate dal carbone estrattoa Wankie nell'angolo nord-occidentale della Rhodesia delSud. Il carbone era discretamente economico e di buonaqualità, ma già sorgeva il dubbio che le ferrovie non fossero in grado di trasportarne abbastanza fino ai lontani centri di attività economica in crescente sviluppo.


Grazie all'iniziativa di A. B. Cowen, allora presidentedella commissione, le vecchie pratiche vennero rispolverate, e nel 1941 furono stanziati fondi per ulteriori studidi possibili impianti idroelettrici. Dato che tutti i giovaniingegneri dipendenti dallo stato servivano nelle forze armate, il governo si rivolse a un vecchio sudafricano di origine irlandese, J. L. S. Jeffares, per un ennesimo sopraluogo a Kariba. Egli conosceva già la gola, essendoci statodieci anni prima, per i rilievi della Sinoia-Kafue, una ferrovia spesso progettata e mai realizzata.
Negli anni seguenti Jeffares fece i suoi rapporti regolarmente. Date le circostanze, non potevano essere del tutto esatti; bisogna però riconoscere che fornirono molte essenziali informazioni preliminari, senza le quali la costruzione della diga di Kariba avrebbe dovuto essere differita dimolti anni. Compito specifico di Jeffares era di esaminaree indicare i punti in cui poteva essere costruita la diga, edeseguire un dettagliato controllo del territorio - del qualeerano state fatte sommarie rilevazioni - per poter calcolare quali aree sarebbero state inondate in seguito all'erezione della diga. L'importanza del suo operato dev'esserevalutata in rapporto alle difficoltà incontrate.


L'unico accesso alla zona nei primi anni del '40 era untortuoso sentiero primitivo proveniente da Miami, chescendendo nella gola per novecento metri, era battuto piùda elefanti, rinoceronti e bufali che da esseri umani. Jeffares dovette aprirsi la strada per terreni impervi, spessoscoscesi a precipizio, dove la foschia del calore e della polvere oscurava ogni orizzonte e dove, nelle vallate, egliveniva imprigionato dalle macchie spinose. I fianchi dellealture erano coperti di pietre insidiose, nascoste dal foltodell'erba, l'acqua era scarsa, la temperatura nell'ombra afosa oscillava fra i 38 e i 49 gradi, e la notte non scendevamai sotto i 27, cosicché non vi era neppure il sollievo diun po' di fresco dopo il tramonto. Il caldo era reso piùesasperante dai continui attacchi dell'ape del mopani, piccolo insetto che si trova nelle foreste basse durante la stagione arsa, quando non piove, e si posa sul naso, gli occhie le labbra degli uomini, attratto dall'umidità del lorosudore. In questo paese infestato da serpenti, mosche tzé-tzé e zanzare, Jeffares svolse il suo lavoro monotono e pocoappariscente, facendo rilievi topografici e stendendo rapporti. Il suo contratto era a cottimo, cosicché la rimunerazione risultò alla fine inferiore a quella di un qualsiasiimpiegato seduto in un confortevole ufficio di Salisbury, e il Tesoro cavillò anche su quello. L'unico premio all'ingrato compito è l'ammirazione di quei pochi che conobbero la zona. Uno di coloro che lo videro al lavoro fu un giovane rhodesiano chiamato Newby Tatham che, durante la stagione secca, lavorava nella sua concessione di mica pressoKariba.

Un giorno egli stava cacciando un bufalo perfornire di carne i suoi operai, quando si trovò in unaradura. Il pericoloso bestione attraversò lo spiazzo erbosoper sprofondarsi nella boscaglia, ma Tatham perse l'occasione di sparargli perché gli apparve all'improvviso un vecchio signore imperturbabile, chino sul suo teodolite sottoad un ombrello colorato. Portava gli occhiali; il largo cappello spostato lasciava scoperto il cranio mezzo pelato ecoperto da vesciche. Erano con lui un indigeno, che agitava una foglia per tener lontane le mosche, e una donna.Questa era la sua unica collega, una certa signora Goode,quasi certamente la prima donna bianca apparsa a Kariba, che annotava su un libretto i commenti mormorati da Jeffares.
Quella visione nella contrada selvaggia, allora pienadi animali pericolosi, fu uno spettacolo che Tatham non dimenticò mai.

Meno di dieci anni dopo il silenzio della gola sarebbestato turbato dal crescente rumore delle macchine. Si erainiziato coi singhiozzanti motori dei fuoribordo, quandofragili imbarcazioni portavano gli ingegneri al loro compito di misurare la portata del fiume, per arrivare poi all'incessante fragore dei compressori, delle betoniere e dei frantoi quando, ad ogni ora del giorno e della notte, veniva preparato e gettato il calcestruzzo nella gigantescamuraglia.


Dal '45, il Dipartimento dell'Irrigazione della Rhodesiadel Sud, i cui rapporti con la gola risalivano alla visitadi Randall nel 1914, mantenne sempre la convinzione cheun giorno il fiume sarebbe stato imbrigliato a Kariba.J. H. R. Savory, ora direttore del dipartimento, passò qualche tempo con Jeffares nelle sue ultime escursioni; fu organizzata una stazione di misurazione a Chirundu, e nel1946 venne posto il primo campo a un'estremità della gola,circa venticinque chilometri a valle della posizione della diga. Fu scelto questo punto perché allora non vi eranodisponibili imbarcazioni che fossero in grado di superarei gorghi e le correnti della gola, dove il fiume raggiungela velocità di quindici nodi l'ora. L'accesso con strade eraappena possibile nella stagione secca. All'inizio il lavorodovette essere abbandonato durante le piogge, quandotutti, caricate provviste e attrezzature, si ritiravano dalla gola.
Le squadre per le misurazioni operarono in vari puntilungo lo Zambesi fra la gola e le cascate Victoria dato che,al momento di fare i calcoli per il progetto della diga,gli ingegneri avrebbero avuto bisogno del maggior numero possibile di dati sul comportamento del fiume. L'importanza di questo lavoro divenne in particolar modoevidente quando scoppiò la controversia, che per poco nonsmembrò la federazione appena formata, fra i sostenitoridei due progetti idroelettrici rivali, di Kafue e di Kariba.Quando venne il momento della decisione, si sapeva moltosullo Zambesi e ben poco sul Kafue, e questa circostanzadeve aver fortemente influenzato gli esperti francesi chefurono chiamati dal governo per dirimere la controversia.


Un fatto tipico dello sviluppo delle Rhodesie, neglianni che seguirono la guerra, è che un progetto nel qualesarebbero stati profusi miliardi per l'acquisto delle piùmoderne attrezzature, sia cominciato con strumenti improvvisati fatti di vecchie casse di bombe della RAF, bottiglie di birra e corde da pianoforte. È proprio con questimateriali che H. W. H. Wallis, l'ingegnere del Dipartimento Irrigazione, incaricato del lavoro, costruì i suoi primi idrometri.
In quei giorni di carestia fu così fortunatoda trovare una corda da pianoforte a Salisbury, città chenon è mai stata particolarmente musicofila: l'unico campione disponibile nella capitale della Rhodesia del Sud si trovava in una fabbrichetta di sapone diretta dai fratelliPichanick nella strada appropriatamente chiamata «deiPionieri», dove veniva usato per tagliare il sapone in tavolette.
Insieme col controllo delle acque, vennero iniziate invari punti della gola perforazioni di prova del letto delfiume, per saggiare le fondazioni della futura diga. Il lavoro, che sarebbe stato privo d'importanza nei placidi fiumid'Europa, poteva essere assai pericoloso nell'impetuosa corrente dello Zambesi. Molte volte, infatti, le imbarcazionisi capovolsero o naufragarono sui banchi di sabbia o sullerocce del fiume non ancora rilevato. Dopo parecchi salvataggi miracolosi, le schermaglie iniziali della battaglia contro il fiume ebbero la prima fatale disgrazia.


Nel 1948, l'imbarcazione sulla quale Wallis stava lavorando venne rovesciata dal!'improvviso vortice di una piena. Un indigeno che si trovava a bordo si mise a nuotareverso la riva lontana non più di una cinquantina di metri,ma dieci secondi dopo fu afferrato da un coccodrillo.Wallis e i suoi colleghi raggiunsero salvi la riva dopo esserrimasti quattro ore nell'acqua. Nyaminyami aveva ricevuto il primo tributo di vite umane che avrebbe pretesoda coloro che lo avevano sfidato.
Ma la prima volta che le forze con le quali l'uomostava lottando rivelarono tutta la loro terribile potenza,fu la notte di sabato 18 febbraio 1950. Uno di quei cicloni,provenienti dall'Oceano Indiano, che talvolta si aprono unsolco di distruzione attraverso l'Africa centrale, investì lagola di Kariba. Nelle tenebre un vento d'una violenzaindescrivibile scagliò a terra trentotto centimetri di pioggia. Il fiume a Chirundu crebbe di 7 metri e mezzo, mentre il Sanyati e lo Zambesi erano invasi dai torrenti precipitanti dalle alture.
Non si saprà mai quante vite umane andarono perdute. Al villaggio di Nyamonga, sulle rive del Sanyativicino a Kariba, quindici persone annegarono e le lorocapanne vennero sommerse. La densa vegetazione rivierasca fu asportata come erba sotto la falce: molti giornidopo, si vedevano corpi di daini in putrefazione ancoraappesi con le corna agli alti rami degli alberi dove l'inondazione li aveva deposti, e non erano che la rimanenzadelle vittime scaricate nello Zambesi in un tratto di oltrecentocinquanta chilometri del suo corso.

In una sola notte avvennero venti grandi frane nellazona di Kariba, e una di esse coprì il campo che era statoposto all'uscita della gola.
In una capanna di fango sottoil fragile tetto di paglia c'erano quattro giovani addormentati: un ingegnere e un meccanico del Dipartimento Irrigazione, l'aiuto segretario della Commissione per l'energia idroelettrica, e un loro amico dell'Ufficio del revisoredei conti che aveva cercato evasione dall'angusto mondodei libri mastri e delle fatture per godersi una breve vacanza nella boscaglia.
La comitiva aveva attraversato il fiume la sera prima per chiedere al signor P. L. Ross, incaricato delle operazioni di perforazione in uno dei puntiscelti per la diga, se poteva portare il giorno dopo a Chirundu uno di loro che aveva la febbre. Alle otto essi tornarono alla riva sud. La mattina dopo, Ross fu chiamatoal fiume, e alcuni indigeni dalla riva opposta gli gridarono che i quattro europei erano rimasti uccisi. Poichéuna delle sue imbarcazioni era stata spazzata via e l'altrasi era riempita di acqua, passò parecchio tempo prima che egli potesse raggiungere l'altra sponda.


La coraggiosa e febbrile attività che seguì può essereconsiderata inutile, dato che i quattro giovani erano mortinel sonno. Ma il ricordarla può aiutare chi non conoscel'Africa a farsi un'idea delle condizioni in cui nacqueKariba.

Due indigeni impiegati come domestici nel campodistrutto saltarono in una canoa nel disperato tentativodi portare la notizia del disastro a Chirundu. Essendo originari dell'alto-veldt (Veldt, territorio del Sud-Africa privo, o quasi, di boschi), avevano un terrore innato dell'acqua e non possedevano la perizia necessaria per manovrarela massiccia imbarcazione, poco maneggevole, come un canotto esquimese.



Riuscirono tuttavia a scampare alle correnti e ai detriti del fiume, e raggiunsero il malsicuro porto della stazione di polizia a Chirundu. Poiché la linea telefonicaera stata distrutta, la notizia dovette essere portata dacorrieri per una parte del percorso, e raggiunse Salisburyla domenica sera. Venne organizzata in tutta fretta unaspedizione di salvataggio. A circa trenta chilometri daChirundu i soccorritori dovettero abbandonare i mezzi ditrasporto poiché l'accesso al ponte sulla strada principaleera stato distrutto dalla piena.
Attraversarono i fiumi cheli separavano da Chirundu servendosi di funi e giunsero alposto di polizia la sera del lunedì. Solo nel pomeriggio dimartedì, tre giorni dopo la frana, furono in grado di raggiungere il campo.
Ross e i suoi operai avevano ricuperatouna salma sul bordo del fiume, ma non prima di mercoledìa mezzogiorno vennero tratte alla luce altre due salme inpigiama, dopo una disperata lotta con pale e picconi contro i detriti di roccia sotto i quali era stato sepolto il bel campo in riva al fiume. L'ultima non fu mai ritrovata.
Era stata trascinata nelle sconosciute profondità del regnodi Nyaminyami.


Il lavoro lungo il fiume proseguì e venne intensificatoentro la gola. Furono esaminate quattro possibili posizioniper la diga, ma tutte risultarono difettose o perché l'acqua era troppo profonda o perché i depositi alluvionalisabbiosi le rendevano inadatte per le fondazioni della diga.Allora la ricerca venne spostata a un nuovo punto quasiall'ingresso della gola, esattamente sotto la confluenza delSanyati e dello Zambesi. Benché poche persone allora sene rendessero conto, la lunga ricerca era terminata. Quasiall'ombra della roccia che aveva dato il nome a Kariba,ai piedi dell'altare del dio fiume, sarebbe stata lanciatala sfida alla sua potenza.
Già sembrava che egli fosse in ritirata. Gli uomini chelavoravano alle sonde erano duri avventurieri, la maggior parte provenienti dal Sud-Africa e un piccolo numero dal Regno Unito e dalla Rhodesia. Agli operai specializzati, si unì a poco alla volta una folla di forti bevitori, di individui rudi e temerari, relitti trascinati verso questo genere di lavori ovunque se ne trovi lungo le frontiere del mondo civile. Nessuno si chiese da dove venissero,e nessuno sa o si cura di sapere dove siano poi andati.Comparvero quando ce ne fu bisogno; lottarono fra lorocoi pugni e coi coltelli; portarono con sé i fucili nellaboscaglia e uccisero centinaia di capi di selvaggina per ilsemplice gusto di fare strage; minacciarono l'autorità, rubarono quel poco che c'era da rubare, ma fecero il lorolavoro. Quello che guadagnarono se lo bevvero, se lo giocarono e lo buttarono in grembo alle donne indigene che,per amore o per forza, concedevano loro fuggevoli piaceri.
Di essi sono rimaste poche tracce a Kariba, che soloper un breve periodo e in zone isolale assunse l'aspettod'un campo di miniere dell'Ottocento. Altre influenze chein quella terra selvaggia avrebbero dato vita a una cittadina erano già operanti. Nel maggio del 1952 il signorMartens aveva portato la moglie, la madre e tre figlie allocale campo del Dipartimento Irrigazione. Egli era un provetto cacciatore e manteneva il gruppo originario di unadiecina di europei e cinquanta indigeni con la carne deglianimali abbattuti e con le verdure che faceva crescere inproporzioni gigantesche nel fertile suolo. Si diceva che unodei suoi pomodori poteva produrre mezzo litro di succo.Egli fu il solo uomo impegnato nel progetto di Kariba chesi crede abbia contratto la malattia del sonno.
Benché gli elefanti si aggirassero ogni notte, a brevedistanza dal campo, e animali d'ogni specie affluissero abere nel fiume sottostante, le capanne che Martens avevacostruito si trasformarono a poco a poco in case. Vennerocreati giardini, fu installato un primitivo ma efficiente impianto di acqua calda e fredda, e alla luce abbagliantedelle lampade a petrolio le conversazioni durante i lorococktails riecheggiavano quelle che vengono scambiate inmigliaia di verande in Rhodesia, quando il giorno precipita nella notte.


Importanti visitatori cominciarono a giungere in quello che stava diventando, più che un avamposto, il nucleodi una colonia. Tra essi, sir John Kennedy, il governatoredella Rhodesia del Sud. In suo onore venne costruita unadipendenza, quella piccolissima stanza che ha una così importante funzione nel mondo anglo-sassone, chiamata in Rhodesia "il p. k.", o piccanin kia.
E vi venne orgogliosamente installata la più bella realizzazione dell'arte idraulica. Il primo water closet ad acqua corrente era arrivato a Kariba.

CAPITOLO TERZO - LA GRANDE DISPUTA


Mentre gli uomini combattevano nella gola per rendere possibile la realizzazione di Kariba, poco mancò che non andasse a monte l'intero progetto a causa dellalotta tra le fazioni rivali di Salisbury e di Lusaka.


A meno di cento chilometri da Kariba, circa a metàstrada fra questa località e Lusaka, la capitale della Rhodesia del Nord, c'è una gola sul fiume Kafue, anch'essacon evidenti possibilità di sviluppo idroelettrico. Lo straordinario sviluppo delle miniere di rame della Rhodesia delNord aveva aumentato la richiesta di energia in tale misurache la ferrovia a binario unico delle miniere di carbone diWankie si trovò nell'impossibilità di fornire la quantitàdi carbone necessaria. Il governo della Rhodesia del Nordincoraggiava il progetto di Kafue per la vicinanza conLusaka, e anche le grandi compagnie del rame, che sonotutte controllate dal trust rhodesiano e dalla Corporazione anglo-americana, lo sostenevano.
La Federazione della Rhodesia e del Niassa fu creatanel 1953. Prima d'allora la Rhodesia del Sud era unacolonia con governo autonomo, mentre la Rhodesia delNord e il Niassa erano due protettorati sottoposti al Ministero delle Colonie britannico. In realtà erano retti dailoro governatori, benché alcuni membri dell'Assemble.ìlegislativa della Rhodesia del Nord fossero eletti prevalentemente dagli abitanti europei. Ciò nondimeno i treelettori avevano già collaborato nella formazione del Consiglio centrale africano, organo con funzioni consultive,al quale però i tre governi interessati potevano delegaretaluni poteri. Nel 1946 questo Consiglio centrale africanofu autorizzato a creare una Commissione per l'energiaidroelettrica col compito di esaminare possibili progettinelle due Rhodesie.


La commissione risultò infine composta di tre membri della Rhodesia del Sud: A. B. Cowen,C. L. Robertson e P. H. Haviland, l'autore del rapportodel 1927, e due della Rhodesia del Nord: W. D. Wheelere F. G. Radcliffe.


Uno dei primi problemi della commissione fu di decidere fra le due richieste in conflitto, il progetto di Kariba sostenuto dalla Rhodesia del Sud, e quello di Kafuesostenuto dalla Rhodesia del Nord. In quell'epoca non siavevano ancora dati esatti sui costì, ma era certo che i territori non potevano finanziare ambedue i progetti e che laproduzione di energia elettrica dell'uno e dell'altro insieme sarebbe stata molto superiore ai bisogni prevedibili inquel millennio. Pertanto nel 1948 la commissione nominòun consiglio di esperti, che fu chiamato la «giuria», costituito di due ingegneri civili, sir W. Halcrow e H. J. F.Gourley, e due ingegneri elettrotecnici, C. H. Pickworth eG. E. Kennedy, tutti appartenenti a grandi società delRegno Unito. La «giuria» ebbe tra l'altro l'incarico diesaminare i meriti relativi dei progetti di Kariba e di Kafue.


Nel suo rapporto, che venne consegnato nel mese diluglio 1951, la giuria raccomandò senza esitazioni Kariba.Tale decisione era sostenuta principalmente da due argomenti: che le informazioni su Kafue erano troppo scarse,e che la sua produzione potenziale era poco superiore agliimmediati nuovi bisogni delle due Rhodesie, così che se fosse stata costruita la diga di Kafue, sarebbe stata necessariaanche quella di Kariba. La produzione di Kariba avrebbeinvece coperto i bisogni di energia previsti per molti anni.Appena il rapporto fu pubblicato, si levarono clamorinella Rhodesia del Nord. A Lusaka tu tenuta una pubblica riunione di protesta, la prima di una lunga serieche avrebbe assordato le orecchie degli uomini politici neiquattro anni seguenti. I commercianti di Lusaka avevanointeresse alla diga di Kafue, la cui spesa, allora calcolatatrenta milioni di sterline, avrebbe recato prosperità allaloro città; le compagnie del rame si erano pure dichiarate favorevoli a Kafue; le autorità del Nord, con un bilancio attivo dovuto in gran parte al rame, sostenevanonaturalmente le miniere, e non è improbabile, anche seallora non ne parlavano esplicitamente, una certa loro riluttanza a devolvere le proprie rendite in un progetto cheera stato ideato nella Rhodesia del Sud e che si sarebbedovuto realizzare al confine e non interamente sul loroterritorio.
Il governo della Rhodesia del Nord invitò la giuria apreparare un nuovo rapporto, che venne subito steso.Questo secondo rapporto ammetteva che all'inizio Kafueavrebbe potuto produrre energia elettrica più a buon mercato di Kariba, benché in quantità minore, ma aggiungevascrupolosamente che a lungo andare Kariba sarebbe statamolto più conveniente. Fu tenuta un'altra riunione pubblica a Lusaka, nella quale ebbe una parte di primo pianoil signor John Gaunt, membro dell'Assemblea della Rhodesia del Nord. Egli non ebbe difficoltà a suscitare unacerta eccitazione politica, ma intanto, sotto l'astuta guidadi sir Godfrey Huggins (ora lord Malvern), la Rhodesiadel Sud si manteneva quieta e il lavoro nella gola proseguiva senza dare nell'occhio.
Essendo imminente la creazione della Federazione, ilSegretario per l'economia della Rhodesia del Nord feceuno sforzo per saltare l'ostacolo. Il 7 settembre 1953 annunciò che la Rhodesia del Nord avrebbe proceduto perproprio conto nell'elaborazione del progetto di Kafue elo avrebbe passato al governo federale non appena questofosse entrato in funzione e fosse stato in grado di assumerlo. Egli riferì che sir Godfrey Huggins era d'accordoper conto della Rhodesia del Sud e promise che più tardila Rhodesia del Nord avrebbe sostenuto anche Kariba.Nello stesso tempo creò la Kafue River Hydro-ElectricAuthority, nella quale erano fortemente rappresentati gliinteressi dei produttori di rame. Kariba sembrava condannata, almeno per il momento.


È doveroso un breve cenno su lord Malvern, che, investe di Primo ministro della Federazione, contribuì inmodo decisivo all'attuazione del progetto di Kariba. Ilmolto onorevole visconte Malvern ebbe il titolo nobiliarequando battè il primato di sir Robert Walpole che erastato il Primo ministro rimasto ininterrottamente in caricapiù di ogni altro in tutto il Commonwealth.

Nato a Bexley nel Kent nel 1883, venne in Rhodesianel 1911 come medico locus tenens per sei mesi, ma decise direstarvi. Dopo il servizio di guerra, nel 1921 divenne consulente chirurgo e due anni dopo entrò in parlamento.Nel 1932 fondò un proprio partito e fu nominato Primo ministro nel 1933. Benché si sia ritirato dalla politica attiva - non si presentò alle elezioni generali dellaFederazione del 1958 -, la sua autorità non è mai diminuita.
È tenuto nella massima considerazione dai molti rhodesiani di vecchio stampo, che egli ha guidato per un sentiero politico progressivo, lungo il quale essi non avrebbero seguito nessuno all'intuori di lui. Tutto ciò che andava bene per «Huggie» andava bene per loro, anche seera contrario ai pareri che essi esprimevano energicamentementre bevevano la birra fresca.

Egli impiegò tutta la sua furbizia e risolutezza politica al servizio delle sue larghe vedute. In questo, comenel timbro acuto della voce, assomigliava a Cecil JohnRhodes, del quale consolidò l'operato nell'Africa Centrale.Kariba, per giungere a buon porto, aveva bisogno ditutta la prudente sicurezza di Malvern, di tutta la sua coraggiosa preveggenza, di tutto il suo prestigio. Senza di luinon sarebbe oggi un fatto compiuto.

Nella prima seduta del nuovo parlamento federale, nelmarzo 1954, sir Malcolm Barrow, allora ministro dell'Industria e del Commercio, presentò il progetto di legge sull'energia idroelettrica. Durante il dibattito, sir Malcolmannunciò che il progetto di Kafue sarebbe stato messo inopera per primo. Ciò significava che il governo federaleratificava e si assumeva la responsabilità di realizzare l'accordo che dava la precedenza a Kafue.
Così era stato deciso, e così - molti pensavano - sarebbe stato. Kariba sarebbe tornata agli ippopotami, aglielefanti ed ai coccodrilli, benché questi ultimi fossero statidecimati dai cacciatori bianchi che ne avevano fatto strageper le loro pelli. Nyaminyami non sarebbe stato spodestato.

Gli ascoltatori non diedero molta importanza alle parole di lord Malvern quando precisò, durante il dibattito,che la promessa della Rhodesia del Nord di finanziare Kafue non poteva più essere mantenuta. Per un progetto ditale portata le autorità internazionali avrebbero naturalmente prestato il denaro solo al governo federale. Questoera ovvio. Nell'eccitazione del momento nessuno ricordòche anche quando lord Malvern commetteva apparentemente una gaffe, poneva una pietra di fondamenta.


Le «autorità internazionali», nelle persone dei rappresentanti della Banca Mondiale, si trovavano per caso nonmolto lontane, nell'Africa orientale, e nel maggio 1954,interruppero il viaggio di riTorno in America per fare unavisita a Salisbury. Per lungo tempo si negò energicamenteche la loro visita avesse un qualsiasi legame col finanziamento di un progetto della Commissione federale perl'energia elettrica. Un anno dopo il dottor Andrew Kamarck, uno dei consiglieri economici della Banca Mondiale, dovette ammettere che la missione del 1954 avevadiscusso sui rispettivi pregi di Kafue e Kariba.
Nel maggio, il signor Garfield Todd, allora Primo ministro delia Rhodesia del Sud, annunciò che potenti interessi premevano in favore di Kafue a danno di Kariba eche dalle ultime informazioni, non ancora rese note, il progetto della seconda risultava più efficiente e più economico.Le parole del signor Todd furono confermate dai fattiuna settimana dopo, quando il signor Hany Oppenheimer dell'Anglo-American promise che la propria organizzazione avrebbe aiutato il finanziamento di Kafue. I sostenitori del progetto del Nord trassero un sospiro di sollievo.Il signor Todd aveva le informazioni, ma sir Harry aveva isoldi.


Il 28 giugno, lord Malvern annunciò al parlamento federale che la Banca Mondiale era disposta a prendere inconsiderazione un prestito per lo sviluppo idroelettrico nelle Rhodesie e si riprometteva d'inviare una delegazioneufficiale; nel frattempo era stato accertato che Kafue sarebbe costata molto più di quanto era stato calcolato in unprimo tempo, mentre Kariba, non solo sarebbe costatameno, ma poteva essere condotta a termine assai primadi quanto era stato preventivato.
Egli spiegò che era necessario il parere di esperti. Era importante però che questi fossero scelti tra i più competenti su scala internazionalee che fossero assolutamente indipendenti nel loro giudizio. I francesi erano rinomati per i loro lavori nel campoidroelettrico, e pertanto egli aveva invitato l'Électricitéde France, l'ente nazionale francese di elettricità, a nominare un gruppo di studio.

Il presidente della banca, aggiunse lord Malvern, avevadetto, nell'approvare l'idea, che ciò «poteva ben facilitarei lavori della commissione della Banca Mondiale».
Inaltre parole la banca, il cui finanziamento era condizioneessenziale per la realizzazione del progetto, non era entusiasta di Kafue.Quando gli esperti francesi, Duffaut, Tisne e Misson,vennero in Rhodesia e fecero i loro studi, fu colta l'occasione per sostituire la vecchia Commissione per l'energiaidroelettrica con un nuovo organismo. Nel Consiglio federale per l'energia idroelettrica, come venne chiamato,Cowen e Haviland continuarono a rappresentare la Rhodesia del Sud e due nuovi uomini, J. H. Lascelles e L. G.Hunt, che non sarebbero sopravvissuti alla tempesta che sistava preparando, vennero nominati dalla Rhodesia delNord. Questo organismo avrebbe avuto la responsabilitàdell'esecuzione di qualsiasi progetto fosse stato approvatodal governo.


Ricordando che il precedente gruppo di esperti avevadeciso all'unanimità in favore di Kariba, poteva essere considerato nient'altro che una congettura intelligente il cenno fatto da un giornalista di Salisbury nel suo articolo politico verso la fine di agosto, che la missione francese aveva deciso di non raccomandare Kafue.
I francesi stesero due rapporti, uno su Kafue e uno su Kariba; e certamente lord Malvern ne conosceva il contenuto quando, nel corso di un'intervista ufficiosa con il rhodesiano Sunday Mail, pubblicata il 14 novembre 1954, egli fece allusione a «importanti cambiamenti».
Il 5 gennaio 1955 fu chiaro anche all'osservatore meno attento cheKariba aveva di nuovo buone probabilità, perché quellostesso giorno lord Malvern annunciò che non si sarebberopotute prendere decisioni prima dell'arrivo della missionedella Banca Mondiale, aggiungendo che egli aveva chiamato un altro francese, il signor Andre' Coyne, per una relazione sui rapporti.


Andre' Coyne, con i bianchi capelli a spazzola e il visoabbronzato, è un anziano signore dagli occhi giovanili.Noto come uno dei più grandi ingegneri civili francesi, èstato invitato più volte a dare il suo esperto consiglio suprogetti di costruzioni in Canada, Australia, Stati Uniti,Portogallo, India, Nord e Sud-Africa. Egli è peraltro unarara combinazione di ingegnere di valore e di diplomatico il cui pensiero è così incisivo quanto i suoi modi sonogentili.

Senza dubbio era al corrente dei contrasti latenti e attenuò quanto più possibile il colpo nel rapporto steso aParigi il 9 gennaio, che completò senza aver visitato laRhodesia. Entrambi i progetti erano buoni, egli disse, entrambi necessari, ed era veramente compito di un economista decidere tra l'uno e l'altro.
Però - e questo era ilpunto decisivo - le informazioni su Kafue erano piuttostovaghe, e gli sembrava che la sua funzione dovesse esserequella di fonte ausiliaria di energia al progetto principaledi Kariba.


Lord Malvern stava tendendo una fitta rete attorno aiprotagonisti di Kafue, e la serrò ancora un poco quandochiamò un nuovo gruppo di esperti, questa volta contabili britannici, i fratelli Cooper, per esaminare le valutazioni finanziarie dei due progetti. Quindi, il 1° marzo 1955fece una lunga dichiarazione al parlamento federale. Il Gabinetto aveva deciso di lasciar cadere Kafue e di dar corsoa Kariba.


Per due giorni Lusaka era stata inquieta per le vociche correvano, dato che qualche indiscrezione delle novitàera trapelata nella capitale del Nord, pare attraverso unateletonata di un ministro. Fatto veramente strano, la Rhodesia del Nord non si aspettava ciò che stava per capitare.Seguì un'esplosione di aspro risentimento che per qualchetempo minacciò seriamente resistenza della giovane Federazione, e produsse una frattura tra il governo territorialedel Nord e quello federale che forse non è ancora del tuttosanata.


Si parlò di secessione. A una riunione pubblica tenutaal cinema Carlton di Lusaka, novecento persone affollavano la sala mentre quattrocento ascoltavano fuori la trasmissione dei discorsi: fatto senza precedenti in una cittàdove una riunione si considera ben riuscita se vi partecipano un ventina di persone. Una proposta per una petizione alla regina perché revocasse la Federazione fu respinta di stretta misura. Allusioni alla «frode» e alla«sporca politica» eccitavano la folla. Le frasi fatte si susseguivano accavallandosi confusamente quasi come la follastessa, finché una di esse prese nuovo vigore per la circostanza, quando tutti si misero a gridare: «Siamo stativenduti!».


In mezzo alle bolle e alla schiuma, c'erano correnti pericolose. Il Nord era invidioso e sospettoso del Sud, piùprogredito politicamente, e pensava che esso avesse favorito la Federazione soltanto per impadronirsi di una partedelle ricche rendite del rame. L'Amministrazione colonialedi Lusaka, prima abituata ad avere rapporti solo con Londra, era seccata di doversi rivolgere a Salisbury.
HarryNkumbula, leader del Congresso nazionale africano, colsesubito l'occasione per infiammare gli animi dei suoi seguaci africani, proclamando soddisfatto: «Ora anche glieuropei si rendono conto di non potersi fidare della Federazione» I cittadini più in vista di Lusaka parlaronodi formare un partito separatista. Fu infine mandata unapetizione alla regina e formato un comitato permanentedi protesta sotto la presidenza del sindaco. L'Assemblealegislativa della Rhodesia del Nord approvò all'unanimitàun ordine del giorno che esprimeva «disappunto e inquietudine per la decisione», e il segretario capo di Lusaka,comprensibilmente irritato di aver appreso il primo annuncio degli avvenimenti dal giornale del mattino, fececapire che egli riteneva il governo federale vincolato dall'accordo in cui la Rhodesia del Nord aveva posto tantafiducia. Uno dei due rappresentanti della Rhodesia delNord presso il Consiglio federale per l'energia elettrica,attaccò aspramente il progetto di Kariba, e l'altro, J. H.Lascelles, rassegnò le dimissioni, dichiarando che il governoaveva ignorato il Consiglio e basato la sua decisione «suinformazioni inadeguate e cattivi suggerimenti».


Ci volle molto tempo perché si spegnessero i clamori,persino dopo che André Coyne ebbe dichiarato in una conferenza stampa che Kariba avrebbe prodotto l'energiapiù a buon mercato del mondo. Poco dopo questa conferenza egli visitò per la prima volta la gola che in seguitoavrebbe visto molto spesso. Mentre tornava al campo dallealture dalle quali aveva osservato il fiume in basso, mormorò, quasi stupito dei compiti futuri: «Eppure Karibanon è un sogno»

CAPITOLO QUARTO - PRIME SCARAMUCCE


Si calcola che quando l'intero progetto idroelettrico diKariba sarà terminato, probabilmente nel 1971, il suocosto ammonterà a 113 milioni di sterline, e il suo potenziale sarà superiore a 1500 megawatt. Il primo stadio - incorso di esecuzione - avrà una capacità produttiva di600 megawatt e verrà a costare poco meno di 80 milionidi sterline. La grandiosità dell'opera, a paragone dello sviluppo del paese, risalta forse meglio tenendo presente cheil bilancio federale del tempo si aggirava sui 40 milioni disterline e che la capacità totale di energia installata era dipoco superiore a 800 megawatt. Queste cifre dovrebberoanche indicare quanto sia vasto il potenziale dell'Africacentrale. Le sue riserve incalcolabili di ricchezze minerarie sono state appena intaccate e decine di milioni di acridi suolo fertile sono disponibili per la produzione di alimenti e fibre. Ci vorranno molte chiavi per schiudere questa camera dei tesoro alle popolazioni denutrite e malvestite del mondo, ma se ce n'è una senza la quale non si puòaprire la serratura, essa è l'energia elettrica.


Fu senza dubbio la consapevolezza di queste possibilitàa orientare lord Malvern per la via che egli seguì nel 1955.E quali che fossero i rispettivi pregi dei progetti di Kafuee di Kariba, quest'ultimo aveva un evidente vantaggio politico sull'altro. Lo Zambesi segna il confine tra le due Rhodesie, e il progetto di Kariba, egli può aver pensato,avrebbe contribuito a legare più strettamente i territori inquella che è ancora una federazione molto malsicura. Probabilmente l'instabilità politica che esisteva e che tuttoraperdura nella Rhodesia del Nord, indusse i finanziatoriinternazionali a preferire un progetto che potesse, in casodi emergenza, essere trasferito interamente nell'orbita dellapiù stabile colonia della Rhodesia del Sud. È da notareche la prima centrale di Kariba verrà installata sulla rivadella Rhodesia del Sud, benché la maggior parte della suaproduzione iniziale sia destinata alle miniere di rame delNord.


Se la controversia fra i progetti di Kariba e Kafue fossecontinuata, sarebbe stata messa in pericolo la stessa esistenza della Federazione, che rappresentava un successo personale di lord Malvern. La sua audace decisione di darcorso speditamente al progetto di Kariba pose gli oppositori di fronte al fatto compiuto del paese ormai impegnatoa tal punto che non era più possibile fare marcia indietro.Il rischio calcolato che egli affrontò stabilì un precedenteche è stato seguito da tutti quelli che ebbero a che tare conKariba. La sua prima azione sembrerebbe, a un esame retrospettivo, molto azzardata. Infatti se fosse finita in unfallimento invece che in un brillante successo, egli sarebbepassato alla storia come un giocatore temerario e irresponsabile.

Lord Malvern autorizzò la spesa di milioni di sterlineper i lavori preliminari, pur sapendo che la Federazionenon avrebbe potuto finanziare il progetto e prima che unasola lira degli ingenti prestiti necessari fosse stata formalmente promessa. Forse gli erano state fatte assicurazioniprivate e non ufficiali, ma non prima del luglio 1955 laBanca Mondiale annunciò di essere in linea di massimadisposta a finanziare e non prima del gennaio 1956 il suopresidente, Eugene Black, impegnò formalmente la Bancama per una somma ancora non precisata. Il prestito dellaBanca Mondiale era l'asse senza il quale la ruota dellafinanza internazionale non avrebbe mai girato. In circostanze normali la più elementare prudenza avrebbe richiesto di differire Kariba fino a quando i fondi della Bancafossero stati assicurati.


Sembra che le audaci vedute di lord Malvern abbianoispirato gli altri. L'ultima delle numerose relazioni, operacomune di Tisne e Coyne, scritta in seguito agli accertamenti da essi compiuti sul luogo nell'aprile del 1955, nonsolo confermava il progetto di Kariba, ma diceva che sidoveva dare immediato inizio ai lavori. Se alcune opereessenziali venivano eseguite prima delle piogge, che a Kariba cominciano normalmente a dicembre, si poteva guadagnare un intero anno.
Bisognava preparare le strade di accesso, costruire una galleria di deviazione, la tura e gli alloggi per gli operai che sarebbero arrivati sul posto quandofosse stato aggiudicato l'appalto principale. Purché tuttoandasse liscio in modo che il principale appaltatore iniziasse i lavori appena accettata l'offerta, sarebbe stato possibile intrappolare il fiume durante il 1957.
«Il resto»,dichiarava il rapporto in un momento di mancata preveggenza dei suoi autori, «non sia che semplice routine»


Dimissioni e malcontento resero il Consiglio per l'energia idroelettrica uno strumento inadatto a un'impresa cherichiedeva una direzione unitaria. Il Consiglio fu ricostituito sotto la presidenza di Duncan Law Anderson. In questo ingegnere civile, divenuto amministratore, uomo di poche parole che dietro una calma imperturbabile nascondeva un sorprendente vigore, lord Malvern aveva l'elementoin cui poteva riporre la massima fiducia per la riuscita delprogetto.
Anderson aveva esercitato la professione d'ingegnere civile dal 1922 al 1939; fu poi richiamato alle armi col grado di maggiore e più tardi prestò servizio come brigadiere nello stato maggiore del generale Eisenhower e delgenerale Alexander. Dopo la guerra ebbe una serie di incarichi amministrativi di primo piano, da presidente dellaCommissione unita anglo-americana-jugoslava a ispettore della regione dei Caraibi per conto dell'Ente per lo sviluppo delle colonie. Il servizio svolto nell'Africa centrale perconto di quest'ultimo e nel Tanganica per l'Ente approvvigionamenti oltremare gli avevano fruttato un'ottima esperienza delle condizioni locali. Uomo dotato di un'incrollabile sicurezza intcriore che non diventa mai presunzione,egli è tanto sprezzante dell'opinione pubblica quanto, unavolta presa una decisione, indifferente alle critiche.


Entrò in azione con velocità vertiginosa. Nominò ingegneri consulenti della società Sir Alexander Gibb e soci, laCoyne e Bellier e la Société Generale d'Exploitations Industrielles. L'ingegnere capo del corpo di consulenza, unbrillante sud-africano, il dottor Olivier, arrivò a Salisburyil 26 giugno.


Il 23 giugno, appena un mese dopo la pubblicazionedel rapporto finale Coyne-Tisne, fu stipulato un contrattoper i lavori preliminari.

Anderson fece la sua prima esperienza delle critichepubbliche quando gli fu contestato d'aver aggiudicato ilcontratto per 1.600.000 sterline senza indire una gara. Silimitò a rispondere semplicemente che la normale procedura d'una gara d'appalto avrebbe causato un ritardo diventidue settimane. Fin dall'inizio, non si sottrasse mai auna decisione che soltanto un uomo di integrità inattaccabile poteva permettersi nelle due Rhodesie dove l'affarismo politico e il profitto privato non sono mai stati inseparabili.
Cominciarono i preparativi per il grande assalto. Inprima linea, come si poteva prevedere, c'era il versatileDipartimento dell'Irrigazione della Rhodesia del Sud. Laidea originale era di prolungare la linea ferroviaria da Sinoia a Kariba - il tracciato, come abbiamo visto, era stato sufficientemente esaminato -, ma non c'era tempo pereseguire questa costosa opera. Da Lion's Den, la stazioneterminale subito a nord di Sinoia, la strada principale perlo Zambesi a Chirundu era in grado di sopportare il traffico pesante, secondo il tollerante standard rhodesiano di allora. A circa cinquantasei chilometri a sud di Chirunduc'è una stazione per la lotta contro le mosche, dato chesi entra nella regione della tzé-tzé. Qui tutti i veicoli vengono esaminati e spruzzati di insetticidi perche la mosca tzé-tzé, benché in tutta la sua vita si sposti con le proprie forze solo per un centinaio di metri, può essere trasportata da veicoli o animali in zone non contaminate. Subito dopo il posto di controllo di Makuti, un sentiero, staccandosi dalla strada principale, si dirigeva verso Kariba, distante più di ottanta chilometri.


Quando A. Coyne fece la sua prima visita alla zona,fu accompagnato da Sir Malcolm Barrow, ora ministro federale per l'Energia elettrica, e da J. H. R. Savory dell'onnipresente Dipartimento dell'Irrigazione, che guidavai dieci uomini della spedizione. I due camion contenentil'equipaggiamento e le provviste si trascinarono penosamente per otto chilometri sul sentiero, finché rimasero immobilizzati dal pantano e dovettero aspettare una settimanaperché i bulldozer venissero a liberarli. La comitiva trasferìtutto il materiale possibile dai camion alle Land Rovers e,viaggiando su quattro ruote, arrivò finalmente alla gola. Inquesto territorio sarebbe stata costruita la strada di accessoa Kariba dal sud, sulla quale sarebbero passate macchinegigantesche e migliaia di tonnellate di materiale per la.costruzione della diga.


La spesa per la costruzione di una strada inghiaiatalunga ottanta chilometri era stata calcolata un milionedi sterline, ma il tempo era il fattore più importante. Lastrada doveva essere completata, per reggere il traffico, conqualsiasi tempo prima del mese di dicembre, altrimentiKariba sarebbe rimasta isolata per cinque mesi come sempre accadeva durante la stagione delle piogge. Gli espertidissero che il lavoro non poteva essere eseguito in così breve tempo. Savory, come molti rhodesiani della sua generazione, aveva una profonda conoscenza del veldt, e sapevache il piu esperto costruttore di strade in Africa è l'elefante: basta che l'uomo segua il sentiero battuto dagli elefanti.
Se a Savory fosse stato permesso di ignorare i tracciati ufficiali e costruire lungo il cammino che gli elefanti avevano percorso per centinaia di anni, egli avrebbe dato al Consiglio per l'energia elettrica la strada di cui aveva bisognoe per di più l'avrebbe consegnata in tempo. Un progettoper la produzione di arachidi nell'Africa orientale era naufragato in un costoso fallimento poiché i piani per addomesticare la regione erano stati decisi sulle scrivanie diLondra.
Può darsi che Anderson ricordasse questo precedente, avendo prestato la sua opera professionale nellaliquidazione del disastro provocato dai burocrati; e la proposta, che sarebbe stata certamente respinta con un sorriso da un esperto che vedesse l'Africa soltanto come unaestensione sottosviluppata del Kingston-by-pass, fu accettata. La politica di lord Malvern, di arrischiare tutto suuna posta intelligente, faceva scuola.


Questa era la regione nella quale Jeffares aveva camminato col suo ombrello: un terreno di burroni franosi edi fitte macchie spinose, dove il cielo è appesantito dallafoschia del calore e dal fumo di migliaia di fuochi chesempre ardono in Africa. Durante il loro lavoro i costruttori della strada trovarono un bulldozer abbandonato, costretto all'immobilità nel corso di qualche impresa ormaidimenticata. Ecco con quale celerità l'Africa cancella letracce di chi soccombe nella lotta contro di essa.
I giovani ingegneri del Dipartimento Irrigazione si misero all'opera con un'allegria quasi impudente. Con ilsistema di quando erano nell'esercito, che molti di essi ricordavano ancora, «conquistarono» una ruspa che ritenevano inadeguatamente impiegata al nuovo aeroporto diKentucky, allora in corso di costruzione fuori di Salisbury.Partirono alla volta della lontana Nairobi e di LourençoMarques, alla ricerca di macchinari. Un 'Euclid' venne trasportato da Mbeya per 1330 chilometri in due giorni, celerità eccezionale anche per una macchina veloce, e fumesso all'opera il terzo giorno. È quasi vergognoso che il rapporto ufficiale liquidasse quegli sforzi con le parole: «e fu noleggiato altro macchinario»


In luglio il lavoro cominciò, e in quello che era ancoraun soggiorno preferito di elefanti e di rinoceronti, venneraccolto un insieme di mostri egualmente maldestri ma ancora più potenti. Le loro grandi mascelle d'acciaio e i lorocorpi giganteschi avrebbero masticato e aperto la stradaattraverso la boscaglia. Alle macchine vennero applicatedelle lampade in modo che il loro lavoro potesse continuare la notte. Ogni distinzione scomparve fra gli uominiche guidavano o facevano funzionare i ringhianti motori.Ognuno si prestava a qualsiasi lavoro, lieto di mettere aprofitto la propria forza o la propria abilità per far progredire la strada. Di fronte a difhcoltà che di solito s'incontrano soltanto in tempo di guerra, le restrizioni d'uso ei privilegi duramente conquistati nel loro lavoro eranodimenticati. I fogli paga degli operai contenevano fino acentocincpanta ore di lavoro straordinario al mese, oreguadagnate in condizioni di estremo disagio e non senzapericoli.
Una citazione della rivista rhodesiana Thè Outpost rinette bene lo spirito di questi uomini, pionieri di Kariba:
La strada progrediva come se fosse un'impresa di famiglia;ogni metro in più era un successo personale per gli uomini e peril loro dipartimento.Man mano che procedevano, essi davano nomi commemorativi ai tratti più difficili che venivano superando. Oggi, chiviaggia verso Kariba legge questi nomi romantici sui cartelliindicatori. Sono riportati anche sulle carte topografiche federalie giustamente non saranno mai dimenticati: Collina dell'accampamento, Cresta del rasoio, Collina dei reni, Cresta della naja, Collo del bufalo, Collo del rinoceronte, Il bacino; e più avanti: 'Pazzia di Savory', nome che avrebbe potuto essere un epitaffioper l'intera strada, abbandonata e divorata dalla boscaglia famelica, se non fosse riuscita così stupendamente. Infatti, il nomesi riferisce a un tratto di tre chilometri che sgomenterebbe qualsiasi ingegnere stradale: non c'era proprio alcun modo diattraversarlo.


Ma la strada doveva passare di lì a tutti i costi, e cosifu. Il 2 dicembre caddero le prime piogge torrenziali.Con un anticipo di meno di quarantott'ore il sentiero degli elefanti, come infine venne chiamato, fu pronto a portare il peso di enormi autocarri con carichi pesantissimi,rombanti sulla loro via verso la gola, un tempo silenziosae solitaria. La breccia nelle difese esterne di Kariba erafinalmente aperta.
Verso la fine del 1955, un visitatore sarebbe arrivato aKariba probabilmente per via aerea, atterrando su una breve pista che al principio poteva soltanto accogliere i piccoli e vigorosi 'Rapides'. Se egli avesse prestato servizio durante la guerra, quella pista gli avrebbe subito richiamatoalla mente una testa di sbarco.
Le retrovie erano ancora disseminate dei resti di unesercito avanzante; un esercito, però, armato di arnesi dacostruzione. Cartelli di legno grezzo e insegne con figuresimboliche indicavano i sentieri sabbiosi verso i depositi dimateriali, i quartieri generali delle unità, le mense, le latrine, il posto di assistenza medica. Macchine fuori uso, mezzicingolati e veicoli giacevano sparsi in giro. Piccoli gruppidi uomini erano in continuo movimento sulle colline sovrastanti la gola, quasi tutti in cachi, alcuni nudi sino allacintola, altri in camicia da boscaglia, sciarpa, pantaloni difustagno e stivali da sabbia: la divisa non ufficiale dellearmate del deserto. Ad aumentare l'illusione, si aggiungevail lontano fragore delle esplosioni dalle quali si levavanonubi di fumo bianco e giallastro a vagare con la polverenel cielo infocato.
Quando la Land Rover si arrampicava ballonzolando super la collina, un rumore sordo e sussultante colpiva leorécchie del visitatore, quel rumore che non è mai cessatoper cinque anni: il rombo 'persistente dei giganteschi compressori e lo strepito dei diesel che ancora animano lo sfondo della battaglia. Attraverso la gola egli poteva vedere leminuscole figure degli uomini al lavoro attorno agli ingressi delle gallerie di esplorazione, scavate sui dirupi della riva nord. I neri e bassi ingressi di queste gallerie spie*cavano sui toni grigi e bruni delle rocce; di quando inquando lunghi sbuffi di fumo uscivano dalle loro fauci ognivolta che le mine squarciavano il fianco della collina. Unlieve odore di esplosivo impregnava l'aria.


Molto più sotto, le acque nella gola apparivano calme,perché il fiume era al suo livello più basso. Come tuttigli altri corsi d'acqua del Sud-Africa, lo Zambesi si ritirain un canale molto stretto nei mesi asciutti, lasciando sco'perti, come rive sabbiose e rocciose, i fianchi del suo letto.Il comportamento del fiume decise i tempi del progetto.In ottobre, lo Zambesi è al suo più basso livello; cominciaa salire sterline verso la fine di novembre, e continua cosi fino amarzo, quando raggiunge improvvisamente il suo massimolivello. Questo si mantiene normalmente per una o duesettimane, quindi scende rapidamente e uniformemente sino alla fine di agosto; dopo di che, cala con lentezza sinoall'inizio del nuovo ciclo. Tra la minima e la massima portata d'acqua registrata nella gola vi è uno sbalzo di oltretredicimila metri cubi al secondo. La piena arriva con unaviolenza travolgente; il fiume sale di trenta metri in unaquindicina di giorni.
Sulla riva asciutta della sponda nord, le squadre dellaCementation stavano ponendo le fondazioni di una tura,una sottile struttura semicircolare in calcestruzzo cheserviva per tener lontana la corrente del fiume dal trattodi letto dove sarebbero stati eseguiti i primi scavi per lefondazioni della diga. Anch'essi, come gli uomini che stavano costruendo la strada di accesso, sapevano di dovervincere la gara con le piogge. Il lavoro proseguiva giornoe notte, con turni di dodici ore, che stavano per diventareabituali a Kariba.
All'inizio, l'unico legame tra la sponda nord e la basesulla riva sud, era costituito da un pontone a verricelli.Poi, in sette giorni, venne gettato attraverso il fiume unponte di legno su chiatte. Lungo il suo corso di circa tremila chilometri, lo Zambesi prima di allora era stato attraversato solo in tre punti: a Livingstone e a Chirundu inRhodesia ed a Sena nel Mozambico.
La tensione crebbe quando arrivò il mese di dicembre.Il termometro salì rapidamente e gli operai lavoravano alla tura in uno spazio ristretto, assordati dal fracasso dellemacelline, con temperature che raggiungevano i 49 gradi.I montatori dovevano tenere gli strumenti in secchi d'acqua invece che nei porta-attrezzi, altrimenti sarebbero diventati tanto caldi da non potersi tenere in mano. Il medico del cantiere riferì dir la traspirazione degli uominiera di quattro litri e mezzo al giorno. È straordinario ilfatto che pochi di essi diventarono irritabili per la tensione, benché fossero per lo più del Sud-Africa e della Rhodesia dove gli operai specializzati hanno una tradizione dilavoro comodo e dove si crede erroneamente nel luogocomune che l'uomo bianco non possa sopportare un prolungato sforzo fisico nei paesi sub-tropicali. Alcuni operai,scoraggiati, se ne andarono, perché mai si cercava di trattenere gli uomini che non potevano sopportare la faticao il cui spirito non assorbiva l'atmosfera prevalente diorgoglioso cameratismo. La grandiosità dell'impresa, resaperaltro più ardua dalle improvvise sfide del fiume, dava aquasi tutti coloro che vi erano interessati la sensazione dipartecipare a eventi trascendenti le normali esperienze.
Brontolavano, si lagnavano come fanno i soldati, e si vantavano come vecchie reclute.

«Pensate,» dicevano ai visitatori che li ascoltavano stupiti alla mensa, «giù al cantiere la settimana scorsa bisognava bere il tè alla svelta perché altrimenti diventavatroppo caldo»
Il 16 dicembre l'ingegnere direttore addetto alla turaannunciò: «Se ci saranno concessi ancora dieci giorni saremo soddisfatti» Da quel momento, ogni minuto, unautocarro si trascinava giù nel letto del fiume, rovesciava ilsuo carico e risaliva faticosamente la ripida sponda versoi depositi di pietrisco e di sabbia. Ma alla vigilia del Natale del 1955, il fiume infierì con una piena che portò viail ponte galleggiante e allagò le fondazioni della tura completate solo in parte. Nyaminyami, si cominciò a mormorare, aveva manifestato l'intenzione di accettare la sfida.Per tutto il resto della stagione delle piogge egli avrebberisposto alle prime scaramucce con una serie di contrattacchi, alcuni dei quali del tutto inaspettati. Nella storia delloZambesi non si era mai registrata una piena in cui il fiumeavesse raggiunto due volte i livelli massimi, in cui, cioè,dopo essersi ritirato, fosse poi risalito con nuovo vigore. Èquesto che doveva succedere più tardi in quella prima stagione, dopo che era stato deciso di fermare il fiume.

Fu senza dubbio un caso, ma di simili casi dovevanocapitarne ancora molti.

CAPITOLO QUINTO - PREPARATIVI PER LA BASE LOGISTICA


In questo primo scontro col fiume, l'uomo subì unapiccola sconfitta tattica. La gara per il completamentodelle fondazioni della tura fu persa per pochi giorni, masenza serie conseguenze. Per sei mesi, nel letto dello Zambesi scomparve ogni traccia del lavoro umano, eccetto isolidi piloni costruiti per reggere il futuro ponte stradale.
I lavori iniziali della tura furono coperti dalle acque, chenella notte di Natale si alzarono di cinque metri. Le travidel ponte galleggiante, che sia nell'aspetto sia nei principitecnici non presentavano molta differenza dal primo ponte che Cesare costruì sul Reno, vennero spazzate verso ilmare. Solo una teleferica, con un carrello per il trasportodei passeggeri e delle merci, univa le due sponde. A Kariba rimasero delusi, ma restava da fare ancora tanto lavoro sulle colline e al disopra del livello più alto della furiadel fiume che non ci fu tempo per i rimpianti. Il pericolo maggiore per il progetto stava ancora nelleliti fra le città della Federazione. Cenerentola fu in quelNatale la pantomima preterita dai dilettanti di teatro. Lecattive sorelle, chiamate Kafue e Kariba, si contendevanoaspramente i lavori del principe. Nel pubblico c'era chiaveva conservato il senso dell'umorismo, e chi no. Un lettore indignato scrisse al direttore di un giornale localeche, poiché la parte del bacino dello Zambesi compresa nella Rhodesia del Nord conteneva il 75 % dell'acquacontro il 10% contenuto nella parte della Rhodesia delSud, il fiume e tutti i suoi lavori dovevano appartenere alNord. Un altro protestava che i sud-rhodesiani avesserodeliberatamente costruito la diramazione della strada perKariba con un angolo così stretto che un auTornobilistaproveniente dal Nord, per poterla imboccare, era obbligato a fare marcia indietro. Questo, egli dichiarava, eraun losco stratagemma per tenere lontani dal cantiere gliuomini d'affari di Lusaka.


Assieme ai risentimenti assurdi, ce n'erano anche dipericolosi. Quella che veniva descritta dall'Economist diLondra come una disputa condotta «con un misto di altatecnica e di affarismo politico» cominuav a ancora. Fra imembri del parlamento federale fu lanciata una campagna per ottenere l'annullamento della decisione. Il movimento guadagnò forza, e raggiunse il culmine quando allaCamera fu presentata una mozione perché i lavori di Kariba venissero interrotti. Sei dei nove parlamentari di secondo piano della Rhodesia del Nord si astennero o votaronocontro il governo dopo un aspro dibattito, al quale assistettero, impassibili, un gruppo di rappresentanti dellaBanca Mondiale in visita.


Fu questo l'ultimo serio tentativo di rovesciare pervie costituzionali il progetto di Kariba. Ma la campagnadiffamatoria diventava sempre più astiosa. Si parlava digravi errori nei calcoli finanziari; si sparse la voce che lecondizioni del luogo erano così insalubri che gli operaiafricani «morivano come mosche» a causa dell'umiditàe della malaria; e si mormorava, nei bar e nei club, diesi era scoperto che il letto del fiume era formato di rocciaporosa per cui la diga, se mai fosse stata costruita, sarebbecrollata.Benché la maggior parte di queste voci fosse facilmente confutabile - i decessi per malaria, sino al luglio 1959,erano stati solo cinque sui 20.000 e più indigeni che avevano lavorato a Kariba - , esse pregiudicavano lo sviluppo del progetto. Una campagna contro il reclutamento di lavoratori africani nel Niassa ebbe un certo successo, e il sospetto generale che i nativi nutrivano per Kariba crebbe atal punto da creare un serio intralcio nello sloggiamentodelle tribù dalla zona destinata a essere allagata dalle acque. Il progetto era uno degli argomenti usati per suscitaree poi infiammare quella diffidenza verso la Federazione chealimenta il malcontento politico corrente. È una ironiatipica del mondo africano che da una delle sue più grandirealizzazioni si prendesse motivo per incoraggiare pericolose divisioni politiche.
I consulenti erano occupati alla stesura della relazionetecnica che i finanziatori avrebbero richiesto prima di prendere le loro decisioni. Nella lontana Grenoble gli ingegnericominciarono a costruire un modello della futura diga persvolgere su di esso esperimenti allo scopo di stabilire sterline ledimensioni e la forma definitiva. Vennero firmati diversicontratti per dar corso ai lavori preparatori nel cantiere,per le forniture dei materiali, per un ponte stradale e unapasserella pedonale, per il prolungamento della strada diaccesso dal sud e per una strada da Lusaka alla riva nord.


Prima dell'assalto principale al fiume, si doveva rafforzare la base logistica. Guardando una carta delle Rhodesie,si può notare che il territorio a nord e a sud dello Zambesi porta pochissimi nomi che non siano di fiumi. Lelocalità indicate, anche se hanno un nome, consistono, contutta probabilità, in un pugno di abitazioni che in Europao in America sarebbero considerate a malapena un piccolovillaggio. È facile essere tratti in inganno da una cartageografica, ma a chi si metta a studiare l'Africa sulle carteciò accade quasi sempre. La località di Karoi, ammesso chevi sia indicata, può essere scritta a caratteri grandi quantoquelli di Baltimora o Bergen, ma il numero dei suoi abitanti, tra bianchi e negri, supera appena il centinaio; Miami,che ne! passato era l'ultima tappa verso Kariba provenendodal sud, ne raccoglie a stento una ventina.

Nel cuore di questo territorio, dove il numero dei capidi selvaggina è infinitamente superiore a quello degli esseri umani, e dove fino a poco tempo fa non esistevanocostruzioni di maggior mole della tenda o della capanna difango ed erba, venne fondata una cittadina che, in due anni, sarebbe diventata la sesta, in ordine di grandezza, dellaFederazione, molto più popolosa della capitale del Niassa.La maggior parte delle costruzioni e degli impianti urbani - case, negozi, banche, scuole, ospedali, luoghi di riunione, strade, servizi elettrici, impianti idrici e fognature - fu affidata alla ditta Richard Costain. Il contratto fufirmato nel febbraio 1956; il termine stabilito era di dueanni, ma i lavori vennero compiuti in diciannove mesi.Il costo fu più di tre milioni e mezzo di sterline. Tuttol'occorrente, dai bulldozer alle maniglie delle porte, daicucchiaini alle betoniere, dovette essere trasportato, nell'ultima parte del viaggio, per oltre trecento chilometri distrade ancora allo stato primitivo. Oltre a duemila indigeni, furono impiegati uomini provenienti da quasi tutti ipaesi dell'Europa e del Sud-Africa.


Qualunque cosa stesse per accadere lungo il fiume, lealture di Kariba avrebbero portato per sempre l'improntadell'uomo.


Quando, nelle quarantotto ore che seguirono la firmadel contratto, il gruppo avanzato di Costain arrivò al cantiere, a Kariba già lavoravano trecento europei e un migliaiodi indigeni. La maggior parte di essi viveva sotto telonidi canapa o iuta spruzzati di cemento; da questo brutto edisordinato accampamento s'irradiavano delle strade rudimentali. La futura cittadina sarebbe sorta fra le cime dellealture, trecento metri più sopra. Le strade di accesso aipunti più importanti della città non erano state ancoracompletate.
Imperterrito di fronte a tale spettacolo, il primo piccoloconvoglio, prima di muoversi lentamente e faticosamenteverso il teatro delle future operazioni, si fermò solo perscambiare grossolani saluti con gli abbronzati e barbutirappresentanti della vecchia brigata di Kariba, che si eranoriuniti per attenderne l'arrivo.
In testa venivano i bulldozer che aprivano il passaggio attraverso la fitta boscaglia. Sulla loro scia avanzavanoi giganteschi trattori con le quattordici carovane, dipintecoi colori blu e grigio dell'impresa, che avrebbero costituito il quarder generale. Il viaggio fino alla sommità dellacollina richiese quasi tutta la giornata, ma prima che gliuomini potessero riposare, fu necessario scavare sul ripidopendio un ripiano per ogni carovana.
All'alba del giorno seguente ebbero inizio i lavori. DaSalisbury arrivavano rinforzi giornalmente. In un mese leopere essenziali preliminari Furono compiute. La cava erain attività, era stata costruita una fabbrica di mattoni edi blocchi di cemento, installati i serbatoi e le pompe perrimpianto di distribuzione dell'acqua; la centrale elettricaprovvisoria era già in funzione, erano state montate lelinee di trasmissione e il lavoro di spianamento era iniziato.
A voler descrivere dettagliatamente tutto quello che fufatto a Kariba, da un resoconto di audacia e d'ingegnositàumana si finirebbe in una monotona elencazione. In ventimesi fu costruita una cittadina che sarebbe stata abitatain gran parte da italiani, e che, come la loro capitale, giaceva su sette colli: Pan di zucchero. Colle del campo, Picco, Colle delt'ospedale. Colle aereo, Kariba alta e Giogo deltrovante. Il villaggio africano era distante circa cinque chilometri e situato quattrocentocinquanta metri più in basso.Chiamato dapprima l'«arrangiamento», poi l'«alloggio»»oggi, dato che la nomenclatura segue di pari passo le vicende politiche, è classificato come città a sé, chiamata Mahombekombe, che significa «Riva del lago».

Benché il lavoro dominasse la vita di ciascuno, si eraancora in un periodo di giorni spensierati. I problemi daaffrontare erano immensi, ma gli ostacoli venivano superati in un'atmosfera di gaia avventura. Era una compagniadi giovani - l'età media degli ingegneri e degli ispettori non superava i 35 anni - e ad ascoltarli si aveva l'impressione che l'intero progetto fosse un grandioso divertimento.
In tutto ciò che essi facevano c'era una specie di spavalderia. Raccontavano, per esempio, la storia di un balletto: uno dei pochi gruppi di artisti di varietà che andòa Kariba. Erano un uomo, una ragazza e un pianista. Arrivati la mattina presto, i tre rimasero sconcertati nel vedere il luogo ove avrebbero dovuto esibirsi: quattro paretinude e nient'altro. Ebbene, la sera stessa era stato costruitoil palcoscenico, installato un completo impianto di illuminazione, sistemata la platea con panche, seche e persinoun tappeto rosso. Praticamente in un giorno era statocostruito un teatro.


Allo spettacolo non mancarono interruzioni. Il pianistasi era esercitato nel pomeriggio, probabilmente per familiarizzarsi con le bizzarrie e le stonature dell'unico pianoforte di Kariba che, nella birreria in cui era tenuto, erastato protetto dal caldo con frequenti libagioni. Mentreegli suonava, gli uomini costruivano il tetto. Alla premurosa domanda se il rumore lo disturbasse, si alzò e risposecon grave formalismo tedesco: «Niente affatto»
Ma quando, la sera, iniziò il programma con un a solodi pianoforte, e un ritardatario salutò i suoi amici con unsussurro furtivo, il pianista chiuse rabbiosamente il pianoe si allontanò a lunghi passi dal palcoscenico. Fu necessario che una delegazione gli assicurasse che da allora in poisarebbe regnato un silenzio assoluto, e allora egli ripreselo spettacolo. Venne quindi il momento dell'a solo del ballerino, un'interpretazione del Cavalier à la mode. Fra lequinte, con gli occhi spalancati, un elettricista negro, chenon aveva mai visto il teatro, era così affascinato dallemovenze dell'artista che dimenticò di azionare le luci. Ilballerino avanzò ritmicamente verso l'orlo del palcoscenico, con la spada sguainata, e sibilando: «Verde, idiota!»fece un affondo verso le quinte. Il corpulento negro fuggìcon urla di terrore cercando scampo fra gli spettatori.


Ma gli uomini di Kariba non si compiacevano d'impressionare soltanto gli artisti in visita. Per vincere una scommessa con un architetto che arrivò un lunedì sera.Con le piante di una casa, essi la costruirono prima che il suo aereo decollasse per Salisbury il giovedì seguente. Eressero una banca in nove giorni. Quando mancava solo unanotte per completare la palazzina dell'aeroporto nel tempo di record che si erano imposti, le dattilografe, che erano al lavoro dalle 6,30 del mattino, si unirono ai guidatori dei bulldozer per dipingere il fabbricato alla luce dei fari dei camion e delle Land Rover disposti in cerchio.
L'estremità della pista di volo era ostruita da una piccola elevazione: con una serie di potenti esplosioni, la protuberanza incriminata venne soffiata via dalla faccia della terra.L'ospedale era situato sulla cresta rocciosa di una ripida altura; per creare il piano su cui ora si eleva l'edificio con settanta letti, l'intera sommità fu tagliata di netto come un'arancia col coltello.


Lavorando per lunghe ore, rimanevano loro poche energie per divertirsi, ma bevevano enormemente. Quando arrivarono, l'unica acqua disponibile era quella portata in botti dallo Zambesi, che naturalmente non era potabile; al solo vederla dava il disgusto tanto che parecchi tipi schifiltosi si radevano con il seltz. Molti preferivano la birra al tè bollito con acqua dello Zambesi, e la usavano anche per inumidire i corn flakes della colazione. Nel corso di sei mesitrecento uomini fecero fuori quasi duecentocinquantamilabottiglie di birra e ventimila di liquori. Queste cifre pantagrueliche sono da considerare in rapporto alle condizioninelle quali essi vivevano. Per esempio, quando furono costruite le prime case, non vennero mai accesi i boiler elettrici, perché venivano usati per conservare l'acqua potabile che scorreva più fresca dal rubinetto dell'acqua calda che da quello dell'acqua fredda.
La birra, quando la decenza lo permetteva, veniva conservata nell'obitorio, costruzione che, nella sua struttura, rifletteva mirabilmente lostato di confusione attraverso il quale la Rhodesia odiernasta passando nell'evolversi dalla rigida segregazione verso la collaborazione razziale. L'obitorio aveva due ingressi separati alle estremità, uno per i morti europei e l'altro perquelli africani; entrambi però conducevano alla medesimalastra per tutte le razze. «Nella morte,» dicevano i giovani ridendo, «non siamo divisi»
Anche le donne bianche, benché nel 1956 nell'esiguorapporto di uno a trenta, cominciarono ad avere la loroparte a Kariba. La prima a giungere nel cantiere come impiegata fu la signora Grace Everett, che faceva da segretaria a un rappresentante dei consulenti: una giramondoche aveva lavorato in luoghi lontani come la Cina, il Pakistan, la Svizzera e il Kenya. Questa piccola donna spiritosa, la cui esuberanza si alterna a momenti in cui ella siritrae bruscamente dalla conversazione racchiudendosi inun ironico silenzio, è sempre rimasta a Kariba con l'intenzione di rimanervi sino a quando il progetto non fosse terminato. Al suo arrivo non era sola, perché, pur essendo partita la signora Martens, due altre donne avevano raggiuntonel cantiere i loro mariti. La maggior parte delle mogli chearrivarono nei mesi seguenti provenivano dalle fattoriedella Rhodesia o del Sud-Africa ed erano abituate a dividere le privazioni dei loro consorti nella boscaglia, secondo la dura tradizione dei pionieri. Sapevano usare il fucile,come cambiare i pannolini a un bimbo, e per lo più eranomolto pratiche in tutt'e due i campi.
Ma non molto dopo troviamo madame Lucienne Pares,moglie di un ingegnere francese, che cerca di creare, conil suo buon caffè, la sua mordace e incisiva conversazione el'indomabile eleganza, un'atmosfera da salotto nella piccolastanza con tappeti della casa prefabbricata, un salotto apochi chilometri dalle pozzanghere dove gli ippopotami egli elefanti sfidavano ancora il rumore degli uomini sullealture, per venire di notte ad abbeverarsi. Cominciavano asorgere i primi problemi domestici. Una fotograna dei primi tempi mostra la signora Mavis Annibald che, accoccolata fuori della sua casetta di alluminio, accende il fuococon pezzetti di legno per scaldare il latte del suo piccoloColin.

Il 4 giugno nacque a Kariba una bambina europea,la prima di oltre un centinaio. Era la figlia della signoraDe Witt, moglie di un meccanico assegnato a uno deicampi più isolati, molto lontano dalle altre abitazioni.Un'amica, ostetrica, che era venuta per stare con i DeWitt, aiutò la bimba a venire alla luce.
L'atmosfera da campo militare si stava a poco a pocotrasformando in quella di una colonia. Il gruppetto originario dei lavoratori era stato rinforzato da centinaia diuomini di una dozzina di nazionalità diverse. Tuttavia ilvisitatore "non poteva ancora avere l'impressione che fossero avvenuti grandi cambiamenti nella gola. Lord Llewellin,primo governatore generale della Federazione, il 10 maggio, tagliando un nastro con un paio di forbici d'oro,inaugurò il più lungo ponte pedonale sospeso del mondo.Sopra il tavolato di duecentodieci metri che beccheggiavae rollava dolcemente come il ponte di una nave in un porto tranquillo, era di nuovo possibile passare a piedi da unariva all'altra.
L'unica cosa che si poteva vedere del lavoro fatto dall'uomo nel fiume erano i piloni del futuro ponte stradale,attorno ai quali la corrente vorticosa aveva una velocitàda diciotto a trentasette chilometri l'ora. Le fondazionidella tura erano ancora molto sotto la superficie del fiumee sarebbero rimaste nascoste fin dopo la metà dell'anno.Un ciclone, chiamato nei bollettini meteorologici «Edith»,aveva colpito le sorgenti dello Zambesi, causando una seconda piena con un ritardo senza precedenti, che aveva ridotto ulteriprmente il poco tempo disponibile per i lavorinel letto del fiume.

C'era tuttavia da assolvere un compito urgente, colquale le forze primordiali dell'Africa non potevano interferire. Si trattava dello scavo della galleria di deviazionesulla riva sud, attraverso la quale avrebbe dovuto scorrereuna parte dell'acqua dello Zambesi, mentre veniva costruita la diga principale. Questa galleria, in pianta, era a formadi mezzaluna, con le due estremità a monte e a valle delladiga; lunga 395 metri, larga 10 e alta 12. Era la più lungadell'Africa, estendendosi per 1056 metri, comprese le gallerie di accesso.
Per mesi e mesi si sentivano nell'aria ventate di gelignite ogni volta che le esplosioni ali'avanzamento della galleria frantumavano duecento tonnellate di roccia. Macchine dalle fauci ruggenti e dalle membra rigide, simili aimostri del Mondo perduto di Conan Doyle, o agli invasoridel pianeta Krong, secondo il gusto del lettore, si aprivanola strada divorando i detriti alla velocità di centocinquantatonnellate all'ora. Erano servite da tozzi dumptors su ruote,i quali andavano all'indietro sino all'ingresso e versavanoi loro carichi entro autocarri perché portassero la rocciaalla luce di quel sole che non aveva conosciuto per milioni di anni. Alle due estremità della galleria furono lasciati sottili diaframmi di roccia, in attesa del giorno in cuisarebbero stati fatti saltare per permettere alla calda acquadel fiume di irrompere attraverso lo scavo.


La parte preliminare era terminata; tutti i milioni spesie tutto il lavoro compiuto avevano solo reso possibile l'inizio del compito principale.

CAPITOLO SESTO - ARRIVANO GLI ITALIANI


Fin dall'agosto 1955, il governo federale annunciò ilproposito di indire una gara per i principali lavoridi ingegneria civile a Kariba. Un annuncio che invitavale imprese interessate a entrare in corrispondenza col governo, fu pubblicato in Africa, in Inghilterra, negli StatiUniti, in Francia, nella Germania occidentale, in Danimarca, in Svezia, in Olanda e in Svizzera; ma, come si nota,non in Italia. Si sapeva che l'appalto sarebbe stato di almeno trenta milioni di sterline, il più alto offerto alleimprese di costruzione dalla guerra in poi. L'Europa aveva superato il periodo di disperata deficienza materialee riparato il peggio delle sue devastazioni; cosicché i paesiche poco prima non avrebbero potuto prendere in considerazione il lavoro, ora disponevano delle necessarie risorse.La concorrenza era quindi accanita. Fu presto evidente,però, che nessuna impresa da sola avrebbe potuto assumereil finanziamento e l'esecuzione di un'opera così gigantesca. Seguì un periodo di nascosta attività durante il qualevecchi rivali negoziavano segretamente tra loro per consorziarsi e presentare offerte congiunte. Tutti questi gruppi,tranne uno poco conosciuto, erano di carattere internazionale. Fu dato tempo fino all'aprile del 1956 per prepararele offerte.


Il 18 aprile, settanta buste vennero aperte a Salisbury dinanzi a numerosi giornalisti e fotografi. La maggior partedelle offerte riguardavano la fornitura e l'installazionedelle attrezzature elettriche per un valore complessivo cheeguagliava pressappoco quello dei lavori di ingegneria civile, ma l'interesse pubblico era concentrato sul lavoro piùspettacolare, la costruzione della diga e le grandi centralisotterranee. A. B. Cowen, a nome del presidente del Consiglio federale per l'energia elettrica, aprì, impassibile, isei grossi plichi che contenevano le offerte per le operedi ingegneria civile, posò per i fotografi mentre esaminavaun voluminoso incartamento, e si ritirò sorridendo.

Sarebbe passato qualche tempo, egli disse, prima di poter annunciare una decisione. Il pubblico, eccitato dallacompetizione e convinto che egli avrebbe proclamato ilvincitore dopo un semplice sguardo alle cifre, si rassegnòad attendere frenando l'impazienza. Offerte di tale importanza erano determinate da tante condizioni che solo dopoun attento studio sarebbe stato possibile metterle a confronto. Un'ulteriore complicazione era costituita dal fattoche il consiglio, dopo gli esperimenti e le ricerche di Andre' Coyne, aveva deciso di aumentare l'altezza della digae pertanto le offerte dovevano venir modificate in conformità. Ciò nondimeno, i bene informati, pensavano che ladecisione sarebbe stata annunciata nel mese di maggio inmodo da permettere l'inizio dei lavori al più presto possibile durante la stagione di magra.
A metà giugno 1956 nessuna dichiarazione era statafatta. Nacquero allora voci che qualcosa di insolito bollivain pentola. I più erano convinti che l'appalto sarebbe statoaggiudicato a un consorzio con forti interessi britannici.
Non era stata data la parte del leone per i lavori preliminarialle due filiali africane delle due imprese britanniche, Cementation e Richard Costain?
E la loro conoscenza dei problemi e il fatto che già si trovavano sul luogo non avrebbedato loro un grande vantaggio all'atto dell'offerta?

Verso la fine di giugno cominciarono a circolare dellevoci, e i giornali riportarono la notizia che l'offerta piùbassa era stata presentata da un consorzio di cui non facevano parte imprese britanniche. Nella prima settimanadi luglio si seppe da Roma che gli italiani erano sicuri diessersi aggiudicati il contratto, e a Salisbury fu confermato ufficialmente che l'offerta più bassa era stata proprioquella italiana. A Londra, si stavano già adducendo dellescuse. Era difficile per le imprese britanniche trovare deicapi cantiere e sorveglianti pronti a lavorare per un lungoperiodo nell'Africa equatoriale. La ricostruzione della Citye delle altre città bombardate aveva determinalo la pienaoccupazione nel campo edile e le compagnie britannicheerano già sovraccariche di commissioni. Gli italiani eranoaiutati da una sovvenzione governativa e avrebbero datopaghe molto basse ai loro operai. Fra parentesi, bisognanotare che la prima accusa fu smentita, e che i fatti hannoprovato la falsità della seconda.
Ormai quasi tutti avevano indovinato che cosa stavain realtà succedendo. Dopo aver mandato degli ingegneriad assicurarsi della capacità degli italiani di eseguire illavoro, i consulenti avevano raccomandato di accettare l'offerta più bassa, come del resto desiderava lo stesso consiglio.Dietro le quinte, il governo federale ricevette forti pressioni da parte di interessi britannici perché non accettassel'offerta più bassa, e la stessa opinione pubblica era favorevole a tale punto di vista. La Rhodesia del Sud, in particolare, fino agli avvenimenti politici più recenti, aveva aggressivamente mantenuto la sua lealtà al legame britannico. La decisione fu ardua e dolorosa; ma, dopo esitazionicomprensibili, fu adottata quella giusta.


Il 16 luglio, un annuncio sui giornali rese nota l'assegnazione di contratti per un ammontare complessivo dioltre 50 milioni di sterline. L'offerta di un consorzio italiano, denominato Impresit, era stata accettata per i principali lavori di ingegneria civile: la sua offerta, di poco piùdi 25 milioni e un quarto, era di circa un milione e mezzodi sterline più bassa di quella del concorrente più vicino.Fu anche assegnato all'Italia il secondo dei maggiori contratti particolari, dell'importo di circa 10 milioni di sterline, riguardante la costruzione della rete di trasmissionelunga 1475 km. da Kariba attraverso alcune delle più selvagge regioni della Rhodesia.

Le reazioni rhodesiane alla notizia furono contrastanti.
Oltre al naturale disappunto per il fatto che gli inglesi nonavrebbero costruito la diga, si temeva che un largo afflussodi operai italiani su una base di basse paghe potesse infrangere il comodo schema della vita sociale e commerciale rhodesiana. Ma verso gli italiani c'era poca ostilità e un rispetto e una simpatia considerevoli. Molti di loro, durantela guerra, erano stati nei campi di prigionia che le autoritàimperiali avevano stabilito in Rhodesia. Era stato concessoloro un insolito grado di libertà dato che le condizionigeografìche della Rhodesia costituivano una barriera piùefficace del filo spinato; avevano familiarizzato con la popolazione locale e fatto grande impressione per la loroperizia e industriosità. La campagna è punteggiata di fattorie e altri fabbricati costruiti dai prigionieri italiani.
La stampa locale appoggiò cautamente la decisione. ALondra invece la decisione venne attaccata; ma «i contratti», come scrisse l'Economist, «si fanno coi prezzi, noncon le scuse».
Nello stesso periodo vennero concluse le complicatetrattative finanziarie, così che i molteplici accordi per iprestiti e i contratti furono firmati quasi con la stessapenna. La Banca Mondiale aveva accordato un prestito di80 milioni di dollari (pari a 28,6 milioni di sterline diallora); le compagnie del rame che avevano miniere nellaRhodesia del Nord promisero 20 milioni, e la Colonial Development Corporation 15 milioni, ma a un tasso di interessecosì alto che questo prestito verrà utilizzato il meno possibile. La differenza fu coperta con un contributo di 5,4 milioni del governo federale, 4 milioni della British SouthAfrica Company, 3 milioni della Commerciai DevelopmentFinancial Corporation e 4 milioni delle banche Barclayse Standard. Si noterà che il 40% del denaro venne da organizzazioni le cui rendite erano in gran parte o esclusivamente guadagnate nella Federazione. Uno degli aspettipiù sorprendenti dell'accordo è che Kariba non è costatae non costerà un soldo ai contribuenti rhodesiani. Datoche i costi di esercizio di un impianto idroelettrico sonotrascurabili, i prestiti verranno rimborsati coi proventi della vendita di energia elettrica, e gli interessi, prima che siabbiano utili di esercizio, vengono pagati dal capitale.
Altri dati finanziari: nelle gare per la fornitura di apparecchiature elettriche, il 98 % è aggiudicato a fabbricanti inglesi; tenendo conto del denaro che gli italianiavrebbero speso in Rhodesia e in Inghilterra, si calcolò chela componente straniera dei prestiti a Kariba ammontasseal 22,5 % del totale, e che l'importo complessivo dellespese, meno il 23 %, sarebbe stato erogato nel Commonwealth.


Benché sia stato destino di Kariba di far nascere controversie in ogni suo aspetto, l'opera è stata mandata avanti con una velocità che nessun altro lavoro di tale moleha mai eguagliato in tempo di pace. Andre' Coyne, che haidee ben precise in proposito, disse:


«Ogni volta che si è trovato di fronte a una difficoltà, LordMalvern è stato audace nelle decisioni. A parte il profitto trattodalla sua iniziativa, siamo stati fortunati perché la Rhodesia è unpaese sottosviluppato. Vi sono pochissimi uomini politici e pochissimi tecnici, così che non abbiamo avuto intralci nello svolgimentodei nostri compiti. Sir Malcolm Barrow ci ha protetto in parlamento e, dopo che fummo nominati consulenti, non ha mai permesso interferenze. Di solito invece gli uomini politici intromettono nuovi consulenti a consigliare quelli in carica e bloccano ogni cosa inmodo che non è mai possibile prendere una rapida decisione. Nel1955 fui interpellato per le dighe di Assuan e di Kariba. Mentreabbiamo costruito Kariba, su Assuan si sta ancora discutendo»

Un rilievo da lui taciuto per eccesso di modestia è chela celerità dell'esecuzione è dovuta in gran parte alla precisa programmazione dei piani da parte dei consulenti.A Parigi, Grenoble, Londra, Newcastle e Harlow, quattrocento scienziati e tecnici inglesi e francesi hanno elaboratoi centomila dettagli del progetto per poi coordinarli in unsolo programma concatenato. Sono stati preparati migliaiadi disegni esecutivi. In seno al gruppo dei tre consulenti,si è applicato il metodo che i piani formulati da uno diessi, cui era stata affidata la progettazione di ogni particolare del lavoro, venivano controllati dagli altri due: procedimento insolito, che peraltro avrebbe potuto causare dissensi dato che due delle società consulenti erano francesied una inglese.
Il capo di questo consorzio internazionale di consulenti è T. A. L. Paton, un uomo dai capelli bianchi, dalviso fresco e porta gli occhiali; ha un aspetto benevolo, gioviale; sembra un direttore di scuola che ancora si dilettaa giocare al cricket. I suoi colleghi francesi parlano di luicon calorosa affettuosità che ben di rado viene dimostrataa un inglese dai vicini d'oltre Manica. Pur avendo avutouna parte determinante nel successo di Kariba, egli, cometutti i maggiori interessati nel progetto, cerca sempre diattribuire il merito ad altri. In particolar modo, ne fa lodeagli appaltatori.


Prima che il lavoro di Kariba sia finito, più di cento società vi avranno preso parte direttamente. Abbiamo giàaccennato al contributo delle organizzazioni Cementation,John Laing e Richard Costain. Fra le imprese che perprime eseguirono i lavori preliminari, quella del Kenyadi A. G. Burton rappresenta l'apporto dell'Africa Orientale a un'iniziativa alla quale ha partecipato quasi ognipaese del mondo libero. Burton costruì la strada di ottantaquattro chilometri che collega Kariba con l'autostradadi Lusaka, sulla quale sono già passate quattrocentomilatonnellate di rifornimenti e apparecchiature. La maggiorparte del personaie e delle attrezzature della Burton arrivòin convoglio per via di terra da ogni parte dell'AfricaOrientale percorrendo in sette settimane e mezzo i tremiladuecento chilometri di distanza dalle montagne del Ruwenzori in Uganda.
A. G. Burton, uomo di taglia massicciacome un agricoltore, con un grosso naso, partecipò di persona al lavoro fin dall'inizio controllando paternamente edenergicamente il suo gruppo di 90 europei e 900 africani.La loro zona era la più calda di Kariba, e quando essi smuovevano la terra si levava una polvere gialla, fine come cipria,ma molto più irritante. La loro impresa, in quel territorioselvaggio e senza acqua, in circostanze normali, avrebbeattirato l'ammirazione che si meritava, ma, come moltealtre, è stata oscurata dall'ombra della gigantesca diga nella gola di Kariba.
«Appaltatori» è un termine pedestre per definire uomini la cui perizia ed il cui coraggio lascerà per sempreun'impronta sulla faccia dell'Africa, come non o mai svanito dall'Europa il segno di coloro che costruirono le strade romane. Sulla carta, la Impresit è un consorzio di quattro Società e cioè: l'impresa Umberto Girola, l'impresaIng. Lodigiani S.p.A., l'impresa Dott. Ing. Giuseppe Torno& C. S.p.A., tutte e tre specializzate nell'esecuzione di grandilavori idroelettrici, e la Imprese Italiane all'Estero S.p.A., società tecnico-finanziaria specializzata nell'esecuzione di lavori all'estero, consociata della FIAT. In sostanza, l'Impresitera un corpo di un migliaio di europei o poco più, i quali,insieme con circa seimila manovali africani, combatteronouna battaglia triennale contro il più violento se non il piùpotente fiume africano.


Nella quindicina successiva all'aggiudicazione dell'appalto principale, l'Impresit stabilì il suo quartier generalea Salisbury. Il suo direttore generale in Rhodesia è il dottor A. Bergamasco: uomo dotato di un temperamento calmo e affabile e di una pazienza sempre serena, è il tipoideale del capo di stato maggiore, al quale si può paragonare anche per il grado di responsabilità. È alle direttedipendenze del consigliere delegato dell'Impresit, dottorG. Lodigiani, che risiede in Italia ma visita frequentemente il teatro delle operazioni, ed è coadiuvato da un biondo toscano, l'ingegnere Mario Baldassarrini, il cui nome saràforse ricordato più di ogni altro da tutti coloro che hannolavorato a Kariba.

Baldassarrini è l'ingegnere dell'Impresit direttore delcantiere. Uomo sotto la quarantina, unisce lo slancio impulsivo di un giovane alla mentalità calcolatrice dei veterani. È infaticabile, energico, impavido e al tempo stessopieno di risorse, accorto e scaltro. Dotato di ingegno vivacissimo e di corporatura straordinariamente vigorosa, la sua figura ricorda i giganteschi e spietati condottieri delRinascimento italiano. Egli dirige sia con i pugni sia colcervello.

Venne in Rhodesia nel giugno 1956. Appena fu firmatoil contratto, nel mese seguente, si stabilì a Kariba. Si trovòsubito di fronte a un arduo problema da risolvere. La Cementation aveva ancora bisogno di parecchi mesi per terminare tutti i lavori del suo contratto, tra cui la costruzione della prima tura. Pertanto i due appaltatori principali si sarebbero trovati a svolgere in quel periodo ilmedesimo lavoro, situazione ovviamente irta di difficoltà.Venne raggiunto un accordo, in base al quale l'Impresitsarebbe subentrata alla Cementation per la rimanenteparte del suo contratto, assumendo l'intera responsabililàdel cantiere dal 31 agosto.

Il trapasso poteva dar luogo a gravi attriti fra gli impiegati della uscente Cementation, in massima parte sudafricani e rhodesiani, e gli italiani della subentranteImpresit. Ma, grazie soprattutto al tatto ed alla personalità di W. S. Garrett, rappresentante della Cementation aKariba, il comprensibile malumore dei suoi operai fu dominato e tutto si svolse senza incidenti.


Avvenne, anzi, che circa metà degli impiegati dellaCementation rimase per eseguire lavori speciali che l'Impresit subappaltò alla ditta inglese. Per dare un'idea dell'armonia che regnava a Kariba, vale la pena di riferirele generose parole con le quali si espresse, in occasionedelle consegne, «Bill» Lodder, l'uomo che aveva direttoi lavori della galleria di deviazione. A chi, con intenzioneprovocatoria, gli domandava che cosa ne pensasse, rispose: «Gli italiani sono bravi ragazzi e faranno un lavorodi prim'ordine»
Il 6 agosto arrivò a Kariba un'avanguardia di cinquantasei fra ingegneri e operai dell'Impresit, e da alloraaffluirono rinforzi, direttamente dall'Italia per via aerea,alla media di cento uomini al mese. La mano d'opera impiegata per costruire la diga è straordinariamente specializzata e possiede un alto senso di disciplina. Tre quartisono regolari dipendenti dell'una o dell'altra delle impreseassociate; hanno spesso lavorato assieme nel passato, e nelle ore libere si dividono in piccoli gruppi omogenei. Provengono quasi tutti dalle provincie settentrionali dell'Italia. Era stato possibile attirare l'élite degli operai italianipoiché in Europa la maggior parte, degli impianti idroelettrici sono costruiti in località montuose dove non è possibile lavorare durante il periodo delle nevi e delle bufere invernali. Di solito, perciò, gli uomini si trovano disoccupati per tre o quattro mesi all'anno e la prospettiva di un lavoro continuativo a Kariba fu di forte incitamento. Il loro contratto è di due anni e mezzo. Le paghe per glispecializzati variano da 5 scellini e 1 pence a 6 scellini emezzo l'ora per un mese di 26 giorni equivalenti a 208 ore; gli straordinari sono pagati con la maggiorazione del 25%. In media, ogni mese, vengono fatte 120 ore di lavoro straordinario.


In più gli uomini ricevono un premio di fedeltà di15 sterline al mese per i primi cinque mesi. L'intero premio è versato su un conto speciale aperto per ciascuno diloro; dopo quel periodo, 5 sterline vengono accreditate e10 pagate in contanti. Pertanto, alla fine del contratto,ogni operaio ha un capitale di 200 sterline da parte. Vengono inoltre pagati premi di rendimento in ragione di 5-10 sterline al mese.


Un carpentiere a Kariba percepisce in media 130 sterline al mese, con oscillazioni mensili da un minimo di 110 a un massimo di 155 sterline. Inoltre, tutti gli impiegati hanno alloggi gratuiti in appartamenti o in casette epossono usufruire della mensa che costa mensilmente circa15 sterline. Agli sposati è anche dato l'alloggio per la famiglia. Poiché Kariba offriva poche occasioni di spendere,gli operai accumulavano in banca la maggior parte dei loroguadagni o li spedivano regolarmente in Italia.
Nonostante il duro lavoro, le paghe sono tali che bastail pericolo del licenziamento a imporre un sufficiente controllo disciplinare. Ciò per il fatto che gli uomini sonoammessi nella Federazione solo con un permesso di soggiorno temporaneo corrispondente al periodo del serviziocon l'Impresit, e quando, per qualsiasi ragione, il loro impiego venisse a cessare, devono ritornare in Italia.
Gli sposati vengono incoraggiati a portare la famiglia,che in Italia normalmente significa diverse persone a carico oltre alla moglie e i figli. L'avere con sé la propria famiglia è un altro lusso insolito. Quando essi lavorano allacostruzione di dighe in Europa, vivono quasi sempre accampati malamente, lontano da casa.


Queste sono le condizioni di lavoro degli uomini chesostituirono la Cementation nell'agosto del 1956. A settembre essi erano già occupati agli scavi per il primo bloccodella muraglia principale. Bisognò prima di tutto asportare gli strati superficiali di roccia alterata fino a raggiungere la roccia sana a una profondità da sette a ottometri. Dopo di che vennero praticate iniezioni di cementonel letto roccioso del fiume sino alla profondità di altriquindici metri per riempire ogni fessura sotterranea esaldare nel terreno le fondazioni della diga.

Il 6 novembre, lord Malvern fu invitato a Kariba. Nonci fu una grande cerimonia quando egli tirò la leva di unabenna per liberare il flusso di due tonnellate di calcestruzzo. Il rumore metallico della bocchetta che si aprivae il tonfo del calcestruzzo a stento potevano essere udititra il rumore dei martelli pneumatici, delle pale meccaniche e degli autocarri pesanti che circondavano il piccologruppo. Fu anche diffìcile afferrare le sue parole quando,tiratosi lestamente indietro, disse con la sua voce sottileed acuta: «Che Dio benedica tutte le persone impegnatein questa grande impresa»

La pietra di fondazione della grande diga era stataposta; la lotta decisiva stava per iniziare.

CAPITOLO SETTIMO - LO SPOSTAMENTO DELLE TRIBÙ


Se tutto si fosse svolto secondo il programma, si calcolavache lo sbarramento dello Zambesi sarebbe stato compiuto verso la fine del 1958. Benché si dovessero attenderetre o quattro anni prima che il nuovo lago raggiungessela sua estensione massima di oltre cinquemila chilometriquadrati, l'acqua avrebbe cominciato a salire sterline rapidamentedurante la stagione delle piogge successiva alla chiusuradella diga. Il territorio a monte della diga era stato esaminato con cura e la futura riva del lago era stata contrassegnata con quattromila picchetti di pietra. Quest'area eraabitata da circa cinquantamila persone e da un numeroincalcolabile di animali.
La popolazione che viveva a ridosso della gola, tranne unpiccolo gruppo di Makorikori, apparteneva alla tribù deiBatonka, la più primitiva delle tribù delle Rhodesie e lameno influenzata da quella che, per ora, si considera comel'avanzata della civiltà.
Gli affari degli indigeni sono ancora di competenza del governo territoriale e non di quellofederale, così che due distinte autorità erano interessatealla sorte dei Batonka della vallata, le cui terre avìte eranocondannate. Essi vivevano su entrambe le rive dello Zambesi, così divisi: circa tre quinti dipendevano dal governodella Rhodesia del Nord, a sua volta controllato dal Ministero delle Colonie britannico; gli altri sotto il governo della Rhodesia del Sud, che di fatto, anche se non ancoracompletamente di diritto, non è soggetto al controllo diWestminster.

Benché entrambi i governi della Rhodesia del Nord edel Sud si ispirassero agli stessi principi - fare tutto quello che era umanamente possibile per le sventurate vittime del progresso - i loro metodi differivano considerevolmente. Lo spostamento dei nativi sotto il controllo britannico, ossia, di quelli che vivevano sulla sponda nord, fuaccompagnato da resistenza armata e da violenze, in conseguenza delle quali otto di essi vennero uccisi e più di trenta feriti. Fra i Batonka che vivevano sotto la giurisdizione della Rhodesia del Sud non vi furono vittime. L'esodo dei Batonka delle due rive si svolse in circostanze così diverse che è necessario raccontarne la storia separatamente. Lo sfondo però è il medesimo.


Soltanto negli ultimi tre o quattrocento anni gli africani di lingua bantu cominciarono ad attraversare lo Zambesi e a muovere verso sud, circa nello stesso periodo incui gli afrikaner, di lingua olandese, iniziavano il lorospostamento verso nord. Gli aborigeni del Sudafrica - ottentotti e boscimani - vennero sopraffatti e, tranneun pugno di questi ultimi, sterminati dalle due ondatedi invasori, che a malapena li consideravano esseri umani.Fra le primissime tribù di bantu che arrivarono allo Zambesi vi erano i progenitori degli attuali Batonka.

Questi «uomini della vallata» erano protetti dalleinfiltrazioni, sia dal carattere inospitale del loro territorio,sia dalla loro reputazione. Un secolo fa, avevano fama difalsità e scaltrezza. Nessuno straniero era al sicuro fra loro,poiché il sistema tradizionale per guadagnarsi i favori delcapo era di portargli la testa di chiunque fosse stato scoperto ad attraversare il suo distretto. I crani venivanoesposti nel recinto del capo, e il numero e la varietà diessi erano la misura della sua distinzione. Un'altra teoriasul loro passato è che i Batonka, come i cinesi, non opposero mai resistenza agli invasori, finendo in tal modocon l'assorbirli nel proprio sistema di vita. È noto, peresempio, che essi sfuggirono alle terribili scorrerie deiMatabele, cooperando con loro. Finché non vennero sconfitti dai fucili Gatling delle colonne di Rhodes, i Matabele riscuotevano tributi di uomini e di bestiame datutti i vicini, e i loro giovani non conseguivano la virilità sino a quando le loro lance non erano state bagnate di sangue in una scorreria. Per penetrare negli allevamenti di bestiame delle tribù della Rhodesia del Nord essi dovevano attraversare lo Zambesi, cosa che, per laloro paura ed ignoranza dell'acqua, non sarebbe stata possibile se i Batonka non avessero fatto loro da traghettatori.


Per una ragione o per l'altra i Batonka furono lasciatistare e la loro cultura a stento superò l'età della pietra.Erano grandi cacciatori e praticavano un'agricoltura primitiva, seminando due raccolti di miglio all'anno, uno dopo le piogge e l'altro nel terreno alluvionale lasciato sullerive del fiume in seguito al reflusso delle piene annuali.Non conoscevano la moneta, e tra le cose che la loro economia non procurava, i loro desideri erano limitati a collane, conchiglie di ciprea e sale, che acquistavano barattando avorio e pelli. Erano organizzati con un sistema più familiare che tribale, essendo il «capo» poco più che un capo di villaggio, e, come in tutte le culture primitive, la successione seguiva la linea matriarcale. Le costruzioni più importanti e caratteristiche dei loro villaggi erano i magazzini costruiti su pali, nei quali le messi venivano conservate su alte piattaforme per proteggerle dalle formiche bianche. I polli tenevano a bada queste terribili devastatrici quando tentavano di arrampicarsi sui pali verso le messi immagazzinate.

Per quanto non siano mai stati uniti da alcuna forma di associazione politica, i villaggi erano legati da un linguaggio comune, un dialetto bantu più d'ogni altro libero da infiltrazioni straniere, e da varie consuetudini. Fra queste la più nota è l'estirpazione dei quattro incisivi e dei due canini superiori. La credenza popolare che lo scopo fosse di rendersi poco attraenti agli occhi dei razziatori di schiavi confonde la causa con l'effetto. I denti venivano tolti come segno di identificazione, simile nello scopo, se non nelle conseguenze, all'operazione ancora praticata dalle tribù di Shem. L'estrazione, che consisteva propriamente nel far saltare i denti, veniva praticata ai ragazzi e alleragazze, non appena raggiungevano la pubertà, da vecchi specializzati in questa operazione. Gli adolescenti si assoggettavano volontariamente al dolore di sentirsi martellare i denti con un'ascia o uno scalpello, essendo la loro immaginazione esaltata dal significato religioso. Quando se ne chiedeva loro la ragione puntavano il dito verso il cielo.
Il grande invisibile dio richiedeva il sacrificio come tributo per il privilegio di essere uomo o donna. Con l'inizio del secolo, i ragazzi cominciarono ad abbandonare talepratica, ma fra le donne, più conservatrici, è sopravvissuta sino ad oggi anche se ormai viene eseguita raramente e non più con il pronto consenso delle ragazze.


Entrambi i sessi inoltre si trafiggevano durante la fanciullezza la parte inferiore del naso per infilarvi una spina. Questa non veniva tolta fino a quando non si poteva girarefacilmente e mettere al suo posto un bastoncino. Lo scopo era puramente decorativo, dato che il bastoncino infilato nel naso era spesso adorno di perline di vetro. Il suo uso serviva evidentemente ad attirare l'altro sesso, tant'è vero che veniva abbandonato dalle persone di mezza età e ripreso da vedovi o vedove per indicare che erano di nuovo in cerca di compagno. Per lo stesso scopo le orecchie dei bambini e delle bambine venivano forate in tenera etàed entrambi i sessi amavano sfoggiare orecchini e gemme.
Le donne inoltre si dipingevano il viso e i capelli con ocrarossa, che, oltre ad aumentare le loro attrattive, aveva uneffetto profilattico in quanto creava un terreno sfavorevolealla proliferazione dei parassiti nella capigliatura. Questocosmetico, misto a grasso di capra, scoraggiava gli approccidegli stranieri, ma non rappresentava un ostacolo per iBatonka, che avevano una stretta familiarità con le capre.Al tempo in cui le coperte erano un lusso raro, le vecchieavevano l'abitudine di spartire il giaciglio con la loro capra preferita per farsi riscaldare.
Gli uomini e le donne portavano gonnelle (non moltotempo prima gli uomini andavano nudi). Quelle delledonne si distinguevano per lo spacco sui fianchi e perché di solito erano di pelle; quelle degli uomini eranoinvece di stoffa, che preannuncia l'introduzione del vestitomaschile.
È importante ricordare che queste notizie sui Batonkanon riguardano un lontano passato, ma la vita che essiconducevano quando vennero tracciati i primi rozzi sentieri nella gola di Kariba. Alcuni Batonka andavano perbrevi periodi a Ikilawayo, dove si specializzavano nel compito di vuotare secchi in quelle parti della città dove lafognatura non è ancora servita dall'acqua. Il solo altrocontatto con la civiltà era la visita annuale del commissario per gl'indigeni.
I Batonka conoscono bene il commissario, I. G. Cockcroft, gli sono affezionati e ne hanno fiducia. Fino a pocotempo fa egli rappresentava il favoloso e lontano governoche, in cambio di una tassa di due sterline all'anno perogni adulto, assicurava loro la possibilità di farsi i propriaffari senza essere disturbati dai nemici. Non desideravanoaltro da qualsiasi governo, e d'altra parte il tributo richiesto, benché implicasse la necessità di guadagnare denaroe pertanto di fare i viaggi a Bulawayo, era un fastidiominimo anche se incomprensibile. I Matabele avevanopreteso l'uso delle canoe, e i varungu, come è chiamatala tribù dei bianchi, volevano due fogli di una specialecarta stampata che ogni uomo, andando in città, potevaguadagnarsi in un mese portando semplicemente un secchio sulla testa. Fia un prezzo modesto in cambio dell'indisturbato godimento delle terre che avevano dato loro lavita e nelle quali riposavano gli spiriti dei loro morti.
La notizia portata dal commissario che l'acqua avrebbe allagato le loro terre e che essi dovevano spostarsi versoun territorio lontano, arrivò come un fulmine a ciel sereno. Il ministro del Dipartimento per gli indigeni, P. B. (ora Sir Patrick) Fletcher, nei mesi di agosto e settembredel 1955 accompagnò Cockcroft in un giro nei villaggiinteressati. Una generazione prima, Sir Patrick e Cockcrofterano entrati in servizio insieme, poi uno aveva dato ledimissioni per fare l'agricoltore e l'uomo politico, e l'altro aveva dedicato la propria vita al servizio degli africani.Ora si trovavano di nuovo uniti in un compito per il quale le loro qualità si completavano. Sir Patrick nascondeva,sotto un'aria di cane smarrito, un'astuta mente politica, e,qualunque cosa si possa dire di lui, è innegabile che durante il suo incarico egli abbia dimostrato una determinata volontà, spesso impopolare, di migliorare la sorte degliafricani. Né all'uno né all'altro piaceva quello che dovevanofare. «È una cosa terribile,» disse una volta Sir Patrick inuna dichiarazione pubblica, «spostare questa gente dalleloro terre natali, e noi lo facciamo con commiserazione ecomprensione».


In ogni villaggio si ripeteva la stessa scena.
All'ombradi grandi alberi il ministro e il commissario stavano sedutisulle loro sedie di canapa da safari, attorniati da un gruppo di funzionari minori e da vigorose ordinanze africane.Di fronte, accoccolati sui loro sgabelli da cerimonia o seduti per terra, c'erano i capi e gli anziani. Dopo un lungoe grave scambio di saluti, cominciava il lavoro degli indaba (Conferenza fra, o con, indigeni sudafricani).
Pazientemente veniva spiegato ciò che stava per accadere e perché essi dovevano lasciare il luogo. Nelle nuove terre, riservate per loro, potevano scegliere dove preferivano vivere. Gli anziani non avevano fretta di rispondere. Scrutavano con i loro occhi vecchi e tristi il visodolente di Sir Patrick e l'espressione riservata, appena sorridente di Cockcroft, finché si convincevano che, pur essendo incredibile quanto diceva loro l'uomo bianco, era purtroppo vero che il fiume si sarebbe esteso sulle loro case.
Insistevano nella domanda: «Possiamo vedere le nuoveterre dove dobbiamo andare?» «Com'è oltre le colline?»«Possono andare prima i nostri giovani a cercare il postoper noi?»


Da novembre ad aprile, col cadere delle piogge chespazzarono i sentieri e mandarono i fiumi in piena, le terredei Batonka della vallata rimasero isolate dal resto dellaRhodesia del Sud. Soddisfatto che gli uomini delle tribùavessero accettato l'inevitabile, Cockcroft si mise all'operaper preparare le loro future residenze. Si costruirono centinaia di chilometri di strade, si arginarono i torrenti, sicrearono pozzi d'acqua mediante perforazioni, venneroscelti fertili appezzamenti di terreno e segnate le posizionidei nuovi villaggi. Secondo i piani stabiliti, la trasmigrazione doveva cominciare nel 1956, il trasferimento delgrosso della popolazione nel 1957 e l'evacuazione dei pochi villaggi che sarebbero stati allagati per ultimi, nel 1958. Quando il lago avrebbe cominciato a formarsi, tuttii Batonka si sarebbero trovati da quaranta a duecentocinquania chilometri lontano dal pericolo e ben sistemati nelle nuove dimore. Rispetto a questo, il programma per la sponda settentrionale era, come si vedrà, ritardato.


Ma quando Cockcroft e i funzionari che dovevano sorvegliare la trasmigrazione ritornarono nella vallata allafine delle piogge del 1956, trovarono quasi completamente distrutto il lavoro svolto precedentemente. Benché fosse stata tagliata fuori dalla Rhodesia del Sud, la vallataera rimasta aperta ai visitatori provenienti dalla riva settentrionale. Il Congresso Nazionale Africano aveva deciso diopporsi a Kariba, e alcuni suoi emissari, inviati ad attizzare il malcontento fra i Batonka della Rhodesia del Nord,erano anche passati sulla riva meridionale. La loro propaganda assunse forme curiose, ma è difficile stabilire fino a che punto i nazionalisti semi-istruiti si prendessero gioco, senza scrupolo, della credulità dei Batonka e fino a chepunto la condividessero. «È noto,» diceva la più importante delle loro argomentazioni, «che Nyaminyami è il dio onnipotente delfiume. Egli non permetterà mai agli uomini bianchi diassoggettarlo. Con un colpetto della coda distruggerà tuttii lavori fatti nella gola»


Nyaminyami non è un mostro mitico come il dragonedelle leggende popolari. Benché qualche volta venga personificato come un grande animale-fiume, il concetto, insenso lato, della sua esistenza è molto più profondo. Lareligione degli africani è tutt'altro che semplice. Essi credono in uno spirito supremo, invisibile e immortale, cheregola l'universo, la vita e la morte. Non c'è diretta comunicazione fra lui e l'uomo, in quanto l'uomo non è chel'oggetto di una delle sue tante cure. L'uomo è congiuntoal dio supremo attraverso gli spiriti della tribù e dellafamiglia, che sono pure immortali, ma si mantengono acontatto con i loro discendenti in vita per mezzo dellediverse categorie di stregoni. E non solo l'uomo, ma ognicosa al mondo - sembra che venga oscuramente intuito- ha il suo legame con l'essere supremo attraverso i propri spiriti.
Nyaminyami può essere definito in parte unasemplice personificazione delle forze elementari del fiume,come Thor personifica il tuono, ma non è questo il suosolo attributo.


Bisogna anche tener presente che i Batonka della vallata, almeno quelli della sponda meridionale, non sonostati convertiti alla fede cristiana. Del resto in nessun luogoil missionario ha avuto molto effetto sugli africani. Nellasua opera si ravvisa un mezzo di educazione secolare piùche spirituale. I benefìci della sua scuola sono apprezzatidal punto di vista istruttivo e le bardature della sua fedesono rispettate per usufruire dell'istruzione. Un africano si convertirà a una qualsiasi forma di cristianesimo con la stessa naturalezza con cui si cambierà le scarpe, se vi troverà un vantaggio. Solo quei rari e umili maestri che comprendono come la concezione africana di Dio sia degna di rispetto, anche se vaga come la loro, guadagnano convinti proseliti.
Ma per quanto siano profonde le radici della religioneafricana, i suoi frutti sono spesso vuoti come quelli diqualsiasi altra fede. La credulità degli uomini delle tribùafricane non è molto diversa da quella dei contadini siciliani o degli evangelisti del Galles. Non era difficile convincere quei semplicioni che Nyaminyami avrebbe scatenato la sua collera sulla nuova città senza dio, Kariba, cosìcome Jehova - paragone che probabilmente non è statofatto - punì Sodoma. Ma questo argomento suscitò inessi la sensazione di essere traditi da Nyaminyami. E allora si cominciò a dire che gli spiriti delle famiglie e delletribù erano adirati al pensiero che la gente stesse per lasciare le rive del fiume.


Quei messaggeri del Nord esortarono la gente ad averefiducia nel proprio dio. Se il popolo non lo abbandonava,Nyaminyami lo avrebbe protetto. Avrebbe fatto in modoche l'acqua ribollisse, e distruggesse il fragile «ponte»costruito dagli uomini bianchi a Kariba; o altrimenti,avrebbe dato ai fedeli la capacità di vivere sott'acqua alsopraggiungere dell'inondazione. Avevano portato delle carte con potere magico e le vendevano per conto del dio.Il loro prezzo era di 150 lire sterline per un ragazzo, 218 per unadonna, 305 per un uomo, 870 per un capo famiglia, 5.250per un capo. Ben pochi non le comperarono. Si scoprì chei documenti rilasciati ai capi erano copie di una petizioneche Harry Nkumbula, il leader del Congresso nella Rhodesia del Nord, aveva inviato alla regina chiedendo che ilprogetto di Kariba fosse abbandonato, e non, come quellidichiaravano, le copie di un messaggio che uno spirituale«Ari» aveva avuto dal dio; i sottoscrittori meno importanti avevano ricevuto invece una semplice tessera di iscrizione al Congresso.
Due erano le strade che potevano essere seguite da Cockcroft e Sir Patrick quando, trovatisi di fronte alla nuova situazione, videro che fra molti Batonka si era sviluppata una forte resistenza al trasferimento. O discutere laquestione, come decisero di fare i loro colleghi della sponda settentrionale, col risultato che le piene senza precedentidel 1957 e 1958 - quando Nyaminyami con un colpettodi coda spazzò via i ponti degli uomini bianchi - confermarono in pieno gli argomenti degli agitatori; oppureagire rapidamente mentre alcuni capi influenti dei Batonka erano ancora disposti a cooperare.
Sir Patrick si recò di persona nella vallata per discuterecon gli uomini delle tribù. Egli chiarì di nuovo le ragionidel trasferimento, spiegò che cosa era stato fatto e che cosasarebbe stato ancora fatto per aiutarli nelle nuove terre.


Il 15 agosto un convoglio di quindici autocarri si presentò in un villaggio in cui si trovavano alcuni dei piùrumorosi oppositori. L'evacuazione cominciò la mattinapresto, senza alcuna resistenza. Quando i Batonka videroche non arrivava nessuna delle minacciate diaboliche conseguenze, accettarono l'inevitabile e l'operazione si svolsenormalmente. Alla fine del mese più di 1500 persone eranostate trasferite nelle nuove dimore, una cifra che dovevaessere più che triplicata prima della stagione delle piogge.

In ogni villaggio, prima dell'evacuazione bisognava placare gli spiriti della tribù.
Essi sono generalmente associati ad alcune speciali figurazioni, di solito un albero liscio come il baobab, talvolta uno stagno o una collinetta.Il rito variava; qualche volta consisteva nel gettare nell'acqua una piccola effigie d'uomo fatta di erba: residuo,indubbiamente, dei tempi in cui si sacrificavano esseri umani. Più spesso, alla vigilia della partenza, si svolgeva unacerimonia durante la quale si beveva birra e veniva spiegato agli spiriti perche i Batonka se ne andavano. Gli uomini del villaggio li rassicuravano come vecchi amici, dicendo che non era per inimicizia e che gli spiriti sarebberorimasti ancora e sempre nel pensiero di ciascuno. Quindiavanzavano il suggerimento che gli spiriti prendessero inconsiderazione l'idea di venirsene via anche loro, e da ultimo, con distratta cortesia, lasciavano cadere l'avvertimento che se pensavano di combinare guai, vi erano attornodegli spiriti ancora più potenti che avrebbero procuratoloro dei dispiaceri.

All'alba del giorno dopo, i piccoli mucchi dei loro averi venivano riuniti nel centro del villaggio. Roba da poco: ceste di grano, qualche pentola, talvolta un tamburo decorato o uno strumento a corda ricavato da una zucca, lance,qualche pelle e un'ascia. Quando tutto era pronto e mentre veniva fatto un controllo esatto di ogni oggetto e diogni persona, le donne e gli uomini stavano accoccolati ingruppi separati, parlando poco, e dando boccate alle loropipe hubble-bubble dalle quali il fumo di tabacco e disemi di miglio viene aspirato attraverso l'acqua.
Quando arrivava il momento di andarsene, erano i bambini che di solito rompevano la tensione. Ridendo e schiamazzando, si arrampicavano sui camion come se si trattassedi un gioco. Alla fine un po' di eccitazione si comunicava agli adulti, pochi dei quali avevano visto prima diallora un veicolo a motore, e cominciavano anch'essi asorridere e chiacchierare mentre si sistemavano sui bagagli accatastati, pronti per la nuova avventura. L'ultimo asalire sterline era il capo del villaggio o qualche anziano, custodedel reliquiario. Col lento, dignitoso passo dei Batonka, simile a un passo di danza, egli andava verso il reliquiarioe ancora una volta spiegava agli spiriti ciò che stava accadendo perché non rimanessero tutt'a un tratto offesi o irritati nello scoprire che la gente se n'era andata.

Con gli occhi abbuiati dai pensieri che si agitavanonella sua mente, tornava senza fretta agli autocarri, doveuna decina di mani si sporgevano per aiutarlo a salire sterline alposto d'onore che gli era stato riservato.

Una coltre di polvere stagnava sulla vallata mentre iconvogli uscivano uno dopo l'altro per iniziare il lento viaggio su per le ripide scarpate in una terra di fitta boscaglia, diretti verso il sud. Cockcroft e i suoi assistentistettero fino a diciotto ore al giorno sulle loro Land Roversguidando la gente e gli armenti. In sette settimane coprirono 230.000 chilometri per trovarsi dovunque vi fossequalche guaio in vista: un autocarro che si fermava in unazona dove abbondavano bestie pericolose, un litigio sullasistemazione di un nuovo villaggio, una lagnanza sui luoghidi rifornimento d'acqua, una voce che le capre o il bestiame erano smarriti. Se era necessario interrompere il viaggio di notte, la comitiva si sistemava in un accampamentoprotetto da un recinto di rovi, uno «schermo», come veniva chiamato, dove tutti potevano riposare e dormire senza essere disturbati dalle belve in cerca di preda. Quandogiungevano a destinazione, li attendeva un altro accampamento simile, e lì si fermavano per cercare il luogo dovecostruire le capanne.


Questo non era un compito insolito e mortificante, come potrebbe sembrare. Il villaggio africano è un poco solido insieme di capanne fatte di canna, erba e fango, e anchein tempi normali accade spesso che venga abbandonato peressere ricostruito altrove. Il vecchio posto può essere statoinfestato da qualche flagello; il suolo può essere stato coltivato sino ad esaurimento, per cui si rende necessario lospostamento verso una zona vergine, o può essere accadutoche gli spiriti familiari abbiano espresso il loro malcontentoper il vecchio posto.
D'altra parte, a impedire la nostalgia, c'era abbastanzada fare per sgombrare la nuova sede e le terre da coltivare. Talvolta un vecchio che stava abbattendo un albero,credendo di non essere osservato, interrompeva il lavoro,e si chinava a prendere una manciata di terra polverosa.La esaminava tristemente, confrontandola col ricco fangoalluvionale che aveva conosciuto, e guardava fisso il cieloinfuocato, così diverso dall'atmosfera della sua umida vallata. Scuoteva la testa, lasciava scorrere la polvere tra ledita, e con rassegnazione riprendeva a vibrare l'ascia.
È «una cosa terribile», per un vecchio, essere separatodal suo lungo passato, come, per chi muore, essere condannato a non congiungersi alla schiera accogliente dei suoiantenati, e a dover errare solo, in una terra priva di morti.
Un'antica e felice cultura era stata cancellata dalla faccia della terra, e un'altra isola di individualità era svanitada quello che sta diventando, sempre più rapidamente, unmondo uniforme.
Che la cultura fosse condannata in ognicaso, è una magra consolazione per chi lia adempiuto ilcompito di affrettarne la fine. Cockcroft non è un sentimentale che si compiace di mantenere allo stato primitivo plaghe di «pittoresco», dove esseri umani vengonoconservati come selvaggina, o come vecchi edifici per il piacere e l'istruzione delle masse standardizzate. Nessuno meglio di lui conosce gli aspetti peggiori delle condizioni divita dei vecchi Batonka, quando la lebbra, la febbre nera,la bilarziosi, la dissenteria, la malaria, la framboesia e lamalattia del sonno, mutilavano, indebolivano e uccidevano. Egli ricorda le brutte stagioni quando i bambini dallegambe sottili e dalla pancia gonfia morivano di rame equando vecchi e vecchie inutili venivano abbandonati suiloro giacigli e volgevano tremando il viso contro la paretesenza un lamento. Egli ha avuto esperienza dell'atrofia dimenti agili e vivaci, e sa quanto siano vulnerabili, senzasalvezza, coloro che non hanno una qualifica o un'istruzionein una civiltà dominata dalla competizione e dal materialismo.

Cockcroft ed altri simili a lui sono decisi a far sì che iBatonka traggano benefici materiali dal trasferimento. Ottomila chilometri quadrati di terra sono riservati a loro.Sono state costruite scuole e i Batonka mandano conentusiasmo i loro figli a imparare quei simbolicuriosi che sembrano racchiudere il segreto dellasapienza dell'uomo bianco. Una clinica di cento lettiè stata costruita per loro a Binga, dove può essere facilmente raggiunta dalle nuove dimore.
Specialisti dello «Sviluppo del paese», fra i quali lo stesso figlio di Cockcroft,stanno insegnando loro nuovi sistemi di agricoltura: comesi usano i trattori, come si cura la terra, come si conserva l'acqua, come si fanno crescere i raccolti per guadagnare e non solo sopravvivere. Vengono date loro regolarmente delle razioni e si continuerà a fornirle fino aquando essi si saranno impadroniti delle nuove tecnicheagricole e potranno di nuovo nutrirsi da sé. I Batonka giàcominciano ad acquistare stoffe occidentali, ad ambirebiciclette e scarpe, radio portatili e occhiali da sole; alcuni di essi hanno imparato a fare i negozianti e hannoaperto botteghe per servire una popolazione che pochi annifa sapeva soltanto barattare. Benché siano stati sempre isolati e abbiano condotto una vita primitiva, hanno dimostrato di possedere un alto grado d'intelligenza e, cosapiù di tutte inattesa, una particolare disposizione a lavorare con le macchine e a capirle.

I giovani e le giovani Batonka, dagli occhi chiari, lo spirito vivace e ben nutriti, affollano oggi le austere aule scolastiche studiando attentamente le lettere ed i numeri. Frauna generazione, forniranno la loro schiera di dottori, avvocati e impiegati, di sognatori e agitatori, di capi e dimalcontenti, da aggiungere al fermento dell'Africa.

Il gentile e cinico Cockcroft si lasciò un giorno sfuggire l'osservazione che l'errore della maggior parte dei missionari e idealisti sta nel fatto che, invece di prendere lanatura umana così come è, costruiscono nella loro menteuna personalità utopistica e vorrebbero convertire ognunoin questo tipo.
«Naturalmente, ciò conduce ad amare delusioni e alla disperazione. Il massimo che si può sperare è di rendere la vita unpo' migliore a chi venga a trovarsi sotto la nostra influenza. Quelloche poi gli uomini faranno di ciò che noi possiamo dare, è affareloro»

I Batonka sono stati fortunati ad avere avuto un taleuomo a governarli durante i loro anni di prova. Egli è diventato un po' stanco al loro servizio, e l'unica ambizioneora è di possedere un piccolo pezzo di terra a Binga lungola sponda; stare a vedere che cosa accade sul nuovo lagoe che cosa faranno i suoi amici Batonka del loro stranofuturo.
Più di ventimila persone sono state reinsediate sullealture. Il trasferimento e costato una sola vittima. Il giovane pilota di un aereo, che volava a bassa quota sul nuovoterritorio per disinfestarlo contro la mosca tzé-tzé primadell'arrivo dei Batonka, perse il controllo dell'aereo e sisfracellò contro un albero.
In quel periodo egli era in licenza, ma volle ugualmente pilotare l'apparecchio perchéil lavoro fosse finito in tempo.
La sua morte fu istantanea.


CAPITOLO OTTAVO - LO SPIEGAMENTODELLE FORZE




Non appena le decisioni definitive posero fine allediscussioni sul proseguimento o meno del progettoe su chi dovesse costruire la diga, Kariba venne affrontata con una nuova linea di attacco. Alcuni gruppi politiciiniziarono una campagna per creare lo scontento fra glioperai indigeni del cantiere e per scoraggiare il reclutamento nel Niassa. Il piano originale della Commissione perl'energia elettrica stabiliva di impiegare a Kariba il maggior numero possibile di uomini del Niassa. I niassa, infatti, sono ottimi e volenterosi lavoratori, purché si dialoro cibo a sufficienza, ciò che di solito non hanno al loropaese, dove tutta la popolazione, salvo un tre per cento, riesce malamente a sopravvivere con il imito dei magri raccolti. La costruzione avrebbe potuto fornire lavoro a 8.000uomini del poverissimo Niassa, con una paga tre volte piùalta di quella che potevano sperare di guadagnare a casa.
Ma essendo la diga di Kariba un progetto federale, incontrava forte opposizione da parte degli uomini politici negri del Niassa che mal tolleravano la Federazione alla quale il governo britannico li aveva costretti ad unirsi. I piùintelligenti capi niassa non avevano mai negato i beneficiche sarebbero derivati da Kariba, ma non è la prima voltache un popolo si ostina in una ripicca politica a spese delproprio interesse economico. Già nel marzo del 1956, Wellington Chirwa, che prima dell'arrivo del dottor Banda eraconsiderato un estremista, descriveva il progetto di Karibaal parlamento federale come un piano tendente a spopolare il Niassa, poiché ne costringeva la popolazione maschile a lavorare in condizioni di schiavitù fra l'umidità malarica. Il Niassa in realtà è molto più piovoso e alberga molte più zanzare di Kariba, e chiunque avesse voluto spopolare la regione, non avrebbe potuto trovare soluzione migliore che abbandonare il Protettorato alla sua miseria.

Tuttavia, Wellington Chirwa, che solo per il suo senso del ridicolo non è diventato un fanatico, sebbene sia sempre pronto a parlare come tale, non si rivolgeva alle schiere indignate e scontente del partito federale, ma ai diecimila capi dei villaggi niassa. E questi lo ascoltarono ancor più attentamente quand'egli lasciò cadere il motivo dell'umidità e della malaria che, dal momento che i niassa non avevano mai conosciuto altro, non poteva costituire una seria ragione di protesta.

Lagnanze ve n'erano tra gli indigeni di Kariba propriocome ve n'erano fra tutti coloro che lavoravano in quellalocalità isolata e primitiva. Chirwa diceva, e nessuno poteva negarlo, che la carne veniva distribuita una sola voltaalla settimana. Questo argomento avrebbe perso non pocaefficacia se egli avesse aggiunto che la razione settimanaleera di 1.300 grammi, superore cioè a quella che il niassamedio consuma in un mese. Vi erano lamentele per gli alloggi. Alla fine di luglio, infatti, la maggior parte dei 4.000indigeni di Kariba viveva sotto tettoie di erba, di canapao di tela da sacco, il che può sembrare, ed è, abbastanzaprimitivo; ma assolutamente identiche erano le condizioni in cui viveva la maggior parte dei 600 europei finchénon vennero costruiti i villaggi per entrambe le razze.

In luglio non è poi tanto scomodo vivere sotto la tendanell'Africa centrale; e vero che, durante le notti fresche,gli operai europei, che dormivano in 30 sotto una tenda,avevano un piccolo vantaggio sugli indigeni il cui numero, sotto un tetto di eguale grandezza, era attentamentecontrollato da una squadra di ispezione perché «non superasse la ventina». Esisteva, in ogni caso, una deficienzadi servizi igienici, e la zona del campo brulicava di topi.Chirwa diede meno rilievo a questo inconveniente diquanto ne desse al fatto che gli operai «erano costretti aprendere medicine, anche quando non erano ammalati»,esatto riferimento alla distribuzione di tavolette contro lamalaria e contro la spossatezza causata dal caldo. Le condizioni di vita erano indubbiamente dure, come lo sonoin qualunque accampamento di una certa grandezza; epoiché si sapeva che era in costruzione un villaggio indigeno per alloggiare 6.000 operai in case e baracche, pocoveniva fatto per migliorarle. A nulla servì la pubblicazione, fatta in risposta dalla stampa locale, di fotografiedi una donna europea che abbraccia il suo bambino e«guarda con invidia» le casette che vengono costruite perle mogli indigene. Ne' ebbe grande effetto l'invito a visitare il cantiere fatto a gruppi scelti di giornalisti africanie di capi niassa. È possibile intuire un vago senso di riserva nei loro commenti, tuttavia essi riferirono doverosamente che non vi era di che lamentarsi. Nessuno, comunque, nei remoti villaggi del Niassa, lesse mai queste cronache; molta gente, invece, prestò orecchio alle voci chevenivano sparse dagli agenti nazionalisti indigeni.

Di conseguenza, in agosto, proprio quando gli italianisi preparavano a subentrare e doveva avere inizio il lavoroprincipale, il reclutamento nel Niassa risultò del tuttonegativo. Non vi furono difficoltà, salvo qualche piccoloritardo, nel reclutare operai da altre parti, dal Mozambico, dall'Angola, dalle due Rhodesie, dalla Beciuania edal Congo. La mano d'opera indigena divenne eterogenea quanto quella europea, e gli unici a soffrirne furonole migliaia di niassa che preferirono la realtà della loromisera condizione, agli immaginar! orrori di Kariba.
Dopo un mese o poco più, tuttavia, qualcuno decisedi correre il rischio. Quanto coraggiosi, o disperati, essifossero è rivelato dalla storia di un gruppo che, subito dopo l'arrivo, venne messo in fila per prendere visione delposto di lavoro. Dalla fila di iacee costernate si fece avantiun portavoce.


«Capo,» chiese, «quando ci distribuiranno le cannucce?». Una breve inchiesta rivelò come nel Niassa fosse statodetto loro che gli uomini bianchi stavano costruendo unponte attraverso il fiume e che i lavori subacquei eranoriservati agli indigeni. Essi si attendevano di dover lavorare con una mano, mentre con l'altra avrebbero dovutotenere stretta la cannuccia forata attraverso la qualesperavano di respirare.
Erano pronti a lavorare sott'acqua per cinque ore allavolta, alla sola condizione che venissero distribuite loro lecannucce. Questo è il coraggio che un giorno porterà lontano il Niassa.


Questo è anche il legato di favole e dicerie che l'Impresit, il gruppo datore di lavoro, ereditò dal canto suo.Quando, a un nucleo di pazienti agitatori, il momentofosse parso maturo, sarebbe stato facile incitare allo sciopero uomini così creduloni. Dovevano ancora passare piùdi due anni prima che il momento maturasse, l'interaFederazione venisse a trovarsi sull'orlo di una agitazionepolitica e il progetto di Kariba divenisse più vulnerabileche mai per l'ostilità dell'uomo.

Sin dall'inizio, gli indigeni e gli italiani andarono d'accordo. La maggior parte degli operai dell'Impresit è diorigine contadina. La loro vita dura nelle pianure del settentrione e ai piedi delle Alpi non li ha incoraggiati adaver troppe pretese; verso gli indigeni non hanno quellaprevenzione razziale che spesso assume manifestazioni morbose fra la maggior parte degli europei della stessa classe.Il loro atteggiamento è privo di inibizioni e amichevole.Per gli italiani, è naturale far visita alla casa di un indigeno del proprio gruppo se è ammalato, portargli regali,chiacchierare con lui e giocare con i suoi figli.

Non era tanto la gentilezza che impressionava gli indigeni, perché anche i rhodesiani, come del resto granparte dell'umanità, sono gentili di natura. Essi erano gratiper l'assenza di quegli umori imprevedibili ed arrogantiche spesso impediscono ogni senso di cameratismo fra operai neri e bianchi.
«Tutti noi dipendenti, sia europei, sia indigeni, facciamo lo stesso lavoro di sollevare e spingere, e lo facciamoinsieme, allegramente» Così un veterano «boss-boy» descriveva quella che per la maggior parte degli indigeniera una nuova esperienza.

Inoltre, il fatto di dividere i comuni pericoli, univa,come è naturale, tutti quelli che lavoravano alla diga, lungo il fiume, o nelle grandi gallerie che venivano scavatenelle colline. Come in tutte le cose, per ogni atto di coraggio registrato, almeno altri venti passano inosservati,tranne agli occhi di coloro che li vedono da vicino. Lastoria del «piccolo» Madira, diminutivo africano che pròviene dal Mozambico, è un esempio del laconico coraggio di coloro che lavorano sempre faccia a faccia col pericolo.


Il 15 novembre 1956, il motore di una piccola imbarcazione si guastò mentre un gruppo di ingegneri dell'irrigazione stava viaggiando sul fiume. La velocità dellacorrente era di 18 km. all'ora e il fiume era turbolentoper le recenti piogge. L'imbarcazione fu trascinata giù perla gola, rimase impigliata in un cavo teso basso attraversoil fiume e si capovolse. W. G. Wannel, l'ingegnere dell'irrigazione che dirigeva il gruppo, udì uno dei giovanichiedere con voce calma: «Qualcuno mi aiuti, non sonuotare» Wannel lasciò l'imbarcazione capovolta, che gli forniva una certa sicurezza, per sorreggere il compagno chestava annegando. Entrambi vennero ripetutamente risucchiati sott'acqua, sino a quando Wannel, sentendosi mancare le forze, lasciò la presa. Egli non ricorda altro, peròera stato visto da Vittorio Soprani, un capo meccanico diBologna, che si tuffò subito nel fiume. Questi riuscì appena a mantenere a galla Wannel, tanto violenta era la corrente. Dalla riva erano quasi invisibili a causa delle ondeche si frangevano contro i loro corpi. Se Madira non liavesse scorti sarebbero entrambi sicuramente affogati osarebbero stati sbattuti contro la riva rocciosa dai pesantidetriti che la corrente trascinava con sé. Madira provenivadalla costa ed era abituato sin dall'infanzia a lottare contro le onde dell'Oceano Indiano. Era un forte nuotatore.Per prima cosa condusse in salvo Wannel, quindi tornòindietro per aiutare Soprani a raggiungere la riva nord. Sirituffò poi, per la terza volta, nello Zambesi infuriato perritornare alle sue occupazioni sulla riva opposta; raccolsei suoi attrezzi e continuò il lavoro come se niente fosseaccaduto.


La Royal Humane Society consegnò a Wannel e Soprani degli attestati di benemerenza su pergamena e, tramite il governo della Rhodesia del Sud, conferì una medaglia di bronzo a un sorpreso e intimidito Madira.

Tutto ciò che fu mai rivisto dell'altro giovane finitoin acqua, fu un braccio, il giorno dopo, puntato per unmomento verso il cielo, in una pozza d'acqua che brulicava di coccodrilli.


Durante gli anni seguenti, raramente passò una settimana senza che morissero uomini per la realizzazione diKariba.
Lo stillicidio di perdite umane, che si mantenneentro le fredde previsioni statistiche, se si eccettua un incidente del 1959 in cui rimasero uccisi 17 uomini, noninfluì sui lavori in corso. Ma altri due avvenimenti sgradevoli che seguirono, in breve spazio di tempo, pur noncostando vite umane avvertirono gli italiani che l'impresada loro iniziata era assediata da difficoltà che i contabili ei tecnici, nel calcolare il costo di Kariba, non avevano potuto prevedere.

Il giorno prima che Madira salvasse in un'ora due viteumane, il fiume segnò un altro successo. Come per la prematura inondazione delle fondazioni della tura, avvenutal'anno precedente, la sua fu più che altro una vittoriatattica, che disturbò il nemico ma non lo minacciò maiseriamente. Il 14 novembre gli italiani stavano lavorandoper ridurre lo spessore dei diaframmi di roccia che laCementation aveva lasciato ad ogni estremità della galleria di diversione, perché si stava avvicinando il momento in cui dovevano essere eliminati per deviare dal lettodello Zambesi una parte delle acque. Il piano era di portar via a poco a poco la roccia con esplosioni controllatesino a che la barriera, a ciascuna estremità, fosse tanto sottile da poter essere abbattuta al momento di aprire la galleria al fiume.
La roccia che chiudeva l'estremità di valle della galleria era attraversata da una fenditura ignorata dagli ingegneri. Un'esplosione, che aveva il solo scopo di ridurre lospessore a poco più di un metro, si fece strada attraversotale fenditura verso lo Zambesi. L'esplosione fu così violenta che grandi blocchi di roccia vennero scaraventati apiù di 18 metri d'altezza. Questi maldestri missili non fecero altro danno che fratturare alcune ringhiere del pontesospeso, ma la galleria venne rapidamente inondata da46.000 metri cubi d'acqua. Benché speciali attrezzaturefossero fatte accorrere da Bulawayo, lontana 800 chilometri, gli sforzi per prosciugare la galleria fallirono, e illivello dell'acqua entro di essa non fu ridotto al disottodi tre metri. In conseguenza di ciò, quando un mese piùtardi venne aperta l'estremità a monte, si dovette eseguire una difficile esplosione subacquea usando 1350 kg. didinamite. Lo sfortunato incidente si risolse in una seccatura che venne però a costare 35 milioni.
Ciò che allarmò gli ingegneri fu la scoperta della incerta solidità della roccia che formava la riva meridionaleperché, all'interno di quella roccia, 170 metri sotto la superficie delle alture, doveva essere scavato un villaggio sotterraneo, disposto attorno alla centrale che da sola sarebbestata lunga 140 metri, larga 20 e alta 30.
Che la prima faglia non fosse un difetto isolato, risultò chiaro il 4 gennaio 1957. Una parte della galleria di accesso, che si stava inoltrando verso la futura centrale, franò, intrappolando tre operai italiani. Con i cavi elettricie le tubazioni dell'aria compressa tagliati, essi rimasero inuno spiacevole buio e in un silenzio rotto soltanto dalrumore smorzato delle frane che continuavano.
Appena gli uomini si tolsero dalla polvere soffocante,riuscirono a vedersi e la compagnia reciproca calmò ilpanico che nei primi terribili secondi li aveva sopraffatti.Non erano in pericolo immediato essendosi allontanati dalla zona della frana, ma erano preoccupati poiché ignoravano l'effettiva lunghezza della ostruzione che ora si ammucchiava fra loro e l'ingresso della galleria, 60 metri piùindietro.
Il più giovane dei ire ritornò presso la frana e cominciò furiosamente a spostare i blocchi liberi. L'uomo chesubito divenne il capo del terzetto, permise al giovanecompagno di sfogare per un po' la sua eccitazione, poi lochiamò: «Stà calmo, amico. Conserva le tue forze. Potresti averne bisogno. Non può accadere! nulla di grave, mapuò darsi che si debba aspettare a lungo»

Un po' vergognato, il giovanotto tornò indietro, e isuoi passi lenti risonarono nella galleria. «Quanto tempopasserà prima che ci trovino?» chiese con una voce chenon era così disinvolta quanto egli si sforzava di renderla.
«Non lo so, ma non avere paura: verranno»
Prima che fosse trascorsa un'ora, udirono i primi rumori dei salvatori, uno strisciare e uno smuovere di terraentro il cumulo di terreno franato. Poi una voce cavernosa, che li fece trasalire sterline tanto era vicina, chiamò: «C'ènessuno qua? Non c'è nessuno?»

Una tubazione era stata introdotta lungo la sommitàdei detriti; fu seguita da altre attraverso le quali vennerospinti viveri, acqua e candele. Dopo di che, non rimasealtro da fare che attendere, giocare a carte e sonnecchiare, mentre i compagni sgombravano le 1500 tonnellate di pietrame. Passarono circa due giorni e due notti prima che i tre uomini venissero liberati. Ridendo, posaronodavanti ai fotografi che erano venuti in volo da Salisbury, eil più giovane fece finta di cercare qualcosa nella barbada pirata del capo. Strappò via un pelo con le dita e loalzò per mostrarlo alla folla: «Guardate,» disse, «gli ècresciuto un pelo grigio. Come vedete si è preoccupatosolo per un istante» La preoccupazione degli ingegneriinvece durò più a lungo. Ci volle fino a maggio per riparare tutte le conseguenze della frana e per riprendere ilavori nella galleria.


Quarantacinquemila chiodi di ancoraggio vennero usati per imbullonare la roccia nella sezione debole che erastata scoperta.

Ma prima che la galleria fosse rafforzata, gli uominidell'Impresit furono costretti ad affrontare un pericolo infinitamente più furioso e potente.
Il primo disperato assalto di Nyaminyami era iniziato.

CAPITOLO NONO - IL PRIMO ASSALTO


Gli italiani si rendevano ben conto sin dall'inizio che per essi Kariba costituiva una prova determinante.
Si trovavano in un paese straniero e sapevano che ogni loroazione sarebbe stata osservata gelosamente. A qualcuno nonsarebbe affatto dispiaciuto vedere il fallimento del progetto, ed altri sarebbero stati felicissimi se gli italiani nonfossero riusciti. Professionalmente, gli italiani avevano fiducia nella propria abilità tecnica. Erano membri dellostesso gruppo; per la maggior parte avevano già lavoratoinsieme e conoscevano a vicenda le proprie forze. Inoltrela sensazione di essere sotto attento esame li univa ancorapiù saldamente.


C'era un'altra ragione per cui il loro morale era eccezionalmente alto.
Veniva loro offerta l'occasione di riabilitare la reputazione dell'Italia in Africa, dove le sfortunedella guerra l'avevano quasi distrutta. Resi sensibili daquesto insieme di cose, erano convinti che sotto le maniereformali e spesso cordiali dei loro colleglli inglesi, rhodesiani e sudafricani, si celasse una certa condiscendenza.Nelle riunioni tecniche, la loro competenza era fuori discussione; tutti ammettevano che i loro operai specializzatifossero insuperabili per industriosità e capacità; ma c'eraancora qualcosa che doveva essere provato: la loro tenacia,o, come i colleghi lo definivano in privato, il loro spirito combattivo. Essi avrebbero avuto presto l'occasione di dimostrarlo. Mai un fiume si battè così selvaggiamente e tenacemente come lo Zambesi stava per fare; mai un progetto èstato intralciato da tante avversità; tuttavia gli italiani nonsolo le superarono, ma furono sempre in anticipo sui programmi.


Non passò molto tempo che essi sentirono parlare diNyaminyami e della credenza condivisa da molti indigeniprimitivi, che sarebbe stato impossibile domare lo Zambesi. Scherzosamente, i loro predecessori li misero al corrente della sua incursione sul finire dell'anno precedente,quando aveva distrutto il ponte di barche ed invaso latura. Gli italiani risero tra loro; avevano già avuto modo di conoscere quasi tutti i più grandi fiumi del mondo.Ma questa leggenda si accordava con le loro romanticheidee sull'Africa nera.
Ne scrivevano a casa con una puntadi spavalderia, proprio come raccontavano degli ippopotami dell'isola del Sanyati, dei coccodrilli che prendevano il sole sulle rocce del fiume, dei babbuini abbaianti sullealture, e dei tamburi che si sentivano dopo il calar del solenei villaggi indigeni. Erano quasi contenti quando, in novembre, il comportamento dello Zambesi fu definito insolito dagli espertirhodesiani.


Forti piogge cominciarono a cadere un mese prima delprevisto, e improvvise piene-lampo ostacolarono il lavoronel fiume. Lo Zambesi, gonfio per le piogge torrenziali cadute sui vicini bacini imbriferi, cresceva di parecchi piediin una notte e poi, altrettanto rapidamente, tornava a decrescere.
La storia di Nyaminyami era tanto suggestiva cheessi erano lieti di poter spiegare, con un po' di fantasia,quei trascurabili capricci climatici come una confermadella leggenda. Ma se tutto ciò che il grande dio fiume poteva fare si limitava a quelle piccole manifestazioni, allora Nyaminyami era non molto più temibile delvecchio, venerabile, padre Tevere e ancora meno pericoloso del loro fiume Po in Lombardia.

Gli italiani si imposero uno strenuo orario lavorando indue turni di dodici ore.
Protetti dalla tura innalzarono iprimi conci della diga, lasciandovi in mezzo delle aperture attraverso le quali potesse passare il fiume quandofosse stato deviato dal letto principale. I pilastri dovevanoessere sufficientemente alti, così da permettere la continuazione del lavoro quando il livello del fiume fosse salito; il primo fu completato per la fine di dicembre 1956, e allafine di febbraio il lavoro era molto in anticipo sul programma.


Benché l'immaginazione del pubblico fosse attratta principalmente dallo scavo delle gallerie e dalla costruzionedella diga, lo sforzo principale durante questi mesi fu concentrato in quello che gli ufficiali di stato maggiore durantel'ultima guerra chiamavano «le basi logistiche». Nel mesedi dicembre vennero gettati nella diga 1.750 metri cubi dicalcestruzzo; ma sarebbe venuto il tempo in cui la produzione sarebbe salita a 2.750 metri cubi al giorno. Per rendere possibile una simile impresa fu necessario costruireogni genere di impianti, assurdi d'aspetto e di dimensioni.Impianti per lavare la sabbia, per rompere la roccia e permescolare il cemento, si innalzarono sulle loro sottili gambe di acciaio, alte trenta metri e più; con le incastellatureprotese come tentacoli di mostri della fantascienza, eseguivano lavori così complicati che non era difficile credereche entro i loro tralicci di ferro si nascondesse un cervelloindipendente e spietato.


Furono innalzate montagne di materie prime. Sulle rive dell'isola del Sanyati un milione di tonnellate di sabbia vennero scavate da macchine che ne inghiottivano diecitonnellate alla volta e le gettavano negli autocarri.Questi ultimi, percorrevano, in catena ininterrotta, il tragitto di cinque chilometri e mezzo dalla sponda al cantiere e vi depositavano il loro carico creando colline altedecine di metri.

Vennero anche accumulate grandi scogliere di granito,ciascuna formata da pietre di differente grandezza; e, posti su file ascendenti intagliate nella roccia della riva settentrionale così da sembrare la tastiera di una gigantescamacchina da scrivere, vennero costruiti dei silos capaci diimmagazzinare 24.000 tonnellate di cemento.

I vari depositi furono collegati da un sistema di nastritrasportatori e di cavi, progettati in modo da alimentarele benne da 16 tonnellate e mezzo che, scorrendo su altefuni controllate dai blondins, scaricavano il calcestruzzoproprio nel punto desiderato. Questi «blondins», cheprendono il nome da un famoso funambolo, sono torrimobili che corrono lungo rotaie su una piattaforma parallela alle sponde del fiume, e reggono ciascuna una fune di80 mm. ancorata ad un punto fisso sull'altra riva.

Dalla cabina sulla torre, il manovratore può quindimuovere le benne in qualsiasi direzione. Benché il compito principale dei blondins fosse di portare il calcestruzzo direttamente dall'impianto di betonaggio alla diga, inseguito, nei casi di emergenza, furono impiegati per eseguire ogni sorta di incarichi, come sollevare un bulldozerdal letto del fiume o trasportare uomini e macchine da unariva all'altra.


L'aver raccolto sulle ripide pendici della gola un insieme così eterogeneo di attrezzature, di macchine generatrici d'energia e di materie prime, fu di per se stessaun'impresa di prim'ordine. Queste opere di ingegneriadi cui fra qualche anno non rimarrà traccia, furono semplicemente ausiliarie del progetto principale e saranno tuttedemolite non appena avranno adempiuto al loro scopo.
Nessuna meraviglia se gli italiani, occupati nella costruzione di quel grandioso cantiere all'aperto che si estende su parecchi chilometri quadrati, trattavano con indifferenza i capricci del fiume e talvolta ne erano addiritturadivertiti.
Ma a 1500 chilometri di distanza anche lo Zambesi stavamobilitando le sue forze. A monte di Kariba il fiume è alimentato da un bacino di 500.000 chilometri quadrati e pertutto novembre, dicembre e gennaio le sature foreste dell'Angola e della Rhodesia del Nord avevano assorbito lamaggior parte delle piogge. In febbraio arrivò alla gola ilprimo annuncio che vaste riserve di acqua si stavano accumulando nell'alto corso del fiume. A Balovale, la stazionedi misura al confine dell'Angola, si profilava la minaccia diuna piena che avrebbe impiegato da tre a quattro settimaneper raggiungere le cascate Victoria. Di qui in altri quindici giorni avrebbe potuto raggiungere Kariba. Fra le cascate e la gola, la piena principale sarebbe stata rinforzata da tre dei grandi affluenti della Rhodesia del Sud, ilGwaai, il Sengwe ed il Bumi, e da un centinaio di affluentiminori. Quasi all'ingresso della gola, poi, in vista dei lavori della diga, stava in agguato il Sanyati con la sua famadi violenza improvvisa. Raccogliendo, sotto una dozzinadi nomi diversi, la maggior parte delle acque del bacinomeridionale, il Sanyati scorrazza attraverso i pianori dellaRhodesia del Sud prima di scendere il ripido declivio versolo Zambesi. Quando è in piena, la corrente del Sanyatiha l'improvvisa, travolgente irruenza di una carica di cavalleria.
Ai primi di marzo non ci fu più alcun dubbio: loZambesi si stava preparando per un attacco di intensitàmai registrata. Anche nelle stagioni normali il fiume, sopraLivingstone, dilaga per una larghezza di 32 chilometrinella piana di Barotse, ma nel 1957 superò talmente ilsuo livello normale che in una sola notte spazzò via parecchi villaggi.
I quindici annegati che furono registratierano, probabilmente, solo una parte dell'elenco di morti.


Fu allora che ci si ricordò di Nyaminyami. Un annoprima, i suoi stregoni avevano predetto che se l'uomobianco avesse seriamente tentato di mettere un muroattraverso la gola, il dio fiume avrebbe inviato pienesenza precedenti per distruggere i suoi nemici. Per quanto la maggior parte degli africani di Kariba confidassenella superiorità del potere magico dell'uomo bianco, alcuni di essi cominciarono ad avere dubbi e suggerironodi chiamare gli stregoni per fare le tradizionali offerte aNyaminyami. Speravano di placarne la furia riconoscendone l'autorità.

Sebbene la proposta venisse respinta, non vi è dubbioche alcuni indigeni offrirono tributi personali al dio fiume, come è certo che centinaia di essi si unirono agliitaliani in una speciale cerimonia religiosa che si tennenel laboratorio dei carpentieri per invocare S. Giuseppe,protettore degli umili operai.

A mano a mano che il fiume aumentava la sua violenza, gli avamposti delle fortificazioni create dagli uomini nel suo letto cominciarono ad apparire miseramentedeboli. I piloni del ponte stradale tremavano sotto l'urtodella corrente che raggiungeva i 47 chilometri orari. Gliuomini che lavoravano entro la protezione della tura udivano il frastuono scrosciante dei grandi massi di pietrache rotolavano nel letto del fiume come se fossero ciottoli. Coloro che guardavano dalle sponde vedevano i detriti galleggiare sulla superficie dell'acqua: canoe fracassate, enormi alberi, grovigli di rovi e cespugli; e unavolta, vivida testimonianza dei disastri a monte, il tettoquasi intatto di una capanna, che girava pigramente suse stesso mentre scendeva precipitosamente.
Le segnalazioni della piena arrivarono per telefono dallestazioni poste lungo il fiume dal Dipartimento dell'Irrigazione; ma, poiché valutavano i rapporti con calma, gliingegneri erano del parere che, anche quando fosse venutoil peggio, nessuna delle loro installazioni sarebbe stata inpericolo. Sebbene l'altezza dell'acqua nella gola avesse giàsuperato il livello di massima, raggiunto durante il breveperiodo di dieci anni, dal tempo cioè delle prime misurazioni, e benché le comunicazioni da Livingstone rivelassero che la punta della piena doveva ancora venire, essicalcolavano che i due ponti sarebbero stati parecchio al disopra del livello pericoloso, e che la parete della turafosse abbastanza alta per impedire al fiume di superarla.
Imperturbabili, discutevano le quantità di lavoro per iprossimi giorni. Ma proprio come se attendesse questo momento, il Sanyati scese in piena tuonando dalle pendici.Durante la preparazione dei programmi di lavoro, era stataprevista anche la possibilità che le piene del Sanyati e dello Zambesi coincidessero, ma il rischio era parso così esiguoche era stato deciso di accettarlo.
Baldassarrini, direttore dell'Impresit a Kariba, quandogli vennero riferite le notizie sorrise: «Dovremo stare attenti con questo fiume. Sembra checonosca esattamente quello che stiamo per combinare»


Era il genere di nemico che piaceva a Baldassarrini, ilquale diede subito ordine di cessare tutto il lavoro entrola tura e di evacuare tutte le attrezzature da essa protette. Arrivò appena in tempo. Il fiume, quando le primeondate della cavalleria Sanyati presero d'assalto la gola,crebbe di cinque metri e mezzo in 24 ore. La tura fusuperata e solo un vortice turbolento di schiuma segnò lasua posizione sotto l'acqua. Per poche ore, il braccio delderrick che non c'era stato tempo di rimuovere si sporsedalla superficie, aprendo una profonda ferita nelle acquedel fiume: poi, con tanta rapidità che nessuno ricorda diessersene accorto, anche il derrick scomparve.
Per nulla turbato, Baldassarrini volse le sue forze in difesa del ponte stradale, che era già in pericolo.
La struttura si appoggiava sui pilastri, mantenuta in posizione dalproprio peso. Le vibrazioni prodotte dalla corrente giàminacciavano di spostarla, e se l'acqua fosse cresciuta finoal livello del ponte stesso, tutta la costruzione sarebbe stataportata via. A quel tempo i cavi dei blondins erano ancorain corso di montaggio, e il ponte stradale costituiva l'unicopassaggio da una riva all'altra per i materiali e le attrezzature. Se fosse andato perduto, l'intero programma di Kariba rischiava di essere rimandato di un anno.

Per tutta la notte, sotto piogge torrenziali che trasformavano la strada di accesso al ponte in un pantano, allaluce dei riflettori, gli uomini lottarono per ancorare il ponte alle rive con quattro pesanti cavi. Gli autocarri caricati con travi e con tutti gli spezzoni d'acciaio disponibili,scendevano la china fangosa verso il campo di azione;
80 tonnellate di metallo vennero trasportate a mano lungoil ponte per essere accumulate sopra i due pilastri principali allo scopo di tenere a posto il ponte.


Il 19 marzo, il livello del fiume era a poche decine dicentimetri dal ponte e la piena principale dello Zambesiera annunciata per le prossime ventiquattro ore. Non restava altro da fare che porre degli uomini di guardia easpettare. Per fortuna la tattica del Sanyati rassomigliòpiù a quella del principe Rupert che non a quella delmaresciallo Ney. Improvvisamente, l'assalto passò. Quando,ventiquattro ore dopo, la poderosa massa dello Zambesiin piena raggiunse la gola, il Sanyati stava scatenando inutilmente la sua violenza trecentovemi chilometri a valle. IlSanyati era diventato così debole che per un momento,quando le acque dello Zambesi raggiunsero il suo letto,rifluì verso monte. Dal 19 al 24 marzo la fiumana d'acquasi lanciò nella gola, poche decine di centimetri al di sottodel ponte, ma la struttura stessa fu raggiunta soltanto daglispruzzi infuriati che schizzavano alti nell'aria, attorno aipilastri. L'unico pericolo era che i rami di qualcuno deglialberi che sbucavano a centinaia sulla superficie del fiumerestasse impigliato nelle travi e causasse un accumulo didetriti. Il ponte venne perciò chiuso al traffico e una squadra di operai rimase di guardia per respingere questa possibilità.

Il 25 marzo la piena decrebbe, continuando così peril resto della stagione.


Il danno, quando venne esaminato, apparve sorprendentemente piccolo a coloro che erano stati testimoni dellaterribile furia del fiume. Alcuni tratti di strada dovevanoessere riallineati, e alcune attrezzature erano andate per-.dute. Inoltre, l'allagamento della tura rendeva impossibilelavorare ai conci della diga principale che essa aveva riparato. Per i semplici operai, la più seria conseguenza dellapiena fu la scomparsa di Charlie. Charlie era un vecchioippopotamo che, non disturbato da tutta quella attività, sirotolava tutto il giorno nel fango a poco più di 90 metri avalle del ponte. Ogni sera, all'imbrunire, Charlie si arrampicava sulla riva, si incamminava pesantemente verso il cantiere, e dopo aver ispezionato l'andamento dei lavori, si trascinava indietro di nuovo. Charlie e gli uomini del turnodi notte si erano abituati alla presenza reciproca, e questiultimi avevano finito per considerare l'ippopotamo comeuna mascotte. Quando le acque di piena decrebbero, Charlie non si vide più, e la sua scomparsa fu considerata unsegno di ulteriori sfortune.


Ma gli ingegneri non avevano tempo da perdere intali fantasie. Fino al momento in cui era sopraggiunta lapiena, il lavoro della diga era stato in anticipo sul programma, e l'Impresit si considerava già in possesso delpremio di 260 milioni di lire sterline offerto dalla Commissionese i lavori preparatori per la diversione del fiume fosserostati completati entro la fine di giugno. Ma la parte essenziale del lavoro che doveva venir eseguito per ottenereil premio dipendeva dallo svuotamento della tura. L'impresa sembrava impossibile, ma gli ingegneri decisero dimettere alla prova la loro tempra e tentare ugualmente.
Attesero con impazienza che il fiume decrescesse, e nonappena il muro della tura fu accessibile, benché ancorasott'acqua, lo rialzarono con lamiere metalliche così da anticipare il giorno in cui si sarebbe potuto cominciare apompare.
Nei mesi seguenti non accadde nulla di spettacolare; vi furono, tuttavia, giorni e notti di sforzi continui.
Il costo per ricuperare le sei settimane perdute fu, probabilmente, maggiore del valore del premio. Ma per gli italianidivenne una questione di orgoglio mostrare a tutti comeessi potessero superare le avversità. Erano decisi a non accampare alcuna scusa, per quanto accettabile essa fosse dachi conosceva le difficoltà incontrate. A qualunque costo,dovevano raggiungere il loro primo traguardo.
E lo raggiunsero, con quattro giorni di anticipo. Daquel momento non ci furono dubbi sulla capacità degliitaliani di far fronte all'impresa. Tempo un anno, infatti,e il pendolo dell'opinione pubblica doveva oscillare alpunto di far dire alla gente: «Solo gli italiani avrebbero potuto farcela»



Non mancarono, naturalmente, esperti che, quando lenotizie sulla piena raggiunsero le città, non ricordassero atutti di aver detto sin dall'inizio che Kariba era stata progettata troppo in fretta e che era destinata a terminare inun disastro. Se la Commissione per l'energia elettrica e isuoi consiglieri non fossero stati così precipitosi, avrebbero in primo luogo ordinato di costruire la tura più alta,e in tal modo metà dei guai sarebbero stati evitati. Siinsinuava, poi, che, affrettando il compimento dell'interoprogetto, si voleva salvare la faccia di qualcuno.
A posteriori era abbastanza esatto affermare che, se lordMalvern ed i suoi colleghi avessero aspettato, avrebberopotuto accumulare ulteriori dati per prepararsi ad affrontare una piena come quella del 1957; ma avrebbero potutoaspettare anche vent'anni. Difficilmente si combinerebbequalcosa se si impiegassero nella selvaggia Africa i sistemidi lavoro di un'Europa da lungo tempo domata. Se uncommento è richiesto, questo dovrebbe essere soltanto dielogio per il coraggio e lo spirito di iniziativa di quegliuomini, pronti ad assumersi dei rischi che erano stati accuratamente calcolati fin dall'inizio.
Duncan Anderson non è uomo da sprecare parole perrispondere a critiche da salotto o da caffè, e se ne rimasezitto; ma si dice che un funzionario della Commissione perl'energia elettrica, perdendo la pazienza per le voci checircolavano, decidesse di prendersi la rivincita.


In gran confidenza, in mezzo a un gruppo di conoscenze delle quali sapeva di non potersi fidare, lasciò caderela notizia che si era appena scoperto come i consulenti,tratti in inganno da un gorgo di ritorno, avessero credutoche lo Zambesi scorresse verso ovest e non verso est, dimodo che tutti i lavori e le installazioni della diga si stavano in realtà costruendo a rovescio. L'entusiasmo con cuiun buon numero di esperti creduloni diffuse questa divertente informazione riservata, e il loro conseguente imbarazzo quando fu smentita, contribuì molto a screditare eda scoraggiare future voci di fatalità tecniche.
Il motivo che aveva imposto un limite di tempo al primo stadio del lavoro degli italiani fu, naturalmente, qualcosa di più del semplice desiderio di stabilire sterline un primato.La magra del 1957 era un periodo critico per lo sviluppodell'intero progetto. Se la costruzione della parte centraledella diga attraverso il letto del fiume doveva avere inizioentro l'anno, bisognava deviare il fiume, non solo attraverso la galleria della riva sud, che non poteva in nessunmodo accogliere il flusso totale, ma anche attraverso un canale a ridosso della riva nord, dove sorgeva la tura. Questa deviazione non poteva aver luogo fino a quando iconci della diga, all'interno della tura, non fossero statiinnalzati tanto da permettere la continuazione del lavoroquando il fiume tosse stato avviato attraverso il canale dideviazione.


Nello stesso tempo, usando il ponte stradale come sefosse una incastellatura, 200.000 tonnellate di pietrameerano state gettate nel fiume, a valle della diga, per formareuna scogliera di sbarramento, il cui scopo era di mantenerele acque entro il canale di deviazione e creare una zonatranquilla attorno ai conci centrali. In questa zona diacque calme sarebbe stato possibile gettare le fondazioni diun'altra tura più larga, di forma circolare, che in seguitosarebbe Stata prosciugata con le pompe, in modo da portare alla luce il letto del fiume e fornire un riparo entroil quale dare inizio ai lavori della parte centrale delladiga.

Pertanto, poiché la tura della riva nord aveva esauritoil suo compito, quelle parti di essa che bloccavano il canale di deviazione dovevano venire distrutte. Un gruppo di esperti in esplosivi, guidati da D. Maher, arrivò dall'Unione del Sud-Africa per intraprendere il lavoro. Leparti della tura che andavano demolite furono punteggiateda più di 400 fori e riempite di gel ignite. Le cariche vennero preparate per esplosioni successive ad intervalli dimillesimi di secondo, in modo da assicurare una completafratturazione del calcestruzzo senza arrischiare, negli stretticonfini della gola, l'improvvisa detonazione di quattro tonnellate di esplosivo.


A mezzogiorno del 6 giugno, una folla di funzionariprovenienti da Salisbury, guidati da Sir Malcolm Barrow,ministro dell'Energia, e un gruppo di ingegneri e giornalisti si radunò in un posto di osservazione in cima alle alture della riva sud per vedere quella che stava per essere lapiù grande esplosione eseguita dall'uomo in Africa. Per laprima volta in un anno, tutti i lavori a Kariba si fermarono e la gola rimase deserta. Entro una galleria sulla rivanord stavano Maher e Franco Vischi, l'ingegnere italianoresponsabile della costruzione della diga, con i loro assistenti. Dopo che l'ultima sirena di allarme ebbe suonato,si contarono a rovescio i 60 secondi finali.

Agli spettatori quel minuto, mentre i numeri venivanoscanditi attraverso gli altoparlanti, sembrò eterno. La tensione venne meno quando l'anonima voce contò laconicamente «5, 4, 3, 2, 1». Deboli lampi arancione apparverosui lati della tura. Il rumore, quando si udì, più che loscoppio di un'esplosione parve il rombo di un gigantescotamburo. Le 400 cariche partirono l'una dopo l'altra, e inun minuto l'ntera tura venne oscurata da una grigia coltre di fumo e polvere che lentamente si aprì nella formaa fungo, a tutti nota in questi tempi di bombe atomiche.


Quando il fumo si diradò, il fiume fu visto precipitarsiattraverso le brecce, aperte così nettamente che sembravanotagliate da un gigantesco coltello. Macchiata dal giallo dell'acido picrico, un centinaio di migliaia di tonnellate diacqua invase il nuovo canale con tale violenza che, in unprimo tempo, il fiume invertì effettivamente il suo corso,circa 45 metri al di sotto della diga. Tre minuti più tardila turbolenza e i gorghi si erano placati, e lo Zambesi scorreva indisturbato lungo il nuovo letto che l'uomo gli avevaaperto.


Esultante, un giovane ingegnere si rivolse ai giornalistiche erano con lui: «Finalmente abbiamo il fiume sotto il nostro controllo.Ora le piene non possono cambiare più nulla» Uomini ben più anziani di lui dissero la stessa cosa in diversi modi. Nessuno tuttavia può essere criticato per non aver previsto quali riserve lo Zambesi stava per buttare nella battaglia che cominciò il febbraio seguente.

CAPITOLO DECIMO - DIETRO LE LINEE


Alle spalle, e molto spesso addirittura al fianco deglinomini che combattevano il fiume, ve n'erano migliaia di altri la cui importanza è stata oscurata. Essi lavoravano per l'Impresit, e per le altre organizzazioni: impiegati, magazzinieri, uomini dell'ufficio acquisti, disegnatori, contabili, uomini che eseguivano i loro compiti faticosi e abituali in condizioni di continuo disagio, forse più dure da sopportare dei momenti di estremo pericolo. Eratutto il gruppo degli impiegati nei servizi ausiliari, indispensabile per tenere in vita una numerosa collettività eper procurare le forniture necessario a un vasto progetto diingegneria in quella che era ancora, all'infuori della piccola oasi di attività, la più selvaggia delle contrade.

Per via aerea Kariba si trova ad un'ora da Salisbury. Altempo in cui il viaggio lungo le strade richiedeva dodiciore, se si era fortunati, e poteva durare anche più giorni,venne costruita una primitiva pista di atterraggio vicino alSanyali. Nel settembre del 1955 la pista venne aperta agliaerei non più grandi dei Rapides, quei pesanti biplani dacarico che sono stati i pionieri delle vie aeree commercialinell'Africa centrale.
Il capitano Clive Halse, capo pilota della Hunting-Clan Airways in Rhodesia, fu il primo ad atterrare e da allora ha compiuto lo stesso percorso più di cinquecento volte. Halse ed i suoi nove colleghi hanno avuto molto dipiù che una semplice veduta di Kariba dall'alto, All'inizio,quando tutti i voli erano fatti a noleggio, i piloti passavanole loro giornate sonnecchiando in quel poco d'ombra chepotevano trovare tra la boscaglia vicino alla pista, oppurefacevano l'autostop per raggiungere il cantiere in cercadi compagnia e di ristoro, mentre aspettavano che i passeggeri portassero a termine i loro affari.


«I primi ricordi,» dice Halse, «comprendono la vistagradita di un grande frigorifero a paraffina all'aperto, pienodi bottiglie, simile ad un orologio di città posto in un accampamento. Attorno ad esso c'era una compagnia diuomini barbuti intenti a cuocere qualcosa sul fuoco mentre mangiavano carne in scatola col cucchiaio»


La mercé portata dai Rapides andava dalle bare aicavoli; i cibi freschi effettivamente rappresentavano unaparte importante dei loro primi carichi. I passeggeri erano eterogenei, ma quasi sempre h-a loro si trovava un gentieman di Johannesburg. L'annuncio che quei provincialidi rhodesiani avevano 80 milioni di sterline da spendereaveva suscitato un fremito di interesse da una estremitàall'altra di Eloff Street. A intervaili regolari, dagli ambienti commerciali della città delì'oro saltavan fuori strani tipi di venditori che vivacchiavano alla meglio battendola campagna. Completi di abito nero, borsa, cappello esorriso sicuro di se, fioccavano a Kariba portando, comericonoscimento dei legami della Rhodesia col mondo britannico, la più caratteristica delle cravatte dei collegi inglesi. L'unica cosa che a quell'epoca si poteva commerciare a Kariba era la birra fredda, ma nessuno di lorovoleva crederlo. Immaginavano di trovare a Kariba unacittà in piena espansione, abitata quasi interamente daagenti di compra-vendita sdraiati sulle loro poltrone, conil libretto degli assegni in mano.

«Un commesso viaggiatore di Johannesburg,» continuava Halse, «arrivò stringendosi al petto un asse da gabinetto in plastica. Con la sua parlantina persuase un talea dargli un passaggio fino al cantiere sulla parte posterioredi un camioncino aperto. Fu sballottato da un angolo all'altro mentre la faccia e il vestito cambiavano colore eper poco non rimase soffocato dalla polvere impalpabilee rossastra. Finì per sedersi sul suo sedile di plastica, chesi ruppe subito in due pezzi. Non so che fine abbia fatto,ma me lo figuro ancora, zoppicante, nelle scarpe sottili,vagare di tenda in tenda in cerca di qualcuno che volesseinteressarsi alla sua vantaggiosa offerta»

Questo accadeva verso la fine del 1955.
Col maggio del1956, il traffico era molto aumentato e la pista primitivaera stata talmente migliorata che venne iniziato un regolare servizio di DC 3. L'atterraggio di Kariba non eramai stato popolare tra i piloti perché correva lungo un'alta collina, e il caldo ed il territorio accidentato rendevanol'aria turbolenta. Inoltre, nei mesi delle piogge, scoppiavano violenti temporali e i turbini di vento o «diavolidi polvere», come li chiamavano i rhodesiani, potevanoessere pericolosamente impetuosi.
Una volta il pilota diun Rapide, appena scese dalla cabina, dopo aver fattoqualche passo, restò inorridito vedendo sopraggiungereun diavolo di polvere. Mentre lottava per respirare, videil suo aereo sollevarsi di pochi centimetri, girare su sestesso e ricadere senza danni nel medesimo posto ma colmuso rivolto nell'altra direzione.


Quando venne la grande piena, un pilota si avvicinavaprudentemente a bassissima quota per eseguire un breveatterraggio sullo spazio estremamente ridotto ancora disponibile. Proprio mentre stava per toccare terra, un mastodontico ippopotamo affiorò dalla parte allagata dellapista e si rizzò per guardare l'aeroplano. Dando tutto gasall'ultimo minuto, il pilota fece appena in tempo a far fuggire l'animale. Da allora il vecchio campo divenne notocome ippodromo di Kariba.
Ora esso giace a circa 60 metri sotto la superficie dellago, ed un piccolo aeroporto moderno è stato costruitoa 20 chilometri dalla diga. Specialmente gli uomini della torre di controllo hanno accolto con gioia il nuovo aeroporto. Al vecchio campo, infatti, una delle loro incombenze, prima di dare via libera per l'atterraggio degli aerei,era di vedere se nessuno degli elefanti che frequentavanouna fossa lì nei pressi si stesse dirigendo verso la pista. Illoro sollievo per essere sfuggiti a questo noioso incaricodiminuì quando una mattina, su uno strato fresco di catrame dei loro nuovi alloggi, essi rinvennero profonde impronte di leoni. Gli animali abbondano ancora, soprattutto quelli delle specie più piccole, e i piloti dell'HuntingClan hanno preso a proteggere una famiglia di facoceri cheregolarmente va ad aspettare il DC 3 delle 8,15 a Kariba.

Tranne un solo mese, quando il vecchio aeroporto venne sommerso durante la piena del 1958, il collegamentoaereo stabilito fra la diga e il mondo esterno non è maistato interrotto.


Per lungo tempo si credette che Kariba fosse una zonainsalubre infestata di malattie. Vennero espressi dei dubbisulla possibilità che gli uomini bianchi potessero lavorarvie, come si ricorderà, agli indigeni venne detto che sarebbero stati falciati dalla malaria e dalla malattia del sonno.La zona, in effetti, è infestata dalle zanzare e dalle moschetzé-tzé, ma il clima, come è stato confermato da tutti i meche i che vi hanno soggiornato, nonostante il caldo, è moltosalubre.

In realtà i problemi sanitari di tutte le alture africane,sorgono non dal clima ma dalle pestilenze, dai parassiti edalla cattiva nutrizione. Soltanto in questi ultimi anni, conl'introduzione di abitudini civili, è sopraggiunta la complicazione della tubercolosi e delle malattie veneree.
Nella Rhodesia del Sud vive una varietà di mosche tzé-tzé che infetta sia gli uomini, sia il bestiame; tuttavia l'insetto è molto più terribile di nome che di fatto. Questoflagello va espandendosi, con grande costernazione dei vecchi rhodesiani che ricordano i giorni in cui estesi tratti diterritorio erano impenetrabili a causa della presenza della mosca.
Ma i motori a combustione interna e i meccanici,più che gli stessi medici e gli enTornologi, hanno quasi distrutto il potere offensivo della mosca. Nel passato essapoteva colpire gli animali da lavoro dai quali dipendeval'attività dell'uomo; ma ora macchine e trattori sono refrattari alle punture della tzé-tzé ed al parassita che essapuò trasmettere. Inoltre una volta che una zona sia stataeffettivamente occupata dall'uomo, la tzé-tzé si ritira, ese l'uomo avrà un giorno la possibilità di incivilire sterline leregioni infestate dalla tzé-tzé, essa verrà scacciata del tutto.Col tempo potrebbe svilupparsi una tzé-tzé domestica cosìcome si è sviluppato un topo casalingo; quest'ipotesi rallegra senza dubbio gli intervalli per il tè ai congressi dienTornologia.


Fra l'altro, ora esistono dei medicamenti che trasformano la malattia del sonno in poco più di una spiacevolefebbre rapidamente guaribile. A Kariba, appena fossecominciata l'attività su larga scala, la mosca non avrebbepiù presentato alcuna minaccia. Tuttavia, visto che bastanominarla per spargere il terrore, la zona venne disinfestataprima che vi giungessero gli appaltatori principali. Era molto più grave il rischio affrontato dai piloti dei Tiger Mothsmentre volavano fra le alture, a soli tre metri sopra glialberi, del pericolo che correvano gli operai di essere puntinel cantiere dalla tzé-tzé; ma, psicologicamente, la decisione di disinfestare la zona sarà stata certamente ottima.
La malaria, però, rappresentava un problema più difficile. È vero che ai nostri giorni esistono dei profilatticiche danno una completa immunità, ma è altrettanto veroche è più difficile acquistare l'abitudine di prendere unapillola alla settimana che quella di fumare venti sigaretteal giorno. Ben presto, la Commissione per l'energia elettrica comprese che erano indispensabili il prestigio e l'autorità di un medico per incoraggiare la timida voce delbuon senso.


Il dottor Maurice Stallmaster, uno che apparteneva alnumeroso gruppo dei rhodesiani di origine polacca, si stabili' per primo in una 'rondavel' di alluminio nell'agostodel 1955. Nel suo angusto ambulatorio prefabbricato egliebbe in cura, fìn dall'inizio, venti o trenta pazienti algiorno, ma la grande maggioranza dei suoi visitatori soffriva di tagli non importanti, di ecchimosi e leggere malattie della pelle. Il suo compito principale era poco allamoda e poco remunerativo e consisteva nell'esercitare lamedicina preventiva, attività che gode fra i medici lostesso prestigio che gode il cappellanato delle carceri fra legerarchle ecclesiastiche.


La sua opera e quella di coloro che lo seguirono ebberisultati molto soddisfacenti: la percentuale di malattie edi incidenti si è mantenuta inferiore alla metà di quellariscontrata nel più piccolo e meno difficile impianto dellecascate Owen in Uganda. Calcolando anche le più piccoleferite e i disturbi minori, la percentuale ha raggiunto circail 3,5% all'anno.

Una disinfestazione intensiva ha scacciato le zanzare daiconfini della città di Kariba, e la distribuzione settimanaledi Daraprim ha dato completa immunità contro la malaria. Se qualche caso sporadico compare ancora nei rapportisanitari e in quelli sui decessi, esso è dovuto interamentealla trascuratezza degli individui, o al fatto che erano giàinfettati prima di giungere al cantiere.

Togliete la sporcizia e i flagelli, e vedrete che, per migliala di chilometri dell'altipiano africano, la razza umanafiorirà come in nessuna altra parte della terra. La floridasalute dei bambini che vivono a Kariba sorprende tutti glistranieri ed ha meravigliato moltissimo anche i medici delluogo.

La Commissione per l'energia elettrica ebbe la fortunadi trovare, in Stallmaster e nei suoi successori, un gruppodi medici che potevano permettersi ed erano pronti ad accettare un incarico che dalla maggior parte dei colleghisarebbe stato considerato poco vantaggioso. Il dottor MarkWebster, che divenne medico capo, è il tipo d'uomo che sidiletta ad affrontare un problema, e che si annoia non appena lo ha risolto. Egli è pieno di iniziative, e il compito di creare l'ospedale di Kariba assorbì tutte le sueenergie finché non fu compiuto.


Nel maggio 1956, l'ospedale fu progettato. Nel maggiodel 1957 venne completato e nello stesso mese Webster loconsegnò al colonnello H. S. Smithwick, già del Serviziomedico indiano. Nonostante le difficoltà connesse alla posizione, si calcola che il suo costo fu di 1.000 sterline perletto, il che, per le Rhodesie, è molto al di sotto del costomedio; e in altro modo serve anche da modello agli altriospedali della Federazione. Ricovera pazienti di diverserazze, benché vi siano ali separate per europei e indigeni,e ciò vuoi dire aver evitato i costosi raddoppi dei servizidi laboratorio, chirurgia e amministrazione imposti dalleabitudini segregazioniste di Salisbury. E poiché è direttodalla Commissione per l'energia elettrica, è libero dai sistemi burocratici caratteristici del servizio medico del governofederale. Non è stato seguito, per esempio, il criterio didipingere le sale nei soliti scialbi colori che danno a tantiospedali l'atmosfera di prigione, suggerita anche dallastessa parola «corsia» (In inglese la parola ward significa corsia di ospedale e cella di prigione).


Seche rosso vivo, porte blu, pareti pastello, piccole macchie di colore sui letti, tutto ciò rende gaie le stanze ovele madri indigene hanno imparato a recarsi per dare allaluce i loro bambini. Soffermarsi accanto al grande, sorridente colonnello a guardare i negretti e le donne che losalutano in queste stanze accoglienti, luminose e veramentecivili, ricordarsi che alcuni anni prima in questo postoc'era la boscaglia rocciosa infestata di babbuini; rendersiconto che quelle donne pulite, ben nutrite e riposate, precedentemente avevano partorito rannicchiate vicino al fuoco in una sporca capanna; comprendere tutto questo vuoidire sentire un poco dell'orgoglio o della speranza chesono l'unico premio alle lotte per il progresso dell'Africa, troppo spesso così amare. Ogni impresa, grande o piccola,resta legata ad altre conquiste completamente diverse dalloscopo principale. E Kariba non è una eccezione.


Non si può fare una digressione dalla storia principale di Kariba senza venire a parlare della scuola europea.È sorprendente che il governo federale abbia deciso dicostruire una scuola elementare a Kariba. Nei territoriscarsamente popolati della Rhodesia molti bambini ricevono ancora la loro prima istruzione a casa. La Scuolaper corrispondenza, uno speciale reparto del Ministero,prepara programmi e lezioni dettagliate che vengono inviate alle madri. I ragazzi fanno i compiti a casa, ma illavoro è corretto ed i loro progressi sono sorvegliati daimaestri per corrispondenza. Le lezioni per radio completano il materiale scritto. Dato che i ragazzi di Kariba figlidi genitori rhodesiani sono inferiori al 5 %, e poiché allagrande maggioranza degli altri non sarà concesso, per larestrittiva legge sulla immigrazione, di restare nel paese,una scuola non era statisticamente giustificata.

Probabilmente il Ministero sentiva l'obbligo morale difare qualcosa per i figli degli uomini che stavano costruendola diga. Sovvenzionare una scuola italiana sarebbe stato costituzionalmente impossibile. Dal momento che uno statobilingue può originare molte recriminazioni, come ha mostrato la vicina Unione Sudafricana, la Federazione hastabilito che l'inglese fosse l'unica lingua ufficiale. Se poi aiforestieri fossero state offerte facilitazioni non disponibilinormalmente per i rhodesiani, vi sarebbero state senzadubbio delle proteste.


La scuola, una volta costruita, avrebbe potuto facilmente ridursi ad una semplice dimostrazione di buonavolontà. Il problema di istruire 200 bambini di una dozzina di nazionalità secondo un programma rhodesiano,quando i quattro quinti di essi non conoscevano affattol'inglese, avrebbe scoraggiato la maggior parte degli insegnanti. Ma ancora una volta Kariba, che aveva polarizzato intorno a sé tutto il meglio della Rhodesia, attirò l'uomoadatto a quel compito.


Bill Ames, nato a Bedford, Inghilterra, e stabilitosi inRhodesia nel 1953, è un giovane fuori del comune. Eglirappresenta una conferma della teoria che i migliori pastorie migliori insegnanti sono quelli che hanno preso parteai tumulti del mondo prima di seguire la loro vocazione.

Si arruolò nell'esercito come «ragazzo» nel 1957; trasferito in aviazione, divenne aviere durante la guerra esolo dopo la smobilitazione studiò per l'insegnamento. Nelpigro, scettico mondo rhodesiano, le sue salde convinzionireligiose e la sua vocazione senza compromessi lo rendono persona molto incomoda. È facile capire che può essereconsiderato un intollerabile noioso da quelli che non condividono il suo entusiasmo. Ma poiché, nella nostra epocaincerta, questo entusiasta sa ciò che vuole, è riuscito a raggiungere il suo scopo, con l'aiuto della sua bella moglie daicapelli scuri, e non si è fatto scrupolo di crearsi dei nemici.

«Voi pensate alla vostra diga in termini di calcestruzzo,non di sforzo umano,» dichiarò una volta allo sconcertatoDuncan Anderson, che non è certo abituato a sentirsiapostrofare con simili termini, e si allontanò furibondoper cercare di ottenere dall'Impresit ciò che la Commissione per l'energia elettrica gli rifiutava.


La sua scuola in verità era piccolissima e miseramentecostruita. Consisteva di una parte amministrativa, tre aule, e un piazzale di ricreazione spianato con quarzite, cheha tutte le qualità del vetro frantumato. Ames si feceprestare dall'Impresit due nuove aule prefabbricate e ottenne da John Laing, dopo che tutti gli appaltatori avevano rifiutato, 500 tonnellate di terreno vegetale.
Con lo stesso spirito, Ames esortò e indusse la gentea costruire una piccola chiesa non conformista, dove lepanche e l'altare furono ricavati da vecchie porte di gabinetto, l'unico legno che riuscì ad ottenere da chiunque.
Il 13 gennaio 1957 la scuola fu inaugurata.
Gli alunnierano per il 75 % italiani; per il 15 % erano di lingua inglese e provenivano dall'Inghilterra, Rhodesia, Sud-Africa, Kenya, Tanganika e altrove; il rimanente 10 % eracostituito da portoghesi, danesi, francesi, greci, afrikaner di lingua inglese e da una mezza dozzina di altre nazionalità. Non avevano nulla in comune all'infuori, nella maggioranza, del profondo desiderio di vivere altrove.

Molte madri italiane inoltre temevano il peggio. Siabbandonavano a scene di disperazione ogni volta che dovevano dividersi dai loro terrorizzati ragazzi. Per i primitre giorni l'operazione di dividere i ragazzi nelle varieclassi fu intralciata da un gruppo di donne che in tuttala mattina non si allontanò mai dalle finestre delle auleperché i «bambini» sapessero che le mamme erano ancora lì per proteggerli. Attorno al recinto della scuola sostava una sottile linea di ansiosi ma silenziosi padri italiani,che venivano a prendere posizione non appena smontavano dal turno di lavoro, per essere a disposizione in caso didisastro.


Il disastro quasi arrivò quando Ames scoprì che l'antagonismo fra le province italiane era più forte delle rivalità nazionali. Quando due grandi e bellicosi piemontesivennero sorpresi a dare una lezione ad un piccolo corso,saltando a turno su di lui, egli li condusse nel suo ufficioe li picchiò col bastone. La notizia si sparse immediatamente, e la scuola fu presa d'assalto. Gli italiani puniscono raramente i loro figli, e quando si sparse la voce che ilmaestro inglese li stava picchiando «come animali», ipeggiori presagi dei genitori contadini furono confermati.

Ma i ragazzi apprezzarono la lezione anche se i lorogenitori ne furono inorriditi, e tra loro non si verificarono altri atti di violenza. Ames, da allora, non ha mai piùusato il bastone.


Dopo circa dieci giorni le cose si sistemarono. Amesabbandonò l'intenzione originaria di tenere classi separateper gli italiani e per gli altri, e decise di tenere tutte lelezioni nell'inglese elementare. Con l'aiuto di cinque assistenti, tre delle quali bilingui, la scuola ora fiorisce. Pergli italiani ci sono lezioni supplementari nel pomeriggio,durante le quali vengono svolti i programmi italiani. Allafine dei corsi fanno gli esami di Stato italiani e conseguonodiplomi accettati dal Ministero dell'Istruzione del loropaese.

Bill Ames non ha nessuna pretesa che la sua scuola raggiunga un alto livello di profitto scolastico. Infatti al lororitorno in patria, quasi tutti i ragazzi si troveranno indietro di un anno rispetto ai loro coetanei. Tutti, però, avranno acquistato qualche conoscenza di una lingua che non èla loro, e avranno goduto l'esperienza di conoscere ragazzistranieri. Alla loro età i pregiudizi razziali sono meno fortidella curiosità infantile e del bisogno di compagnia. Lepoclie centinaia di bambini che frequentano la scuola diKariba non sono che una goccia nell'oceano della gioventùafricana ed europea, ma tra loro non vi saranno sicuramente degli sciovinisti.


Ancora una volta, in margine al suo compito principale, Kariba ha creato qualcosa d'importante: un piccololievito che, nel fermento dell'Europa, affretterà il giornoin cui questo, più ricco di tutti i continenti, ritroverà lasua unità essenziale.

CAPITOLO UNDICESIMO - IL DIO ADIRATO


Con il progredire della stagione asciutta del 1957, gliitaliani cominciarono a sentirsi padroni della situazione. Le piene li avevano sconcertati e preferivano nonpensare ai giorni in cui il pome stradale era minacciatoe tutto il programma di lavoro sembrava sul punto di venir distrutto. Essi avevano provato a se stessi ed al mondointero di essere riusciti ad anticipare i tempi del rigidoprogramma nonostante la piena dello Zambesi avesse superato di due volte il livello massimo normale. Incoraggiati dal successo, accelerarono persino il ritmo di lavoro. Ogni mese qualche migliaio di metri cubi di roccia inpiù veniva scavato nell'interno delle colline ridotte adun vero e proprio labirinto di pozzi e di gallerie che conducevano alla grande centrale sotterranea ed alla sala macchine. Ogni mese migliaia di metri cubi di calcestruzzovenivano aggiunti ai conci della parte settentrionale della diga, che cominciava ad assumere quel curioso aspettoturrito caratteristico della costruzione ai suoi primi stadi.


Il lavoro alla tura centrale che, con i suoi 116 mt. didiametro, avrebbe racchiuso 10.000 mq. di letto del fiume,progrediva rapidamente. La tura veniva costruita in acquecalme e il procedimento era di conficcare nel terreno dellepalancole d'acciaio per formare delle strette scatole di metallo. Pezzi lunghi fino a 26 mt. erano infissi nel letto del fiume da battipali che lavoravano su pontoni. Le scatolemetalliche venivano legate da paratie di acciaio, e quindiriempite di pietrame. Quest'ultimo veniva poi unito in unamassa solida dalla boiacca di cemento iniettata sotto pressione. Il letto del fiume entro il quale venivano forzatequeste scatole era coperto da uno strato traditore di rocciae sabbia sciolta. Per ottenere fondazioni solide, la sabbiaveniva succhiata fuori e la boiacca era pompata in suavece sott'acqua, così che il letto e le palancole si confondessero in un'unica struttura. Appena era stata formata unasolida fila di palancole, la parte di tura sopra l'acqua venivacostruita con i soliti sistemi. Quando entrarono in funzionei blondins, il compito di gettare il calcestruzzo venne facilitato: il materiale già mescolato veniva portato lungo i cavidei blondins, nelle benne, per essere scaricato al puntoesatto. Il trasporto dall'impianto di betonaggio sulla rivanord, alla zona di lavoro in mezzo al fiume, richiedeva soloqualche minuto. L'abbassamento delle benne veniva diretto a mezzo di radiotelefono da un uomo sulla diga chepassava istruzioni al manovratore del blondin, che si trovava a 800 metri di distanza e 240 metri più in alto, nellacabina della gigantesca macchina.


Il fiume deviato nel canale a ridosso della sponda norde, per buona parte del suo volume di magra, nella galleriadella sponda meridionale, si era ridotto a poco più di untorrente turbinoso reso insignificante dall'imponenza deiconci della diga e a volte quasi nascosto dalla piatta ombra della tura in costruzione. I mesi di mezzo dell'annataerano freschi e calmi a paragone della calda e burrascosastagione delle piogge.
Verso la metà di novembre 1957, la tura era quasipronta: nell'acqua sudicia in essa contenuta vennero calate delle pompe montate su zattere. Il pompaggio cominciò il 19 novembre e due giorni più tardi venivano asportati gli ultimi sedimenti. Per la prima volta nelle centinaia di millenni in cui il fiume aveva fluito attraversola gola, il letto principale dello Zambesi vedeva la luce.

Sul fondo giacevano trovanti alti due o tre volte l'altezzadi un uomo, consumati dall'acqua così da sembrare cranidi mostri preistorici. Quando la prima zattera toccò il fondo, tre uomini trionfanti poterono osservare i contorti segreti del letto del fiume. Si chiamavano Errera, uno degliingegneri francesi che rappresentava i consulenti. Bergamasco, il direttore dell'Impresit in Rhodesia, e Baldassarrini. Su di loro torreggiava il muro di 57 metri della tura,sul quale gli operai coininuavano a lavorare per portarload una quota superiore a quella raggiunta dalla piena dimarzo. Sebbene le probabilità che una simile piena si verificasse per due anni consecutivi fossero minime, non sivoleva lasciare nulla al caso.
Ogni stadio di esecuzione delprogetto riceveva un nome convenzionale, secondo le abitudini del tempo di guerra, e questo intrappolamento dello Zambesi era indicato con la denominazione sclierzosadi «Operazione trappola per topi». Anche se restava ancora da compiere la parte più spettacolare del lavoro, ilmomento in cui i tre uomini scesero dalla zattera percamminare sul letto del fiume fu decisivo per tutto il programma. Innalzare la diga, ora che il fiume era stato asciugato, era un problema puramente meccanico, una questione di preparazione, di trasporto e di rapido rifornimentodei materiali grezzi necessari alla costruzione.
Ed ecco infatti come si espresse Baldassarrini quando,con le scarpe ancora umide per il fango dello Zambesi, itre ingegneri salutarono i colleghi che li aspettavano sullariva: «Da questo momento in poi, è soltanto questionedi calcestruzzo... calcestruzzo... calcestruzzo..».

Tutti in verità erano molto fiduciosi.


Dicembre passò senza incidenti e il Natale fu celebratoper la prima volta a Kariba come una festa familiare. Vennero organizzate delle festicciole per bambini; cipressi decorati, usati come alberi di Natale, luccicavano nella notte alle finestre delle case dei rhodesiani. Furono fatti isoliti sforzi per celebrare la festività secondo le tradizioni nordiche e per banchettare con pesanti puddings e tortein una temperatura che non scese mai sotto i 38°. Deglientusiasti, coi visi paonazzi, respirando affannosamente, oppressi da rossi mantelli imbottiti e soffocati da baffi diovatta, apparvero nelle vesti di Babbo Natale alle festicciole dei bambini. Per gli italiani, il Natale non presenta(Ilici significato commerciale e paganeggiante che i rhodesiani, alla maniera degli inglesi, gli attribuiscono; perciòessi parteciparono ai festeggiamenti soprattutto per doveredi cortesia.
Per ricambiare la gentilezza, quasi tutti, a Kariba, assistettero alla messa di mezzanotte, che venne celebrata all'aperto. Gli italiani cortesi decisero di introdurre nella cerimonia un tipico canto inglese. Durante il Credo, da tuttigli altoparlanti si udì la dolciastra voce di Bing Crosby checantava «l'm dreaming of a white Christmas» (noto in Italia come Bianco Natale) con l'accompagnamento di un'orchestra completa di organo e disonagli da slitta.

La devozione dei rhodesiani mentre, tremanti di emozione, si chinavano commossi in avanti con le mani sugliocchi, sconcertò gli italiani, i quali non avrebbero mai immaginato che gli eretici fossero capaci di un simile profondo sentimento religioso. Natale passò con i suoi plumpuddings e i suoi «panettoni» seguito da una notte diCapo d'Anno celebrata più o meno nello stesso stile sebbene sotto una dozzina di nomi diversi.

E si ritornò al lavoro.
Gli scavi sotterranei stavanodando preoccupazioni, perché ogni metro di roccia doveva venir trattato con precauzione; anche gli scavi per ladiga entro la tura erano faticosi, poiché bisognava rimuovere migliaia di tonnellate di sabbia molto bagnata, chedoveva essere trasportata via lungo i cavi dei blondins.Ma, alla fine di gennaio, fu possibile iniziare le fondazioni della parte centrale della diga.
Gli escavatori avevano appena iniziato il loro lavoroquando arrivò la notizia che, sopra le cascate Victoria, loZambesi aveva già superato di 5" metri il livello massimodella piena dell'anno precedente. Tale notizia era addirittura incredibile perché la probabilità che si verificasseuna piena come quella del 1957 erano state calcolate 1 contro 1.000, e di conseguenza la possibilità che una similepiena si ripetesse nel 1958 sembrava assolutamente assurda.
Poi arrivò la notizia che piogge fenomenali stavanocadendo su tutto il bacino, e che si potevano aspettarepiene pericolose in febbraio. Il ritmo di getto fu annientato per innalzare il più possibile i conci della diga, edurante quel mese i bastioni sulle due rive presero l'aspetto di una fortezza incombente sul cerchio della turacentrale.


Nel 1957, la piena era stata preavvisata con largo anticipo, ma nel 1958 lo Zambesi si abbattè sulla gola con violenza improvvisa e travolgente. Il 7 di febbraio il pontestradale, che era stato a stento salvato l'anno prima, ricevette un colpo mortale. Uno dei piloni di sostegno cedette e venne portato via in pochi secondi. Il ponte condannato venne chiuso, ma rimase la passerella sospesa per iltraffico pedonale e i blondins per il trasporto delle attrezzature. Anche il Sanyati crebbe di 2 metri e mezzo in 24ore e prese d'assalto la gola. Il livello dell'acqua salì oltre3 metri sopra il limite delle piene del '57; e agli uominisgomenti giunse la notizia che l'attacco principale stavaancora preparandosi e avrebbe colpito Kariba non primadi due settimane.

Sembrava che nulla potesse salvare la tura, nonostante la sua altezza eccezionale. Vennero mobilitate squadredi emergenza per erigere impalcature di legno sulla parete di monte, mentre i ronzanti blondins tiravano fuoritutte le attrezzature pesanti, come i bulldozer e gli escavatori. L'acqua cresceva ancora; il Sanyati allagò l'aeroporto e tutto il traffico aereo venne sospeso. Tranne cheper le pericolose strade di accesso spazzate dalle tempeste, che non potevano più portare traffico pesante, Kariba era isolata. Il 9 febbraio, attraverso il radiotelefono, siudì la calma voce di un addetto ad una stazione di misurazione dell'alto fiume: «La piena principale ha raggiuntola piana di Barotse. Siate pronti a riceverla fra dieci giorni;temo che sia eccezionale».

Un giovane ingegnere italiano, che era arrivato in voloda Milano meno di dieci giorni prima, si accarezzò l'ispida barba di quarantotto ore e rise sui visi sconcertati deicolleghi che circondavano l'apparecchio ricevente. «Mi avete detto che si doveva affrontare l'incredibile. Cosa succederà quando ci troveremo di fronte all'eccezionale?»
«Quando sarà il momento,» disse un veterano diUdine, «capirai per la prima volta quanto siano grandigli inglesi nell'attenuare le cose. Sai che cosa sta per capitarci?» La vecchia volpe fece una pausa nel gioco di impressionare il nuovo venuto. «La pioggia che cade sumezza Europa in un mese, si rovescerà attraverso quelcanale laggiù. Stai attento a non bagnarti i piedi»


Ma prima che la notte fosse trascorsa, si ritrovaronotutti inzuppati fino alle ossa, poiché un violento temporale si abbattè su Kariba. Sotto la pioggia torrenziale,delle frane cominciarono a muoversi lungo le pendici delle alture, e slittando attraverso le strade di accesso, andarono a riversarsi nel fiume. Dalle rive, investite da ondatevorticose di quattro o cinque metri d'altezza, vennerostrappate intere strisce di terra. Sotto le lampade ad arco,piccoli gruppi di uomini combattevano per salvare i piloni principali del ponte stradale, mentre autocarri ribaltabili si trascinavano attraverso il fango con carichi di pietrame per rimpiazzare il terreno che veniva portato via dalfiume.

Poiché, nelle 48 ore seguenti, il fiume non accennòa salire sterline ulteriormente, l'instancabile Baldassarrini ordinòche il lavoro entro la tura venisse ripreso. Benché l'acquatuonasse attorno ai conci della riva nord, lanciando spruzzi alti come una casa, e le onde fossero a due metri e mezzo dal bordo della parete di monte, gli uomini continuarono a lavorare imperturbabili. Nudi sino alla cintola, itorsi abbronzati gocciolanti mentre lavoravano all'unisono,le teste e i volti resi impersonali dagli elmetti rotondi,quegli operai sono stati paragonati centinaia di volte ailegionari romani; ma se mai meritarono tale paragone, fuproprio durante quei giorni, quando lavorarono con silenziosa disciplina nella piccola isola molto al di sotto dell'acqua, sprezzando lo Zambesi che in qualsiasi momentoavrebbe potuto sopraffarli. Questo pezzo di terra entro latura era l'impero che essi avevano conquistato al fiume,protetti da un semplice muro contro il barbarico infieriredel nemico.


Erano le 22 del 16 febbraio, e Baldassarrini, dopo lalunga giornata trascorsa in cantiere, era appena uscito dalla doccia e si stava vestendo per il pranzo, quando suonòil telefono. Gli giunse una concitata comunicazione dai guardianidella gola: «Ingegnere, si è aperta una falla nella tura»


Senza attendere oltre, Baldassarrini buttò giù il ricevitore e gridò una spiegazione che sua moglie non potèsentire. Un attimo dopo era fuori di casa, sulla suaLand Rover e cinque minuti più tardi era già nella gola,proprio in tempo per vedere gli ultimi uomini arrampicarsi fuori e un grande escavatore sparire sott'acqua. Sotto le colossali pressioni, un piccolo angolo delle fondazioni di monte aveva ceduto, e l'acqua vi penetrava attraverso a tutta forza. In meno di 4 ore l'area entro la turavenne allagata. Il fiume aveva riconquistato il suo letto.
Sui giornali rhodesiani apparve la fotografia di una conferenza stampa tenuta a Salisbury il giorno seguente. Attorno ad un tavolo siedono Olivier, rappresentante deiconsulenti di Salisbury, con un mesto e pallido sorriso; Giuseppe Lodigiani, capo dell'Impresit, che si trovava in Rhodesia per una delle sue frequenti visite, stanco e conla pelle tirata sul magro viso; Bergamasco gli siede vicino, fumando una sigaretta, con una espressione tetra e il pensiero ovviamente lontano. Questo gruppo, circondato daseri assistenti, fa pensare alle fotografie di generali sconfitti, colti dall'obiettivo nel momento in cui sono costrettiad ammettere la loro disfatta. Fu una fotografia che testimoniò, più di ogni altra cosa, la violenza della battagliache si stava combattendo nella solitaria Kariba. Ma eraanche ingannevole. Questi uomini erano stanchi e, per ilmomento, scoraggiati ma non sconfitti. Inoltre sapevanoquello che il pubblico non poteva indovinare e cioè chele forze principali del fiume non avevano ancora attaccatola gola. I loro pensieri, mentre facevano il triste resocontodei fatti ai giornalisti, erano con i colleghi lasciati a combattere la battaglia più di 320 km. lontano. Nulla potevaessere fatto per aiutarli.
Come spesso succede, gli uomini più vicini al pericoloerano meno preoccupati di quelli che potevano dividere ipericoli solo con l'immaginazione. Avevano troppo da fareper perdere tempo in meditazioni. Ma nessuno rideva piùdelle storie di Nyaminyami. Alle menti già affaticate dalunghe ore di sforzo fisico, sembrava per davvero che ilfiume fosse guidato da una specie di intelligenza, allaricerca dei punti deboli nella difesa dell'uomo e secondoun piano prestabilito. Prima era stato danneggiato il ponte stradale, la principale via dei rifornimenti, ed ora veniva lanciato l'assalto decisivo contro la tura già indebolitada una breccia.


«Oggi, il fiume è diventato vivo,» disse Olindo Pierobon, sovrintendente agli scavi nel letto del fiume, quando,il 20 di febbraio, il livello dell'acqua salì oltre la paretedella tura ed era arginato solo dalla sopraelevazione improvvisata. Senza dubbio, la tura sarebbe stata presto superata anche dall'esterno, mentre veniva allagata dall'interno. Bisognava correre ai ripari per salvarla. Ciò sarebbestato possibile se si fosse abbassato il muro di valle.
Cedendo questo diritto di passaggio al fiume, le pareti dellatura potevano venire salvate.


Guidati da Baldassarrini, alcuni uomini si fecero trasportare sulla parete di valle della tura in una benna delblondin. Quando smontarono, l'acqua lambiva i loro piedi; erano accecati dagli spruzzi e assordati dal ruggito delfiume mentre, pericolosamente in equilibrio, pochi centimetri sopra la piena, tentavano di porre alcune carichedi esplosivo. L'unico legame col mondo esterno era labenna oscillante sulle funi sopra le loro teste. Una grossaondata, causata da qualche ostruzione a valle, spazzò ilmuro, e due indigeni vennero trascinati nel fiume. Subito Marchi, un italiano di 24 anni, si tuffò dietro di loro.Nuotatore d'eccezione, riuscì ad afferrare uno di essi ed atenerlo stretto mentre la benna veniva abbassata sino aloro. Entrambi l'afferrarono e vennero sollevati per ariapericolosamente abbracciati ad essa. L'altro indigeno nonfu più trovato.

La stessa ondata d'acqua strappò gli inneschi così che iltentativo di far saltare via la parte superiore della parete divalle riuscì solo in parte. Allora le benne del blondinvennero caricate di sabbia e lanciate contro la parete.Questo primitivo ariete ebbe successo dove avevano tattofiasco le moderne tecniche, e la parete della tura fu abbassata di oltre un metro.

In quella ciré letteralmente poteva essere consideratauna «operazione ramazza», lo Zambesi di nuovo spostòla sua attenzione sul ponte stradale danneggiato. Onde altecome montagne lo attaccarono alle due estremità, aprendobrecce di 6 metri nelle rive. Inzuppate di pioggia e dispruzzi, le squadre assegnate alla sua protezione guardavano senza poter intervenire. Poco dopo con uno spaventosofragore che più tardi venne paragonato al tuonare diun cannone, il ponte se ne andò. La grande costruzione svanì nell'istante in cui un uomo volse la testa per parlare alcompagno. Quando tornò a voltarsi per guardare il fiume,del ponte non restava nemmeno la più piccola traccia.


Questa terrificante prova della forza del loro avversario, condusse gli uomini della gola all'orlo della disperazione. Anche Baldassarrini sentì che il fiume aveva vinto, benché allora non lo volesse ammettere. «Sentii,» dichiarò in seguito, «che eravamo contrastatida una forza molto più potente della nostra. Ci era concesso soltanto di salvare quello che si poteva, e attendereche la piena scendesse. Il padrone era il fiume. Potevamosolo attendere per vedere quanto del nostro lavoro fossestato risparmiato, e quanto avremmo dovuto rifarne».


Da Salisbury vennero organizzati voli turistici..»Per9.000 lire sterline i passeggeri prendevano posto sopra un aereoche volava sulla gola a bassa quota, e ciascuno a turnostava per un minuto nella cabina di pilotaggio per osservare le devastazioni sottostanti. Nella zona della diga il fiumesembrava quasi placido; color cioccolato, si estendeva molto al di là delle sue rive. La sua superficie era segnata soloda chiazze bianche che la corrente formava in corrispondenza delle cime degli alberi del territorio sommerso.
«Sembrava che si muovesse senza uno scopo preciso,»commentò in seguito un passeggero, «quasi simile ad unagrande folla potenzialmente pericolosa, ma, in quel momento, innocua. Poi, entrato nella gola, sembrava impazzire di rabbia per quello che vi trovava. Si gonfiava allorain una grande massa bianca, che si scagliava con una velocità enorme contro i conci della diga e gli altri lavoriche potevamo appena scorgere. A volte, sembrava chel'acqua si ritirasse per prendere d'assalto la diga con nuovoslancio».

Quel passeggero non stava fantasticando. Infatti quando un fiume, largo diversi chilometri, si infila alla velocitàdi 20 nodi in uno stretto canale, si verificano gorghi tumultuosi e controcorrenti, così che le costruzioni, poste all'ingresso di una gola, vengono assalite contemporaneamenteda tutte le direzioni. Non solo il fiume cresceva in altezzanel passare attraverso la strettoia, ma la sua velocità, insuperficie, veniva quasi raddoppiata. Alla velocità di untreno rapido, centinaia di migliaia di tonnellate di acquasi scagliavano contro ogni ostacolo. I conci della diga nonfurono mai in pericolo; erano solidamente ancorati per24 metri entro le rocce del letto del fiume, e tutta l'acquadell'Africa non sarebbe stata capace di scuoterli. Il restodella costruzione, invece, era seriamente minacciato.


«Sembrava un formicaio sfasciato da un calcio,» continuò l'osservatore dell'aereo, descrivendo il cantiere. «Piccoli gruppi di uomini stavano affrettandosi con ordine attorno alle grandi ferite che il fiume aveva aperto entro lerive. Ma nell'attimo stesso in cui si guardava, un altrostrappo si apriva nella sagoma della gola.

«Quasi mi vergognavo d'aver partecipato alla gita.Sapevo però che quei ragazzi lì sotto non sarebbero maistati sconfitti. Mi venne di nuovo in mente il formicaio: lo si distrugge con un calcio e le formiche corrono in tuttele direzioni portando i loro patetici, piccoli fardelli. Laloro attività sembra inutile. Ma alla fine ci si stanca ditirar calci; non si può restare lì per sempre! Se si tornasul luogo una settimana dopo, si trova che le formichehanno ricostruito pezzo per pezzo tutto ciò che era statodistrutto».

Questa similitudine era forse più aderente di quantoil passeggero potesse immaginare. Il livello dell'acquastava salendo di 30 cm. ogni 3 ore e la piena principaleera ancora ben lontana. Sembrava che non ci fossero limiti a ciò che il fiume poteva fare. Si dovettero prendereprecauzioni tali che nessuno aveva immaginato nemmenolontanamente. Il lavoro sotterraneo venne sospeso, e gliingressi alle gallerie che conducevano entro la montagna,30 metri al di sopra del livello massimo previsto, vennerosigillati. Si fecero perfino preparativi per spostare i blondins dalla loro piattaforma. Come le formiche, gli uominiin cantiere sapevano che era inutile resistere alla immensa brutalità dell'attacco. L'unica cosa che si poteva tentareera di conservare le deboli basi sommerse che avrebberopermesso l'inizio della ricostruzione quando la primordiale furia si fosse placata.


Già alcune costruzioni stavano per essere strappate via dalle posizioni che erano state ricavate- sui fianchi delle alture. Sulla riva nord, restava soltanto un casottino solitario,un gabinetto che, per uno strano capriccio del caso, era rimasto in piedi. Poi, la tura già allagata venne sommersa.
Dopo poche ore l'unico segno della sua esistenza fu unacascata, larga 90 metri e alta 12, formata dai fiume che siprecipitava dalla parete di monte verso quella di valle.

I.a cascata trascinava giù nell'acqua enormi bolle diaria che, nel risalire sterline in superficie, scoppiavano con assordanti esplosioni udibili al di sopra del ruggito del fiume,e mandavano grandi spruzzi d'acqua su verso il cielo. Tuttoquesto dava l'impressione che la diga si trovasse sotto ilfuoco di qualche lontana artiglieria.
Durante la notte la cittadina era spesso disturbata dalla selvaggina costretta dalla piena a cercare scampo fra lealture. I babbuini facevano incursioni nelle case in cercadi cibo; gli animali domestici venivano sbranati nei giardini delle ville dalle iene affamate; il barrito degli elefantied il ruggito dei predatori si udivano sempre più vicinimentre gli animali venivano spinti dalle acque montantiverso le colline, in cima alle quali sorgeva la nuovacittadina.

È sorprendente che, per tutto questo disperato periodo, gli operai indigeni non abbiano mai abbandonato illavoro. Forse in un momento in cui anche i più evolutieuropei erano ossessionati dall'idea di combattere qualcosa di più di un fiume, molti degli indigeni dovevano essere convinti che Nyaminyami li avesse condannati tutti.Forse la più grande speranza di questo continente sta nella fiducia che il credulo africano medio ripone negli europei: fiducia che né l'insolente egoismo di una minoranza di coloni, né l'ignorante benevolenza della maggioranza degli uomini politici stranieri, hanno mai potuto distruggere. La lealtà che l'africano ha così spesso mostrato,genera a sua volta un sentimento che sta al di sopra deipregiudizi importati in Africa proprio dall'Europa e chel'Europa stessa oggi condanna.


In tutta la Rhodesia i fiumi erano in piena con una violenza senza precedenti. Le piogge implacabili cadevanosenza tregua; nella zona di Wankie, le precipitazioni dimezzo mese superarono la caduta media di un anno. Siprevedeva che la punta della piena dovesse raggiungereKariba il 25 febbraio. Perciò, il giorno prima, il governatore generale, lord Dalhousie, salì sul suo aereo e volòsopra il cantiere. Un messaggio venne trasmesso agli uomini che si fermarono per pochi minuti, a guardare ilvisitatore venuto dal remoto mondo esterno: «Pensiamoa voi, venga o non venga il peggio. Auguri e buona fortuna» Questo era tutto ciò che i 7 milioni di abitanti dellaFederazione potevano fare.

Lo stesso giorno, Baldassarrini condusse un gruppo di25 uomini, tra europei e indigeni, sul ponte sospeso, neltentativo inutile, ma coraggioso di salvarlo. Il fiume stavagià tentando di afferrare con ingordigia la fragile costruzione. Disorientati dalla pioggia e dagli spruzzi, gli uomini si tennero in equilibrio sulle travi oscillanti per sollevare il ponte di circa un metro.

Ma, come essi dovevano già sapere mentre arrischiavano la vita, quel lavoro era inutile: il fiume, infatti, continuò a salire sterline a lungo dopo aver raggiunto il livello massimo previsto. Il 3 marzo, il Sanyati fece un'altra delle sueincursioni. Il ponte lottò disperatamente, contorcendosie dibattendosi fuori dall'acqua; le sue oscillazioni divennero così violente che talvolta un fianco superava l'altrodi 6 metri, e tuttavia restò intatto anche quando l'acqua lo raggiunse. Ma la torre settentrionale crollò, perché lesue fondazioni erano state colpite alla base. In un ultimogesto di sfida, il ponte si sollevò al di sopra dell'acqua equindi ricadde spezzato in tre tronchi.


Trionfalmente, lo Zambesi trascinò con sé i frammenti del naufragio mentre si rovesciava ormai libero verso il mare. I conci della diga, che erano ancora al di sopra dell'acqua, non opponevano ostacolo al suo avanzare. Nyaminyami aveva mantenuto la sua minaccia: aveva riconquistato la gola. L'acqua, con impeto trionfante, passava suiresti dell'opera dei suoi nemici a più di 16.000 metri cubi al secondo; una piena che, secondo i calcoli, poteva verificarsi solo una volta ogni 10.000 anni.

CAPITOLO DODICESIMO - ESSI MORIRONOA GWEMBE


La notizia del trionfo dello Zambesi rafforzò la determinazione di un gruppo di Batonka che viveva nel distretto di Gwembe, sulla riva nord. Erano 6.000, poco più diun quinto, cioè, di tutti i Batonka che, per lasciar postoalle acque del futuro lago, dovevano venire spostati versole nuove dimore della Rhodesia del Nord. Per capire perché mai questo gruppo abbia sfidato le autorità e, sotto laguida del capo Chipepo, abbia preso le armi primitive perdifendere le proprie dimore ancestrali, è necessario conoscere come e perché il governo della Rhodesia del Nordabbia affrontato il problema di spostare le tribù con metodi diversi da quelli usati nella Rhodesia del Sud.


In questa zona vi è la Commissione indigena di Gwembe che esercita alcuni poteri riconosciuti dal governoterritoriale. La Commissione è composta da sette capi deldistretto, cinque consiglieri nominati dai capi stessi, esette consiglieri scelti dal popolo. Non appena la decisione di costruire la diga venne comunicata alla Commissione indigena di Gwembe, questa tenne una riunionee sottopose al governatore una serie di domande, conosciute come «i 24 punti», che richiedevano un certo numero di assicurazioni in merito allo spostamento dei Batonka. La maggior parte di queste domande erano ragionevoli. Sottolineavano la preoccupazione dei Batonka, i quali non volevano essere spostati in un ambiente completamente estraneo, non volevano che i lorogruppi familiari e di tribù venissero smembrati, e desideravano inoltre assicurazioni che le loro credenze religiose ed i loro costumi fossero rispettati. Per l'80% dei 29.000uomini delle tribù da spostare, queste condizioni poteronoessere accolte: 23.000 Batonka vennero infatti sistemati inzone nuove, sempre nell'ambito della vallata di Gwembee non lontano dalle loro dimore di origine.
Rimanevano,tuttavia, 6.000 persone per le quali non era disponibilealcun terreno adatto in vicinanza dei vecchi distretti. Sipotè soltanto promettere loro che l'ambiente non sarebbestato cambiato e che i gruppi familiari non sarebbero statismembrati. Venne assegnata loro mìa zona estremamentefertile vicino al fiume Lusito, presso Chirundo, con unasuperfìcie di terreno arabile tre volte superiore a quelloche avevano prima. Unico svantaggio, la zona si trovavaa più di 160 km. dalle vecchie residenze, così che la tribùdi Chipepo restava divisa in due parti, assai distanti.

La Commissione indigena di Gwembe, di cui facevaparte lo stesso Chipepo, riconobbe che non v'era altra alternativa. Vennero perciò fatti tutti i preparativi necessaridate le circostanze. Si costruirono strade, si fecero perforazioni nella zona di Lusito per alleggerire il compito deinuovi colonizzatori, e i capi tribù vennero esortati a visitare Lusito per scegliere le posizioni dei nuovi villaggi.

Fino a questo punto, non v'erano differenze sostanziali tra i metodi adottati nella Rhodesia del Nord e quellidella Rhodesia del Sud. Una variante stava nel fatto che,nella Rhodesia del Nord, agli uomini delle tribù fu promesso un indennizzo in contanti per lo spostamento, mentre, nella Rhodesia del Sud, si stabilì di distribuire razioni gratuite sino al momento in cui gli indigeni si fossero completamente risistemati. Quest'ultima, in seguito,si è dimostrata la disposizione migliore, perché più elastica. La Rhodesia del Sud accettò la responsabilità di nutrire le tribù spostate sino a quando si fossero sistematecompletamente, cosa che le protesse dai capricci del clima durante i primi anni di residenza nelle nuove dimore.
Il Nord diede loro un'unica somma in contanti, provvedimento che, senza dubbio, venne accolto in un primo tempocon maggiore entusiasmo, ma che, erroneamente, presupponeva la possibilità di prevedere la durata del periodonecessario alle tribù per ottenere i primi raccolti e provvedere al proprio mantenimento. Molto più grave fu la politica dilatoria seguita dal governo della Rhodesia del Nord.Per minimizzare le conseguenze dello spostamento, era indispensabile che venisse trasferito il maggior numero di persone possibile fra il raccolto di una messe e la semina dell'altra. Senza dubbio le autorità della Rhodesia del Nord sene rendevano conto, ma sciuparono mesi preziosi per spiegare quello che stavano facendo, e per assicurarsi che tutti fossero contenti. Ne conseguì che, quando ebbe luogo la maggior parte degli spostamenti, le tribù avevano lavorato senza scopo le vecchie terre per preparare le semine ed eraormai troppo tardi per dissodare le terre nuove e preparare i prossimi raccolti.


Facciamo un confronto tra la situazione del Nord equella del Sud. All'inizio della stagione delle semine nel1957, lo spostamento delle tribù, nella Rhodesia del Sud,era virtualmente compiuto e molti indigeni stavano iniziando la seconda semina nelle nuove terre. Nella Rhodesiadel Nord, invece, un anno dopo, dovevano ancora veniretrasferite 11.000 persone, e fu proposto di spostarne 8.000nell'ottobre 1958, così tardi che non avrebbero avuto alcuna possibilità di far crescere un ragionevole raccoltonella stagione 1958-1959.


Più le autorità della Rhodesia del Nord parlavano, piùi Batonka diventavano sospettosi. Quando in un primo tempo venne spiegato loro chea Kariba la diga avrebbe creato un lago che avrebbe sommerso le loro case, essi si fidarono dell'uomo bianco senzariserve. Per loro questa affermazione era tanto difficile daaccettare, quanto per una popolazione europea accettare le realtà dell'età nucleare. Ma l'uomo bianco aveva fatto moltecose incredibili, ed essi si erano abituati all'impossibile.Però l'uomo bianco parlava troppo. Perché continuava aripetere la stessa cosa? Forse egli stesso non credeva a quantoandava dicendo?

Questo era il momento di incertezza tanto atteso dalCongresso Nazionale Africano. Sappiamo che, sin dal 1955,uomini che pretendevano di parlare per conto di «Ari»avevano venduto carte magiche che avrebbero impeditola costruzione della diga a Kariba. Gli stessi uomini potevano ora citare le piene del 1957 e del 1958 come provedella potenza di Nyaminyami. Egli aveva distrutto tutti iponti sul fiume, come aveva minacciato di fare, e per dueanni di seguito aveva allagato le ture. Era evidente, quindi, che gli stessi uomini bianchi sapevano ormai di nonpoterlo vincere. Fin qui, per i Batonka della tribù Chipepo era facile seguire l'argomentazione. Ma allora, perché l'uomo bianco stava cercando di spostarli?


«Aaah!» Questa lunga esclamazione indigena va uditadurante una discussione perdio si possa apprezzarne la forza oratoria. L'uomo bianco stava abbattendo tutti gli alberi della loro terra? (era stato iniziato il diboscamentoper preparare zone ove le barche da pesca potessero operare sul fondo del nuovo lago). Ovviamente l'uomo biancostava preparando il terreno per costruire fattorie per suouso e consumo. La storia della diga non era altro che uninganno per cacciare i Batonka dalle loro case.

Inganno? (Molti indigeni primitivi si sarebbero rifiutati di crederlo. Nonostante tutti i suoi difetti, l'amministrazione coloniale britannica si è guadagnata una reputazione di sincerità.) Ma guarda! C'erano le prove. Potevano vedere le case in costruzione, e la strada fatta per gliaeroplani.
(Effettivamente erano state costruite case prefabbricate provvisorie ed una pista per aerei da parte degliappaltatori del diboscamento.)


«Aaah!»... È facile immaginare gli anziani chinati, scuotere le loro barbette l'uno verso l'altro, mentre i dolci occhi si fanno scuri e pensierosi. I giovani fremono e guardano con aria cupa.

Con pazienza, di continuo, gli argomenti venivano ripetuti. Se l'uomo bianco credeva veramente che l'acquastesse per arrivare, avrebbe trasferito tutti quanti, invece diparlare, di parlare sempre. Certamente stava bluffando. Seil popolo di Chipepo avesse dimostrato di essere deciso arimanere, l'uomo bianco alla fine avrebbe ceduto, ed essisarebbero stati lasciati in pace.

Il capo Chipepo, intelligente, ma non molto energico,lento con la forza del proprio esempio di superare i sospetti della sua tribù, e trasferì la sua famiglia nella nuovazona. Il prestigio del suo rango ebbe poco effetto; ma nelmaggio 1958, seicentocinquanta persone acconsentirono dispostarsi dai cinque villaggi e vennero sistemate a Lusito.


A questo punto ci fu un momento in cui avrebbe potuto senz'altro essere tentata un'azione decisiva e rapida.Il muro della resistenza era stato incrinato. Ma non vennero fatti altri spostamenti. Si sperava che, quando fossero giunte notizie favorevoli dalle persone colà stabilite,le altre sarebbero state più disposte a seguirle. Ci furonoulteriori discussioni e spiegazioni. Il 4 giugno, i Batonkafecero la loro prima dimostrazione di forza. Un capo,Sianzembwe, si oppose all'ordine del Commissario distrettuale, che era accompagnato da un gruppo di quasi 30 uomini, e non volle intervenire ad una discussione. Quandofu dato l'ordine di arrestarlo, quelli del villaggio lo difesero e cacciarono il Commissario distrettuale con i suoicompagni. In quel momento nel villaggio di Sianzembwesi trovavano 150 guerrieri Batonka, il triplo cioè della popolazione adulta normale, il che dimostra coinè vari villaggisi fossero già alleati tra loro.

Da quel giorno in poi, gli eventi cominciarono a sfiorare il patetico. È vero che il capo compromesso nel primoatto di sfida finì per perdere il coraggio e si consegnò, matutta la zona uscì dal controllo effettivo delle autorità.



Ogni tentativo di spostare altra gente venne sospeso,dando così maggior credito alle affermazioni degli agitatori,e cioè che la resistenza avrebbe portato al risultato che iBatonka sarebbero stati lasciati in pace. Lungi dal convincere i recalcitranti a seguirli, i 650 abitanti che si eranospostati a Lusito tornarono alle vecchie case. Bande di uomini armati con lance e mazze marciavano, si esercitavanoe facevano le loro primitive manovre sotto gli occhi dellapolizia, e in molte occasioni eseguivano finti attacchi.

Tutti gli abitanti dei villaggi parlavano apertamentedella guerra. I funzionari erano completamente ostacolatinei loro doveri, ma non furono oggetto di alcuna ostilitàpersonale. A. J. Smith, ufficiale distrettuale della zona,mentre passava nei pressi di un villaggio vide un vecchio,che egli conosceva bene, trascinarsi lungo la strada conun pugno di lance in mano.


Fermò la sua Land Rover e gli si accostò.
«Cosa fai?» gli domandò.

«Vado alla guerra»

«Ma non sei piuttosto vecchio per queste sciocchezze?»

«Devo mostrare ai giovani che sono con loro»

«Ma contro chi vai a combattere?»

Il vecchio alzò lo sguardo verso l'alto giovane funzionario e gli sorrise: «Ma contro voi, naturalmente!»

Si salutarono e si separarono.


L'episodio potrebbe essere definito farsesco. Entro duemesi il vecchio era morto di quello che i medici definirono un «emotorace fatale», male causato da piombo penetrato nella cassa toracica.


Mancavano meno di tre mesi alla data in cui la digadi Kariba doveva essere chiusa perché il lago potesse cominciare a formarsi. Il tempo disponibile era anche piùscarso se si voleva che la gente di Chipepo si trasferissenella nuova zona in tempo per preparare le semine per ilraccolto della prossima stagione.

Il 16 agosto, il Commissario distrettuale sostituì il funzionario locale che aveva riferito come non fosse più possibile controllare la situazione. Dopo consultazioni e riunioni, il Commissario provinciale venne a Gwembe peravere conferma delle relazioni del Commissario distrettualee il 29 agosto incontrò dappertutto folle di guerrieri in atteggiamento minaccioso, ma non violento.
Venne letto il«Riot Act» e anche il Commissario provinciale riferì a Lusaka che la situazione era incontrollabile. Il 3 settembrearrivò anche il Segretario per gli Affari Indigeni. I soliche parlarono con lui furono una dozzina di indigeni diesi erano concessi qualche ora lontano dalle manovre perbere un po' di birra. Dopo le discussioni, riferì al governatore sulla situazione sfuggita al controllo.


Allora sua eccellenza Sir Arthur Benson, governatoredella Rhodesia del Nord, venne lui stesso sul luogo deidisordini. Fra accompagnato dalla banda del reggimentodella Rhodesia del Nord.

Normalmente, l'arrivo del governatore in pompa magna è una cerimonia considerata come un onore e richiedeuna degna celebrazione da parte degli indigeni. In questaoccasione, però, la gente di Chipepo se ne preoccupò cosìpoco da rifiutare di preparare un posto per l'«indaba» oconferenza ufficiale. Il 7 settembre, alle 9 del mattino, suaeccellenza arrivò in alta uniforme, fu ricevuto con gli onori dovuti al suo rango, ispezionò la guardia d'onore e sedette sotto un albero. Per due ore arringò una folla apertamente beffarda o indifferente che rimase almeno a 70 metrida lui così che la sua voce poteva a malapena raggiungerla.Col vento che gli agitava le piume del casco, circondatodai suoi funzionari in divisa bianca, con la banda allineatain uniforme di gala, e con gli African Messengers dispostiimpassibili nelle loro file, il governatore, con perseveranzae con metodo, parlò all'aria. Questo era il premio perun anno di pazienti spiegazioni: lo scherno ed il malcelatodivertimento di parecchie centinaia di guerrieri che si tenevano insolentemente fuori dalla portata di voce, con lelance in mano e aculei di istrice attraverso il naso.


L'indomani mattina il governatore tentò di nuovo, questa volta senza cerimonie. A questo secondo indaba assistettero circa 15 uomini della tribù. Dopo 20 minuti eglidichiarò, e c'è da pensare che neanche una mezza dozzinadi Batonka abbiano sentito: «Le parole della regina devono venir obbedite. In caso contrario, sarà necessario imporle»
Le centinaia di guerrieri erano altrove. Tutto quelloche succedeva confermò quello che era stato detto loro.L'uomo bianco stava tentando un inganno. Essi si eranorifiutati di muoversi e non era accaduto nulla.

È difficile scoprire che cosa avvenne esattamente nellevicinanze di quel villaggio indigeno il 10 settembre, quando 34 Batonka rimasero feriti e 8 vennero uccisi da fucilate o da colpi di randello. L'assicurazione ufficiale che ilnumero dei caduti non fu maggiore è fornita da una relazione che dichiara come, dopo la battaglia, nessun avvoltoio fosse visto volare sulla zona; ciò dimostrerebbe chetutti i morti e i feriti furono rimossi dal campo di battaglia. Ma le rassicuranti conclusioni della commissione, incaricata di fare un'inchiesta sulle circostanze che avevanocausato l'incidente, non vanno del tutto d'accordo con i resoconti giornalistici pubblicati subito dopo l'incidente.


Questi sono i fatti noti. Più di 100 poliziotti equipaggiati con armi da fuoco cercarono di circondare il villaggio di Chisamu per poterne evacuare gli abitanti. Essi furono attaccati da gruppi di guerrieri il cui numero complessivo fu dagli stessi poliziotti giudicato fra i 250 e i 350.Quando i Batonka caricarono, vennero lanciati i gas lacrimogeni da una distanza di circa 45 mt. ma mostrarono diessere inefficienti. Da parte degli indigeni vennero scagliate lance, pietre, asce e mazze. Una lancia passò tra legambe di un poliziotto ed un altro fu ferito al polso dauna pallottola sparata da un compagno. Su questi gruppidi guerrieri dell'età della pietra - molte delle loro lance erano fatte semplicemente di legno indurito ed affilato - vennero lanciati 194 candelotti lacrimogeni, 232 scariche di cartucce calibro 12 n. 4, 54 scariche di proiettilida 303 e 53 scariche di proiettili da 9 mm., benché moltisenza dubbio sparati al suolo o sopra le teste dei guerrieri.


L'ufficiale anziano di polizia nella sua testimonianzaraccontò alla Commissione di inchiesta che un gruppo erasul punto di arrendersi, ma improvvisamente cambiò parere e caricò con «grande decisione». L'attacco, egli aggiunse, fu così improvviso «che i Batonka riuscirono a passare attraverso lo sbarramento delle forze di polizia».
Questa descrizione potrebbe adattarsi a un gruppo diuomini sgomentati dai gas lacrimogeni e dal fuoco di piccole armi, che tenti disperatamente di fuggire attraversoun cordone d'assedio. È raro, invece, che un assalto a fondo irrompa attraverso i ranghi nemici senza causare neanche un morto.

È improbabile che l'incidente di Chisamu venga ricordato con orgoglio da coloro che vi parteciparono. Ma lacolpa non sta dalla parte della polizia, che per molte settimane era stata sottoposta a umiliazioni esasperanti, edera stata poi messa di fronte alla snervante vista di unaturba di selvaggi. Ne può stare dalla parte dei Batonka, iquali, secondo un missionario americano che viveva fraloro, mai, neanche nel momento in cui venne aperto ilfuoco, credettero che le loro terre sarebbero state sommerse, né si convinsero che sarebbero stati costretti a trasferirsi. Le decisioni erano state cambiate così spesso che iloro dubbi possono essere ben capiti.


Una parte di responsabilità - non tutta, però - è indubbiamente degli agitatori che ingannarono e incitarono iloro creduli compaesani. Ma anche loro si limitarono asfruttare una situazione che avrebbe dovuto essere a tutti icosti evitata. Si sviluppò, invece, soprattutto perché, aLondra, l'azione di un qualsiasi impiegato dell'ufficio coloniale può diventare un fatto politico, di modo che la responsabilità di azioni decisive resta troppo grande per gliamministratori locali.


Le tribolazioni della gente di Chipepo non erano finite.
Come per ironia, una delle parole d'ordine del CongressoNazionale Africano, sventolata dagli uomini delle tribù chesi erano opposti al trasferimento, era: «Desideriamo casemigliori». Il loro unico scopo era invece quello di difendere le loro tradizionali, luride catapecchie.
A Lusito, li stavano realmente aspettando case migliori. La zona era stata ben sistemata con strade, erano state costruite le scuole, era stata impiantata una clinica, la boscaglia era statadisinfestata contro la tzé-tzé e liberata dagli animali pericolosi, mentre erano state eseguite perforazioni o sbarramenti per l'acqua.
Per alcuni giorni, dopo la sparatoria, i disorganizzatiBatonka gironzolarono per il territorio in gruppi atterriti,sorvegliati da un aereo da ricognizione. Poi, vergognosamente e senza alcun evidente rancore, si trascinarono indietro verso i loro villaggi.
«Sembrava fossero quasi contenti che non ci fosse piùragione di discussione,» disse il loro ufficiale distrettualeA. J. Smith, «e si sentivano sollevati perché era stata presauna decisione».
Quello che non disse, ma che molti tra ipiù giovani del servizio coloniale, come lui, si presume abbiano pensato, era che, purtroppo, una decisione ferma nonera stata presa a tempo opportuno, quando avrebbe potutoessere messa in pratica senza l'aiuto delle truppe.
A Lusito, venne adottato per il nuovo villaggio lo stessoschema di quello che era stato abbandonato, e furono mantenuti i vecchi nomi. Al posto dell'insanguinato Chisamuche ora giace a trenta e più metri sott'acqua, sorge adessoun Chisamu nuovo, raggruppato attorno al suo modernoimpianto per l'acqua dove i bambini e le capre si accalcano insieme sul suolo polveroso. Ma poiché lo spostamento era stato dilazionato, non ci fu tempo sufficiente per preparare la terra per la semina, e la prima stagione dei Batonka nelle nuove dimore fu tutt'altro che facile.

Alla fine di dicembre, vennero mosse delle accuse daparte dei capi del Congresso Nazionale Africano perché a Lusito era scoppiata un'epidemia e molti erano morti perdissenteria e diarrea. Inesplicabilmente, il goveno pubblicò una dichiarazione negando che si fosse verificato qualcosa di insolito, e aggiungendo che «dei quattro decessiavvenuti nell'ultima quindicina, nessuno era attribuibile adiarrea». Ma subito dopo, il 12 gennaio, fu ammesso chedal 20 dicembre vi era stata una epidemia con non menodi 32 morti. C'è da credere che il segretariato di Lusakastesse attraversando un momento di grande confusione.


Un ufficiale sanitario che lavorava sul luogo si lasciòsfuggire in un momento di esasperazione: «Nessuno sapràmai quanti ne sono morti» Aveva ragione di essere scoraggiato. Il solo gabinetto di tutta la zona era quello dalui montato per dimostrazione. Il terreno era dovunqueinsudiciato dagli escrementi di 6.000 persone e delle lorocapre, e i bambini vi si rotolavano dentro. Miriadi dimosche pascolavano su quelle ricche messi. L'atteggiamentonei confronti degli ufficiali sanitari era apatico e talvoltarisentito. Ci volevano tre quarti d'ora di accanita discussione per indurre i genitori di un bambino ammalato acederlo per le cure. «Il bambino morirà. Lascialo in pace»Uomini con i gozzi grossi come un pallone rifiutavano lecure. Gli ammalati, accucciati nelle loro capanne, fissavanogli intrusi con occhi inespressivi.



Senza dubbio per un momento lo spirito della gente diChipepo fu gravemente ferito. Troppo a lungo nelle loroorecchie erano risonate voci contrastanti; a tutto quelparlare era seguita tutto ad un tratto una ferocia sconnessa: si trovavano in un paese straniero, a 160 km. dalle lorodimore; avevano abbandonato gli spiriti delle loro tribù,e poteva derivarne solo male. Le piogge delle semine eranoarrivate ma la terra non era pronta; il loro mondo erastato mandato in pezzi ed essi non ne comprendevano ancora la ragione.

Grazie però all'imperturbabile tenacia del loro ufficialedistrettuale, oggi i Batonka hanno ormai superato la crisi.Rumorosi ed eccitati, i ragazzi affollano le 8 scuole che A. J. Smith ha costruito. È stato aperto uno spaccio, ed èstato creato un embrione di cooperativa agricola. Al dispensario, un giovane medico africano dagli occhi vivaciconsidera i Batonka con affettuosa, quasi paterna severità; riceve più di trenta ammalati al giorno, e riporta con rapida precisione le sue diagnosi e le sue cure nel registro.Fuori, al sole, siedono i pazienti, vecchie che succhiano lepipe e vecchi raggrinziti che rimuginano le loro fantasticherie. Hanno imparato ad accettare, talvolta con unapunta di canzonatura, questo giovanotto e le sue medicineda uomo bianco. Le messi stanno nuovamente crescendosulle sponde di uno sconosciuto e mansueto Zambesi, 95km. a valle della diga.


Il passato poggia ancora pesantemente sulle loro spalle.Parlate con uno dei loro capi religiosi, e la sua faccia diverrà triste e pensierosa nel ricordare i vecchi tabernacolie gli spiriti ora sprofondati sott'acqua. Fermatevi presso unabbeveratoio, nel nuovo villaggio Chisamu, e l'uomo chepasserà di li con una zappa sulle spalle vi lancerà unosguardo curioso; troppo bene egli ricorda il tempo in cuiattraversava il vecchio villaggio con le lance appoggiatedove ora porta la zappa.

Ma tanto lui che il suo Custode degli Spiriti, hanno direcente acquistato il primo giovane manzo con il denaroricevuto come indennizzo, il primo animale che i Batonkaabbiano mai posseduto oltre alle capre.

E a scuola, due piccoli Batonka sono stati già destinatia una vita che sarebbe stata sconosciuta e irraggiungibilenelle loro vecchie dimore. Uno di essi siede ai piedi delgiovane medico e senz'altro seguirà le sue orme. L'altro,di soli 9 anni, ha una straordinaria competenza in fatto dimotori a scoppio. Nella sua testolina ha già costruito lasua futura autorimessa.

CAPITOLO TREDICESIMO - NYAMINYAMI DOMATO


Dopo avere spazzato via il ponte sospeso, lo Zambesicontinuò a crescere sino a giungere 83 metri soprail livello di magra. In quella situazione da incubo, aglistanchi uomini di Kariba pareva che l'acqua non dovessepiù smettere di crescere. Un terzo della mano d'opera restòinoperoso, ma dovunque era possibile lavorare si tentavaancora di resistere al fiume. Frastornati dal suo rumore incessante e inzuppati dagli spruzzi, piccoli gruppi lavoravano sulla sommità dei conci della diga che emergevanoancora dall'acqua.
Con le comunicazioni interrotte, le attrezzature, le provviste e le materie prime inzuppate d'acqua, vi era ben poco da fare, in fondo. Ma ogni tonnellata di calcestruzzo gettata, ogni centimetro guadagnato inaltezza, dimostravano che quegli uomini non erano vinti.

In quelle giornate particolari, gli impiegati degli uffici egli ingegneri si unirono ai muratori che costruivano la diga,per infondere coraggio con la loro presenza e la loro amicizia, mentre il fiume scuro e pieno di relitti scorreva tonando con arroganza poche decine di centimetri al di sotto.Guazzavano sui conci più vicini alla riva sulle cui ruvidesuperfici spruzzi e pioggia avevano formato delle pozzanghere, e stavano lì ridendo per far vedere che nemmenoloro avevano paura.


CARTINA lago KaribaCARTINA lago Kariba


Ognuno si era scelto un proprio punto di riferimento in base al quale misurare il livello del fiume: un masso sui fianchi dell'altura, il tremolante ramo di un albero sommerso, una striscia sul calcestruzzo. Il 7 marzo, quandocontrollarono per l'ennesima volta il fiume in piena, gliuomini rimasero increduli e silenziosi: ma dopo mezzogiorno non vi fu più alcun dubbio; e verso sera la voce siera sparsa per tutto il cantiere: il fiume non era più cresciuto. La mattina dopo, sia pure impercettibilmente, lapiena cominciò a diminuire. Altre volte vi erano state sostenell'attacco, sempre seguite da nuove e ancora più fortiondate di violenza; ma questa volta lo Zambesi aveva esaurito le sue riserve. La piena era ancora travolgente per lasua furia, ma gradualmente s'indebolì.

La crisi era passata. Migliala di tonnellate di roccia, distrade, di pietrame dovevano ancora venire asportate dallesponde, l'ufficio dell'ingegnere capo doveva ancora scivolare nel fiume, ma tali distruzioni non sarebbero state che icolpi di una disperata retroguardia, e non potevano modificare l'esito di una battaglia già perduta e vinta.
Una nuova strada di otto metri venne scavata all'ingresso delle gallerie che conducevano ai lavori sotterranei, e gliscavi sotto le colline furono ripresi. Una settimana dopoaver raggiunto il livello massimo, l'acqua era calata di nuovo fino a scoprire l'orlo della parete di monte della tura,ed il 21 marzo affiorò la parete di valle.


Il primo lavoro elettrico nella centrale sotterraneaebbe inizio con alcuni giorni di anticipo sul programma; venne costruito un nuovo ponte stradale sospeso, che fuaperto al traffico verso la metà di aprile; venne acceleratoanche il getto del calcestruzzo in diga. Benché il danno,come dichiarò significativamente Anderson, fosse «al disotto del milione di sterline», erano stati solo i lavori ausiliari a soffrirne. La struttura principale non aveva soffertominimamente.

A maggio, l'enorme Zambesi scorreva così mansueto chele torri della diga si riflettevano sulla superficie. Con lapiù grande perizia e pazienza. La falla nella tura venne tappata, la tura venne prosciugata, e ai primi di giugno il centro del letto del fiume venne nuovamente portato alla luce.

Furono necessari mesi di lavoro per asportare i detritiche ostruivano le sponde lungo la gola, per costruire nuovestrade ed erigere nuove costruzioni al posto di quelle scomparse; ma guardando il cantiere devastato, che assomigliavaad un campo di battaglia dopo un bombardamento, si poteva vedere che malgrado tutta la sua furia e le devastazioni fatte, lo Zambesi non aveva compiuto altro che unabarbarica incursione, lasciando intatta la cittadella dei suoiconquistatori.


Quando non vi fu più dubbio che i conci di calcestruzzo che erano a cavalcioni del fiume sarebbero stati riuniti in un unico sbarramento prima della caduta delle prossime piogge, l'immaginazione del pubblico rhodesiano fueccitata dal pensiero del lago che si sarebbe formato nellagola, dietro la diga. Dapprima, il lago era considerato pocopiù di un'appendice secondaria dell'impianto idroelettrico.Solo lentamente la gente cominciò ad afferrare l'importanzaintrinseca di un grande lago interno.


Per gli italiani, invece, che vivono in un paese densamente popolato ed angusto, il lago fu sempre l'aspetto piùmeraviglioso dell'intero progetto. Che più di 5.000 chilometri quadrati di territorio potessero essere sacrificati performare un serbatoio, era un'idea tanto al di là della loroesperienza da riuscire quasi incomprensibile, come lo sarebbe per la maggior parte degli europei. Se si sovrapponesse la pianta del lago di Kariba a una carta dell'Inghilterra, ci si renderebbe conto che esso ha un'estensione tale da coprire tutto il territorio compreso tra Londra ed Exeter.

Mai prima di allora l'uomo aveva modificato su così vasta scala la geografia del mondo. Il lago, lungo 290 chilometri ed in alcuni punti largo 65, raggiungerà una profondità massima di circa 122 metri. È la prima volta chel'uomo accumula un simile peso sulla terra, ed il comportamento della crosta terrestre nella zona, sotto il nuovopeso di 155 miliardi di tonnellate di acqua, verrà attentamente studiato dai geologi.


Se gli scienziati erano affascinati da questa e da moltealtre conseguenze del lago, i funzionari statali invece, neiloro uffici di Salisbury e Lusaka, mostravano grande interesse per le sue possibilità economiche.


In primo piano furono considerati i possibili sviluppidell'industria della pesca, soprattutto perchè la deficienzaprincipale nell'alimentazione dell'indigeno è data dallamancanza di proteine animali. D'altra parte non è possibile ottenere carne in quantità sufficiente fino a che latzé-tzé non sarà stata cacciata dai milioni di acri di ottimaterra da pascolo, e sino a quando la capacità di guadagnaredell'africano non verrà aumentata in modo consistente: larealizzazione di entrambi questi fattori dipende soprattutto dai capitali che verranno impegnati per attuarla. Nelfrattempo, gli esperti avevano calcolato che il lago di Kariba potrebbe produrre da 10.000 a parecchie centinaia dimigliaia di tonnellate di pesce all'anno.

Mentre gli scienziatidiscutevano fra loro quanti zeri si potevano aggiungerea queste cifre, Tony D'Avray, un impiegato della segreteria di Lusaka, fece presente che, indipendentemente daquanti pesci sarebbero stati più o meno prodotti, il problema importante era quello di pescarli. E come si sarebbepotuta sviluppare una pesca commerciale quando, sotto leacque poco profonde del lago, sarebbe rimasta una forestadi alberi pietrificati che avrebbe lacerato le reti?
L'esperienza del lago di McIlwaine, un serbatoio nellevicinanze di Salisbury, aveva mostrato che, sott'acqua, glialberi e la macchia della boscaglia africana non marcivano,ma si pietrificavano. Vi era, però, ben poca gente dispostaa credere che la regione dello Zambesi potesse venire ripulita prima del riempimento del lago, e ad un costo possibile. Nel 1956, un esperimento condotto dal dipartimentoforestale della Rhodesia del Nord, quando era stato ripulito un miglio quadrato del territorio di Chipepo, aveva indicato che il procedimento sarebbe stato lento e assaicostoso.
Ma D'Avray insistette con le sue argomentazioni e venne perciò interpellata una società di consulenti. R. A. Mullins, uno dei soci, era del parere che il lavoro potesse venire eseguito a circa 9 sterline per acro, una cifra che, purimplicando una spesa di oltre 2 milioni di sterline nelcaso ili cui si fossero portati a termine i piani di D'Avray,era economicamente possibile. Nell'aprile 1957, vennerodate disposizioni a Mullins di eseguire prove su larga scalanella zona di Sinazongwe. In meno di tre mesi, con l'aiutodi un certo numero di appaltatori, Mullins confermò lasua tesi.

In questa impresa il governo della Rhodesia del Nordnon potè venir accusato di esitazioni. Fu soprattutto grazieal suo esempio ed alla sua iniziativa se, nel seguente mesedi novembre, si dette inizio ad una serie di lavori che avevano lo scopo di ripulire 900 chilometri quadrati di terrenoda ogni cosa vivente.


Anche questa volta si tratta di un'operazione secondaria rispetto a quella principale di Kariba e che pertantorimane in secondo piano. Resta il fatto, però, che è un'impresa di proporzioni più grandi di qualsiasi altra dello stesso genere nel mondo.
Le aree da ripulire erano sparse in vicinanza delle future sponde del lago, lontane dalle strade e anche dai piùpiccoli centri abitati. Era un genere di lavoro per il qualenon esistevano specialisti. Qualcosa si era appreso dai variesperimenti eseguiti in Africa occidentale e dallo sfortunato tentativo di creare piantagioni di arachidi in Africaorientale. Si scoprì ben presto, però, che quelle esperienzenon erano applicabili alle condizioni locali.

Per eseguire il lavoro vennero interpellate parecchieimprese specializzate in movimenti di terra. Ma, poichénessuna sapeva che cosa esso comportasse, le offerte assunsero una forma insolita. Si garantiva che il costo non avrebbe superato una certa somma per acro, ma l'importo preciso da pagare sarebbe stato calcolato col procedere dellavoro di disboscamento.
La vegetazione della zona da disboscare variava neltipo, ma si poteva grosso modo dividere in tre gruppi. Perla maggior parte, la zona è coperta di mopani. Dalla macchia di mopani, composta di alberi giovani e sottili, poco più alti di 4 metri e mezzo, che crescono molto fitti, sipassa alle boscaglie aperte, con poco sottobosco, formate davecchi grandi alberi il cui diametro raggiunge a volte i 75centimetri. Il più difficile da ripulire è il territorio dellamacchia dove non si può penetrare a piedi. È compostoper lo più di arbusti dai quali si dirama una massa di ramicelli sottili e pieghevoli che si intrecciano sino a una altezza di 6 metri. Mescolati a questa specie di barriera visono alberi spinosi e, qua e là, grandi alberi dal legnoduro della famiglia del mogano e dell'ebano.

Infine c'è la foresta rivierasca, una folta massa di acacie emergenti da una giungla di arboscelli e liane rampicanti. E tutt'attorno si trovano enormi alberi, come i baobab, con circonferenze perfino di 15 metri.


Affinchè il letto del lago fosse definitivamente adatto perla pesca, le condizioni contrattuali imponevano non solodi ripulire le superfici fino al livello del terreno, ma cheogni cosa, esclusi i baobab, venisse bruciata. Questi mostrifibrosi resistono al fuoco, ma fortunatamente, al contrariodegli altri alberi, marciscono rapidamente sott'acqua.
Non esiste un procedimento unico per abbattere ed eliminare i tipi di vegetazione elencati. In teoria, la zona avrebbe potuto venir ripulita a mano, ma si era calcolatoche, per condurre a termine l'impresa, si sarebbero dovutiimpiegare 1500 uomini per 4 anni. L'ascia resta indispensabile nei burroni e sulle ripide alture dove le macchine non possono lavorare. Quanto ai mopani, il sistema piùrapido per distruggere quelli più grandi è di bruciarli. Infatti, poiché i tronchi hanno l'anima vuota con aperture a livello del suolo e lungo l'alto fusto, se si accende unpiccolo fuoco di ramoscelli alla base del tronco, il vuoto interno agisce come una canna fumaria e l'albero brucia completamente, radici comprese. Per quanto utili fossero questi semplici sistemi, tuttavia, il grosso dei 900 chilometri quadrati di boscaglia e foresta non si sarebbe potuto mai ripulire in tempo, se non fosse stato per l'ingegnoso e drastico impiego di un'armata di macchine di immensa potenza.


Esistono due modi per arrivare alle sparse zone deldisboscamento. Uno è di viaggiare su una grande imbarcazione formata da due pontoni, nota perciò come «i gemelli», che porta provviste ed attrezzature ai vari campibase. Il singolare aspetto di questa barca, è accresciuto dapiccole strutture, costruite su ciascuna delle poppe gemelle, che forniscono uu servizio - non ancora normalmente disponibile - per i passeggeri del nuovo lago.
La vastità del lavoro, tuttavia, può essere meglio apprezzata dall'aereo. Per un centinaio di miglia si vola sultappeto uniforme e piatto della foresta, rotto soltanto dallestrette fenditure dei letti dei fiumi. A un tratto, sul terreno, compare un'enorme e pallida macchia con i confinirigorosamente geometrici e la superficie segnata da unaserie di linee parallele. Per chi abbia esperienze transatlantiche, è un po' come affacciarsi su un vasto campo difootball che emerge dall'ombra delle innumerevoli eaffollate gradinate.

Non appena si scende dall'aereo, le narici sono assalitedal pungente, salato odore di bruciato. Nell'area disboscata, i piedi affondano in circa 12 centimetri di polvere e siscopre che le linee viste dall'alto sono lunghi monticelli diceneri ancora fumanti. Il calore che emanano supera quello del sole sub-tropicale. La guida informa che migliaia ditonnellate di legname e di arbusti, dopo essere stati sradicati, vengono raccolti in file, disposte in direzione parallela ai venti dominanti, e quindi incendiate.
Soffocati dalla polvere e dal tremendo caldo, mentrela Land Rover si avvicina ai bordi della foresta, si notacome quel che ci era parso una cosa vivente sia solo ungroviglio di alberi e arbusti tagliati e accatastati verso ilcielo. Avvicinandosi si odono schiocchi e schianti, esplosioni, e crepitii simili a quelli di una foresta in fiamme, masotto si sente il sordo rumore delle macchine che può crescere terribilmente sino a divenire, in pochi secondi, unacuto stridore.

«Attenzione, eccoli che cadono,» grida la guida. Seguendo il suo indice puntato si vedrà la cresta di unafila di alti alberi che vacilla e quindi lentamente si schiantacontro il suolo.

Mentre gli alberi ed i cespugli più piccoli si sbriciolano si scorge una fila di macchine con enormi cingoli cheavanza ondeggiando. Le macchine si arrestano; scivolano,ringhiano e mentre afferrano il pietrame del sottoboscoormai frantumato, i loro motori urlano di nuovo. Dietrodi esse, centinaia di uccelli vocianti si levano riluttantiverso il cielo, volteggiando il più vicino possibile ai loronidi, mentre, uno dopo l'altro, gli alti alberi ancora inpiedi tremano violentemente e crollano. I trattori balzanoin avanti.


Quando questi mostri emergono dalla boscaglia si puòvedere che sono legati a due a due da pezzi di catene d'ancora di navi da guerra, alle quali sono attaccate sfere d'acciaio del diametro di 2 metri e 40. Si perdono poi nellenuvole di polvere che sollevano appena escono dalla foresta. Uno dopo l'altro, si odono i ruggiti dei grandi motoriche vanno via via spegnendosi. Seguendo la guida, ci siinoltra nel polverone.

Prima che questo si depositi, e permetta di scorgerequalcosa, si odono le voci gutturali dei sudafricani che sichiamano l'un l'altro ridendo. Finalmente si raggiunge untrattore, la cui sagoma è nascosta dalle spoglie degli alberiche gli son caduti sopra. Dentro l'alta gabbia d'acciaiosiede un uomo che sembra un bandito dalla faccia affilata,con la bocca coperta da una sciarpa e gli occhi nascosti daocchiali di protezione. La porta della cabina del trattore si apre e l'uomo salta giù. Si strappa la sciarpa e, sollevando gli occhiali protettivi, sorride alla guida.«Goeindag, Colin! Hoe staan che lewe?»La guida fa le presentazioni in inglese, e subito luirisponde in quella lingua, con accento trascurato e leggermente strascicato.
«No, amico,» dice, mentre ci si dirige verso l'autocarro da 8 quintali, dove son già pronte le bibite. «Nonsono dell'Unione. I miei genitori sono agricoltori vicinoa Odzi» E' un rhodesiano della terza generazione proveniente dal distretto orientale della colonia, figlio minoredi un agiato piantatore di tabacco. Si scopre che la maggiorparte dei suoi colleghi parlano l'afrikaans, sia che provengano dall'Unione, dall'Africa orientale o dalla Rhodesia.Rudi, forti e senza pretese, sono ospiti cortesi e alla mano.

Mentre placano la grande arsura con tè freddo, birra ocognac, rispondono alle vostre domande.


Con le catene d'ancora e le sfere d'acciaio, possono disboscare 50 acri di boscaglia al giorno. Vi sono, sì, alberiche li sconfiggono, specialmente i giganteschi baobab, mac'è un bulldozer al seguito della cosiddetta «squadra dellecatene» che, munito di una lama speciale, si spinge anchecontro gli alberi più grandi «come un dentista, tranne chespinge invece di tirare, fino a che uno dei due cede, e nonè certo il bulldozer. Prima o poi l'albero viene via, conradici e tutto».

Poi cominciano a fare domande, tutte retoriche: «Sapete che noi abbiamo qui il più grande trattore del mondo?... pesa 42 tonnellate e sviluppa 436 cavalli... Ci hannodetto che abbiamo la più grande batteria di mezzi meccanizzati per movimenti di terra che sia mai stata concentrata in uno stesso luogo. Persino gli americani continuano a venir qui a vedere come abbiamo migliorato le loromacchine»

Se si è saggi, li si lascia parlare. I loro racconti tratteranno soprattutto della grande quantità di animali selvaggi che hanno conosciuto e cacciato da quando erano bambini, specialmente elefanti. Vi racconteranno che moltotempo fa, l'elefante maschio imparò che stava più al sicuro sulla sponda Sud dello Zambesi, dove la caccia è piùseveramente controllata di quanto lo sia nella Rhodesia delNord. La maggior parte di essi, perciò, ha lasciato la mandria sulla sponda Nord per stabilirsi su quella meridionale.Si sono anche abituati all'idea di attraversare il fiume anuoto, tutte le volte che le loro elefantesse sono pronte ariceverli. Ma ora che il lago ha cominciato a formarsi, unaquantità di elefanti maschi arrabbiati e sgomenti si aggiralungo le rive meridionali; sono divisi dalle loro amateda uno strano specchio d'acqua così vasto che esitano adattraversarlo.


«Amico, ti si spezza il cuore a vederli e a udirli barrire attraverso il lago. Forse che ti piacerebbe, se tornandoindietro da un breve giro di affari, trovassi che tua moglie è andata oltremare? Questo deve sembrare a loro,soltanto che loro non possono neanche lavorare per pagarsi il passaggio»
«Lo sai, amico, cosa si dovrebbe fare invece di questaoperazione Noè? Si dovrebbero costruire un paio di zattere per elefanti, così potrebbero organizzare gite regolari portando i vecchi attraverso il lago per i loro sudiciweek-end. Jumbo si abituerebbe presto all'idea, e si potrebbe sfruttare la cosa costruendo sulla zattera un nascondiglio dove i turisti possano sedere a pagamento e prendere tutte le foto che desiderano»


Tutto questo discorso si conclude inevitabilmente conla storiella di Erasmo e dei visitatori provenienti da Salisbury. Gli elefanti sono stati disturbati dall'apparizione dellago e da tutte le attività dei dintorni. Gli animali giovanise ne sono andati verso zone più calme, ma i maschi piùvecchi e più conservatori, come i vecchi Batonka, sono rimasti attaccati ai luoghi che hanno frequentato dalla nascita. Molti dei sentieri lungo i quali essi ed i loro antenati avevano viaggiato per centinaia di anni sono scomparsi sott'acqua o sono siati cancellati dal disboscamento.Irritati e senza capire vagano nella boscaglia, e, poiché ilmaschio solitario è quasi sempre pericoloso, preoccupanole autorità.

Due alti funzionari fecero una visita ad Erasmo, magazziniere e factotum di uno dei campi più isolati del distretto, dove si diceva che gli elefanti fossero particolarmente inquieti. Con pazienza egli rispose a tutte le lorodomande. Sì, c'era qualche maschio che si comportava inmodo strano; sì, erano ovviamente nervosi e infelici; sì,potevano essere pericolosi; un gruppo dei suoi negri erastato caricato da un elefante poche settimane prima. No,nessuno era stato ferito. L'interrogatorio non finiva più,sino a quando Erasmo, che aveva avuto la siesta disturbata e che si risentiva del modo leggermente presuntuosodei suoi tormentatori, si imbizzarrì anche lui.
Quando, perla decima volta, uno di loro gli chiese:

«Quale effettiva prova avete avuto che il loro comportamento sia anormale?»

«Beli!» rispose, «non ho voluto raccontarlo prima maalcuni di loro si suicidano»


Una luce brillò per un attimo negli occhi inespressividei funzionari.

«Ma, caro mio, è impossibile»

«Lo pensavo anch'io, ma poi lo vidi coi miei occhi»

«Li avete veramente visti a farlo?»

«Solo una volta e fu terribile»
Nonostante ostentasse una grande esitazione, Erasmo fuesortato a continuare: «Udii un vecchio maschio barriretutto il pomeriggio. Così, appena il mio lavoro fu terminato, andai a cercarlo. Lo trovai proprio dove il vecchio sentiero si perde nella radura da noi creata. Ovviamente era arrivato alla fine delle sue risorse e non poteva capire cosa fosse successo. Appena lo scorsi, si guardò attorno con uno sguardo terribilmente triste. Lanciò un ultimo barrito e, prima che potessi fare qualcosa, si infilò la proboscide nel sedere e si fece saltare le cervella»


Si ride con loro, ma gli uomini si scambiano sguardi, i loro occhi ammiccano per uno scherzo cui non potete partecipare. Per questi individui l'Africa non presenta nulla di oscuro e di misterioso. È una terra selvaggia e dura, che deve essere combattuta, sconfitta e spezzata prima che sconfigga loro. Risalgono nelle loro macchine e, uno dopo l'altro, i motori rombano. I trattori si mettono in fila, gli enormi anelli della catena si muovono, e le grandi sfere di acciaio scivolano attraverso la polvere.
Pochi piedi al di sopra del terreno, le catene tagliano una fascia di boscaglia e di giovani alberi. A destra della linea si ode di nuovo l'acuto urlo dei motori che lottano per farsi strada. Una delle sfere si appoggia alla base di un alto alìro di ebano. La catena vibra, ma questo èl'unico segno di lotta. Lentamente, dolcemente, l'albero crolla in avanti, e la terra si frantuma in una pioggia di piccole zolle mentre emergono le radici. La sfera si lancia lungo il solco dell'albero che sta cadendo, come il proiettile di una catapulta, strappando e schiacciando i rami sul suo cammino.
Subito dopo sopraggiunge una squadra di bulldozer. Avanzano come spazzini fra i relitti della foresta, spingendoli in una lunga catasta diritta, ripulendo via i ramoscelli della boscaglia che sono sfuggiti all'azione delle catene.
In seguito, una fila di uomini attrezzati con asce e zappe avanza sopra il terreno ora lacerato e irto di stoppie, sradicando e tagliando via i modesti e docili superstiti dell'attacco meccanizzato. Una volta ancora la terra viene ripulita dagli scrapers, che spingono gli ultimi rimasugli dellaforesta verso la catasta alta come una montagna che sarà il loro rogo funebre.
Nel punto dove, quando siete arrivati, sorgeva ancora la foresta densa, ora si estendono 20 acri di polvere desolata, dalla quale emerge la sagoma grottesca di un enorme baobab. Con i suoi 9 metri di circonferenza, si erge in solitaria sfida: ma non per molto. Mentre il sole comincia a prendere un livido colore rossastro, e la guida e il pilota dell'aereo già consultano gli orologi, un bulldozer si avvicina al baobab. Sulla sua parte anteriore c'è un attrezzo speciale, progettato in Rhodesia per questo lavoro e conosciuto come il «pungiglione», benché a distanza sembri una grande mascella.
Avvicina la mascella al tronco del baobab come se volesse dimostrargli affetto, afferra profondamente il legno fibroso tenendolo senza pietà. Un momento di pausa, poiancora una volta si sente stridere un motore innestato su una marcia bassa. Non conviene attendere. Ci si gira rapidamente e ci si avvia col pilota verso la Land Rover. A malapena si ode il baobab che cade, mentre erompe, trionfante il ringhio del bulldozer.
Nel novembre 1958 la cresta della diga correva da una sponda all'altra. Una dopo l'altro, i sottili archi gotici alla sua base, attraverso i quali era stato concesso al docile fiume di scorrere, erano stati quasi completamente chiusi. Restavano solo delle piccole aperture, appena sopra il letto delfiume, chiuse da griglie d'acciaio.
Quando fosse stato dato l'ordine, davanti a queste griglie si sarebbero fatte cadere dapprima grosse pietre e poi pietrame, in modo da chiudere le ultime aperture della diga. Infine, le aperture sarebbero state riempite di calcestruzzo dalla parte a valle, e la corsa del fiume verso l'Oceano Indiano sarebbe stata definitivamente interrotta.
Finalmente, l'uomo aveva il fiume in suo potere. A Salisbury, Anderson, trionfante, dichiarò con una punta di malvagità: «Stiamo strozzando lentamente lo Zambesi»Strano a dirsi, però, le reazioni della stampa e del pubblico furono molto tiepide.
In cantiere regnava la stessa indifferenza. In parte, senza dubbio, era causata dalla stanchezza che assale il vincitore dopo una battaglia lungamente combattuta, e in parte, come alcuni finivano per ammettere, magari con riluttanza, dispiaceva un poco vedere l'umiliazione dello Zambesi.
«Non lho mai visto un fiume come questo,» disse Baldassarrini. «Naturalmente, sono contento di aver fatto quello che c'eravamo proposti. Tuttavia..» e scrollava le spalle non potendo o non volendo esprimere il suo pensiero. Coyne invece, più esplicito o forse più distaccato, si esprimeva con queste parole: «Siamo orgogliosi di quello che abbiamo creato, ma proviamo anche la sensazione di aver distrutto qualcosa»
Il 3 dicembre, Anderson telefonò da Salisbury l'ordine tanto atteso. Il mattino seguente solo un piccolo gruppo era presente sulla sponda del fiume per osservare, mentre Vischi, l'ingegnere capo italiano, stava sulla piattaforma che sovrastava le ultime aperture alla base della diga. Vischi era circondato da ribaltabili, su ciascuno dei quali erano caricate 18 tonnellate di pietra.
Dieci secondi prima delle sette l'ingegnere alzò il braccio sinistro e guardò attentamente l'orologio. Con gli occhi fissi sul quadrante, alzò la mano destra. Chi gli stava vicino potè vedere le sue labbra muoversi mentre contava a bassa voce: «Cinque... quattro... tre... due... uno»
Con gesto indifferente, Vischi abbassò la desti a e rialzò lo sguardo. Seguì un fragore, mentre i blocchi di roccia precipitavano nel fiume dal ribaltabile più vicino. Perqualche secondo il fiume ribollì ed una macchia gialla galleggiò lentamente sulla superficie. Il secondo ribaltabile rovesciò il suo carico: lo scatto di una leva, il fragore dei blocchi, un tonfo sordo... era tutto lì?
In dieci minuti, il gruppo degli spettatori si sciolse. Ogni due minuti e mezzo un ribaltabile raggiungeva la piattaforma, prolungando in un lento, automatico succedersi di operazioni, quello che forse avrebbe dovuto essere il momento più drammatico nella storia del progetto. Il fiume,che stava trasformandosi in lago, salì nelle prime sette ore di soli 15 centimetri, così che verso monte il cambiamento si notava appena. A valle della diga, invece, l'effetto fu molto più drammatico. Le ultime acque libere dello Zambesi passarono per l'ultima volta nel canale in fondo alla gola; esse furono seguite, per un poco, da un rigagnolo fangoso che si era aperta la strada attraverso la barriera sempre più spessa.
A mezzogiorno restavano solo poche pozzanghere e l'ultimo guizzo dello Zambesi a Kariba fu dato dalle convulsioni dell'agonia dei pesci rimasti in secco. Sotto il caldo sole, il fango si asciugò rapidamente e al tramonto l'aria era infettata dal sottile lezzo della putredine stagnante.
All'alba del giorno dopo il fiume, a monte della diga, era cresciuto di 6 metri e le rocce, che erano servite come punto di riferimento durante la stagione secca, erano sparite per sempre.Una linea di schiuma si stava formando sulla superficie dell'acqua al di là della rete di protezione che era stata tesa da una riva all'altra, per difendere la diga dai detriti del fiume.
La gola era silenziosa e deserta. Era la festa di Santa Barbara, la patrona dei minatori e dei costruttori. Trecento metri più su, a Kariba alta, l'arcivescovo cattolico di Salisbury stava consacrando la chiesa che era stata costruita in suo onore, e alla memoria degli uomini morti aKariba.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO - UNA DIVISIONE NEI RANGHI


Sebbene rimanessero da gettare nella diga centinaia dimigliaia di metri cubi di calcestruzzo, prima di raggiungere l'altezza definitiva di 128 metri, verso la fine del 1958 l'attività massima di Kariba si trasferì ai lavori insotterraneo. La sala della centrale e le installazioni massicce dei generatori erano state ricavate nella viva roccia, nel cuore delle colline della sponda meridionale.
Da queste grandi cavità si dirama una rete di pozzi e gallerie, molti dei quali potrebbero contenere comodamente due piste di autostrada e, in altezza, una casa di due piani. Quando lo Zambesi penetrerà nelle prese, sulla riva meridionale a monte della diga, farà un salto di oltre, 90 metri prima di precipitarsi attraverso una grande spirale di acciaio a mettere in moto le turbine; poi passerà in enormi camere di compenso, per ridurre l'eccessiva velocità prima di tornare al letto del fiume, attraverso gli scarichi a valle.
A capo delle migliaia di uomini e macchine che hanno scavato questa vasta centrale vi è un piccolissimo mite uomo, di nome Perugini, che ha il contegno di un prete dai modi pacati e pieno di buon umore. Alle sue dipendenze lavorano i più resistenti e capaci lavoratori italiani.Questi operai di sotterraneo hanno la flemmatica resistenza fisica e nervosa dei minatori. Per essi il pericolo è assai duro da sopportare, poiché è sempre vicino ma raramente si mostra. Ostentano però un'audacia spensierata, un'accettazione del rischio per la pura soddisfazione di riderne, e giungono ad alleviare il tedio del pericolo invisibile con l'escogitare sfide personali al destino.


Questo atteggiamento offendeva alcuni degli operai più seri delle altre nazionalità, specialmente quelli che erano stati educati ad accettare la pesante disciplina burocratica che gli italiani disprezzavano. Era un affronto alla loro abitudine di attenta precauzione, che gli italiani credessero nel loro: «che sarà, sarà», giustificato in realtà, dalla bassa percentuale di morti a Kariba, che finora si è mantenuta molto al di sotto di quella di imprese consimili in America e in Europa.
Secondo le severe norme della legislazione industriale sud-rhodesiana, l'incidente che capitò nella notte di venerdì 20 febbraio, verso le undici meno un quarto, fu dovuto a negligenza. L'inchiesta, infatti, rivelò che la piattaforma crollata era assicurata inadeguatamente.Un'imprudenza che causò la perdita di 17 uomini.


Fra gli operai dell'ultimo turno di quella notte c'erano 21 uomini: 4 muratori italiani e 17 operai indigeni; essi dovevano rivestire di calcestruzzo il pozzo per il quale sarebbero precipitate in seguito le acque dello Zambesi per far girare le turbine. La loro piattaforma era sospesa a unatrentina di metri dall'orlo del pozzo e a 60 metri dal fondo. Sulla piattaforma, oltre agli uomini e ai loro arnesi di lavoro, vi erano circa 20 tonnellate di calcestruzzo.
Alle 10,45 ci fu, secondo le parole dell'unico italiano sopravvissuto, «uno scricchiolio che pensai provenisse dai tubi che rifornivano il calcestruzzo. Guardai attorno e vidi la piattaforma cedere, e poi cadere, trascinando con sé i corpi dei miei amici. Su di loro cadde una cascata di calcestruzzo. Non guardai più»
L'italiano, e con lui tre indigeni, sopravvissero miracolosamente su un orlo della piattaforma che non aveva ceduto. Ma altri 14 indigeni e 3 italiani precipitarono per 60 metri sino alla base rocciosa del pozzo. La loro morte sarà forse stata misericordiosamente rapida, ma il ricuperodei corpi sfracellati fu orribilmente lento. Infatti erano stati sepolti dal calcestruzzo precipitato con loro, e che già aveva cominciato a solidificarsi. Trascorsero più di 12 ore prima che una squadra, lavorando con martelli pneumatici, riuscisse a estrarre gli ultimi resti umani dalla lastra di cemento che si era formata sul fondo del pozzo. Il lunedì seguente, quasi 900 operai indigeni che lavoravano in sotterraneo si rifiutarono di andare al lavoro; per il mercoledì, lo sciopero si era esteso a tutti i dipendenti indigeni dell'Impresit. La parola d'ordine degli scioperanti sonava inequivocabile: «Non moriremo per 4 pence all'ora»


I rapporti con la mano d'opera a Kariba erano stati sempre ottimi e l'amministrazione dell'Impresit fu colta alla sprovvista dallo sciopero. In mancanza di esperienza diretta nel trattare il personale indigeno, aveva avuto cura di attenersi alle consuetudini locali in materia. L'ultima cosa che la Società poteva desiderare era di trovarsi coinvolta in controversie sociali o politiche. Il governo della Rhodesia del Sud aveva redatto un «Regolamento per Kariba» per codificare questioni come il minimo di paga e la scala delle razioni. L'Impresit, attenendosi ad esso e nominando un esperto sud-rhodesiano come addetto alla mano d'opera, riteneva di comportarsi correttamente.

Rientrava inoltre tra le responsabilità dell'Impresit l'amministrazione della comunità indigena di Kariba, Mahombekombe, dove, durante il 1958, la popolazione raggiunse un massimo di 12.000 fra uomini, donne e bambini. Sovrintendente del villaggio era il maggiore Pearson, un rhodesiano di origine scandinava, scelto dall'Impresit perché era stato funzionario per la mano d'opera in un ufficio governativo e aveva passato tutta la vita a contatto con gli indigeni. L'Impresit gli aveva dato carta bianca, e l'incarico di cooperare direttamente con i funzionari del Dipartimento per gli indigeni della Rhodesia del Sud e con la polizia.


Anche in questo, l'Impresit si era attenuta alle consuetudini, dalle quali ben pochi datori di lavoro si scostano nella Rhodesia del Sud. Anche i capi famiglia si interessano ben poco alla servitù indigena: si limitano a pagarla, nutrirla e a darle delle stanze per vivere. Fra la vita privata dei bianchi e dei neri c'è un abisso che solo persone eccezionali tentano di colmare. Si incontrano come datori di lavoro e dipendenti, come padroni e domestici,ma poi conducono vita separata.
Gli indigeni di Mahombekombe erano stati lasciati a se stessi proprio come i domestici di una famiglia rhodesiana vengono lasciati a se stessi nella loro kia (così vienechiamata la dipendenza riservata alla servitù, situata il più lontano possibile dalla casa stessa). Né la polizia né i funzionari governativi si interessarono molto a ciò che stava succedendo. La popolazione di Kariba era di passaggio, e sino a quando non fossero sorti guai, non c'era ragione di intervenire.

Gli abitami di Mahombekombe, tuttavia, si lamentavano. Le case e le baracche erano semplici, ma indubbiamente migliori delle capanne di fango ed erba in cui avevano sempre abitato gli operai più primitivi, che costituivano in fondo la maggioranza. Erano però tutte dello stesso tipo, così che gli indigeni più educati e più abbienti, come gli impiegati e i conduttori di automezzi, non potevano godere le comodità domestiche e l'isolamento ai quali erano stati abituati e per i quali potevano pagare. Vi era inoltre gran sovraffollamento, poiché la cittadina era arrivata ad ospitare un numero di persone tre volte superiore a quello per cui era stata progettata.


Questo sovraffollamento e la sfrenata libertà di cui godevano gli indigeni quasi tutti giovani e scapoli improvvisamente sciolti dalle regole strette delle loro tribù, portòad una degradazione morale che ripugnava alla minoranzadelle vecchie famiglie serie Mahombekombe, per la maggior parte dei giovani che vi vivevano - l'età media dei dipendenti africani era sotto i 26 anni - , era una grande città cosmopolita, zeppa di stranieri provenienti da parti sconosciute dell'Africa, con lingue ed abitudini diversi dai loro. Questi giovani venivano ben pagati a paragone di quanto percepivano abitualmente; le 5 o 6 sterline che anche il meno qualificato guadagnava in un mese, rappresentavano più di quanto avessero mai visto in vita loro. Ricevevano alloggio e cibo gratuiti, quindinon sapevano come spendere il loro denaro. Solo in seguito sorsero nella città i negozi e un mercato; ma per lungo tempo quasi nulla fu fatto per incoraggiare divertimenti ricreativi.

In queste circostanze, non sorprende se la fornicazione, il bere, il gioco e la lotta assorbissero tutte le energie che migliaia di uomini giovani avevano ancora in serbo dopo le lunghe ore di sforzo fisico in cantiere. La fama del posto si diffuse fra le prostitute delle città africane, perfino in zone lontane come il Congo e l'Unione del Sud Africa. L'attività di queste donne faceva inorridire padre Peter, il prete cattolico indigeno, parroco di Mahombekombe, ma era tollerata benevolmente dalle autorità e dalla polizia. Non furono mai fatti tentativi seri per controllare il loro ingresso a Kariba, e l'atteggiamento ufficiale, anche se non è mai stato espresso esplicitamente, ammette che, dove vivono migliaia di giovani dal sangue caldo, sarebbe impossibile tener lontane le donne senza che la città venisse trasformata in una prigione, e che in fondo è meglio averle attorno che non averle. Dato che gli stimoli sessuali del negro sono ben lontani dall'essere una leggenda, e poiché mvi è ben poco da fare nelle ore libere, dove non ci sono donne fioriscono la sodomia e la bestialità, anche se nell'ambiente naturale indigeno la perversione è molto rara.


Ventine di prostitute arrivarono al cantiere come «mogli» degli operai. Documenti di nascita, matrimonio e morte sono ancora un'eccezione fra gli indigeni e sono deltutto sconosciuti nella zona agricola, così che se un uomo e una donna dichiarano di essere sposati non c'è mezzo,lontano dalle loro case, di dimostrare che non lo sono.Inoltre, nelle zone urbane, le autorità riconoscono anchei matrimoni provvisori secondo la legge non scritta. Queste «mogli» degli indigeni di Kariba svolgono il loro mestiere sotto il rispettabile tetto domestico di un cottage,nei quartieri degli sposati, ed i loro «mariti» si accontentano di una percentuale sui loro proventi o di un pagamento in natura. Altre vivono nei quartieri degli scapolitravestite da uomini. Alcune hanno guadagnato una talereputazione ed un tale prestigio che godono della loro privilegiata ed illegale sistemazione con la connivenza dei funzionari più giovani del villaggio africano. I profitti di cortigiane quali Maria Whisky e Kariba Kate, due delle più famose, solleverebbero l'invidia di non poche delle loro colleghe nelle più ricche capitali del mondo benché, naturalmente, lavorino molto più duramente per guadagnarsi da vivere. Esse non esitano un istante a noleggiare un aereo privato sino a Salisbury, solo per fare delle spese. Si dice che, secondo la miglior tradizione del loro mestiere, le prostitute di maggior successo sono molto generose con le loro famiglie, sistemano i fratelli negli affari, spendono per l'educazione delle sorelle, ed in genere aiutano fin dove possono. Non molto tempo fa una di loro ritirò con disinvoltura un migliaio di sterline dalla Post Office Savings Bank per acquistare al marito un autocarro così che potesse iniziare unlavoro di trasporti nella sua riserva indigena.


Il codice sessuale dell'uomo indigeno che vive con la tribù è quasi sempre puritanamente rigido, e il promiscuo, turpe rilassamento di Mahombekombe demoralizza igiovani cresciuti secondo le severe abitudini dei loro villaggi. Inoltre ne deriva un intollerabile sforzo per quei pochi indigeni che tentano di condurre una vita familiare normale. Le tentazioni e le sollecitazioni alle quali vengono esposte le loro mogli sono quasi irresistibili, e la presenzadi centinaia di giovani italiani non ha fatto nulla per diminuirle. I rhodesiani discorrono molto degli italiani di Kariba e ascoltandoli si potrebbe pensare che le migliaia di meticci nel paese non esistano. Ma è un fatto che i rapporti sessuali fra razze diverse sono oggi praticati solo dirado e di nascosto, soprattutto fra i giovani; che, al contrario dei loro padri, non vivono lontani dalla compagnia femminile della loro razza ma, al contrario, vivono in una società dove la continenza, sia femminile, sia maschile, è considerata più come una disgrazia o una malattia nervosa che come una virtù.


Ma molti giovani italiani, costretti a vivere per mesi e mesi nelle baracche, si dimostrarono tanto schietti e disinvolti nei loro rapporti con le donne indigene, quanto lo erano verso gli operai indigeni; le loro azioni causavano grande scandalo e, senza dubbio, abbassarono il loro prestigio agli occhi degli indigeni. È fuori discussione che l'italiano medio è popolare fra gli indigeni per la sua cordialità, la sua tenacia nel lavoro, e le sue maniere semplici.Alcuni aspetti del suo comportamento, però, colpirono profondamente i pregiudizi dei negri. Nelle loro conversazioni, essi distinguono gli «italiani» dagli «europei»: differenza, questa, che pur non essendo necessariamente spregiativa, racchiude tuttavia un profondo significato psicologico.


Entro i confini dell'affollato villaggio di Mahombekombe venne a crearsi un'atmosfera di indisciplina. L'indigeno, specialmente se si tratta di un primitivo, è abituato ad essere controllato e se lo aspetta. Ogni azione nel suo villaggio è soggetta alle sanzioni di una tradizione severa che richiede da lui il più profondo rispetto versogli anziani e verso l'autorità. La maggior parte delle migliaia di indigeni che lavorano a Kariba aveva visto ben di rado un uomo bianco prima di giungere al cantiere, enon aveva mai lavorato con lui. Essi si trovarono a lavorare in un ambiente dove si commettevano pochi delitti gravi, ma dove prevaleva lo spirito di illegalità. Potevano facilmente procurarsi i liquori dell'uomo bianco, bastava pagarli bene; vincevano e perdevano centinaia di sterline al gioco; potevano comperarsi una donna con la stessa facilità con cui si compera un pacchetto di sigarette. Regnava l'eccitazione dei giochi sfrenati e della lotta con igiovani delle altre tribù; gli uomini bianchi con cui venivano in contatto erano faciloni, completamente dissimili dai lontani e misteriosi europei di cui avevano sentito parlare al villaggio; ed era evidente che gli italiani, come avevano imparato a chiamarli, non esercitavano alcuna autorità nella cittadina.


In una simile atmosfera chiunque avrebbe potuto assumere il comando. Alcuni uomini presero delle iniziative, e tra essi padre Peter, che organizzava le attività dei boy-scouts per i ragazzi, scuole serali per gli adulti, e semplici corsi di economia domestica per le donne; ma la sua influenza andava poco oltre i membri del suo gregge. E, sebbene a Mahombekombe vi fossero a volte persino dodici religiosi o pastori negri, comprendendo nel numero anche quelli indicati dalle più esotiche. denominazioni esclusivamente indigene, i praticanti o anche soltanto i cristiani nominali non furono mai più di un'esigua minoranza.

I possibili capi erano lì, in attesa della loro ora. Benché le ostilità aperte contro Kariba fossero cessate, fra gli operai del cantiere c'era un nucleo di agitatori politici. Essi alimentavano il malcontento che inevitabilmente si produce fra una mano d'opera numerosa, appigliandosi alla scarsità d'acqua nel villaggio, al sovraffollamento, allamancanza di negozi. Docili operai si lamentavano per i lunghi turni di 12 ore, che d'altronde anche gli italiani stessi facevano, perché erano ben contenti di ricevere l'importo degli straordinari. Non era diffìcile, però, quando gli uomini erano stanchi e scoraggiati, seminare nelle loro menti un vago malcontento. Si lamentavano, e giustamente, del vitto e dei servizi sanitari del cantiere; e del fatto che gli italiani, contro le consuetudini, pagavano eguali retribuzioni in galleria e in superficie. In seguito l'Impresit dichiarò di aver deciso da tempo un aumento delle paghe per gli operai dei lavori sotterranei. Ma prima che la decisione fosse resa nota, quattordici indigeni persero la vita nel pozzo.


Le circostanze in cui morirono furono orribili; ma il ricupero dalla tomba di calcestruzzo indurito e di acciaio contorto dei loro corpi ridotti in pezzi, scosse i nervi di quelli che erano stati incaricati del lavoro, e atterrì l'immaginazione di coloro che ne furono informati con ampiparticolari. Era giunto il momento, per chi l'attendeva, di suscitare dei disordini.

Le autorità negarono così insistentemente che lo sciopero avesse uno sfondo politico da lasciar supporre che esse stesse lo sospettassero fortemente. La loro mossa di inviare sul posto una compagnia di bianchi del Royal Rhodesia Regiment, è difficilmente conciliabile con le dichiarazioni che i disordini a Kariba erano una semplice disputa contrattuale fra gli appaltatori italiani ed i loro dipendenti indigeni.


Il 24 febbraio 1959, 900 operai indigeni addetti allegallerie si rifiutarono di presentarsi al lavoro, e nelle seguenti 24 ore lo sciopero si diffuse all'intera mano d'opera indigena dell'Impresit. Gli operai italiani che continuavano a lavorare venivano beffeggiati e nella cittadina regnava una confusione spaventosa, ma gli uomini, nonostante tutto, si dimostravano di buona indole. Lodigiani, il capo dell'Impresit, giunto in volo da Salisbury, era sconcertato. «Non ho mai visto uno sciopero come questo,» dichiarò. «Tutti cordiali e ben disposti».

Le questioni della mano d'opera indigena erano state affidate agli esperti locali, e questi non avevano segnalato alcun indizio di guai imminenti. Gli italiani erano perciò stupefatti ed irritati. Nessuno sapeva con certezza quali fossero i motivi dello sciopero. Un fantomatico comitatodi nove niassa si diceva avesse assunto la guida ma in nessun momento venne presentato qualcosa che assomigliasse ad un elenco di richieste degli scioperanti. A molti osservatori sembrava che gli indigeni non fossero mossi che da un bisogno di sfogarsi in una vaga ed incoerente protestacontro innumerevoli motivi di irritazione. Sono una razza estremamente suscettibile alle suggestioni collettive.

Ciò che accadde alla riunione che Lodigiani indisse il 26 febbraio, confermò che le cose dovevano stare proprio in questi termini. Egli annunciò che era già stato decisodi pagare agli operai in sotterraneo due pence in più all'ora. Il lavoro doveva ricominciare il giorno dopo a queste condizioni, ma se qualcuno era insoddisfatto, poteva rompere il contratto senza penalità ed era libero di andarsene. Chiunque lo desiderava poteva porre il suo tesserino nel cesto lì davanti e passando all'ufficio paga il mattino dopo sarebbe stato liquidato e avrebbe goduto del trasporto gratuito sino a Salisbury.


Dopo una breve esitazione, uno o due uomini si fecero avanti e spavaldamente gettarono i loro tesserini entro il cesto. Essi si pavoneggiarono in mezzo alla polvere, risero e chiamarono la folla. Immediatamente, come se si trattasse di un gioco, un gruppo avanzò danzando e gettò anch'esso le tessere. Poi vennero avanti a centinaia e salutando allegramente gli ingegneri italiani attorno a Lodigiani, gettarono le loro tessere di cartone entro il cesto.


Al termine di quella gazzarra quasi 1600 uomini, più di un terzo della mano d'opera dell'Impresit, avevano dato le dimissioni. L'indomani, moltissimi di loro rimasero sorpresi e offesi nel sentirsi dire che la decisione era irrevocabile. Implorarono che fosse concesso loro di mutare opinione, ma l'Impresit era stanca di sopportare assurdità. Non fu concesso di tornare sulla decisione presa, e il primo autobus carico di 50 uomini partì nel giro di un'ora perSalisbury. Essendosi regolati in base alla comoda considerazione rhodesiana che ogni operaio ha bisogno di cinque aiuti, gli italiani avevano reclutato molta più gente di quanta ne potessero impiegare, cosicché, nonostante le dimissioni, il lavoro di Kariba continuò a mantenersi in anticipo sul programma.


Ma, per quanto le autorità si ostinino tuttoggi a negarlo recisamente, dietro lo sciopero di Kariba vi furono senza dubbio pressioni politiche. Stavano per essere realizzati i piani del governo federale e territoriale di arrivare ad una spiegazione col Congresso Nazionale Africano. Nel giornoin cui capitò l'incidente al pozzo, nelle due Rhodesie era stata mobilitata la milizia bianca. Il 26 febbraio la Rhodesia del Sud, senza evidente motivo, dichiarò lo stato di emergenza; il 3 marzo, il Niassa, dove in vaste zone l'autorità era sfuggita dalle mani del governo, seguì l'esempio. Certamente i capi del Congresso Nazionale Africano conoscevano le intenzioni delle autorità, ed è altrettanto certo che essi stavano tentando a loro volta di coordinare azioni di resistenza nei tre territori.
Immobilizzare Kariba, piano accarezzato dalla Federazione e la prova più tangibile dellesue ambizioni, era senza dubbio un obiettivo da raggiungere. Un serio e prolungato arresto a Kariba avrebbe attirato l'attenzione della stampa internazionale sulle rivendicazioni del Congresso come nient'altro poteva farlo, e inoltre avrebbe indebolito la reputazione della Federazione trai finanzieri ed i governi del mondo.

L'incidente nel pozzo, anche se può essere apparso agliagitatori come una fortunata coincidenza, sembra in realtàaverli costretti ad affrettare i loro piani, col risultato chelo sciopero di Kariba fu definito e abbandonato prima chele agitazioni scoppiassero altrove: pare infatti dimostratoche, prima dell'incidente, essi stessero preparando uno sciopero probabilmente predisposto per il marzo.

Ma, anche se vi erano motivi di lagnanza fra gli operaiindigeni, questi motivi erano ben lontani dall'essere sufficienti a spingerli ad azioni preordinate, e i capi dell'agitazione dovevano afferrare l'occasione fornita dall'incidente,nella speranza che, una volta arrestati i lavori, si sarebbegiunti ad agitazioni e amarezze tali che avrebbero fattoapparire irrilevanti le lagnanze d'origine.

Che lo sciopero avesse fatto fiasco in un modo che sconcertò tutti, e soprattutto i 1600 operai che si trovaronosciolti dai loro contratti e liberi di cercarsi altrove lavori meno remunerativi, non significa che Kariba nonavesse corso un serio pericolo.


È piuttosto fortuito, infatti, che il dilettantismo dei datori di lavoro e degli operai portasse maldestramente l'intera faccenda ad una conclusione innocua, mentre i vericontendenti, le autorità ed il Congresso, si preparavanoper una battaglia che non ebbe mai luogo.

Come risultato, però, l'ultimo attacco che avrebbe potuto danneggiare il progetto di Kariba, era fallito.

CAPITOLO QUINDICESIMO - "OPERAZIONE NOÈ"


Dopo la chiusura della diga, il fiume a monte crebberapidamente.
Lungo le sponde, detriti, ricoperti darami intrecciati, formavano isole galleggianti che venivanospinte alla deriva dal vento, e sulle quali vivevano foltecolonie di ratti, di topolini e di topiragno che avrebberofatto una fine lenta. Ogni anno le piene avevano uccisomigliaia di questi minuscoli mammiferi, e le loro sofferenze non avevano mai agitato l'immaginazione o destatola commiserazione del grande pubblico.

Non capitò nulla di insolito sino a quando il fiumeraggiunse l'orlo delle sponde e cominciò a straripare. Allora apparvero improvvisamente miliardi di grossi grilliche coprirono ogni centimetro di terra, e riempirono l'ariadel loro incessante ed acuto stridio. Vivono nelle crepe delterreno e di solito escono per rifornirsi di cibo solo dinotte; l'acqua che si infiltrava attraverso il fango secco liaveva scacciati dalle loro colonie sotterranee. Per la primaed ultima volta si trascinarono alla luce del sole, ed i cielilungo le rive dello Zambesi furono oscurati da sciami diuccelli che si saziarono di questa messe.

Mentre le acque si espandevano, lo stridio lentamentes'acquietò e allora arrivò il turno dei pesci che si saziarono con gli insetti affogati. Poi, lungo la vallata del fiumeregnò il silenzio, e le acque inesorabili dilagarono dolcemente verso la boscaglia, attraverso le sottili strisce diforesta rivierasca.


Quel silenzio non sarebbe stato interrotto nemmenodall'opinione pubblica se un cronista del Sunday Mailrhodesiano non avesse letto per caso un breve articolo inun giornale locale. Dick Isemonger, proprietario di unparco di serpenti fuori Salisbury, riferiva in un'intervistadi essere ritornato da Kariba con quarantasette serpentipresi nel nuovo lago, e che i guardacaccia «facevano sforzimeravigliosi» per salvare gli animali dall'annegamento.
Malcolm Dunbar, un tarchiato e gioviale giornalista daicapelli rossicci, di Edimburgo, che attualmente lavora inRhodesia, andò a Kariba per vedere di persona. La sua cronaca, apparsa nel Sunday Mail del 15 febbraio 1959, colpìl'immaginazione della gente, e fu ripresa dalla stampa diogni paese.


Dunbar racconta che, salito su un'imbarcazionelenta con tre guardacaccia e alcuni battitori indigeni, liosservò mentre arrischiavano la vita per salvare babbuini,scimmie, zibetti, formichieri, istrici e ogni sorta di antilopi che si trovavano sulle isole provvisorie ancora liberedalle acque crescenti del nuovo lago. Era, dichiarò, il piùgrande salvataggio di animali effettuato dai tempi di Noè.

Tutti i lettori compresero subito che solo una parte degli animali intrappolati dal lago che si espandeva velocemente, aveva qualche speranza di sopravvivere. Austin Ferraz, redattore dello stesso giornale, in uno speciale articolodi fondo fantasticò sulla tragedia che aveva colpito glisfortunati animali e rivolse un appello al governo perchéreclutasse volontarii Immaginò «un lungo convoglio diimbarcazioni serpeggianti verso Kariba e centinaia di uomini con piccole barche che si affrettavano a parteciparea questa Dunkerque degli animali.
Come immediata reazione le autorità cercarono di minimizzare la cosa e in realtà localmente l'interesse fu molto scarso. Ma poco dopo igiornali stranieri inviarono telegrammi ai loro corrispondenti locali, e si sparse la voce che fotografi ed operatoridella televisione inglese, americana e canadese avevano telegrafato per avere autorizzazioni. Fu pubblicata anche la notizia che oltremare erano stati raccolti milioni di lire sterline, chela Società protettrice degli animali di Johannesburg avevaofferto un battello e che una ditta inglese era pronta aprestare un aereo per aiutare l'opera di salvataggio. LeRhodesie, a seguito di tutta questa animazione, furono stupite nel constatare di essere divenute il centro dell'interessemondiale.


I cinici sorridono e dicono che bastarono poche fotografie di babbuini mezzo annegati per attirare l'interessedel pubblico d'oltremare su Kariba. L'ironia sta nel fattoche i babbuini in Rhodesia sono considerati un flagello,vien data loro la caccia e vengono distrutti per i danni chearrecano al raccolto di granoturco. Il coraggio degli uominiche hanno preso parte all'«Operazione Noè» non è statoesagerato. Ma la portata e la proporzione della loro impresaè stata falsata dai giornalisti ansiosi di raccontare storiedrammatiche.

Nell'Africa centrale esistono opinioni contrastanti sullafauna locale. Alcuni ritengono che uomini e animali ferocinon possano vivere assieme; in altre parole, che non si puòsviluppare un paese come se fosse una fattoria, e tentaredi mantenerlo come uno zoo; altri, per varie ragioni, masoprattutto perché amano la caccia, vogliono conservare laselvaggina il più possibile e ovunque; c'è poi chi pensa chegli animali selvatici debbano poter sopravvivere in riserve e parchi, non solo come attrazione turistica, ma perché l'uomo ha il dovere di conservare le ricche varietàdella flora e della fauna di cui il mondo è stato dotato.

Per capire meglio il problema bisogna tenere presenteche, nella sola Rhodesia del Sud, più di seicentomila capi diselvaggina sono stati abbattuti durante la campagna contro la mosca tzé-tzé, e che questo massacro continua a menodi 200 km. dal luogo dove si stanno conducendo le operazioni di salvataggio.


Fra il 1953 ed il 1957, 130.000 capi vennero distrutti inqueste operazioni contro la tzé-tzé.

Per ogni animale salvato dagli addetti all'Operazione Noè, almeno due, durante lostesso periodo, sono stati abbattuti da altri funzionari chelavoravano nelle vicinanze. Non bisogna dimenticare che,per il contadino indigeno, gli animali dell'Africa sono nellostesso tempo una fonte di cibo e di pericolo. A pochi chilometri dal lago, dozzine di animali giornalmente fanno unafine miserabile a causa delle crudeli trappole e dei fucili adavancarica dei cacciatori indigeni.

Molte persone nell'Africa centrale ritengono che le spese per l'Operazione Noè costituiscano uno spreco e che ifondi e gli uomini sarebbero impiegati meglio se si ingrandissero e proteggessero meglio i parchi naturali. Altri amaramente criticano le autorità per la mancata mobilitazionedi volontari e di fondi per il salvataggio su scala molto piùampia. Essi lamentano che non siano mai stati resi noti ifatti e che siano state lasciate morire innumerevoli migliala di animali.

È veramente arduo giungere alla verità su un argomento che suscita facili emozioni e sul quale si è tentatodi ricamare per il passatempo dei lettori avidi di sensazioni.


I primi animali che il lago mise in pericolo furonoquelli che vivevano sulle rive dello Zambesi, ed erano,naturalmente, ben abituati alle piene che avvengono suifiumi africani durante la stagione delle piogge. Essi presero le solite precauzioni: si arrampicarono sui rami piùalti degli alberi o si ritirarono sulle isolette ed atteserofiduciosi che le acque decrescessero.

Sono pochi i testimoni oculari di quanto accadde neigiorni di dicembre e di gennaio. Le versioni dei guardacaccia differiscono da quelle dei battitori negri. I primi, acausa della tempesta di critiche che assalì il loro capo, Archie Fraser, ed il suo distretto, avevano la tendenza a minimizzare la tragedia, soprattutto con gli estranei. I battitori,per la maggior parte indifferenti alle sofferenze degli animali, mostravano invece l'abituale tendenza indigena a colorire una buona storia ed erano molto vaghi nel precisareil numero dei capi. Per i popoli primitivi, infatti, le cifrealte non hanno un significato esatto. Centomila, diecimilao anche cinquecento voglion dire egualmente 'moltissimi' enient'altro.

Abbiamo il racconto di un europeo che, insieme adalcuni amici, viaggiò in quei primi giorni lungo lo Zambesi. Non era un funzionario e considerava gli animali selvatici come una parte normale dell'esistenza.


«Eravamo in due su una barca con una mezza dozzinadi indigeni,» egli racconta, «e ci dirigevamo verso valle.Stavamo in mezzo al fiume che in certi punti era già largoparecchi chilometri e nessuno faceva molta attenzione allesponde. Rive vere e proprie non esistevano più, ma soloun limite indefinito dove l'acqua si perdeva tra le cimedegli alberi.

«Raggiungemmo, poi, quella che, a prima vista, sembrava una penisola sporgente dalla riva verso il centro delfiume. Doveva essere lunga più di un chilometro e mezzoe larga non più di novanta metri. Quando fummo vicini,vedemmo che non si trattava di un braccio di terra, masemplicemente della cima di migliaia di alberi, il più altodei quali sporgeva circa due metri fuori dall'acqua. Probabilmente si ergevano sulla sommità di quello che una voltaera stato un basso poggio.

«Dapprima ci parve che ci fosse qualcosa di strano nelfogliame, ma poi ci rendemmo conto che non c'erano praticamente più foglie. I rami degli alberi erano copertida centinaia e centinaia di scimmiette grigie. Le bestiolenon si movevano: stavano solo ammucchiate assieme, allarinfusa, sino a che il rumore del nostro motore le disturbò; allora si voltarono e ci fissarono.

«Il nostro arrivo le mise in movimento ed alcune diesse tentarono di arrampicarsi più in alto. Altre non resistettero all'impeto dell'onda causata dalla nostra barca ecaddero nel fiume. Potemmo allora constatare che avevano mangiato tutte le foglie e che avevano strappato anche la corteccia dai rami. «Devono essere rimaste lì piuttosto a lungo. Capitammo addosso a un povero scimmiottino appollaiato propriosulla cima di un albero: la bestiola aveva solo la testa e lespalle fuori dall'acqua. Quando gli passammo davanti, sigirò con uno sguardo di terrore e fece uno sforzo disperato per mettersi in salvo. Nel fare ciò mostrò le gambe ela parte inferiore del corpo che erano macerate e piagateper la lunga immersione nell'acqua.


«Avevamo solo due fucili con noi. Abbattemmo tuttequelle che potemmo, fino a quando le nostre munizionifurono esaurite».

L'agonia di queste scimmiette disperate, che morivanolentamente di fame, deve essersi ripetuta in decine diluoghi lungo il perimetro del nuovo lago.

I guardacaccia della Rhodesia del Sud sono stati certamente testimoni di scene simili a quella. È assurdo pretendere, come cercano di far credere le autorità, che gli uominipotessero essere attrezzati per il lavoro di salvataggio esembra molto improbabile che qualsiasi piano per quelloscopo fosse stato fatto prima dello sbarramento del fiume.Il più delle volte, era disponibile solo un'imbarcazione, lalenta barca scoppiettante che Malcolm Dunbar descrive come una «bagnarola di grandezza insolita», con tre o quattro europei e una ventina di indigeni. Era stato solamenterichiesto loro di osservare e riferire ciò che stava succedendo ed in particolare di sorvegliare l'effetto delle pienesui grossi capi quali l'elefante ed il rinoceronte. Erano specialmente incaricati di raccogliere esemplari di piccoli animali e rettili per musei e laboratori. Che altro potevanofare tre uomini in una barca su un lago che stava estendendo i suoi confini apportatori di morte su decine di chilometri quadrati al giorno?


I guardacaccia devono principalmente proteggere la cacciagione dai bracconieri e mantenere col fucile l'equilibriofra le specie. È una professione per uomini che amanol'eccitazione e il pericolo della caccia e che sono felici diaccamparsi sotto le stelle in un paese selvaggio. In effetti,sono molto, ma molto lontani dall'essere dei veterinari statali o funzionari della Società protettrice degli animali.Seguono il rigido codice dei cacciatori, poiché sparano abreve distanza e solo per uccidere; sono pronti ad arrischiare la vita per seguire la pista di un animale rimastoferito per disgrazia, per liberarlo dalle sue pene; e sparano solo quando il dovere lo richiede. Ma prima di tuttosono dei guardacaccia e cioè audaci e provetti cacciatori.

Non sono dei sentimentali, ma posseggono la generosaumanità che dimostrano in genere gli uomini fisicamentecoraggiosi. I babbuini possono essere classificati come flagelli, le piccole antilopi quali il duiker ed il grysbok pocopiù che una ricca fonte di carne, gli zibetti e gli istrici pericolosi ed inutili tranne che per il fatto che contribuiscono alla conservazione dell'equilibrio della natura; mai guardacaccia non sopportavano vederli agonizzare morenti di fame. Così le loro spedizioni di raccolta divennerooperazioni di salvataggio.

Tutto quello che potevano sperare era di alleviare lesofferenze che capitavano loro sotto gli occhi. Mentre cercavano serpenti da catturare vivi per gli allevamenti, trovavano babbuini e scimmie che morivano di fame sui ramidegli alberi quasi sommersi, intravedevano le piccole antilopi rannicchiate sulle isolette provvisorie ormai prive dicibo, trovavano lo zibetto attaccato ad un tronco, che strillava e sibilava per la fame. Dall'alba al tramonto, pergiorni e giorni ogni qualvolta potevano mettere in azioneuna delle loro due primitive imbarcazioni, partivano persalvare i pochi animali che riuscivano a strappare letteralmente alla morte. Si trattava di un lavoro doloroso, duroe pericoloso, ma i guardacaccia esaurirono egualmente quasi tutte le loro energie nell'eseguirlo.

Negli appunti per i suoi articoli che fecero il giro delmondo, Malcolm Dunbar scrisse:


«Dopo aver dato un'ultima tiratina ai suoi calzoncinida bagno, assicuratosi che il coltello alla cintura - unica protezione contro i coccodrilli - fosse a posto, Rupert Fothergill si tuffò dalla barca, seguito immediatamente datre battitori indigeni. Erano esperti e resistenti nuotatori.Mentre i quattro nuotavano fra i rami lambiti dalle acque, uno dei guardacaccia rimasti sull'imbarcazione li copriva col fucile.

C'era un grande cinocefalo tutto solo, che s'aggrappava disperatamente ad un piccolo albero. Nuotando versodi lui, Rupert l'afferrò per la coda e lo tirò giù dal suoappoggio. Trascinando l'animale al suo fianco, Rupert sitrovò presto in difficoltà. Mentre nuotava verso la barca,il suo corpo nudo venne afferrato dalle acute spine di unalbero sommerso che gli si attaccarono alla carne. Lottòper liberarsi, ma sempre tenendo ben saldo il babbuino chesi dimenava disperatamente.

A questo punto, quella critica situazione venne aggravata da un altro pericolo: uno dei serpenti più velenosi del mondo, un mamba nero di circa tre metri, avanzava nuotando verso Rupert. Allora Frank Junor (un giovane guardacaccia che in seguito fu incornato da un bufalo) preferì rinunciare al tentativo di prendere vivo ilrettile e con due fucilate lo fece a pezzi.

La barca, frattanto, era stata spinta attraverso gli alberi a fianco di Rupert Fothergill. Il babbuino venne sollevato a bordo con garbo e messo in un sacco, mentremani volenterose liberavano l'uomo intrappolato dalle spine che lo stavano trascinando sott'acqua.

Era giunto il momento per l'assalto all'isola. Saltammo a terra entro un fango appiccicoso, mentre da un baobab un gigantesco leguano scrutava le nostre strane mosse.Facendo più rumore possibile, battemmo a rastrello tuttal'isola... catturando e mettendo in salvo sulla barca tuttociò che si muoveva, gli animali più difficili da prendereerano i facoceri e gli istrici. I facoceri inferociti o spaventati possono facilmente squarciare la gamba di un uomosino all'osso con le loro acuminate zanne, proprio come unbabbuino può strappare via un dito con un morso. Eraanche emozionante vedere come istrici di mezzo quintale venivano manovrati nell'acqua bassa, dove la lotta continuava sino a quando un sacco veniva abilmente infilato sopra la loro testa. E che dire di quegli aculei lunghi trenta centimetri che possono facilmente penetrare nellacarne umana? Niente di straordinario... il solito lavoro.

Spesso capitano incidenti. Ferite, morsi, sgraffi e pedate vogliono il loro tributo. Il caldo, le spine, le zecche,i pericoli sempre in agguato da ogni direzione, mettono aprova gli umori e la resistenza degli uomini più robusti,che il più delle volte, al termine di una giornata di lavoro,sono ridotti in condizioni pietose.

Mentre tornavamo a riva, cominciavamo a prepararciper il lavoro da fare a terra: si aprivano le gabbie ed i sacchi. Alcuni degli animali, specialmente le scimmie, nonavevano bisogno di persuasione: saltavano fuori dalla barca come bambini che escano dalla scuola. Altri ne avevanobisogno di più, come i giovani grysbok che non sapevanoin quale direzione correre, o gli istrici i cui aculei eranoimpigliati nel sacco, così che dovevamo aprire la cucituracon un coltello.

Al cader della notte, al campo solitario, gli uominisi lavavano, ricevevano le iniezioni antitetaniche e si preparavano per lo skoff. Non c'era stato tempo per il pasto dimezzogiorno, ed eravamo tutti affamati. Poi si separavano i vari esemplari per i musei, per le sezioni zoologiche e per altre organizzazioni che volevano saperne di piùsulla vita degli animali. I serpenti vivi venivano posti ingabbie di vetro e gli animali morti, rettili, uccelli ed insetti venivano provvisoriamente conservati in barattoli. Venivano stesi appunti su ciò che si era visto e si facevanoquattro chiacchiere mentre si dava da mangiare alle bestiole dell'accampamento e veniva fumata l'ultima pipa.Poi a letto, senza bisogno di sonniferi dopo una similesfacchinata»

Questa, che Dunbar chiamò l'«Operazione Noè», all'inizio fu un semplice corollario all'attività di raccogliere informazioni sugli animali ed esemplari in barattoli. Fu un periodo eroico in cui un pugno di uomini si spinsesino all'orlo di un collasso per la stanchezza e per mancanza di cibo poiché facevano un pasto al giorno e dormivano poche ore per notte. I loro sforzi restarono sconosciuti e non vennero premiati; i loro successi risultaronopateticamente miseri a confronto del coraggio e della risolutezza spinti al limite della resistenza umana.

Il governo della Rhodesia del Sud, forzato dai crescentestrepito dell'opinione pubblica, soprattutto d'oltremare, chesi rifletteva nella stampa locale, dovette rassegnarsi ad aumentare il personale impiegato a sette europei ed a cinquanta indigeni; li fornì di una lancia a due motori, lunga diecimetri, e di un certo numero di piccole barche poco piùgrandi di un canotto. Rifiutò di accettare una sola liradelle somme raccolte oltremare, probabilmente perché sentiva che quanti contribuivano con fondi alle operazioni disalvataggio potevano arrogarsi il diritto di intervenirvi, erifiutò testardamente di ammettere che non si stesse facendo tutto quello che era possibile.


Quel denaro donato con le migliori intenzioni fu affidato all'associazione per la protezione della selvaggina della Rhodesia del Nord. Per le pressioni del suo presidente, colonnello R. A. Critchley, il governo lanciò la propria campagna di salvataggio a marzo, tre mesi dopo che il lagoaveva cominciato a formarsi, con una squadra composta di un guardacaccia, due assistenti europei e sei battitori indigeni, equipaggiati con tre barche di sei metri. Questa flotta venne, poi, rinforzata da volontari e da barche dell'associazione del colonnello Critchley.

Nel Nord, non fu fatto alcun tentativo di salvare i babbuini e le altre creature considerate nocive. Il numero degli animali in pericolo su questa riva era inferiore a quello della sponda sud. Infarti, nei territori africani della Rhodesia del Nord che confinano con il lago, la caccia e le trappole avevano già decimato i selvatici; con ogni probabilità, gli animali salvati sono sopravvissuti solo per essere strangolati o per morire di fame in qualche trappola. Si possono, quindi, perdonare le autorità se hanno assunto un atteggiamento piuttosto cinico nei riguardi di questo problema, preferendo usare i fondi per migliorare l'efficienza delle riserve di caccia del paese.

In base alla esperienza dei primi giorni, le tecniche di salvataggio vennero elaborate quando la portata delle operazioni sulla sponda meridionale si ampliò. Le antilopi piùgrandi, come il kudu, che pesa anche 3 quintali ed ha corna di novanta centimetri, non potevano venir salvate a bordo di piccole imbarcazioni. Si escogitò allora di spingerle inacqua e di guidarle alla più vicina sponda sicura. Si scoprì che molti animali possono nuotare per distanze considerevoli; le antilopi dell'acqua sino a tre chilometri, il kudu un chilometro e mezzo, l'antilope capriolo ottocento metri, la zebra 550 metri, i babbuini 370 metri e le scimmie 180 metri. Le femmine delle antilopi, per la maggior parte senza corna, sono migliori nuotatrici dei maschi.
Questi ultimi sono così appesantiti dalle corna, che possono appena tenere il naso fuori dall'acqua mentre nuotano e la conformazione stessa delle coma spesso impedisce loro di tenere la testa sollevata.


Vennero osservati molti esempi di intelligente reazione al pericolo. Una femmina di antilope dell'acqua fu vista portare i piccoli sul dorso dirigendosi verso la sponda, mentre il maschio nuotava attorno per proteggerli. In parecchie occasioni si videro animali che appoggiavano la testa sui tronchi galleggianti e se ne servivano come salvagente.

Dovevano ancora essere portati in salvo gli animali più piccoli, ma quando si giunse a giugno e luglio la natura del problema cambiò. Il lago cessò di espandersi rapidamenteperché il volume di acqua che ora vi affluiva era poco superiore al flusso che passava attraverso le aperture della diga. Gli animali non correvano più il pericolo di affogare,ma quelli che si erano rifugiati sulle isolette provvisorie avevano bisogno di essere salvati prima che la scorta di foraggio fosse esaurita e prima che le acque cominciassero di nuovo a salire con l'assalto delle nuove piogge. Questa operazione fu condotta fino in fondo comodamente. Leisole furono attraversate da squadre di battitori che spingevano in acqua il maggior numero possibile di animali così da poterli catturare più facilmente. Le bestie, dovendo impiegare tutte le loro forze per mantenersi a galla, non potevano dibattersi troppo violentemente. I nuotatori le afferravano per la coda e le rimorchiavano alla barca, poi venivano energicamente afferrate per la collottola e il posteriore e tratte a bordo. Alle antilopi venivano somministrati dei tranquillanti per calmarle mentre venivano portate in salvo e benché questo diminuisse il numero dei decessi, molte tuttavia morirono di paura e di trauma.


L'impala, antilope di media grandezza che arriva sino al quintale, è l'atleta del veldt, e presenta un problema speciale. È molto riluttante ad entrare in acqua, e d'altra parte è troppo pesante ed agile per essere catturato a terra, così che bisognava catturarlo con le reti. A poco a poco, dopo vari tentativi ed errori, i battitori e gli addetti alle trappole escogitarono un sistema per catturare quasi tutte le creature viventi che sopravvivevano sulle isole.

In seguito alle rimostranze degli osservatori, i quali lamentavano che alcune antilopi salvate soffrissero di ferite permanenti perché le zampe erano state legate con ruvidecorde mentre erano sulle imbarcazioni - un procedimento assolutamente necessario, poiché un calcio, anche del più piccolo esemplare, può sfondare il cranio di un uomo - la Società protettrice degli animali lanciò un appello per richiedere vecchie calze di nailon, con le quali intrecciare legacci che non ferissero e irritassero le zampe delicate. In ventiquattro ore ne arrivarono un migliaio di paia e, poiché cominciavano a piovere da ogni parte del mondo, la Società protettrice e il Dipartimento della Caccia pregarono invano di sospenderne l'invio. Per mesi continuarono a giungere pacchetti, molti affrancati insufficientemente, contenenti calze di cui non c'era più bisogno, ma per le quali si doveva pagare la tassa.


La Società protettrice degli animali implorò di nuovo, in un comunicato, che il rifornimento cessasse, concludendo con queste parole: «Proprio non abbiamo danaro per questo genere di cose» Ma l'entusiasmo sentimentale del mondo doveva combinarle qualcosa di più di un piccolo guaio finanziario. L'intera operazione Noè fu ridotta ad una specie di rappresentazione di marionette, messa in scena per il divertimento di milioni di telespettatori e di lettori della stampa popolare.

Gli inviati speciali, i fotografi e gli uomini della televisione, arrivarono da tutta l'Europa e l'America per partecipare all'avventura. Assediarono l'Ufficio per la protezione della fauna della Rhodesia del Sud con richieste di visitare il teatro delle operazioni. Infatti, fin dall'aprile, era stato proibito l'ingresso ai fotografi nella zona di Kariba ove si operavano i salvataggi - esclusi quelli con il permesso ufficiale - con il pretesto piuttosto ingenuo che «gli animali intrappolati nelle isole... non dovevano venir disturbati più del necessario». La vera ragione stava nel fatto che, sia il ministro, sia il capo dell'ufficio si erano spaventati per il pandemonio che la stampa mondiale aveva portato nella loro placida esistenza. Se avessero potuto, avrebbero negato il permesso a tutti; ma non potevano tener testa ai giornalisti per lungo tempo. Dopo indugi che raramente duravano più di una quindicina di giorni, accordavano i permessi con l'unica condizione che tutti i giornalisti uscissero solo sulle lance ufficiali, sperando senzadubbio che i guardacaccia li tenessero d'occhio.

Si sviluppò, quindi, una situazione per cui all'operazione Noè parteciparono più osservatori e giornalisti che guardacaccia. I visitatori si affollavano al campo propriosotto il bastione della diga, dove la signora Bean teneva una piccola ma efficiente mensa perché i guardacaccia non dovessero più soffrir la fame accontentandosi di tè bevuto in fretta o di carne in scatola. Rex Bean, un bundu-basher della vecchia scuola, dagli occhi azzurri e dal viso rubicondo, si trovava a Kariba con la moglie fin dai primi tempi della Cementation. Ora si era unito alla squadra di salvataggio e la moglie aveva assunto l'amministrazione del campo.


Tutte le sere i guardacaccia rispondevano alle solitenoiose domande e brontolavano fra loro al pensiero chel'indomani sarebbero stati ancor più carichi di passeggeri.Alcuni degli ospiti avevano pretese insolenti; tutti ritenevano per certo che i guardacaccia sarebbero stati lusingati dalla loro presenza e dalla prospettiva della pubblicità. Ma qualsiasi piacere avessero provato per la insolitaesperienza di vedere i propri nomi sui giornali, esso era damolto tempo svanito fra questi uomini che si sentivano veramente felici solo quando potevano passare lunghi mesi in luoghi dove non vedevano mai un giornale.

Fecero tuttavia del loro meglio per rendersi utili alprossimo, pur essendo convinti che si trattasse di un'attività senza scopo. Sulle barche si fece posto per gli arnesiche i fotografi portavano con sé: una volta si trattò diun peso di quasi due quintali e mezzo. In questi casi,alcune delle attrezzature di salvataggio dovevano venir lasciate al campo base e sulle imbarcazioni rimaneva menoposto a disposizione degli animali. Prima che si potessecominciare una operazione, i battitori dovevano fare daportatori per trasferire a riva le squadre dei fotografi ed iloro apparecchi e talvolta si perdevano delle ore per preparare una messa in scena sull'isola. Ormai erano diventati attori di un melodramma internazionale; le macchinefotografiche, le reti, i battitori e la stessa selvaggina dovevano essere tutti posti in posizione per una scena di effetto prima che si potesse cominciare l'opera di salvataggio!


Capitava anche di dover lasciare liberi gli animali già catturati e rifare l'intera operazione una seconda volta perché il fotografo non era soddisfatto delle sue riprese evoleva ripeterle. Cose di questo genere accaddero non una volta, ma parecchi giorni di seguito nel periodo in cui Kariba era di moda ed il mondo era avido di notizie sul lago.

Un articolo sul Daily Mirror di Londra descriveva «leoni, leopardi, elefanti e bufali... che, colpiti da fucili caricati con dardi soporiferi, venivano resi incoscienti, legati etrascinati verso le nuove riserve... ma purtroppo per la maggior parte finivano annegati».


Questi puntini certamente lasciano molto all'immaginazione, perché nemmeno i più volenterosi guardacaccia potevano mettere in scena un tale spettacolo. La cattura di un elefante africano di sei tonnellate nel senso cheil cronista sembra voler intendere, ed il suo trasporto inuna nuova riserva su di una lancia di dieci metri avrebbecostituito in verità uno spettacolo che valeva la pena diriprendere con la televisione.


In realtà, i leoni ed i leopardi non furono mai in pericolo a causa del lago. La maggior parte dei grandi carnivori della zona, seguendo le loro abitudini di migrazione annuale, si erano ritirati sulle colline prima che il lago cominciasse a formarsi, mentre quelli rimasti erano più che in grado di badare a se stessi. La loro intelligenza superiore li teneva lontani dal pericolo. Leopardi sulle isole se ne vedevano; ma ben lungi dall'essere intrappolati, essi si cibavano a quella abbondante dispensa. Quando venivano disturbati, nuotavano noncuranti verso la terraferma e ritornavano non appena sentivano il bisogno di un altro spuntino di impala o babbuino.


In una sola occasione accadde, però, di incontrare un bufalo. Non esisteva alcun dubbio che potesse badare a se stesso e fuggire quando avesse voluto, ma la sua presenza sull'isola disturbava il salvataggio degli animali più piccoli. Mentre si tentava di spaventarlo per mandarlo in acqua, il bufalo caricò un guardacaccia da una distanza di pochi metri e gli inferse una tremenda cornata in una gamba. Il bufalo venne abbattuto.


Finora i dardi soporiferi di cui scrive l'articolo non sono mai stati usati, tranne «su poche pecore e con risultati non del tutto soddisfacenti», come spiega nellasua relazione un veterinario statale. Non vi è dunque motivo di critica se non furono sperimentati sull'unico rinoceronte rimasto su un'isola. Ripetuti sforzi vennero fattiper costringere l'animale a entrare in acqua; squadre dibattitori battevano delle latte, Rupert Fothergill gli gettava sassi sulla coda e un aereo eseguiva voli in picchiata e ronzava a bassissima quota. Tra l'altro venne improvvisata una rappresentazione a beneficio di un certo signor Toluzzi della National Broadcasting Company of America,il quale, stando in piedi sulla prua della barca arenata,potè in modo soddisfacente ritrarre l'animale mentre siprecipitava verso l'acqua, vi si tuffava e se ne tornava indietro rapidamente. Il rinoceronte, che diventò famoso nelle cronache dei giornali col nome di Greta Garbo, alla finemorì, dopo di che si seppe che era un maschio. Probabilmente, essendo già collerico di natura, il povero bestione perì di pura rabbia e impotenza di fronte a tanta chiassosa pubblicità.


Altri elementi da tragicommedia si verificarono nell'impresa, cui la stampa diede grande rilievo, di salvare tre elefantesse ed un loro piccolo. Si trovavano su una piccolaisola, a circa ottocento metri dalla riva nord. Poiché laspedizione di salvataggio era formata da un guardacacciaeuropeo (con tre esploratori) e da due funzionar! del Dipartimento Informazioni, e l'isola era situata ad una distanza dalla riva che l'elefante avrebbe potuto benissimocoprire a nuoto, c'è da sospettare che l'intera operazionefosse un trucco per guadagnare un poco di pubblicità favorevole alla «Dunkerque degli animali», che veniva ancora fortemente criticata.
Non è possibile discutere il coraggio dei sei uomini chesi dibattevano in questo pezzo di fitta boscaglia, lanciandorazzi per spaventare i tre adulti ed irascibili elefanti. Perben due volte i bestioni vennero spinti in acqua, ma attaccarono le barelle che cercavano di dirigerli verso la terraferma, buttandovisi contro, agganciando i sedili con le proboscidi e cercando di trascinarle sott'acqua. A lungo andare, però, questo gioco temerario venne a costare caro.Un guardacaccia, Ted Edelman, venne caricato sulla spiaggia da una femmina infuriata da una distanza di 18 metri.Egli la abbattè con un colpo quando era a soli sette metri.
Più tardi, gli elefanti sopravvissuti vennero molestatidi nuovo, ed infine il loro piccolo morì. Una sera si videroi due sopravvissuti nuotare tranquillamente verso riva. Madue grandi animali erano morti senza motivo solo per fornire un buon argomento sulle operazioni di salvataggio. Questo è lo scotto che bisogna pagare quando si vogliono destare le emozioni delle annoiate folle cittadine.


Pare, quindi, che l'operazione Noè non fosse stata affatto organizzata; essa nacque dal coraggio altruistico e dalla pietà di pochi uomini che non riuscirono a starsene indisparte a guardare centinaia di animali che pativanoun'agonia lenta e crudele. Non c'è dubbio che, a prescindere dalla pubblicità falsa e volgare, quegli uomini abbianodato prova di grande coraggio e sopportazione per mesi emesi; e continueranno così finché, verso il 1962 o '63, illago non avrà raggiunto le sue dimensioni definitive.

Alla fine dell'agosto 1959, dopo quasi nove mesi di sforzi, circa tremila creature viventi erano state salvate dallago; questa cifra però comprende uccelli, rettili e piccolianimali quali i conigli delle rocce e le lepri. Circa la metàdi essi potrebbe venire classificata tra la selvaggina.

Nessuno dei grandi abitanti della boscaglia africana, però, fumai in pericolo - tranne, forse, per colpa degli uomini - e nessuno di essi è compreso nella lista.

Non si saprà mai quante creature morirono.

CAPITOLO SEDICESIMO - LE CAMPANE DI SANTA BARBARA


Sulle alture di Kariba, il campanile della chiesa cattolica di Santa Barbara diffonde il suono delle sue trecampane. Il loro melodioso messaggio assomiglia molto a'Fi-ga-ro Fi-ga-ro'. L'effetto che quei rintocchi hanno suquelli che conobbero Kariba quando era ancora una oscura e pericolosa gola non può essere certo descritto. In realtà, il loro simbolico messaggio annuncia che qualcosa dipiù di una vasta diga è stato creato dall'uomo. Qui, dovetutto era selvaggio e deserto, l'uomo è venuto per restare; e ha portato con sé, oltre alla sua agitata crudeltà ed al suoegoismo, anche la sua indomabile fede.
E da questa scaturirà, alla fine, un futuro migliore. Gli italiani, per lo meno, non hanno considerato la digasoltanto in termini di calcestruzzo, hanno costruito quila loro chiesa, che corre il rischio di venire completamenteabbandonata alla loro partenza. Essi, però, la vollero chepotesse durare e più bella possibile.

Ha pianta circolare; per metà è di muratura e l'altra metà, aperta, è in ferrobattuto, così che il mormorio del prete e la benedizionedella Messa escono nel sole caldo e si diffondono lentamente sulla cittadina.
L'altare, un semplice tavolato, si innalza al centro della chiesa, su una piattaforma circolare alla sommità di tregradini. Le pareti sono verdi e rosse, il pavimento è in bianca pietra di Kariba, e dietro la statua della Vergine Maria vi è un ricco tendaggio blu. Rosso, bianco e verde,i colori d'Italia; rosso, bianco e blu, i colori della Rhodesia. In una chiesa progettata come un simbolo, questi colori non furono scelti a caso.


Attorno al perimetro vi sono altre quattro statue: santa Caterina da Siena protettrice dell'Italia; san Giuseppeper i carpentieri ed i semplici operai; santa Barbara per iminatori ed i costruttori; san Giorgio protettore dell'Inghilterra. La chiesa fu progettata da Igor Leto che vinse unconcorso bandito fra tutto il personale dell'Impresit. Sopra ilsemicerchio di ferro battuto, di fronte alla piazza alla sommità di Kariba alta, si legge una dedica:


AD MEMORIAM OMNIUM KARIBAE DEFUNCTORUM, ET AD HONOREM S. BARBARAE, B. MARIAE VIRGINIS,
S. JOSEPH, IMPRESIT ITALIAQUE ARTIFICES DEDICARUNT ANNO MCMLVIII
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«Alla memoria di tutti i morti di Kariba»L'elenco di tutte le vittime - dal portatore indigenosenza nome che fu afferrato da un coccodrillo durante laspedizione di Haviland, più di 30 anni fa, al saldatore italiano che rimase fulminato poco prima che queste parolefossero scritte - quando si pensi alle stragi dei nostri giorni, sarà breve.
Conterrà, forse, trecento nomi; inferiorequindi al tributo di un mese di traffico in una metropolicontemporanea.


All'infuori di queste parole latine nulla ricorda i morti di Kariba. I loro resti giacciono nascosti nel fiume onella boscaglia o sono disseminati per il mondo. Il piùvicino cimitero è a parecchia distanza, fuori della cittadina, e vi si trovano le basse tombe senza nome degli operaiindigeni. I corpi degli italiani che morirono qui vennerotutti riportati in volo al paese natale e nessun europeogiace sepolto nella gola o sulle alture.
Kariba è una città senza passato e con un futuro incerto. Sono stati fatti piani per il suo sviluppo come centroturistico e per la vendita delle centinaia di case degli operai come villette per le vacanze. Ma la popolazione stagià diminuendo, dopo aver raggiunto il massimo verso lametà del 1959. Allora, vi si era creata una atmosfera tuttaspeciale; in parte sembrava un campo di miniera, in parteun villaggio italiano, in parte un sobborgo inglese. Conle altre cittadine sparse lungo l'autostrada che unisce le dueRhodesie, ha in comune soltanto alcuni segnali stradali,qualche uniforme da poliziotto del Sud-Africa inglese euna prevalenza di autoveicoli con la targa di Salisbury.
Ma non ha alcuna delle abitazioni dal tetto di lamiera,a forma di scatola, circondate da una veranda in rovina eda reti per zanzare, resti dei primi sviluppi del paese, enessuno dei frontoni di Cape Dutch e gialle facciate distucco, che erano tipici della architettura prebellica dellaRhodesia.
È un paese fatto in serie, costruito con mattonelle dicemento allineate e dotato di arredi unificati. Trannerare eccezioni, vi sono solo quattro tipi di case; lo stessotipo di frigorifero, verande delle stesse dimensioni e glistessi telai di finestre. Però si è salvato dalla monotoniaperché è stato costruito nel tempo in cui per la primavolta i colori vivaci erano divenuti di moda sotto il fortesole dell'Africa centrale.
Come la contemporanea Salisbury è esuberante per l'impiego di tanti colori. La polvere, il sole e la pioggia hannosmorzato un poco le tinte, ma anche dopo due anni gliuffici provvisori conservano qualcosa della gaiezza dei padiglioni di una fiera internazionale. Solo a ridosso delladiga vi sono costruzioni in lamiera ondulata, tanto funzionali quanto brutte.
Il piazzale in cima a Kariba alta, che si affaccia sulprecipizio sovrastante le profonde azzurre acque del lago,ha qualcosa dell'atmosfera di una «piazza», attorno allaquale sono raggruppati un albergo, un cinema-anfiteatroall'aperto, la sala delle riunioni, lo «Sporting Club», l'ufficio postale, e la chiesa di Santa Barbara con il suo campanile e la sua croce di calcestruzzo che domina dall'alto. Soloqui esiste la completa fusione degli elementi razziali cheoccupano il paese.
Altrove, le diverse nazionalità rimangono per lo piùindipendenti l'una dall'altra. Come è inevitabile ovunquesi facciano sentire l'influenza inglese e quella italiana, lavita sociale a Kariba è burocratica. Le minoranze francesi,scandinave, olandesi, greche, portoghesi, e sud-africane,si aggregano all'uno o all'altro dei gruppi dominanti. Anche se si fondono molto poco al di fuori del loro lavoronon vuoi dire che ci sia qualche contrasto tra loro. Le abitudini sociali e la lingua li mantengono separati, ma quando si incontrano alle cerimonie ufficiali e alle funzioni principali, si intendono benissimo.
La società di lingua inglese si divide in gente per bene,gente accettabile e semplicemente la «gente», benché cisia un gruppo di eccentrici non conformisti. Kariba haattirato un certo numero di spostati di buone origini edi rudi avventurieri che hanno in comune solo la prerogativa di non essere mai perfettamente sobri, pur essendoraramente ubriachi fradici. A Kariba sono stati tutti ingrado di trovare un impiego o un rifugio.
Sebbene entro limiti non precisi, è possibile stabilire ilgrado sociale di un individuo dalla posizione della sua abitazione. Più in basso nella graduatoria, naturalmente, vicino alle rive del lago, c'è il villaggio indigeno; più in alto»sulla vetta, il gruppo delle case della Commissione federaleper l'energia elettrica. Nelle zone intermedie, a Kariba alta,ad Aerial e Camp Hill, vive la borghesia di Kariba. Giocano a bridge e a tennis e tengono riunioni «sundowners» (riunioni tenute al calar del sole), dove gli amici sono invitati a bere alle sei e a trattenersisino alla cena delle dieci. Fra set e partite, con i bicchieri in mano, criticano invidiosamente i potenti e consenso di superiorità gli stranieri, «esclusi i presenti»,come ricorda di solito l'ospite per chiarire.
Niente di strano se, al visitatore occasionale, essi dannol'impressione di formare una comunità infelice e dispettosa. L'alto prezzo delle verdure, la scarsezza di bevande al«party» di Charly (dove Reggie come al solito attaccò litee cadde in un tombino di drenaggio rompendosi la caviglia), l'ingiustizia della promozione di Tommy, il vestitosospettosamente caro con il quale comparve Betty, le abitudini strane degli italiani, e le complicazioni amorose degliamici, forniscono alle conversazioni un alimento che sa diveleno quanto sa di aglio la cucina portoghese.
Gli specialisti inglesi, che solo raramente sono accompagnati dalle loro famiglie, cercano di trarre da quellasituazione sgradevole il miglior partito possibile, propriocome usano fare i soldati. Kariba è un incidente esotico dei*la loro vita e devono sopportarlo come a casa sopportanoi geloni. Dopo tutto, la birra c'è, anche se è servita in bicchieri stravaganti. La squadra dei «Kariba Rovers» forsenon gioca come quella del West Bromwich Albion, maperlomeno c'è la possibilità di guardare una partita. Lapaga è buona; il lavoro è il solito: una turbina è unaturbina sia a 90 metri sotto la boscaglia africana, sia sull'impiantito di cemento di uno stabilimento di una regionedel Nord. L'edizione settimanale del Daily Mirrar arriva, ele cose potrebbero andare anche peggio.
Anche la comunità italiana ha la sua scala sociale, inun certo senso più rigorosa di ogni altra, perché un operaio inglese o sud-africano è liberissimo di bere qualcosaal Country Club, istituito sul modello rhodesiano, mentreun carpentiere italiano comparirà all'Italo-Colonial Sporting Club solo se deve riferire qualche notizia urgente a uningegnere. La frattura sociale ed intellettuale è talmentepiù grande. L'Italia è il paese degli estremi, uno dei pochiposti dove grande ricchezza e grande povertà coesistono ancora felicemente. Gli italiani di Kariba sono professionistio contadini, collegati da pochi impiegati e assistenti chesanno stare al loro posto e se ne accontentano.
Una gran parte - circa un quarto - degli operai italiani ha con sé la famiglia. Le mogli non hanno mai fattouna vita così bella e i figli prosperano. Molti operai hannorisparmiato sui loro salari più di mille sterline, e centinaiaidi italiani sarebbero felici di sistemarsi definitivamente inRhodesia, ma non è concesso loro di farlo, per la politicadi restrizione della immigrazione nel paese.
Sono gli italiani senza legami, di solito giovani e vigorosi, che sono infelici e irrequieti. Nelle camerate collettive, essi passano la maggior parte del tempo a parlare diragazze, e a guardare le fotografie dei giornali illustratiitaliani. I loro movimenti sono limitati dalla mancanza dimezzi di trasporto, perché a Kariba ci sono grandi distanzeed essi raramente escono, salvo nei week-ends, se non perandare ad uno dei tre cinema costruiti dall'Impresit, cheproiettano film in italiano e in inglese.
Rimangono di solito in piccole combriccole con i compagni dello stesso villaggio e della stessa regione, e qualchevolta si riuniscono nella «galleria del vento» - che è laveranda - del Kariba Hotel. Spesso cantano canzoni delleDolomiti, del Trentino, di Venezia, della vallata del Po,occupazione, questa, tanto poco redditizia per l'albergatorequanto molesta per i turisti rhodesiani che desiderano andare a dormire alle nove.
A parte le spedizioni a Mahombekombe, la loro principale consolazione è un week-end a Lusaka e a Salisbury,ma a Salisbury vengono sfruttati senza pietà da alcunirhodesiani di origine italiana che vi risiedono. Soli in unacittà straniera, sono contenti di essere salutati nella lorolingua da trafficoni che procurano loro delle donne, e poili invitano a riunioni «dove possono trovare dei compatrioti» e dove quasi certamente perderanno due o trecentosterline, sei mesi di risparmi, giocando una partita a pokero a chemin de fer.
Nonostante i lunghi orari di lavoro, che per gli ingegneri italiani sono ancora più lunghi di quelli degli operai specializzati, la borghesia italiana, come la rhodesiana el'inglese, ha conservato la maggior parte delle abitudinidel proprio paese. Gli italiani pranzano tardi e normalmente iniziano le loro riunioni alle undici di sera. Giocano acanasta e a bridge e amano conversare più che chiacchierare - la conversazione è cattolica e urbana nel caratterecome quelle che avvenivano nei caffè del XVIII secolo - e non si capisce come questi uomini possano iniziare unanuova giornata di lavoro alla stessa ora di coloro chesono già addormentati quando essi iniziano le loro serale.La siesta si è ridotta ad un sonnellino di mezz'ora, ma,anche se così breve, li aiuta a trascorrere il resto dellagiornata. I francesi non si adattano ad alcuna di queste descrizioni; sono cortesi con tutti ma danno l'impressione, anchequando sono al massimo dell'allegria, di tenersi in disparte. L'insularità degli inglesi, il provincialismo dei rhodesiani e dei sud-africani, lo spirito di tribù degli italianinon sono nulla in confronto all'assoluta autosufficienza deifrancesi, la sola nazione al mondo capace di unire arroganza razziale e cortese fascino. E in nessun luogo meglio chea Kariba ciò è chiaramente visibile.
Come se si sentisse circondato da barbari, ogni franceseha portato con sé la moglie perché lo aiuti a conservare ilproprio avamposto di civiltà, e a dividere la fatica di tenerfronte irreprensibilmente alle abitudini primitive dei suoicolleghi, la cui piu' grande sciagura è di essere nati stranieri.
Dove, meno di cinque anni prima, vi era la boscagliaquasi inaccessibile, ora rilucono le insegne al neon, e Kariba continuerà a modificare le proprie caratteristiche a seconda dei cambiamenti della sua popolazione. È abitata dagente di passaggio e già vi sono rimasti ben pochi di quelle«vecchie lane» che videro la gola prima che venisse sbarrata dalla diga. Kariba venne terminata ufficialmente il22 giugno 1959, quando Sir Roy Welensky scaricò l'ultimabenna di calcestruzzo nell'unico concio non ancora terminato.
Mese per mese, gli italiani se ne vanno, e i loro posti vengono, solo in parte, occupati dai pochi operai che giungono, per lo più dalle contee dell'Inghilterra centrale edalle regioni del nord, per l'installazione delle attrezzatureelettriche nella centrale sotterranea. Infatti, nonostante lacostruzione della diga e i lavori di scavo sotto le alture siano completati, il vero scopo del progetto di Kariba deveessere ancora portato a termine.
Attraverso il territorio a nord e a sud di Kariba, visono tremiladuecento piloni: sostengono le linee che trasporteranno la corrente dalla gola ai centri industriali nelledue Rhodesie. Anche la storia della loro erezione richiederebbe un capitolo a se; fu necessario, infatti, creare un corridoio largo quasi 30 mt. attraverso 1450 km. di boscaglia eforesta dell'Africa centrale.
Ai primi del 1960, verrà prodotta la prima elettricità.Per il 1962, saranno disponibili 600 megawatts, 75 % inpiù del potenziale attuale di produzione elettrica dellaFederazione.
La produzione finale di energia a Kariba, quando laseconda parte del progetto verrà completata con la costruzione di un'altra centrale sulla riva nord, è stata calcolatasolo approssimativamente. Assommerà ad una cifra compresa fra i millecinquecento e i milleottocento megawatts; due volte, quindi, la capacità produttiva di tutte le attualifonti di energia della Federazione.
Triplicare le risorse di energia di un paese con un soloprogetto può davvero sembrare una stravaganza di megalomani, se non si considerasse che in cinque anni, dal 1953al 1958, il consumo di energia nelle Rhodesie è aumentatodel cento per cento.
A che servirà tutta questa energia? È una domanda chei pusillanimi si stanno già facendo. Gli ottimisti fanno unconfronto con le Americhe, dove le ferrovie vennero costruite molto prima che fossero economicamente necessariee, una volta create, provocarono uno sviluppo che altrimenti avrebbe potuto essere rimandato di una generazione.Affermano che, se le illimitate riserve di energia idroelettrica che, per il momento, attendono entro lo Zambesi, ilKafue e lo Shire, fossero rese utilizzabili, immediatamentesorgerebbero le iniziative per il loro sfruttamento.
Kariba è sempre stata una carta rischiosa, ma il giocoè riuscito: se darà o meno una resa finanziaria, è cosa chesolo i futuri anni potranno provare.
Benché i guadagni medi annuali degli indigeni e la lorodieta-tipo siano molto maggiori di quelli delle popolazionidei paesi che più aspramente criticano la Federazione, adesempio dell'India, il divario fra i guadagni delle masse negre e delle minoranze bianche è circa eguale a quello attuale fra abbienti e non abbienti in Asia ed in Russia, ecirca lo stesso di quello esistente in Inghilterra prima dellaguerra. Se si vuole colmare il baratro esistente fra i guadagni dei sette milioni di poveri e dei trecentomila ricchidella Federazione, l'energia a buon mercato è il mezzo piùadatto per riuscirvi.
Profìtti fantastici sono stati realizzati dagli investitoriamericani e inglesi con lo sfruttamento delle risorse naturali della Rhodesia, quali il rame, su cui vengono pagatidividendi pari al cento per cento. L'affare è stato abbastanza buono per entrambi i contraenti poiché una piccola parte degli utili è stata stornata per finanziare Kariba ad un tasso di interesse ragionevole. Un geologo disseuna volta che nel suolo africano, soltanto a sud dello Zambesi, vi sono minerali sufficienti a coprire le richieste delmondo intero. Incalcolabili depositi di ferro, rame, piombo, stagno, cromo, amianto ed almeno di venti altri minerali sono racchiusi per ora sotto le colline. Si conosce lazona in cui giacciono, e i diritti di estrazione sono in mano di grandi gruppi internazionali. Energia a buon mercato e un efficiente sistema di trasporti dovrebbero permettere che queste ricchezze non solo vengano estratte maanche trasformate nell'Africa centrale. Quando Kariba sarà in piena efficienza, l'energia richiederà, per essere prodotta, non più di un terzo di penny per unità, probabilmente il costo più a buon mercato del mondo, mentrel'elettrificazione dell'industria e dei trasporti cambierà lafaccia delle Rhodesie.
Kariba è solo il principio. Gli uomini che hanno avutola previdenza di spingere avanti il progetto stanno preparandone altri per Kafue e per Shire con produzioni di pocoinferiori a quelle di Kariba. Nyaminyami e le grandi forzeprimordiali dell'Africa non verranno mai sgominati, inal'uomo potrà piegarli al suo comando.
Nell'affollata conigliera di Mahombekombe, si rendonoconto che l'indigeno sarà l'erede principale delle ricchezzecreate da Kariba? Nelle due generazioni che seguironol'arrivo dell'uomo bianco nelle Rhodesie, l'indigeno africano è passato dalla fame, da un'esisienza terrorizzata ebreve di essere primitivo dell'età della pietra, allo stato diproletario, sicuro, anche se sottonutrito e insoddisfatto.La grandezza della realizzazione è oscurata dalle sue insoddisfazioni, per quanto proprio resistenza di queste insoddisfazioni sia la miglior dimostrazione di ciò che è statofatto. Non c'erano malcontenti nelle Rhodesie di settant'anni fa: tra le incessanti minacce di schiavitù, le mutilazioni, le morti violente per opera di uomini o di animali,e le lente sofferenze causate dalla fame e dalle malattie,un uomo era grato ai suoi dèi se soltanto gli concedevanodi restare in vita.
L'uomo bianco ha reso possibile nelle Rhodesie unostato di insoddisfazione. Forse non l'ha fatto volontariamente, ma solo per curare i propri interessi. E un cinicopotrebbe insinuare che, se il bianco si adopera per eliminare anche lo scontento, lo fa solo perché ciò gli puòessere utile. Anche se c'è qualcosa di vero nell'argomento,la verità deve essere cercata altrove.
Per fortuna la legge di Gresham non riguarda il comportamento umano. Per quanto spesso possa tradire gli ideali dell'Occidente che sono stati impressi nel .suo modo dipensare - tra i quali l'importanza della personalità dell'essere umano è senz'altro il principale - , l'uomo biancoin Africa è alla fine dominato da essi. Egli non può, in definitiva, essere fedele a se stesso senza esserlo agli altri.
Egualmente importante, e a breve scadenza più efficace, è l'affetto e l'amicizia che possono svilupparsi fra popoli che vivono assieme, e condividono fatiche e trionficomuni. All'insolenza e alle brutalità della vita nelle Rhodesie si da grande pubblicità. Ogni giorno però avvengono anche migliaia di atti di gentilezza, coraggio e comprensione, la cui eco non arriva fino a noi.
Capita che un europeo accompagni in macchina la moglie del proprio domestico per più di sessanta chilometrisino all'ospedale, ed un indigeno si prenda cura con devozione di un giovane colpito da poliomielite, trasportandolo in carrozzina per la città e curandolo in ogni sua necessità con paziente dolcezza. Un muratore europeo muorenel vano tentativo di salvare un operaio indigeno, e unindigeno, come abbiamo visto, arrischia di morire nelloZambesi per salvare due uomini bianchi. Entrambe lerazze si uniscono per combattere un incendio nella boscaglia, per uccidere un leone che fa scorrerie, per salvare unbambino, per incitare un corridore, per costruire un ponte e per costruire Kariba.
C'è infine un attaccamento comune alla terra stessa.Poco belle se giudicate secondo le norme convenzionali, lesconfinate savane e le foreste dell'Africa centrale esercitano un'attrazione sulla fantasia e comunicano un'emozioneinspiegabile a coloro che ci vivono.
Anche il più semplice operaio africano di Mahombekombe si rende oscuramente conto di tutto questo. La vitaè più facile nella cittadina, ora che gli abitanti sono diminuiti e, sia pure un po' in ritardo, si fanno sforzi per cercare di trasformarla dal vasto dormitorio che era all'origine, in centro di una comunità. Il posto rigurgita di vitairrequieta come una città orientale, poiché quasi tutte lesue attività si svolgono all'aria aperta. Sarti, ciabattini, falegnami, stanno chini sopra i loro banchi lungo le vie; ipiccoli commercianti e i merciai ambulanti dispongono le loro mercanzie in piccole e decrepite baracche. Le finestre della bassa scuola sono spalancate, e le voci monotone,obbedienti dei fanciulli che sillabano e ripetono, si diffondono attraverso la piazza polverosa; le donne badanoalle faccende in gruppi ciarleri fuori delle loro casette; centinaia di ragazzetti e di bambini giocano nelle strade.
Gli uomini, per la maggior parte, sono contenti di essere a Kariba. Ognuno di loro, sia il più umile manovaleo il più qualificato guidatore o impiegato, guadagna piùdenaro di quanto potrebbe mai sperare altrove. Centinaia di essi si sono qualificati nelle scuole di apprendistatodell'Impresit, e non vorranno mai tornare a lavorare laterra per ricavarne una magra sussistenza.
Nell'immediato futuro, ci saranno centinaia di nuovimalcontenti, facile messe per gli agitatori e materiale pronto per il critico; né gli uni né gli altri, però, si accorgerebbero di loro se fossero ancora chini sui loro pozzetti diterra nei lontani villaggi.
Tutti sono orgogliosi della diga, il più grande pezzo dimuratura costruito in Africa dal giorno dei faraoni e dellepiramidi. Raramente è dato agli uomini di vedere cosìtangibile evidenza del proprio lavoro. Per un indigeno ègià qualcosa potersi vantare di aver lavorato a Kariba; anche l'uomo più primitivo afferra bene o male lo scopoal quale servirà la diga. Fatto strano, coloro che ancoraconservano in cuore la fedeltà a Nyaminyami e agli dèiaffini, riescono a conciliare Kariba con l'onnipotenza delleloro deità. «Egli mostrò quello che poteva fare,» dicono. «Se loavesse voluto, avrebbe potuto distruggere tutto, e non solo iponti. Invece ha acconsentito al vostro piano, perché conle vostre macchine potrà andare in tutto il mondo. Sarà luiche correrà lungo i vostri cavi elettrici, ma solo perché l'havoluto» Nyaminyami, per loro, non è mai stato sconfitto. Èdivenuto un alleato dal quale l'uomo bianco dipende.
Presto, il gruppo che combattè la battaglia con il fiumesi disperderà. I discorsi nelle case e negli uffici riguardanogià la prossima opera nelle Alpi, in India, o nel Sudan.Ovunque andranno, tuttavia, e per il resto della loro vita,le campane di Santa Barbara risuoneranno alle loro orecchie. Kariba ha rappresentato per loro qualcosa di più cheuna semplice realizzazione tecnica.
Tutti hanno provato un'esperienza emozionante, chesolo l'Africa avrebbe potuto dar loro: non più selvaggioma ancora primitivo, questo continente racchiude non solole più grandi riserve di risorse materiali del mondo, ma unpotenziale spirituale che può ben dare nuova vita all'Europa esausta. Per quanto quest'idea possa sembrare fantastica, non è affatto incompatibile con la storia di questagrande penisola il cui successo è stato finora di assorbiree dare un'applicazione pratica all'originale sapienza dell'Oriente.
Il futuro d'Europa sta nell'alleanza con l'Africa. Né lastupida arroganza della plebe europea, né la brutale barbarie della plebaglia indigena impediranno, per quantopossano intralciarla, la realizzazione di quest'alleanza dieè molto più di uno slogan politico. Kariba ha mostrato cosapossano realizzare l'Africa e l'Europa assieme ed ha anchemostrato la follia della disunione artificiale propria dell'Europa.
A Kariba, uomini di ogni angolo dell'Europa, da Bergen ad Atene, si sono uniti in uno sforzo comune; trent'anni fa ciò sarebbe stato appena possibile. Anche nel 1956furono in molti a pensare che la mescolanza delle nazionalità avrebbe ostacolato il progetto.
Questo punto di vista fu ben espresso, benché mai condiviso, da Henry Olivier, rappresentante del consorzio internazionale di consulenti della Rhodesia. Se mai ci fu unuomo chiave nel progetto di Kariba, Olivier può rivendicare il diritto a questo appellativo. Egli, infatti, fece dacollegamento fra il Ministero dell'Energia Elettrica rhodesiano, i consulenti francesi ed inglesi, e gli appaltatori provenienti dall'Italia, dall'Inghilterra, dalla Scandinavia,dal Portogallo, dall'Unione del Sud-Africa e da una mezzadozzina di altri paesi. Olivier è figlio di un operaio rhodesiano delle ferrovie, parla l'afrikaans, ed è uno degli uomini più brillanti che la Rhodesia abbia finora prodotto.Ha ricevuto una quantità di onorificenze, da membrodell'Ordine di San Michele e San Giorgio, a socio dellaRoyal Meteorological Society. Nei venticinque anni in cuirimase lontano dalla natìa Rhodesia, estese la sua esperienza professionale dalla Scozia alla Persia.
INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI

FONTI FOTOGRAFICHE


Il permesso di pubblicazione delle fotografie riprodotte in questo volumeè stato gentilmente concesso da: Federal Power Board, Salisbury, perle ill. 3, 5, 8, 9, 10, 11, 13, 14, 16, 17, 29; Ilo the Pirate, Salisbury,per le ill. 15, 18, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 30; Northern Rhodesian Information Department, per l'ill. 2; Camera Press Ltd., Russell Court, CoramStreet, W.C. 1, per l'ill. 6; R. C. Bromley, per l'ill. 7; The High Commissioner for the Federation of Rhodesia and Nyasaland, 429, Strana, W. C.2, per le ill. 19, 20; Malcolm Dunbar, e/o «The Scotsman», 20, NorthBridge, Edinburgh, per l'ill. 21.



«Sembrava proprio che andassimo cercando guai,» eglidisse. «In primo luogo, è insolito avere un consorzio diditte francesi e inglesi quali consulenti e non credo si siamai verifìcato prima d'ora. Non trovammo poi di meglioche nominare gli italiani come appaltatori principali. Sembrava che ci fossero tutte le premesse per possibili guai einvece, benché si siano avuti contrasti, gli attriti sono statimeno seri che in qualsiasi altro progetto da me conosciuto. Il lavoro ha avuto sempre più importanza dello spirito nazionale. Kariba mi ha offerto un meraviglioso esempio di quello che l'Europa, che molti considerano finita,può realizzare quando i suoi popoli si mettono d'accordo.

CAPITOLO DICIASSETTESIMO - IL FIUME IN PACE



Il bastione entro la gola sembra essere stato lì da sempre. La diga si inoltra nell'acqua calma come la proradi un grasso vascello medioevale; lo stesso lago sembra nonaver più legami con lo sbarramento di Kariba. Il lavorodell'uomo risulta sminuito dai risultati della sua stessarealizzazione. Sarà il grande lago interno più che la digaad eccitare l'immaginazione degli uomini per molto tempo ancora, dopo che le linee elettriche che si irradianodalla gola saranno divenute una normale realtà.
Dicono alcuni che l'uomo non ha fatto altro che restaurare l'antica geografia dell'Africa; decine di migliaia dianni fa quando lo Zambesi scorreva ad occidente, versol'Atlantico, esisteva un lago che copriva la vallata fra lealture dell'altipiano settentrionale e meridionale. I geologi,tuttavia, considerano l'esistenza di questo lago poco più diuna pittoresca leggenda dovuta al fatto che molto tempofa la zona era certamente coperta da stagni e paludi, chesi essiccarono durante il prosciugamento dell'Africa: unprocesso quindi che, a Kariba, per la prima volta è statocapovolto in modo spettacolare.
Nessuno può prevedere quali conseguenze produrrà illago. Indubbiamente è abbastanza grande e può influenzare moderatamente il clima delle regioni circostanti; moltiitaliani pensavano che lungo le sue sponde avrebbe potuto svilupparsi una delle più grandi regioni fruttifere del mondo. Il clima caldo ed estremamente secco potrebbe divenire un clima caldo ed umido.
Per quasi trecentoventi chilometri la striscia della foresta rivierasca, che ha giocato una parte vitale nelle abitudini migratorie della selvaggina e degli uccelli, è stata sommersa. I botanici non possono ancora dirci quanto tempooccorrerà attendere prima che la caratteristica foresta possarinascere lungo le rive del lago, ne sanno con certezza seciò potrà verificarsi. I naturalisti possono solo cercare diindovinare come le specie della fauna esistente si adatteranno alle nuove condizioni. Nella curiosità degli scienziati, tuttavia, c'è una leggera inquietudine, perche è dimostrato che, quando l'uomo cambia l'equilibrio della natura,spesso, in definitiva, ne rimane danneggiato.
Si è già verificato un piccolo inconveniente che potrebbe assumere proporzioni assai maggiori. Nella zona diBinga, all'estremità sudoccidentale del lago, i topi sono diventati un vero flagello. I Batonka li consideravano un piatto prelibato, ma dopo la partenza della tribù, si sono moltipllcati vertiginosamente. Nel nuovo piccolo villaggio cheè stato costruito su un promontorio a Binga, dove Cockcroft, il commissario per gli indigeni dei Batonka, ha stabilito il suo quartiere generale, nulla si salva dai roditori; fanno scorrerie negli uffici, nelle case e persino fra le corsie dell'ospedale. Si può tornare in ufficio al mattino e trovare che l'intero contenuto della scrivania è stato divoratodurante la notte. Solo un nuovo Flauto Magico potrebbe distruggere una simile invasione; per ora gli abitanti di Binga devono attendere con tutta la loro pazienza il giorno incui i piccoli felini, gli uccelli ed i serpenti che predano itopi crescano proporzionalmente a! nuovo ricco standarddi vita. Gli scienziati ora prestano una particolare attenzione alle isole che si formeranno nel lago. Coloro che amano la natura hanno già chiesto che vengano trasformate inriserve per animali, ma per la maggior parte sono troppopiccole per servire a tale scopo. Solo una dozzina avrannouna superficie superiore ai cinquecento acri. Offrirannotuttavia allo zoologo la possibilità di eseguire esperimentidi ecologia. Isolando una qualsiasi specie, o gruppi di specie, in un'isola, potranno studiare l'aumento degli individui, la velocità e la direzione degli sviluppi evolutivi checertamente avverranno. Essi esprimono le loro speranze inun linguaggio molto tecnico, ma è ben chiara l'importanzaper loro di studiare la velocità di diffusione dei geni e lemutazioni in una popolazione limitata. Ai non iniziati risultano senz'altro più comprensibili gli esperimenti che sipotrebbero condurre sul comportamento dei parassiti e deiloro ospiti, isolati in un mondo riservato agli scienziati,che permetterebbe le condizioni naturali con più esattezza che inun laboratorio.
Alcune isole verranno certamente assegnate agli scienziati che hanno già tenuto delle riunioni al Collegio universitario di Salisbury per proporre i loro programmi. Ilcomitato di coordinamento dello sviluppo - costituito darappresentanti dei governi rhodesiani e di quello federale— deve però considerare il lago come qualcosa di più diuna riserva scientifica, per quanto uniche siano le occasioni che può offrire agli zoologi ed ai botanici dell'Africa.
Il governo ha già puntato quasi tre milioni di sterlinesulla possibilità che il lago diventi una zona di pesca commerciale. La somma, come abbiamo visto, è stata spesa perdisboscare e ripulire le zone che verranno destinate allapesca. Il lago è anche rifornito di avannotti di scarda, presidai vivai del governo della Rhodesia del Nord a Chilanga, apochi chilometri da Lusaka. È stato deciso di immettere nellago dieci tonnellate di avannotti all'anno, fino al 1963, ilche ammonterà a circa tre quarti di milione di pesci. Nelmaggio 1959, già cinquecento piccoli pesci, per lo piùscarde dalla testa verde, erano stati trasferiti da Chilangaa Kariba. I pesci compiono il viaggio in speciali cisternemobili costruite appositamente, ove l'acqua viene rifornitadi ossigeno a pressione. Questo procedimento anestetizza parzialmente i pesci così che possono viaggiare immersi inun sonno tranquillo sino a quando vengono trasferiti inuna imbarcazione che li porta presso le future riserve dipesca, dove vengono buttati in acqua.
Il lago sta producendo un plancton che gli esperti trovano di incredibile fertilità, e inoltre miliardi di insetti ebruchi annegati arricchiscono ulteriormente le riserve alpascolo dei pesci. Lo Zambesi non era notevole per la suapopolazione ittica, che comprendeva venticinque specie, incluso un fossile vivente, il pesce polmone, che si è fermatonella sua evoluzione da pesce a rettile: questo pesce anfibio può respirare e sopravvivere nel fango, ma non ha mai lasciato ilfiume per la terra asciutta. Nelle calde e fertili acque dellago di Kariba, invece sembra vi siano tutte le condizioninecessario affinchè i pesci possano prolificare abbondantemente. Gli esperti possono solo sperare che l'enorme rinforzo di razze da allevamento gettate nel lago assicuri ilpredominio delle varietà commestibili.


Una volta ancora, nessuno sa cosa avverrà nel futuro.
Il programma della pesca potrebbe risolversi in un altrodispendioso insuccesso nella storia dell'Africa, come potrebbe rivelarsi un brillante successo, tale da migliorarela dieta abituale di milioni di persone a corto di proteineanimali. Gli ottimisti pensano che le probabilità di riuscita del piano siano piuttosto favorevoli, e in Africa valela pena di provare qualunque cosa ove esiste una probabilità pari di successo. Se vi interessa, potrete conoscere irisultati fra una decina d'anni...
La speranza di Livingstone che lo Zambesi potesse divenire un canale navigabile attraverso il cuore dell'Africa,resta ancora, a cento anni dalla data del suo viaggio diesplorazione, una realizzazione altrettanto improbabile. Lelinee di comunicazione della regione vanno ancora da norda sud piuttosto che da est ad ovest ed è probabile che saràsempre così. Il lago, benché possa fornire una buona viaper i piroscafi da turismo, è assai improbabile che cambilo schema di queste comunicazioni. Con i suoi trecentoventi chilometri si estende da un deserto economico all'altro. Alla sua estremità occidentale giunge molto vicino,anche se non in facile comunicazione, alle miniere diWankie, ma probabilmente non vi sarà mai molto traffico di carbone con Kariba; d'altra parte, il lago è lontano dagli attuali centri di sviluppo industriale ed agricolo.
Coloro, pertanto, che parlano di una grande via d'acqua, come quella del San Lorenzo nell'Africa centrale, sono degli stravaganti che vivono nel paese teorico delle cartegeografiche, e le loro speculazioni si dimostreranno tantoirrilevanti quanto le campagne di coloro che combatteronol'ultima guerra sugli atlanti, seduti comodamente in poltrona. Negli anni futuri, le merci ed i passeggeri che viaggeranno attraverso il lago saranno appena un po' più numerosi dei bagagli e delle provviste dei pochi turisti.
Kariba diverrà certamente un luogo di villeggiatura peri rhodesiani che vivono a nord e a sud del lago. Essi andranno al villaggio di Kariba ed al progettato centro diSiavonga, sull'opposta riva della gola, per veleggiare, perpescare e - se le spiagge saranno pulite ed attrezzate - per fare il bagno. Si stanno costruendo anche dei porti inattesa dell'arrivo delle acque, in tre altri punti lungo lerive.
Inoltre Kariba attirerà probabilmente i visitatori dalresto del mondo, che accorreranno non tanto per vedereil lago in sè - infatti, per quanto sia interessante a vedersiun lago che si sta creando, una volta che si sia formatoesso è simile ad ogni altra distesa d'acqua - ma per visitare il nuovo parco per la selvaggina che verrà creato in duepunti sulla sponda della Rhodesia del Sud.
I vari governi vengono già criticati perché non riescono a sfruttare le risorse del lago, e le critiche provengono soprattutto da parte di quegli speculatori che desidererebbero acquistare terre sulle sponde. Essi sono convinti che quanto oggi può venir comperato per poche sterline, potrà valere cento volte di più entro vent'anni. È,infatti, la speculazione terriera che ha fornito le basi dellamaggior parte delle fortune private nella prosperosa Rhodesia. Saggiamente, però, non si fa nulla in fretta. NellaRhodesia del Nord soprattutto, si è deciso che i beneficiapportati dal lago vengano principalmente goduti dalle tribù che abitano lungo le sue sponde, e in particolare daiBatonka, che sono stati spostati. Il lago, infatti, per adesso è più un argomento di sogniche di piani definiti. L'aver creato un lago interno che, conle sue insenature e le sue baie, avrà approssimativamente ledimensioni del Galles, è un'impresa che stordisce ed eccital'immaginazione di coloro che lo contemplano.
Ma è certamente impossibile navigare sopra le calme,azzurre acque senza provare un sentimento di meraviglia,al quale si mescolano stranamente sensazioni di orgoglio edi colpa. Molto, infatti, si è distrutto: migliaia e migliaiadi alberi e un numero incalcolabile di esseri viventi.
È triste contemplare il lento diffondersi della morte.In molti punti la distesa d'acqua è segnata da quelle chesembrano scogliere, ma che in realtà sono creste di alberiche una volta crescevano sulla cima delle colline. Avvicinandosi, si scopre che alcuni di essi sono ancora vivi, benché per due terzi sommersi; altri sono già accartocciati enudi nella morte. Così come li vediamo rimarranno cristallizzati per sempre, come una foresta pietrificata sotto la superficie. Quelli che hanno resistito più a lungosono le migliaia di ragni che hanno tessuto le loro ragnatele sui rami più alti. Nei loro ultimi giorni di vita, ultimianche per le miriadi di abitanti della boscaglia un tempobrulicante, le loro spesse ragnatele divengono nere per gliinsetti catturati mentre volteggiano sull'acqua.
Sulle sponde e sulle isole, si ergono gli alberi ignaridella condanna che la prossima stagione delle piogge porterà loro. Mentre l'imbarcazione va alla deriva, una fogliasolitaria si agita dagli spogli rami che si protendono sopral'acqua; lentamente scende volteggiando ed una increspatura si diffonde sulla superficie del lago. Poi non c'è piùmovimento e all'improvviso ci si rende conto del silenzio infinito. Con quella foglia se ne è andato un ciclo diun centinaio di migliaia di anni di vita ininterrotta.
Mentre si guarda l'acqua in cui è caduta, si vede saliredal fondo e rilucere, quando giungono alla luce della superficie, migliaia e migliaia di chiazze verdi. Il primoplancton sta per fiorire e sotto ai nostri occhi comincia unnuovo ciclo vitale là dove il vecchio sta per concludersi.
Si torna verso la gola, la diga si erge arcigna e sinistra fra le alture, infinitamente bella nelle sue proporzioni ma scura e repellente come il bastione di una segreta città.Lì sta il simbolo del potere spietato dell'uomo, della suacapacità di forgiare l'intero mondo secondo i propri schemi, di usurpare i privilegi che una volta appartenevano agli dèi.

Attorno dorme Nyaminyami, un altro rivale asservitodall'uomo, il cui potere però è stato domato ma non distrutto. Coloro che hanno visto la sua furia non prendono alla leggera il presagio di quegli indigeni primitivi che riconoscono la vittoria dell'uomo, ma sentono che per essa dovrà esservi un prezzo da pagare.


Uno scotto, invero, ci sarà, per quanto possa esser diverso dalle superstiziose paure dei Batonka, i quali sono convinti che il lago si prenderà una vendetta. Perché quanto più sicuramente l'uomo occidentale si stabilisce nelle deserte estensioni dell'Africa, tanto più urgente è che egli si intenda spiritualmente con quanto lo circonda e con gliindigeni che vi dimorano, il cui modo di vita egli sta facendo sparire così come ha fatto sparire il territorio sotto il lago.


Come spiriti, centinaia di bianche farfalle volteggianosopra i cadenti tetti di paglia, non ancora sommersi, dei villaggi abbandonati dai Batonka. Il pathos che scaturisce da questi silenziosi villaggi abbandonati, dove una volta dimorava un popolo primitivo e contento, sarebbe insopportabile se non si potesse sinceramente credere che unavita migliore e più remunerativa è stata resa possibile a quel popolo nelle nuove dimore.


Trascorrerà del tempo prima che sia chiaro a tutti che il coraggio, la visione ed il sacrificio che resero possibile Kariba furono spesi in un tentativo che valeva la pena di fare. Ma il tempo, di cui coloro che vivono in Africa hanno maggiormente bisogno, è l'unica cosa che il resto del mondo non sembra disposto a concedere.



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Un tempo, leggevi queste cose e ti trovavi su www.vajont.org.
Poi sbucarono - e vennero avanti - i delinquenti, naturalmente quelli istituzionali ....

  


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 con Roberto Vigni direttore di corsa

FESTA EPOssidica.
DOPO 50 anni di mafia e di rapine e intimidazioni delle varie Amministrazioni di Longarone [dal dicembre del 1964], si è arrivati a chiamare "per la Memoria" - pagando altri soldi spremuti da e PER questa strage, invece di INVESTIRLI in BORSE di STUDIO semmai - un chiassoso oltraggiante circo rosa di ciclotrafficanti di EPO & varie & eventuali [e questo fino a prova contraria] di cui nessuno "del popolo del Vajont" sentiva la mancanza...
La si vive/subisce come nel casertano i clan casalesi che fanno fermare le processioni della madonna a omaggiare i capiclan: questo è l'unico motivo che io trovo, oltre a una mancanza patologica di vergogna e di idee intelligenti, per siffatta "dimostrazione a un'Italia di pecore" di chi comanda 'veramente'. Ma a Longarone sono 50 anni, che si INSEGNA "chi comanda". E i Prefetti e i vescovi di turno si adeguano volentieri a queste FARSE.
Come quest'anno fanno ANCHE il signor Vegni e i suoi peones & campeones: "Vegni il tuo Regno" .... poveretto

- MATERIALI DISPONIBILI SU FACEBOOK:

(1 Vajont.info Antimafie BL > foto/video) - (pagina Tiziano Dal Farra - > Albums foto/video - 3396503360 x ev. info)

« VOMITO, ERGO SUM !!»

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Questo a sx - attualmente - è l'unico libro sul "dopo" contenente parecchie SOZZE VERITA'.
Leggilo, e fallo cercare e leggere. Regalalo a chi ami, o stimi davvero:
http://deastore.com/libro/vajont-l-onda-lunga-quarantacinque-anni-lucia-vastano

Fortogna: nella foto qui sotto, il *Giardino delle bestemmie* attuale, un fal$o TOTALE dal 2004: un falso storico, fattuale, e ASSOLUTAMENTE IMMORALE da 3,5 mln di Euro. Un FALSO TOTALE e oggettivo - a cominciare dai FALSI cippi «in marmo di Carrara» - targato *sindaco De Cesero Pierluigi/Comune di Longarone 2004*.
Oggi questo farlocco e osceno «Monumento/sacrario» in località S. Martino di Fortogna riproduce fedelmente in pianta e in miniatura, come un parco "Italia" di Viserbella di Rimini, il campo "B" del lager nazista di Auschwitz/Birkenau Chissà cosa ne penserebbe dello scempio irreparabile fatto "in suo nome", Azeglio Ciampi.
br>Fantastico, no? ed e' la pura verita' verificabile ma se solo ti azzardi a dirlo o far notare le coincidenze, sono guai. $eri. Perché... qui in Italia, e soprattutto in luoghi di metàstasi sociale e interessi inconfessabili e perenni come nella Longarone 'babba' «la Verità si può anche dire. Ma però che non ci sia nessuno che l'ascolti o che la legga! »

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Ma tutto deve andare come da copione, in Longar-Corleone. Dal dicembre del 1964 qui è così: lo mise nero su bianco gente colle spalle ben più larghe delle mie, e in tempi non sospetti:

«E' quasi come in Sicilia, mi creda; a Longarone si configurano gli elementi tipici della mafia. Non è questione di partito 'A', o 'B'; c'è un determinato giro fatto di poche persone all'interno del quale non entra nessuno. Il potereè in mano a costoro, cinque o sei persone a Longarone, epoi qualche diramazione fuori, cioè altre persone nei postigiusti, perché un sistema del genere non può sopravviverese non c'è corruzione».
Fonte: Giampaolo Pansa, sul Corriere della Sera del 9 ottobre 1973; sta riportato sul libro della Lucia Vastano. LIBRO CONSIGLIATISSIMO.

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